Quando il silenzio dello Stato diventa una seconda condanna
Riceviamo e pubblichiamo questa lettera che ci giunge e che vi invitiamo a leggere attentamente.
Tante volte parliamo di “Giustizia”, “Sanità”, “Giornalismo d’Inchiesta”, “Burocrazia”, “Censura”.
Parole esaltanti ma che rimangono vuote e prive di significato.
Chi scrive e si firma con Dignità e coraggio, è una Nostra Lettrice, che pur se sfiduciata verso quello Stato, se Stato cosi si può definire , questo lo valuterete Voi se vi prendete l’Onere di leggere fino in fondo senza condizionamenti di alcuni tipo, non esita a continuare la Sua lotta per ottenere ciò che le spetta come spetterebbe ad ogni Cittadino Italiano.
Invece, come in uso in questo incredibile stato, viene costretta a dilapidare le proprie finanze a causa di una burocrazia e non solo, per non ottenere nulla, non parliamo del dolore e della dignità, perché sembrano oggi, parole incomprensibili.
L’ unica parola che tutti conoscono sono i SOLDI.
Ancora di più, “beffata” da una importante e nota rete TV, che, chissà perché, dopo averla invitata e registrata la puntata, decide che non deve più andare in onda.
Libera di farlo, per carità, ma almeno rendete nota la motivazione…
Invitiamo il Conduttore della trasmissione ed i Suoi collaboratori, che omettiamo di citare nel rispetto di quelle regole Deontologiche tanto sbandierate, a leggere quel libro che sembra abbia dato parecchio fastidio a molti dal titolo:
“Ne uccideva più la penna che la Spada”…
Rispetto ed ascolto, diventano fattori marginali, superflui e inutili, da utilizzare solo quando conviene e se interessi economici lo permettono.
Non vogliamo entrare nel merito, ma portare a conoscenza attraverso chi vive le reali situazioni.
Buona lettura.
“Spettabile Redazione,
dopo la seconda dose del vaccino Pfizer, la mia vita è cambiata radicalmente. Non è una frase fatta, è la realtà quotidiana con cui convivo da quel giorno. Dal momento stesso dell’inoculazione, per due lunghi anni, una febbre debilitante mi ha costretta a letto. Non uscivo per vivere, uscivo solo per fare esami, visite, accertamenti. Cercavo disperatamente una risposta, un nome per quello che stava accadendo al mio corpo.
Quel nome, alla fine, è arrivato.
La diagnosi redatta dagli specialisti del Servizio Sanitario Nazionale parla di PCVS post-vaccinale, POTS con disautonomie del sistema nervoso ortosimpatico, NPF, MCAS e un probabile danno mitocondriale. Parole tecniche, fredde, ma con conseguenze molto concrete: un’intolleranza allo sforzo talmente severa che oggi mi costringe a muovermi in sedia a rotelle.
Io, che prima vivevo una vita attiva, indipendente, presente.
Io, che oggi devo misurare ogni gesto, ogni passo, ogni respiro.
Quando finalmente sono riuscita a raggiungere un equilibrio precario, fatto di adattamenti, terapie e forza di volontà, ho deciso di fare ciò che ogni cittadino dovrebbe poter fare senza paura: chiedere ciò che gli spetta. Ho presentato domanda di indennizzo, come previsto dalla legge. Mi sono presentata davanti alla Commissione Medica Ospedaliera di La Spezia con tutte le diagnosi del SSN, con la fiducia di chi crede ancora nelle istituzioni.
Il risultato è stato una beffa.
Mi hanno riconosciuto il nesso cronologico.
Mi hanno riconosciuto il danno grave e permanente.
Ma hanno negato il nesso causale per “mancanza di documentazione scientifica”.
Come se l’onere della prova di una diagnosi medica dovesse ricadere su di me, sulla persona che quel danno lo vive ogni giorno sulla propria pelle. Come se una cittadina dovesse dimostrare ciò che lo Stato stesso ha già certificato dal punto di vista clinico.
Non mi sono arresa.
Ho presentato ricorso al Ministero della Salute. Ho aspettato un anno e quattro mesi. In silenzio Con pazienza. Con speranza.
In cambio ho ricevuto il nulla.
Nessuna risposta. Nessuna valutazione. Nessuna presa di posizione.
Solo silenzio.
E quel silenzio, nella burocrazia italiana, ha un nome preciso: silenzio-assenso negativo. La domanda decade. Il diritto si spegne. La persona resta sola.
A quel punto, l’unica strada rimasta è il tribunale.
Una strada lunga, costosa, logorante.
È qui che il sistema vince per sfinimento.
Non perché abbia ragione, ma perché molti non hanno le risorse economiche, fisiche ed emotive per resistere così a lungo.
Chi non ha i soldi per pagare gli avvocati si ferma.
Chi si ferma perde tutto.
Chi resiste combatte una guerra che non ha scelto.
E qualcuno, purtroppo, alla fine di questo percorso non ci arriva nemmeno. Perché si ammala ancora di più. Perché si consuma. Perché muore prima.
A rendere tutto ancora più amaro c’è il muro di gomma dell’informazione.
Una nota trasmissione televisiva ha registrato un mio intervento. Sono venuti a casa mia, hanno raccolto la mia testimonianza, hanno chiesto spiegazioni direttamente al Ministero della Salute. Avevo mostrato loro un documento protocollato, inviato proprio dal Ministero, in cui si ammetteva chiaramente che il mio ricorso era fermo perché gli uffici erano “oberati di lavoro” e che avrebbero risposto, prima o poi, a tutti.
Quell’intervento non è mai andato in onda.
Cancellato a poche ore dalla trasmissione.
Io non cerco visibilità.
Il punto non è una persona.
Il punto è un sistema.
Un sistema che mostra in televisione il singolo caso indennizzato per far credere che tutto funzioni, che i diritti siano garantiti, che le tutele esistano davvero per tutti.
Questo è l’inganno più grande.
Noi non siamo numeri.
Non siamo casi isolati.
Non siamo malati immaginari.
Siamo persone che ogni giorno convivono con conseguenze reali, documentate, certificate. Persone che hanno perso lavoro, autonomia, serenità. Persone che continuano a lottare, non per privilegio, ma per giustizia.
Io non chiedo compassione.
Non chiedo pietà.
Chiedo rispetto dei diritti.
Chiedo che vengano resi pubblici i dati reali su quanti indennizzi sono stati rifiutati o sono ancora bloccati negli uffici.
Chiedo che le valutazioni siano cliniche, non politiche.
Chiedo che chi ha subito un danno venga riconosciuto e assistito, senza essere costretto a una battaglia legale estenuante.
Scrivo questa lettera perché la mia storia non è solo la mia storia. È la storia di tante persone che non hanno voce, che non hanno forza, che non hanno visibilità. Persone che lo Stato rischia di rendere invisibili, sperando che il tempo, la stanchezza e la burocrazia le facciano sparire.
Mi hanno messo le ruote, è vero.
Ma non mi toglieranno mai le ali e la volontà di essere ascoltata.
Con rispetto,
Elisa Napolitano”
Commento del Direttore
Ci sono vicende nelle quali il punto decisivo non coincide soltanto con il merito sanitario, giuridico o amministrativo della questione. Ci sono casi in cui, prima ancora della risposta tecnica, emerge una domanda più alta e più grave, cioè se lo Stato sia ancora capace di guardare in faccia il cittadino senza trasformarlo in una pratica da rinviare, in un fascicolo da lasciare sul fondo di una scrivania, in un fastidio da contenere finché il tempo non consumi il dolore, la forza e perfino la speranza.
La lettera di Elisa Napolitano, al di là di ogni legittima valutazione clinica e giuridica che compete alle sedi opportune, pone un problema che nessuna istituzione seria dovrebbe permettersi di eludere. Quando una persona si presenta davanti allo Stato con documentazione sanitaria, con una sofferenza dichiarata, con un percorso già segnato da visite, diagnosi, limitazioni funzionali e richieste formali di riconoscimento, il minimo che una democrazia possa garantire non è l’automatica adesione alla sua domanda, ma una risposta. Una risposta chiara, motivata, tempestiva, intelligibile. Il silenzio, invece, non è neutralità. Il silenzio è già una forma di potere. E, molto spesso, è la più vile, perché non si assume neppure la responsabilità del volto.
In Italia si è ormai consolidata una forma particolarmente raffinata di ingiustizia, quella che non urla, non si dichiara, non firma apertamente il proprio rifiuto morale, ma si traveste da procedura, da attesa, da passaggio tecnico, da istruttoria interminabile. È la crudeltà fredda della burocrazia autoreferenziale, quella che non nega subito per diritto, ma logora di fatto per sfinimento. Non serve dire no quando basta non rispondere. Non serve contestare apertamente una persona quando è sufficiente farle capire che da sola non avrà la forza economica, fisica e psicologica di arrivare in fondo.
Ed è precisamente qui che si misura la qualità etica di uno Stato. Non nella retorica celebrativa delle conferenze stampa, non nelle parole solenni pronunciate nelle giornate commemorative, non nella continua invocazione di termini nobili come giustizia, trasparenza, tutela, dignità. Uno Stato si misura nel modo in cui tratta il cittadino fragile quando quel cittadino non dispone di mezzi, relazioni, esposizione mediatica o protezioni di sistema. Si misura nella capacità di non far coincidere la legalità con la sola forza del procedimento. Perché un apparato può anche essere formalmente corretto e insieme profondamente ingiusto nel suo effetto concreto.
La vicenda narrata nella lettera presenta un ulteriore elemento che non può lasciare indifferenti, quello del rapporto fra sofferenza e rappresentazione pubblica. Quando un caso viene raccolto, registrato, approfondito e poi improvvisamente escluso dalla diffusione, il problema non è soltanto editoriale o televisivo. Il problema è culturale. È il timore, sempre più evidente, che il dolore reale diventi scomodo quando non si lascia ridurre a schema, quando non si presta a una narrazione rassicurante, quando rompe il meccanismo comodo del caso isolato, dell’eccezione, della parentesi. La sofferenza è tollerata solo finché non mette in crisi il racconto ufficiale della normalità del sistema. Quando invece chiede conto, documenta, insiste, interroga, allora diventa ingombrante.
Non si tratta qui di trasformare il dramma individuale in bandiera ideologica. Sarebbe un errore e sarebbe anche una mancanza di rispetto. Il punto è un altro, ed è persino più serio. In una società matura, le istituzioni non devono aver paura delle domande difficili. Devono affrontarle. Se esiste un diritto, esso va reso accessibile. Se una domanda è infondata, va respinta con motivazione seria, non con l’inerzia. Se una richiesta richiede approfondimenti, questi devono avere tempi umani, non tempi che finiscono per coincidere con la resa del ricorrente. Se i dati esistono, vanno pubblicati. Se non esistono, è già un problema politico enorme.
Perché il vero scandalo contemporaneo non è solo l’errore. Gli errori esistono in ogni sistema umano. Il vero scandalo è l’opacità come metodo. È l’assenza di tracciabilità morale della decisione pubblica. È il cittadino che non sa chi ha deciso, quando, su quali basi, con quali criteri, con quale responsabilità. È la trasformazione del diritto in percorso a ostacoli nel quale sopravvive soltanto chi può pagarsi il tempo della lotta.
La lettera che pubblichiamo merita attenzione per una ragione essenziale. Restituisce carne e voce a ciò che troppo spesso viene sterilizzato in linguaggio amministrativo. Dietro ogni protocollo ci sono corpi. Dietro ogni ricorso ci sono esistenze. Dietro ogni rinvio ci sono notti, famiglie, paure, rinunce, conti che non tornano, energie che si consumano. E uno Stato che dimentica questa elementare verità smette lentamente di essere comunità e comincia a somigliare a una macchina senz’anima che difende prima di tutto se stessa.
Betapress continuerà a fare ciò che il giornalismo dovrebbe fare sempre, ascoltare dove altri archiviano, porre domande dove altri preferiscono il silenzio, ricordare che la dignità di una persona non può essere subordinata alla convenienza politica, amministrativa o mediatica del momento. Perché nel momento in cui una cittadina è costretta a implorare di essere semplicemente presa sul serio, non è solo la sua vicenda a essere in discussione. È la credibilità stessa delle istituzioni.
E uno Stato che lascia il cittadino solo, mentre gli chiede fiducia, obbedienza fiscale, rispetto delle regole e pazienza infinita, non sta amministrando. Sta tradendo.
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