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  • Corrado Faletti è una figura complessa e poliedrica del panorama culturale e giornalistico italiano contemporaneo, capace di intrecciare nel suo percorso professionale e intellettuale dimensioni differenti — pedagogiche, civiche, storiche e mediatiche — in un’unica visione coerente e profondamente etica del giornalismo. La sua importanza nel panorama giornalistico odierno non si misura soltanto con i parametri della notorietà o della carriera accademica, ma soprattutto con la capacità di proporre un modello alternativo di giornalismo: quello che egli stesso definisce, con felice intuizione, “giornalismo pedagogico” o “giornalismo educativo”.

Da direttore di Betapress, la prima cosa che mi sento di dire è che quando un soggetto politico sceglie di chiamarsi Futuro Nazionale non sta semplicemente battezzando una sigla, sta scegliendo una cornice mentale.

È una cornice che parla alla nostalgia dell’ordine e alla promessa di “riprendere in mano” qualcosa che sarebbe stato sottratto, sovranità, identità, sicurezza, e lo fa con un lessico volutamente largo, quasi incontestabile, perché chi mai potrebbe dichiararsi contro il “futuro” o contro il “nazionale”.

In questo senso la scelta è tecnicamente furba e politicamente ambigua, perché consente di rivolgersi a pubblici differenti, dall’elettorato conservatore disorientato ai delusi dei partiti di governo, fino a chi cerca una bandiera semplificante in tempi complessi.

Il punto, però, è che in Italia le parole non arrivano mai da sole.

Arrivano con la loro genealogia. E qui il richiamo al “vecchio” Fronte Nazionale, al di là delle varianti storiche e delle diverse stagioni in cui quel nome è comparso, funziona soprattutto come percezione simbolica.

“Fronte” e “Nazionale” sono termini che, nella nostra storia politica, evocano l’idea di un blocco identitario, di un campo da ricompattare contro un avversario che viene presentato come esterno oppure come interno ma alieno, e cioè come tradimento, decadenza, occupazione culturale.

Non è un caso che questi vocabolari ricompaiano quando la politica vuole tornare ad essere gesto di appartenenza prima ancora che progetto di governo.

A rendere il parallelismo più immediato concorre poi la dimensione grafica.

Le cronache hanno riportato che il marchio depositato da Vannacci presenta la scritta “Futuro Nazionale” in campo blu con una fiamma tricolore stilizzata, e già questo, in Italia, non è un segno neutro.

È un segnale che parla a un immaginario preciso, quello della continuità con una tradizione post missina, o quantomeno con la sua estetica politica, anche quando la narrazione pubblica si sforza di presentarsi come “nuova” e non riconducibile a etichette pregresse.

C’è poi un elemento che, da cronista, considero quasi rivelatore.

Ancora prima di capire se Futuro Nazionale diventerà davvero un partito, si è già aperta una disputa sulla somiglianza del simbolo con quello di “Nazione Futura” e sulla possibilità di confusione.

È un dettaglio tecnico solo in apparenza. In realtà ci dice che la costruzione identitaria non nasce in un vuoto, nasce in un mercato politico dove i marchi si somigliano, le parole si riciclano, le emozioni si contendono.

E allora il sospetto, più che il confronto con un singolo “Fronte Nazionale” del passato, è che siamo davanti a un tentativo di presidiare una nicchia riconoscibile con strumenti rapidi, nome semplice, segno grafico ad alta riconoscibilità, e un messaggio che possa correre sui social e nelle piazze senza chiedere troppe spiegazioni. 

Il giudizio finale, per me, sta tutto in una domanda. Futuro Nazionale sarà un progetto politico con una proposta sociale, economica e istituzionale capace di reggere alla prova del tempo, oppure resterà un contenitore lessicale che vive di evocazioni e di contrapposizioni.

Perché la storia italiana è piena di sigle “nazionali” che hanno acceso fiammate, in senso metaforico e non, e poi si sono spente quando è arrivato il momento di trasformare l’identità in governo della complessità.

Oggi la complessità è più dura di ieri, e l’elettore, anche quello arrabbiato, alla fine chiede una cosa sola, che la politica sappia tenere insieme simboli e soluzioni, altrimenti il “futuro” resta soltanto una parola ben stampata su un cerchio blu.

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  • Corrado Faletti è una figura complessa e poliedrica del panorama culturale e giornalistico italiano contemporaneo, capace di intrecciare nel suo percorso professionale e intellettuale dimensioni differenti — pedagogiche, civiche, storiche e mediatiche — in un’unica visione coerente e profondamente etica del giornalismo. La sua importanza nel panorama giornalistico odierno non si misura soltanto con i parametri della notorietà o della carriera accademica, ma soprattutto con la capacità di proporre un modello alternativo di giornalismo: quello che egli stesso definisce, con felice intuizione, “giornalismo pedagogico” o “giornalismo educativo”.

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