Natura oltre le cose, la natura morta che regala emozioni

In mostra, più di 3000 anni di civiltà, dalle origini sino ad oggi, attraverso una rappresentazione non solo pittorica ma anche scultorea con le opere di Rodin e Giacometti, Boccioni e Manzoni; oggetti in ceramica (Faenza), antichi manufatti africani (campana cerimoniale del Benin), installazioni (i giardini distopici di Hiroshima di Tetsumi Kudoo, le chewing-gums di Gonzalez-Torres, la tavola apparecchiata del rumeno Spoerri, 1963) e  addirittura i film di Jaques Tati (“Playtime”, scena della poltrona), Antonioni e Tarkovskij.

le cose louvre
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È un lungo e affascinante viaggio, quello che il Museo del Louvre di Parigi propone ai visitatori, con il grande progetto espositivo “Les Choses, une histoire de la nature morte”, inaugurato l’8 ottobre 2022.

“Le cose, una storia della natura morta”

Considerata a lungo un genere minore e del quale spesso si conosce solo qualche tassello – per esempio quello più recente reso noto da Chardin e quello universalmente noto di Caravaggio – la natura morta, da tempo ormai riconosciuta a tutti gli effetti genere autonomo, viene rivisitata in maniera originale.

A proposito di Caravaggio, è lui il grande assente della mostra.

Potremmo definire “Les Choses, une histoire de la nature morte” una mostra – racconto preziosa ed emozionante che, attraverso un vero e proprio viaggio nel tempo, traghetta il pubblico indietro nei secoli, raccontando la storia delle Choses, delle Cose, dalle esperienze figurative più antiche della Mesopotamia e dell’Egitto, all’apoteosi del XVII secolo sino a quelle più recenti (Dalì, Picasso, De Chirico, Morandi) e contemporanee (Goldin con “1st days in quarantine, Brooklyn, NY, 2020”).

In mostra, dunque, più di 3000 anni di civiltà, dalle origini sino ad oggi, attraverso una rappresentazione non solo pittorica ma anche scultorea con le opere di Rodin e Giacometti, Boccioni e Manzoni; oggetti in ceramica (Faenza), antichi manufatti africani (campana cerimoniale del Benin), installazioni (i giardini distopici di Hiroshima di Tetsumi Kudoo, le chewing-gums di Gonzalez-Torres, la tavola apparecchiata del rumeno Spoerri, 1963) e  addirittura i film di Jaques Tati (“Playtime”, scena della poltrona), Antonioni e Tarkovskij.

Joachim Beuckelaer(Anvers, vers 1533 - Anvers, vers 1574) La Boutique du boucher macelleria), 1568 Huile sur bois Naples, Museo e Real Bosco di Capodimonte, 2022
Joachim Beuckelaer
(Anvers, vers 1533 – Anvers, vers 1574)
La Boutique du boucher
macelleria), 1568
Huile sur bois
Naples, Museo e Real Bosco di Capodimonte, 2022

Le opere

La mostra raccoglie oltre 170 opere che hanno l’obiettivo primario, per come sono state scelte, di accostare correnti ed epoche diverse (da Arcimboldo ai fiamminghi, da Van Gogh ai simbolisti, da Mirò ad Andy Warhol), senza particolare attenzione per la provenienza geografica, ma con l’occhio attento in grado di approfondire diversi aspetti degli oggetti inanimati, reinterpretando il genere anche dalla visuale della relazione dell’uomo con i beni materiali ed il loro valore simbolico e spirituale.

Foujita Tsuguharu
Foujita Tsuguharu
(Tokyo, 1886 – Zurich, 1968)
Mon intérieur, Paris. Nature morte au réveil-matin, 1921
Huile sur toile collée sur panneau de bois parqueté
Paris, Musée national d’Art moderne – Centre Pompidou,

Oggetti comuni

L’esposizione presenta una carrellata delle choses ordinaires, oggetti comuni, più celebri: non solo la frutta e i fiori della vita semplice, ma anche le monete (iconico l”Europortait” di Esther Ferrer), gli strumenti musicali e le candele (“La Bougie rose” di Henri Rousseau, 1904), oppure le bottiglie (Braque e Morandi) o gli alimenti (gli asparagi di Manet, i carciofi di De Chirico, le arance di Matisse, il prosciutto di Gauguin, il  “Foodscape” dello svedese Errò o le cozze assemblate in resina del belga Broodthaesrs), gli animali morti di Goya, Rembrandt e Zurbaran, ma anche il pollo gigante appeso a testa in giù dell’australiano Mueck, che rievoca la pandemia aviaria del 2009, e tanto altro ancora. Le Choses diventano pertanto veicoli di un messaggio non fine a se stesso.

Ed ecco che i teschi (colpisce il “cranio giallo in bronzo con larve di mosca” di Jake & Dinos Chapman -1964) e lo scheletro (mosaici di Pompei) rappresentano il memento mori e la vanitas, mentre i fiori appassiti ricordano all’uomo che la bellezza è effimera e passeggera, creando così connessioni sempre più ampie e profonde tra gli autori e le diverse epoche.

Francisco de Zurbarán(Fuente de Cantos, Badajoz, 1598 - Madrid, 1664) Agnus Dei, 1635-1640 Huile sur toile Madrid, Museo Nacional del Prado
Francisco de Zurbarán
(Fuente de Cantos, Badajoz, 1598 –
Madrid, 1664)
Agnus Dei, 1635-1640
Huile sur toile
Madrid, Museo Nacional del Prado

Oggetti umani

Ed è così che le choses humaines, gli oggetti umani, riappaiono nell’epoca recente, ma come mera denuncia della robotizzazione dell’uomo (il piede nudo e la scarpa di cuoio di Magritte) e della sua meccanicizzazione, con macabri riferimenti (pezzo di gamba con candela di Gober) al pericolo incombente dell’uomo che si fa cosa, in un tripudio della materia che vince su tutto e annichilisce l’anima. Non potevano mancare, infine, i riferimenti alla ossessiva accumulazione delle choses, male dei nostri tempi (Arman, 1959), o ad eventi catastrofici recenti (i tatami e i futon radioattivi di Fukuschima del fotografo Chancel).

Araona
Paul Gauguin
Paris, 1848 – Araona, fles Marquises, 1905) le lambon, 1889
Huile sur toile
Washirasion, The Phillis Collaction, 81
Peinte en 1889 probable
remier seour
Tte RAmate mom
Bretagne

Il nostro parere

È inevitabile che gli oggetti, giocoforza, perdano la loro originaria genuina identità, assumendo una sorta di surreale e angosciante ibridazione, così lontana dalla metamorfosi di ovidiana memoria, ben rievocata in mostra, che pure evidenziava la permanente instabilità del mondo.

L’audacia concettuale è ampiamente ripagata dallo scorrere, sotto i nostri occhi, di tutta la storia dell’arte, in una sintesi accattivante e convincente.

L’esposizione – che rimarrà aperta al pubblico fino al 23 gennaio 2023 – è stata allestita dalla storica dell’arte Laurence Bertrand Dorlèac, che ne è curatrice e autrice, con il contributo eccezionale del Museo d’Orsay.

Fino al 16 gennaio il Louvre espone anche, nella Rotonde Sully, una selezione di 44 disegni della scuola bolognese del ‘500, attinti dalle sue collezioni, con opere di Amico Aspertini, Pellegrino Tibaldi e Prospero Fontana.

Esther Ferrer(San Sebastián, 1937) Europortrait, 2002 Photographie Fonds de dotation lean-Jacques Lebel
Esther Ferrer
(San Sebastián, 1937)
Europortrait, 2002
Photographie
Fonds de dotation lean-Jacques Lebel

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