Settembre 10, 2026

Quando un politico parla come uno statista, è uno statista?

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Se bastassero le parole per cambiare la realtà, allora Pedro Sánchez sarebbe già entrato nella categoria dei grandi statisti europei.

La sua postura pubblica, la capacità comunicativa, il tono da leader che pretende di parlare non soltanto al proprio elettorato ma alla storia, tutto contribuisce a costruire l’immagine di un carismatico capo di governo dotato di visione.

E in effetti, ascoltandolo sul conflitto in Palestina, sulla crescita delle spese militari o sulla necessità di sottrarre l’Europa alla subordinazione automatica alle scelte altrui, è difficile non cogliere una forza retorica che, in un continente sempre più povero di linguaggio politico, colpisce e persuade.

Eppure proprio qui comincia il problema. Perché se Pedro Sánchez parla spesso come uno statista, non è affatto certo che governi come tale.

Su Gaza ha usato parole che molti altri leader europei non hanno avuto il coraggio di pronunciare. Sulla follia di una crescita incontrollata delle spese militari ha assunto posizioni che lo hanno distinto da un conformismo occidentale sempre più servile.

Ancora nei primi giorni di marzo 2026, dalla Moncloa, ha rilanciato una linea esplicita di rifiuto della guerra, ribadendo che la posizione del governo spagnolo può riassumersi in una formula semplice, “no alla guerra”. In un’Europa che spesso sembra parlare soltanto per riflesso, Sánchez ha mostrato almeno il merito di voler parlare per scelta.

Detto questo, il punto non è stabilire se Sánchez sappia parlare bene.

Questo è evidente. Il punto vero è un altro, capire se dietro la forza delle sue parole vi sia una corrispondente statura politica, oppure se ci si trovi davanti a un leader abilissimo nel trasformare la necessità in racconto e la fragilità parlamentare in narrazione di sé.

Pedro Sánchez non è un improvvisato. La sua biografia politica racconta un dirigente cresciuto nel PSOE, partito di cui è tornato alla guida nel 2014, e un economista con dottorato che ha costruito con tenacia la propria immagine di alternativa al centrodestra.

Ma la sua ascesa al potere nel 2018 non fu il prodotto di un’investitura popolare diretta. Fu invece il risultato di una mozione di sfiducia che travolse Mariano Rajoy nel pieno delle conseguenze politiche del caso Gürtel.

Fu un passaggio pienamente parlamentare e legittimo, ma anche il primo segnale di una modalità di governo fondata meno sulla solidità di una maggioranza organica che sull’abilità tattica di tenere insieme interessi diversi, spesso divergenti, dentro una stessa cornice di convenienza politica.

Qui sta una delle chiavi del “metodo Sánchez”. In Spagna il sistema parlamentare consente l’investitura anche senza una maggioranza assoluta al secondo voto, purché il candidato ottenga più sì che no.

Non si tratta di una stranezza antidemocratica, bensì di una previsione ordinaria dell’articolo 99 della Costituzione e della prassi parlamentare. Tuttavia, è proprio in questo spazio che Sánchez ha mostrato il suo talento più grande, quello di convertire una debolezza numerica in una forma di resistenza politica permanente. Lo si è visto già nel 2019, e ancor più nel 2023, quando Alberto Núñez Feijóo, pur avendo ottenuto più seggi, non riuscì a costruire una maggioranza. Sánchez, invece, ci riuscì grazie a una complessa rete di accordi con Sumar, ERC, JuntsCat, PNV, EH Bildu e altre forze minori, ottenendo infine 179 voti favorevoli contro 171 contrari. Fu una vittoria parlamentare impeccabile, ma anche l’ennesima conferma di una leadership che sopravvive grazie a un equilibrio delicatissimo, esposto a continue tensioni territoriali e identitarie.

Ed è proprio questo il nodo politico.

Sánchez non governa la Spagna dall’alto di una fiducia ampia, pacificata e lineare. Governa da anni in una condizione di contrattazione continua, in cui ogni passaggio richiede una nuova mediazione e ogni alleato chiede un prezzo.

La sua abilità è fuori discussione. Più dubbio è se tale abilità coincida davvero con una visione di Stato. Perché uno statista non è soltanto chi resiste, ma chi trasforma la resistenza in stabilità, e la stabilità in direzione storica.

E infatti, mentre all’esterno cura con intelligenza la propria immagine di leader progressista, autonomo, europeo ma non subordinato, all’interno la sua esperienza di governo continua a essere circondata da un clima di logoramento etico e istituzionale.

I casi che hanno investito il PSOE e figure centrali del suo sistema di relazioni, da José Luis Ábalos a Santos Cerdán, fino alla rete emersa nel cosiddetto caso Koldo, hanno inciso profondamente sulla credibilità del blocco di potere socialista.

In uno Stato di diritto le responsabilità penali si accertano nei tribunali e non nei giornali, ed è bene ricordarlo sempre. Ma la responsabilità politica ha un’altra natura e arriva molto prima delle sentenze.

Quando gli scandali si addensano attorno al partito, all’apparato, all’entourage e persino alla sfera familiare del leader, non è più possibile liquidare tutto come semplice rumore di fondo.

Ed è proprio questo il punto più interessante, e forse più inquietante, del personaggio Sánchez. Più il suo potere si fa fragile, più il suo linguaggio si fa alto. Più il suo quadro interno si complica, più la sua proiezione esterna assume tratti quasi morali.

Più crescono le contraddizioni del suo sistema di governo, più la sua retorica cerca il livello della storia, dell’Europa, della pace, dei diritti, della civiltà democratica.

Anche sul terreno sociale e migratorio la costruzione del suo profilo internazionale si intreccia con problemi interni più complessi di quanto la narrazione ufficiale lasci intendere.

Il governo ha presentato nel gennaio 2026 una bozza di decreto per accelerare la regolarizzazione di centinaia di migliaia di migranti irregolari, con l’obiettivo dichiarato di integrarli nel mercato legale del lavoro, contrastare lo sfruttamento e sostenere un’economia che cresce anche grazie all’apporto della manodopera straniera.

Tutto ciò può essere difeso, e infatti il governo lo difende in questi termini. Ma una scelta di questo tipo produce inevitabilmente anche interrogativi politici e sociali, soprattutto in una fase in cui il ceto medio europeo vive insicurezza, pressione fiscale, crisi abitativa e una crescente percezione di vulnerabilità.

Il problema, dunque, non è ridurre la questione a slogan contrapposti, bensì chiedersi se una politica migratoria inclusiva sia accompagnata da strumenti altrettanto forti di tutela salariale, di riequilibrio territoriale e di coesione sociale.

E allora torniamo alla domanda iniziale. Pedro Sánchez è uno statista?

La risposta, a mio avviso, è che Sánchez sia certamente un politico di alto livello, forse uno dei più abili dell’Europa contemporanea, ma non necessariamente uno statista nel senso pieno del termine.

È un leader capace di leggere il momento, di occupare il centro del discorso pubblico, di parlare a pubblici diversi e di presentare come scelta ideale ciò che spesso nasce da una necessità tattica.

Sa apparire coraggioso anche quando sta semplicemente cercando di guadagnare spazio. Sa trasformare la precarietà in racconto. Sa fare della parola una forma di potere.

Ma proprio qui emerge il suo limite. Troppo spesso l’impressione è che la sua postura internazionale serva anche a compensare una debolezza interna, che il profilo etico con cui si presenta all’estero abbia la funzione di riequilibrare l’usura politica accumulata in patria, e che il linguaggio della visione copra, almeno in parte, la fatica della gestione quotidiana del consenso.

In altre parole, Sánchez sembra più bravo a rappresentare la politica che a pacificarla davvero.

Perché un leader diventa davvero statista quando la sua grandezza non coincide più soltanto con la sua capacità di restare al centro della scena.

Diventa statista quando lascia un ordine più forte di quello che ha trovato. Quando costruisce una legittimazione che non dipende da un equilibrio parlamentare sempre reversibile.

Quando la sua parola non serve a compensare la debolezza del sistema, ma a esprimerne la forza ritrovata.

Sánchez, fino a oggi, ha mostrato una straordinaria intelligenza politica.

Ma l’intelligenza politica, da sola, non basta a fare uno statista.

In Italia, intanto, una parte dell’opposizione continua a guardarlo come a un modello pronto all’uso, quasi bastasse importare il lessico di Madrid per risolvere la povertà di proposta che segna il nostro dibattito pubblico.

Ma i modelli stranieri non si copiano, si comprendono. E soprattutto si giudicano nella loro interezza, non soltanto nei passaggi che fanno comodo.

Un paese solido ha bisogno di governi capaci, ma anche di opposizioni all’altezza. Ha bisogno di visioni, certo, ma anche di coerenza tra le visioni proclamate e i fatti prodotti.

Pedro Sánchez, oggi, incarna perfettamente la contraddizione del leader europeo contemporaneo, forte nel racconto, fragile nella base, brillante nella comunicazione, molto meno convincente quando si misura il divario tra la parola e la struttura profonda del potere.

Autore

  • Direttore di un Centro Studi , ha iniziato come ricercatore e poi come responsabile di laboratori sui materiali da costruzione fondando poi una propria azienda sui materiali da restauro. Ha collaborato sia come docente che come responsabile di progetto per organismi internazionali di livello europeo e mondiale. Ha vissuto dieci anni in Spagna a Barcellona. “Umanista della complessità” si interessa di tutti gli argomenti che attengono sia all’evoluzione dell’individuo che della società.

     

     

     

    Collaboratore esterno


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