Settembre 10, 2026

Oltre le classi di serie A e di serie B: la rivoluzione delle classi aperte.

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Periodicamente riaffiora l’idea nostalgica di una scuola strutturata per classi di merito, con i più bravi in una sorta di serie A e gli altri confinati in serie B o C.
Isolare in “recinti” gli studenti più fragili significa eliminare la ricchezza intrinseca del confronto e dell’apprendimento tra pari. Infatti in un ambiente eterogeneo chi è più indietro può trovare stimolo in chi è più avanti e contemporaneamente i più brillanti possono coltivare l’empatia e la preziosa capacità di condividere il sapere.
Questa visione rischia, oltre tutto, di innescare il pericoloso “effetto pigmalione”, ovvero la profezia che si autoavvera: lo studente meno abile, in serie B o C, perderà autostima e finirà inevitabilmente per rassegnarsi alla sua mediocrità.
Inoltre, in un paese in cui il rendimento scolastico è fortemente influenzato dal contesto socio-economico della famiglia d’origine, una simile divisione non farebbe altro che amplificare le disuguaglianze esistenti anziché colmarle.
La vera sfida didattica del nostro tempo, dunque, non è separare, ma personalizzare i percorsi di apprendimento. È qui che si inserisce la proposta coraggiosa e innovativa delle classi aperte per singola materia.
L’attuale sistema delle classi a “valutazione annuale” pone spesso i docenti di fronte ad una difficile scelta. Si pensi al caso di uno studente con valutazioni positive in tutte le discipline, ma con un grave quattro in matematica: si ammette lo studente alla classe successiva con la carenza, che probabilmente non recupererà mai, oppure non si ammette obbligandolo a ripetere l’intero anno e a studiare per la seconda volta materie per le quali aveva già ottenuto risultati positivi.
Con il modello delle classi aperte si ribalta la logica della “valutazione annuale”.
Lo studente con una grave carenza in una specifica materia potrà essere ammesso alla classe successiva e proseguire il suo percorso per tutte le discipline valutate positivamente, ma, per quella specifica materia valutata non positiva, frequenterà le lezioni nella classe precedente.
In questo modo si offrirebbe un anno di recupero, e non un semplice corso, capace di ricostruire le fondamenta del sapere, senza spegnere l’entusiasmo per gli altri studi.
Certamente una simile rivoluzione si scontra con una serie di vincoli non trascurabili.
Il limite più evidente è rappresentato dall’edilizia scolastica: i nostri istituti sono per la maggior parte vecchi, pensati per un modello ottocentesco fatto di aule e corridoi statici, del tutto inadeguati a gestire una fluidità di spazi e di studenti in continuo movimento.
A questo limite strutturale si sommano poi le storiche resistenze di una burocrazia ministeriale saldamente ancorata al valore legale del gruppo classe tradizionale, oltre alla titanica complessità logistica necessaria a incastrare gli orari dei docenti su base flessibile.
Eppure tali difficoltà logistiche e burocratiche non dovrebbero costituire una scusa per l’immobilismo. Sganciare la valutazione complessiva del ragazzo dal vecchio concetto di anno scolastico per abbracciare un sistema flessibile, simile ai modelli nord-europei, non deve essere vista come un’utopia irraggiungibile, ma come una reale necessità del nostro sistema formativo. È giunto il tempo di superare la scuola delle sentenze per costruire una scuola che sappia accogliere le fragilità dei ragazzi e, nello stesso tempo, valorizzare appieno i loro talenti.

Pio Mirra

Dirigente scolastico

 

Autore

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