Mnemosyne, il buco della memoria e il feed
Da “1984” ai deepfake: quando la verità non viene solo negata, viene progettata.
C’è un momento — sempre più frequente — in cui capisci che non stai più discutendo di idee, ma di realtà. Non della tua opinione su un fatto: del fatto stesso.
È successo a tutti noi, ormai, almeno una volta. Ci arriva una notifica, un video, un nuovo tassello nel feed di un social. Un volto noto parla: dice parole impossibili. Il labiale combacia. Il tono è “giusto”. Il contesto è quello che ci saremmo aspettati, ma il contenuto è, almeno, sorprendente. E soprattutto: circola già da ore, con l’inerzia tipica delle cose che confermano ciò che una parte del pubblico desiderava sentirsi dire. Poi qualcuno prova a ricostruire: esce la smentita, “il video è falso”. E si apre la fase due, quella più corrosiva: non la smentita, ma la guerra di logoramento. Perché ormai non basta dimostrare che un contenuto è manipolato: bisogna convincere persone stanche, polarizzate, affamate di appartenenza, che la dimostrazione merita attenzione. In un ecosistema dove l’attenzione è merce, la verifica è essa stessa un lusso.
La manipolazione informativa come rischio sistemico.
L’Europa ha iniziato a trattare la manipolazione informativa come un rischio sistemico, non come un vizio individuale. Il Digital Services Act chiede alle piattaforme e ai provider di fare valutazioni su possibili campagne coordinate di disinformazione e sui rischi che derivano dal design e dal funzionamento del servizio stesso; e impone misure di mitigazione coerenti con quei rischi.
Il Codice di condotta sulla disinformazione, in particolare, è un quadro di lavoro pionieristico della Commissione concordato da un’ampia gamma di stakeholder interessati: piattaforme online, motori di ricerca, attori del settore pubblicitario, fact-checking e organizzazioni della società civile, ecc. Istituito nel 2018, è stato significativamente rafforzato nel 2022, con l’obiettivo di essere riconosciuto come Codice di condotta ai sensi del Digital Services Act (DSA). Nel gennaio 2025, i firmatari del Codice, compresi quelli designati come Very Large Online Platforms (VLOP) e Very Large Online Search Engines (VLOSE) (Facebook, Instagram, LinkedIn, Bing, TikTok, YouTube e Ricerca Google), hanno presentato i documenti necessari a supporto della loro richiesta di conversione in un Codice di condotta ai sensi del DSA. Su tale base, l’Ente europeo per i servizi digitali e la Commissione hanno adottato pareri positivi, concludendo che il Codice soddisfa le condizioni specificate nel DSA e approvandone l’integrazione ufficiale nel quadro del DSA. Pertanto, il Codice diventerà un parametro di riferimento rilevante per determinare la conformità della DSA in merito ai rischi di disinformazione per i fornitori di VLOP e VLOSE che aderiscono e rispettano i suoi impegni. Su richiesta dei firmatari, la conversione del Codice entrerà in vigore a partire dal 1° luglio 2025, rendendo i suoi impegni verificabili a partire da tale data.
Sul fronte della propaganda politica, nel 2024 è stata adottata la regolazione UE 2024/900 su trasparenza e targeting della pubblicità politica: con alcune eccezioni, diventerà applicabile dal 10 ottobre 2025. Per le elezioni, la Commissione ha anche pubblicato un best-practice election toolkit che prova a tradurre queste responsabilità in indicazioni operative (e non è un dettaglio: significa riconoscere che l’integrità del voto passa anche dalla qualità dell’ambiente informativo).
Sul fronte dei contenuti sintetici, la Commissione sta lavorando a un Codice di pratica su marcatura/etichettatura dei contenuti generati dall’IA in vista dell’entrata in vigore degli obblighi di trasparenza dell’AI Act (articolo 50), che — e questo è cruciale — diventeranno vincolanti nell’agosto 2026. In vista di questo snodo, le big tech alzano la posta in gioco, e provano ad assicurarsi per tempo “fette di potere” (share) per salvaguardare i loro interessi nel vecchio continente.
‘1984’ e la manipolazione “social”.
Almeno in Europa, dunque, i legislatori hanno finalmente ammesso ciò che la cronaca rende evidente ogni settimana. La manipolazione non è un’anomalia: è una strategia. E in alcuni casi è anche un mercato. Ed è su questo punto, cruciale, che non è più possibile non citare, in questa rubrica, “1984” di George Orwell.
“1984” non è soltanto il romanzo dei teleschermi e della polizia del pensiero. È, soprattutto, un manuale narrativo su come si governa una società non controllando solo i corpi, ma colonizzando linguaggio, memoria e coerenza mentale. Orwell non aveva previsto i social. Aveva previsto il problema più profondo che le piattaforme sociali additano ma non mostrano con chiarezza.
La distorsione e quindi il torto più comune che facciamo a “1984” è ridurlo a una profezia tecnologica: “ci spiano”. Certo, ci spiano, m il punto di Orwell è più sottile: il potere non vince quando ti vede. Vince quando riesce a farti vivere in un mondo in cui la verità non è più un criterio, ma una funzione. Per dimostrare questa tesi, basta richiamare tre invenzioni narrative presenti in “1984” che, oggi, suonano meno come distopia e più come anatomia della società contemporanea.
La prima è quella della Neolingua, ovvero la capacità di ridurre il vocabolario per ridurre il pensiero possibile. Non censura spettacolare: amputazione graduale della capacità di articolazione di pensiero critico grazie al linguaggio, attraverso il linguaggio. La manipolazione della lingua diventa manipolazione della percezione della realtà, e quindi della realtà stessa. Qui Orwell sembra citare Wittgenstein, che già nel suo celebre “Tractatus” (Tractatus logico-philosophicus, 1921/1922) identificava pensiero e linguaggio, vedendo quest’ultimo come raffigurazione logica del mondo (“I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo”).
La seconda invenzione orwelliana che suona oggi iperattuale è quella del Bipensiero: la capacità di credere simultaneamente a due cose incompatibili, perché l’appartenenza conta più della logica. Due più due fa cinque. Fa anche cinque, se il potere vuole che noi lo crediamo. Questo tema, in realtà, va oltre la problematica del deep-fake in senso stretto, e abbraccia dinamiche più ampie (formazione delle fake-news, echo-cambers, polarizzazione e gruppi di contrasto). La nostra epoca sembra incarnare alla perfezione questo concetto, quando vediamo individui, magari perfettamente “funzionanti” in altri ambiti della loro vita sociale, abbracciare determinate convinzioni o sistemi di credenze, anche laddove questi sono apertamente smentiti dalla comunità scientifica dominante. Si pensi ai terrapiattisti o, con dinamiche ancora più complesse, al movimento “no-vacs”. Le logiche identitarie collettive, il sentimento di appartenenza, prevale sulla verifica puntuale, sull’analisi critica.
L’ultima invenzione, collegata alle due precedenti, è quella del “Buco della memoria”: riscrivere il passato non per mentire una volta, ma per far sì che nessuno abbia più il terreno su cui misurare la menzogna. In assenza di possibilità di controverifica, la menzogna diventa reale; se il potere può plasmare in modo definitivo il ricordo collettivo, l’atto di manipolazione diventa capacità di riscrivere la storia. La “verità” è, definitivamente e irrimediabilmente, quella scritta dal Potere. La storia è sempre stata scritta dai vincitori, ma nell’attualissima distopia orwelliana agli sconfitti viene così sottratta ogni possibilità di riscatto.
La modernità digitale non copia Orwell in modo servile. Lo supera in un punto decisivo: nella nostra versione, la riscrittura della realtà non è soltanto politica. È economica. È industriale. È ottimizzata. Perché nel nostro ecosistema la verità compete con un avversario sleale: l’engagement. E l’engagement non premia ciò che è vero; premia ciò che è attivante: indignazione, paura, identità, tribù. Qui la sovrastruttura non è il Ministero della Verità: è una filiera più insidiosa, perché meno individuabile, fatta di incentivi, metriche, targeting, amplificazione.
La Commissione europea stessa descrive la manipolazione informativa (sia interna sia esterna, straniera) come una minaccia alla capacità dei cittadini di prendere decisioni informate, e sottolinea che le nuove tecnologie hanno aumentato scala e velocità di queste operazioni. Un briefing recente del Parlamento europeo mette a fuoco il salto di fase: l’IA generativa non solo facilita la produzione di contenuti, ma può accelerare e trasformare l’informazione manipolativa nel contesto geopolitico e democratico. Questa è la vera eredità di Orwell nel 2025: non solo “ci ascoltano”, ma soprattutto “ci allenano”.
Programmare la realtà: perché il falso funziona così bene
Oggi serve dunque una nuova disciplina morale: nessun facile disprezzo per chi “ci casca”. Perché la vulnerabilità non è colpa, è condizione umana. E perché le architetture contemporanee lavorano proprio su condizioni prevedibili: fretta, carico cognitivo, isolamento, bisogno di appartenenza. Quando una comunità è polarizzata, la domanda che guida molte scelte non è “è vero?”, ma “da che parte stai?”. È bipensiero in versione social: non la contraddizione come incidente, ma come prezzo dell’identità. E quando il flusso è continuo, la memoria si assottiglia. Il “buco della memoria” non è più un camino dove bruciano documenti; è un feed che seppellisce tutto sotto una valanga di apparente novità. La smentita arriva, ma non resta o, in genere, non prevale. Direbbero i tecnici: non indicizza tanto quanto la fake news che dovrebbe contrastare. La “verità” si misura a colpi di impression, like, o per numero di follower.
A questo punto, discernere la verità diventa una forma di fatica. E la fatica — lo sappiamo — è politicamente fertile: riduce la capacità di ascolto, aumenta la reattività a scapito della riflessione critica, irrigidisce le tribù, radicalizza le polarizzazioni. Il romanzo di Orwell era un totalitarismo verticale. Il nostro, spesso, è una stanchezza orizzontale che rende la società più manipolabile senza bisogno di stivaloni.
Miti e memoria: Lethe e Mnemosyne
Per meglio comprendere questi fenomeni, dobbiamo scomodare non uno ma due mitologemi della mitologia greca classica. Il primo è Lete, il fiume dell’oblio. Chi si abbevera alle sue acque dimentica.
Il mito orfico del fiume Lete, reso celebre da Platone nel decimo libro della sua Repubblica, si coglie già nell’etimologia del nome (lēthē deriva da lanthano, che vuol dire appunto dimenticare). È però interessante notare come questa dimenticanza non avesse una connotazione unicamente negativa nella cultura greca: Platone narra infatti che le anime nell’oltretomba ne bevono l’acqua per dimenticare le loro vite passate prima della reincarnazione, permettendo un nuovo inizio; Dante lo riprende questa versione nel Purgatorio, collocando il fiume addirittura nel Paradiso Terrestre, dove le anime purificate si bagnano per dimenticare i peccati prima di salire in Paradiso (accanto al fiume Eunoè, che invece ravviva il ricordo delle azioni buone). La memoria, dunque, ovvero la sua perdita, è legata ad una soglia fondamentale, quella della rinascita. Ma quale trasformazione vuole per noi oggi il mercato?
Per provare a rispondere a questa domanda dobbiamo richiamare un’altra figura mitica fondamentale legata alla memoria: Mnemosyne, madre delle Muse, che incarna appunto la Memoria: senza di essa non nasce arte, non nasce canto, non si articola un racconto condiviso. La memoria è il meccanismo abilitante del pensiero creativo e critico, a sua volta radice del senso della comunità.
Il nostro tempo assomiglia a una città costruita sulle rive di Lete: l’acqua scorre ovunque, sotto forma di flusso informativo infinito. Non ci vieta di ricordare; semplicemente rende il ricordo improbabile.
E allora la resistenza non è “avere ragione”. È proteggere Mnemosyne: costruire archivi, pratiche, comunità, rituali di verifica. Perché senza memoria non c’è cittadinanza, solo consumo emotivo del presente.
Dal mito al presente: cronaca minima della propaganda sintetica
Prendiamo allora esempi concreti, non per fare la lista della vergogna, ma per individuare possibili pattern.
In Italia, nell’aprile 2025, partiti d’opposizione hanno presentato un esposto ad Agcom contro la Lega per l’uso di immagini generate dall’IA, giudicate razziste e xenofobe, diffuse sui social e associate a notizie reali: un corto circuito potentissimo, perché l’immagine falsa “dà corpo” alla paura e si innesta su eventi veri. In Ungheria, nell’ottobre 2025, il leader dell’opposizione Péter Magyar ha annunciato un esposto per un video che descrive come deepfake, in cui sembrerebbe sostenere tagli alle pensioni: un caso esemplare perché mostra come il deepfake non sia solo pornografia o truffa, ma arma politica; l’obbligo di etichettatura previsto dall’AI Act diventerà applicabile solo nel 2026.
Ma come già richiamato all’inizio di questo articolo, il problema va oltre il deep-fake esplicito; il rovescio della medaglia, meno spettacolare ma forse più strutturale, è nella micro-infrastruttura della persuasione, cioè il targeting.
Un’inchiesta citata da Le Monde a giugno 2025 ha mostrato come su X siano state possibili forme di targeting pubblicitario basate su criteri politicamente sensibili, pratica proibita dal diritto UE (GDPR) senza specifiche condizioni e consensi; e richiama anche il tema della responsabilità condivisa tra piattaforme e inserzionisti. Se persino la coscienza politica può essere ‘targettizzata’ in modo opaco, allora la sfera pubblica smette di essere “agorà” e diventa un insieme di corridoi privati: ognuno vede solo un pezzo, e pensa che il proprio pezzo sia il mondo. In questo contesto si appiattisce la visione della realtà, si perde il dibattito critico, si atrofizza la dialettica e il pensiero analitico.
Non stupisce che l’Unione abbia voluto una regolamentazione specifica sulla pubblicità politica (2024/900), proprio per rendere più riconoscibile chi paga, chi targettizza e con quali criteri; applicabile, come detto, dal 10 ottobre 2025, con alcune eccezioni. E non stupisce neppure che, sul tema disinformazione, la battaglia sia diventata anche geopolitica e simbolica: proprio in questi giorni (23–24 dicembre 2025) è esploso un caso di tensione transatlantica legato a misure statunitensi contro figure europee coinvolte nella lotta a disinformazione e hate speech, nel contesto dello scontro narrativo su DSA e “censura”. È la prova che il conflitto non è solo tecnico: è una guerra sul significato stesso di libertà di espressione nell’era delle piattaforme ed evidentemente le posizioni “civiche” dei vertici europei non sono gradite ai grandi gruppi tecnologici, soprattutto statunitensi, che in Europa continuano a fare affari d’oro grazie alla nostra attenzione e ai dati che ci riguardano.
La verità come costo, la manipolazione come investimento
Qui Orwell torna ancora attuale: perché “libertà” è una parola che può essere svuotata, ricaricata, rivenduta. Neolingua si, ma con clickbait e comunicati stampa. Oggi dobbiamo essere severi con i sistemi, non con le persone. E il sistema, oggi, è questo: le architetture digitali guadagnano di più quando noi abbassiamo la guardia. E tendiamo ad abbassare la nostra soglia di critica più a lungo quando qualcosa ci accende. Paura e indignazione sono carburanti efficienti, soprattutto se la piattaforma può misurare in tempo reale che cosa ci “com-muove”.
Il deepfake, in questo scenario, è un prodotto perfetto: riduce il costo di produzione della propaganda, aumenta la plausibilità emotiva, accelera la circolazione. E mentre aspettiamo che gli obblighi di trasparenza dell’AI Act diventino pienamente applicabili (agosto 2026 per l’articolo 50), il mercato continua a fare ciò che sa fare: sperimentare, ottimizzare, iterare. Ma attenzione: pensare che “basterà etichettare” è una versione moderna della fede nella compliance. L’etichetta è necessaria, sì, ma non è sufficiente. Perché il vero problema non è solo riconoscere un falso: è impedire che la società perda la capacità di dare peso al vero.
Se la verità diventa una questione di appartenenza, se ogni smentita viene letta come attacco tribale, allora il fact-checking rischia di diventare solo un’altra parte del tifo. Orwell lo chiamava bipensiero. Oggi lo chiamiamo “polarizzazione”, ma la ferita è la stessa: la coerenza mentale cede, e con essa la democrazia rappresentativa.
Dal veleno all’antidoto
Come sempre, non c’è una soluzione semplice a problemi così vasti e totalizzanti. È però possibile provare almeno a delineare percorsi di resistenza civica — difficili, imperfetti, eppure praticabili.
- Rendere costosa la manipolazione, non la verità
Il DSA prova a farlo chiedendo risk assessment e mitigazioni, e integrando strumenti come il Codice sulla disinformazione. La partita vera, allora, è al livello di enforcement: far sì che “rischio sistemico” non resti una categoria letteraria. Per migliorare questo sarebbe utile ad esempio facilitare le segnalazioni da parte degli utenti, per contribuire ad una “vigilanza dal basso”. - Trasparenza politica come igiene democratica
La regolazione 2024/900 va letta così: non come inutile burocrazia, ma come tentativo di riportare la propaganda digitale in un perimetro riconoscibile, tracciabile, contestabile. Per questo occorre una nuova “educazione civica”, non solo ai più giovani ma (soprattutto) agli adulti, non sempre edotti a dovere sulle politiche comunitarie. - Provenienza, archivi, memoria: salviamo Mnemosyne
Etichette e watermark aiutano, ma servono anche istituzioni culturali e civiche del ricordo: archivi pubblici delle campagne, repertori dei contenuti politici, giornalismo che non rincorre solo il “nuovo” ma ricostruisce i fili, in chiave “pedagogica”. Se il feed è Lete, la risposta è costruire infrastrutture di memoria condivisa. - Educazione non solo alla tecnologia, ma anche alla comprensione delle dinamiche di potere
Non basta “alfabetizzazione digitale” intesa come mera capacità di usare strumenti. Serve alfabetizzazione al potere persuasivo: capire default, target, frizioni, incentivi, e soprattutto la psicologia del conflitto. Perché molte guerre informative non vogliono convincerci di una tesi: vogliono stancarci della verità, anzi, della ricerca della verità, rendendola sempre più faticosa. - Ridurre la solitudine cognitiva
La manipolazione funziona meglio su individui isolati. Comunità di ascolto, spazi di confronto, pratiche collettive di verifica: non sono utopia, ma principi di sicurezza democratica.
In chiusura
Orwell non ci ha lasciato un manuale per riconoscere i deepfake, bensì un avvertimento più radicale: quando il potere riesce a governare linguaggio e memoria, la libertà diventa una parola elastica, pronta a coprire qualunque cosa. E allora la domanda scomoda — oggi — non è: “Come difendiamo la verità?” ma, prevedibilmente: “chi guadagna quando la verità diventa faticosa, e quanto siamo disposti a pagare per continuare a chiamarci cittadini invece che utenti?”
Quel che è certo è che la “guerra dei deepfake” è appena cominciata. E se pensiamo alle possibili applicazioni dei nuovi modelli AI alla comunicazione pubblica, politica e addirittura istituzionale, comprendiamo come il rischio di manipolazione non sia solo un problema di tutela dei consumatori, ma una minaccia per i fondamenti stessi delle democrazie rappresentative.
Punti d’azione (per andare oltre la riflessione)
- Qual è un nostro possibile “buco della memoria” quotidiano: cosa lasciamo scorrere senza più verificarlo, solo perché “non abbiamo tempo”?
- Quando abbiamo condiviso l’ultima cosa “troppo perfetta per essere vera”? Perché ci ha sedotto?
- In quali temi ci accorgiamo che la domanda “è vero?” viene dopo “da che parte sta?”
- Quale pratica concreta di memoria potremmo adottare (archivio, note, fonti, confronto) per non vivere solo nel flusso?
- Chi potremmo coinvolgere per trasformare una verifica individuale in un’abitudine collettiva?
Link e riferimenti
- Commissione Europea:
- Digital Services Act: Questions and Answers
- DSA Elections Toolkit for Digital Services Coordinators
- The Code of Conduct on Disinformation
- Code of Practice on marking and labelling of AI-generated content
- Strategic communication and countering foreign information manipulation and interference
- Unione Europea
- Reuters
- The Guardian
- Le Monde.fr
- AP News
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