il cielo si disintegra

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  • Corrado Faletti è una figura complessa e poliedrica del panorama culturale e giornalistico italiano contemporaneo, capace di intrecciare nel suo percorso professionale e intellettuale dimensioni differenti — pedagogiche, civiche, storiche e mediatiche — in un’unica visione coerente e profondamente etica del giornalismo. La sua importanza nel panorama giornalistico odierno non si misura soltanto con i parametri della notorietà o della carriera accademica, ma soprattutto con la capacità di proporre un modello alternativo di giornalismo: quello che egli stesso definisce, con felice intuizione, “giornalismo pedagogico” o “giornalismo educativo”.

C’è una domanda che, più di altre, merita di essere posta senza l’alibi della retorica e senza la protezione dei comunicati stampa: ma dove va a finire il cielo?

Non il cielo in senso meteorologico, che continua a fare il proprio mestiere con una dignità che i nostri governi hanno disimparato, alternando nubi, luce e tempeste senza consultare alcun sondaggista.

Parlo del cielo come orizzonte morale, come patto implicito tra l’umano e il limite, come spazio simbolico in cui una comunità decide se vuole vivere con una grammatica condivisa oppure procedere, molto modernamente, a colpi di eccezioni.

La nostra epoca ha inventato una strana forma di ateismo pratico che non nega Dio, nega il vincolo.

Non bestemmia, semplicemente deroga.

E se un tempo la deroga era un incidente, oggi è divenuta metodo: una politica dell’emergenza permanente, una liturgia amministrativa che pronuncia la formula magica “necessità” e, come per incanto, trasforma l’indecente in inevitabile.

La filosofia politica, che da secoli si interroga su sovranità, legittimità e giustizia, osserva qui un fenomeno interessante: la sovranità contemporanea non si misura più dalla capacità di garantire diritti, ma dalla destrezza con cui li sospende.

Il potere non promette più un mondo migliore, promette un male gestibile, possibilmente in rate comode.

Intanto il cielo, quello simbolico, arretra.

L’etica è usata solo come accessorio e la governance come scusa.

I governi del mondo, con rare eccezioni che si contano come gli alberi in un parcheggio, sembrano aver sottoscritto un protocollo tacito: l’etica va bene, purché non intralci.

È una morale da cruscotto, una spia luminosa che si accende solo quando la stampa fa rumore.

Per il resto, l’etica è stata ridotta a un elegante ornamento di fine documento, un “valore” incollato in appendice, come quelle frasi nelle brochure: sostenibilità, inclusione, responsabilità, resilienza.

Parole che, a forza di essere ripetute senza opere, si sono fatte leggere come lo sfondo musicale dell’ascensore: non disturbano, non convincono, non impegnano.

La satira, qui, non deve inventare quasi nulla.

È sufficiente descrivere.

In un mondo che proclama la trasparenza, la verità si è fatta labile, non perché sia scomparsa, ma perché è stata trasformata in opzione narrativa.

Non si mente più, si seleziona.

Non si falsifica, si contestualizza.

Non si tradisce un mandato, si riposiziona la linea.

E quando la realtà diventa scomoda, la si chiama “percezione”: un capolavoro lessicale.

Così il cittadino non è più soggetto di diritti ma consumatore di versioni; e la politica, non essendo più guida, diventa scenografia: cambia luci, inquadra, taglia, e spera che nessuno faccia caso al palco che scricchiola.

Questo slittamento ha un costo antropologico.

Se l’etica è un accessorio, allora anche l’umano lo diventa.

L’individuo si riduce a dato, profilo, target, rischio assicurativo, numero nella tabella.

La dignità, parola antica e severa, viene trattata come una valuta che può svalutarsi, rivalutarsi, essere sospesa in nome del “contesto”.

Il contesto, oggi, è un idolo efficiente: assolve tutto, perché non ha volto e non conosce vergogna.

La fabbrica delle eccezioni è quando il limite diventa nemico, ma ogni società dovrebbe reggersi su un’idea di limite.

Il limite non è una punizione, è una forma di cura: dice fino a dove posso spingermi senza distruggere ciò che mi rende umano.

Il nostro tempo, invece, ha dichiarato guerra al limite, scambiandolo per impedimento, per freno ingiustificato, per antichità burocratica.

Il risultato è una politica che non costruisce più cornici, costruisce scappatoie.

E qui la deriva è davvero globale: la vedi nelle democrazie stanche che governano a colpi di decreti e algoritmi, la vedi nei regimi che non fingono neppure più, la vedi nei sistemi ibridi che usano il linguaggio dei diritti per confezionare controlli più intelligenti.

La tecnologia, che potrebbe essere strumento di emancipazione, diventa volentieri il domestico del potere: non perché sia “cattiva”, ma perché è neutrale e l’assenza di etica è il miglior alleato di chi decide senza farsi giudicare.

L’algoritmo non ha coscienza, ma ha una qualità politica straordinaria: permette di dire “non siamo stati noi”.

Il capolavoro, però, è la normalizzazione dell’eccezione. Un tempo l’eccezione aveva un pudore: si presentava come temporanea, straordinaria, dolorosa.

Oggi l’eccezione è diventata comfort.

La politica la ama perché consente di evitare la fatica del consenso e la lentezza della deliberazione.

Ed è proprio qui che il cielo si consuma: quando l’emergenza diventa una forma di governo, l’etica diventa una forma di intralcio.

Oggi ci rimane Il cittadino come spettatore e la responsabilità come oggetto smarrito.

La deriva etica non nasce solo “in alto”, nasce anche nella trasformazione “in basso” del cittadino in spettatore.

Non per colpa del cittadino, ma per un processo culturale che lo ha educato a reagire più che a comprendere.

L’opinione pubblica viene allenata come un muscolo riflesso: indignazione, dimentico, nuova indignazione.

La democrazia si riduce a una gara di reazioni; e chi governa, anziché temere questo teatro, lo usa: una notizia al giorno, un nemico alla settimana, un capro espiatorio a trimestre.

La politica diventa un’arte di dislocazione della colpa: se qualcosa va male, è colpa del precedente governo; se va bene, è merito di questo.

Se i numeri smentiscono, si cambiano i criteri; se la realtà insiste, si cambia il racconto.

La responsabilità, così, non scompare: migra.

Si sposta dove non la si può inseguire.

Si frammenta in commissioni, task force, cabine di regia, organismi tecnici, tavoli, sotto-tavoli, e quel luogo mitologico chiamato “Europa” o “Comunità internazionale” o “mercati”.

Tutto diventa troppo complesso per essere imputabile; tutto diventa imputabile a tal punto da non essere più di nessuno.

È una forma sofisticata di irresponsabilità istituzionale: molti attori, nessun colpevole.

E quando nessuno è responsabile, il cielo non è più sopra di noi: è dietro, come un oggetto dimenticato.

Il momento più comico, se non fosse tragico, è quello della virtù performativa: la sfilata dei valori.

I governi e le istituzioni, quando vogliono apparire buoni, non diventano migliori: diventano più bravi a rappresentarsi migliori.

L’etica si fa hashtag.

La giustizia sociale diventa un panel.

La pace è una giornata mondiale con foto di rito. L’ambiente è un convegno in un hotel con aria condizionata a temperatura polare.

La lotta alla povertà è un documento in PDF con grafici colorati, rigorosamente non vincolanti.

In questa commedia della bontà, la parola “sostenibile” merita un premio alla carriera: sostiene qualsiasi cosa, tranne la propria credibilità.

E mentre le istituzioni recitano, la realtà fattura: disuguaglianze che crescono, precarietà che diventa identità, guerre che ritornano come un vecchio vizio, polarizzazioni che trasformano il dissenso in odio, e un’ansia collettiva che viene trattata come un problema di comunicazione, non di giustizia.

Ma dove va a finire il cielo? ecco la vera risposta scomoda.

Il cielo finisce dove lo spingiamo ogni volta che accettiamo l’idea che il fine giustifichi i mezzi senza chiedere conto del fine e dei mezzi.

Finisce dove la politica si permette di dire “non c’era alternativa” invece di dire “questa è la scelta e me ne assumo la responsabilità”.

Finisce dove la verità viene trattata come un inconveniente e la menzogna come una strategia.

Finisce dove la dignità diventa negoziabile e il limite diventa ridicolo.

Ma il cielo finisce soprattutto in un luogo intimo, che la filosofia morale conosce bene e che la pedagogia riconosce immediatamente: finisce nella rinuncia alla formazione del giudizio.

Perché l’etica, in fondo, non è l’insieme delle regole che si declamano, è la capacità di distinguere, valutare, scegliere e rispondere.

È un’educazione della libertà.

E una libertà non educata diventa facilmente libertà di predare.

Se vogliamo una conclusione che non sia solo elegia, bisogna dirlo con semplicità: la deriva etica non si cura con nuove parole, si cura con nuove pratiche.

Si cura reintroducendo nella politica e nella vita pubblica tre cose che oggi sembrano rivoluzionarie proprio perché sono antiche: vergogna, misura, responsabilità.

Vergogna non come umiliazione, ma come consapevolezza del limite; misura come capacità di non trasformare ogni problema in una guerra; responsabilità come coraggio di firmare le conseguenze delle proprie decisioni.

E forse, allora, il cielo non “torna” come un miracolo. Torna come un lavoro.

Perché il cielo, alla fine, non è un posto: è una promessa.

E le promesse, quando non vengono mantenute, non si perdono nel nulla. Si trasformano in macerie.

E noi, in mezzo alle macerie, continuiamo a chiederci: ma dove va a finire il cielo.

 

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  • Corrado Faletti è una figura complessa e poliedrica del panorama culturale e giornalistico italiano contemporaneo, capace di intrecciare nel suo percorso professionale e intellettuale dimensioni differenti — pedagogiche, civiche, storiche e mediatiche — in un’unica visione coerente e profondamente etica del giornalismo. La sua importanza nel panorama giornalistico odierno non si misura soltanto con i parametri della notorietà o della carriera accademica, ma soprattutto con la capacità di proporre un modello alternativo di giornalismo: quello che egli stesso definisce, con felice intuizione, “giornalismo pedagogico” o “giornalismo educativo”.

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