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Premetto che le mie riflessioni non vogliono essere una accanita difesa (per dirla alla Jack Black di School of Rock) del dio del Rock… lui non ne ha sicuramente bisogno!

Non mi sognerei mai inoltre di criticare altre testate, perché non la pensano come il sottoscritto; tuttavia mi infastidisce alquanto la superficialità con cui alcuni noti giornalisti musicali (che non citerò per non offrire loro della visibilità gratuita) si cimentano in articoli senza capo né coda con a tema “La morte del Rock”.

Il lettore di BetaPress conosce bene la filosofia del nostro quotidiano online e sa che il compito dei suoi cronisti è quello di porre delle riflessioni libere, gli obiettivi sono quelli della proposizione analitica e dell’oggettività responsabile.

Invece nell’epoca in cui i Social generano quotidianamente tonnellate di “fuffa” mediatica condita da incompetenza, sentimentalismo ed illogicità, il compito della stampa specializzata dovrebbe essere quello di indirizzare i lettori verso concetti autentici e documentati. Purtroppo non è così!

Ma arrivo alla domanda: il Rock è morto?

Il Rock non è morto, ma con lealtà si può parlare certamente di declino. Il Rock è un “phylum” musicale composto da una miriade di sottocategorie (più di 70!), servirebbe un’attenta analisi per addentrarsi nel suo complesso “subphylum” e non basterebbero queste poche righe per raccontare tutte le evoluzioni ed i profondi mutamenti che ha subito negli utimi decenni.

Per più di 60 anni il Rock è stato una bandiera per intere generazioni di giovani che ha suscitato vere rivoluzioni politiche e sociali. E’ stato un mezzo potente di contestazione e denuncia e nel contempo un grido di amore, di bellezza, di verità.

Ma è negli ultimi 20 anni che si è consumato un radicale cambiamento nella società, che ha portato il Rock ad essere prerogativa quasi esclusiva degli appassionati, quasi tutti musicisti.

L’attrazione per il Pop, il Rap, il Trap, l’EDM ed altri generi più “digeribili” è evidente e va di pari passo con il mutamento dei tempi. La mia non vuole essere una critica ad altri generi diversi dal Rock, bensì una vera e propria denuncia contro la musica (in genere!) “usa e getta”, culmine della sporcizia (in termini artistici si intende!) in cui il “protagonista” vale più dell’artista e qualsiasi cane ululante, aiutato dalla tecnologia, può diventare (perfino!) un cantante.

Tutto il mercato musicale è diventato più veloce, più superficiale, la musica è smaltita in poco tempo e deve contenere messaggi commerciali più o meno palesi, il “product placement” infatti è diventato parte centrale ed integrante della musica dell’era moderna.

Il Rock invece è il genere musicale meno adatto a contenere messaggi pubblicitari di posizionamento di un prodotto e difficilmente si sposa con la comunicazione commerciale, a meno che non si tratti di grandi Artisti Planetari, che sono divenuti Brand Commerciali essi stessi.

Le imposizioni legate al business discografico, unite alla completa mancanza totale di valori (e qui metto in primo piano l’incapacità genitoriale della mia generazione), hanno contribuito enormemente a facilitare un forte individualismo ed una completa atarassia verso l’Arte da parte dei giovani, per cui il Rock, con la sua storia ed i suoi messaggi a volte complessi, non è più interessante.

Odio da anni l’estremo conservatorismo dei duri e puri del Rock tanto quanto odio, ed il lettore conosce bene la mia posizione in merito, l’intero apparato discografico che ha il grave torto di aver prodotto della musica scadente, attraendo grandi masse di giovani e favorendo il dileguarsi delle parole “Talento”, “Arte” e “Vocazione” e … “(…) lasciando alle generazioni future il vuoto di una musica techno rimanipolata al computer … ritmi ormai sintetizzati, canzoni che inneggiano la violenza e spazzatura sdolcinata slavata e smancerosa”, per citare il solenne monologo di Elwood Blues nel sequel dei Blues Brothers.

Uno dei fenomeni che ha contribuito al declino del Rock è quello che chiamo “artificial lung” e cioè “polmone artificiale”.

Le Majors sfruttano il più possibile artisti in età pensionabile o addirittura non più fra noi (Lemmy dei Motörhead ha venduto più dischi da morto che da vivo; n.d.a.), gente che a 80 anni è ancora sulla breccia ed è obbligata a pagliacciate tra live, studi di registrazione e promozione.

Questi gruppi storici stanno completamente oscurando le giovani rock band che, non avendo attenzione da parte delle Etichette Discografiche, finiscono per suonare cover degli stessi dinosauri del Rock, che oscurano le giovani bands. Insomma un loop destinato a durare fino all’infinito, o quanto meno fino a completa estinzione dei rocker triassici.

Ma per fortuna l’incapacità di produrre talenti emergenti da parte delle Majors non ha impedito al Rock di poter continuare ad esprimersi.

Ogni giorno infatti nascono band rock molto valide che produttori illuminati, quasi sempre legati ad Etichette Indipendenti, continuano a scovare in qualche garage e, rischiando in proprio, decidono di investire sui giovani talenti.

Questi sono i veri artefici del cambiamento!

L’augurio è che nascano e vengano scovati migliaia, milioni, centinaia di milioni di artisti (non solo rockers) a cui venga lasciata piena libertà creativa. Da tenere d’occhio sicuramente le seguenti band italiane che vi consiglio di ascoltare: DHARMA 108,  CASABLANCA ed i giovanissimi ENDLESS HARMONY della bravissima Pamela Pèrez (voce) con cui recentemente con la mia band, gli UEMMEPI, abbiamo avuto l’onore di dividere il palco.

Affinché emerga la creatività e la vera Musica, come la vera Arte, servono delle guide, degli educatori che pongano al centro il Bello della Musica perché il problema non è Rock sì e Trap no!

Senza testimoni ed appassionati educatori non ci sarà cultura e quindi chiarezza tra la contrapposizione di motivetti insulsi e degradanti legati al largo e veloce consumo e l’Arte vera.

Il grande Blu Lou (Marini) in una recente intervista mi disse: Non siamo più abituati ad accompagnare i giovani nell’ascolto dell’arte vera che apre la mente ed il cuore al bello! Se un giovane sapesse con quale violenza la macchina pubblicitaria delle “discografiche” manipola le coscienze… tornerebbe al Blues.

Lo stesso vale per il Rock.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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