Salvatore Antonio Polimeno “Lettere ad un Allievo – Memorie dal Futuro”
Presentato a Roma presso il CUFA, dalla Associazione U.F.A.IT. il libro del Generale di Divisione (Ris.) Salvatore Antonio Polimeno “Lettere ad un Allievo – Memorie dal Futuro”
Si è svolto a Roma, domenica 28 Giugno presso il prestigioso Circolo degli Ufficiali delle Forze Armate d’Italia, sito in Via XX settembre, l’incontro con il Generale di Divisione EI Salvatore Antonio Polimeno per la presentazione del Suo ultimo lavoro letterario “Lettere ad un Allievo – Memorie Dal Futuro”.
L’evento, organizzato dall’Associazione Nazionale U.F.A.IT. ha riscosso un notevole interesse ed ha visto la partecipazione di numerosi Ufficiali in congedo e riservisti delle varie Armi, provenire da diverse Regioni Italiane.
Dopo i saluti del Presidente U.F.A.IT. e le ultime informazioni fornite agli associati, riguardante l’Associazione Nazionale, Il Generale di Divisione Polimeno ha intrattenuto la platea presentando il suo ultimo lavoro, moderato ottimamente dal Giornalista ex Rai, Tenente Giuseppe (Pino) Finocchiaro.
Un libro che ha incuriosisce molto e già dal titolo si preannuncia assai interessante: “Lettere ad un Allievo – Memorie dal Futuro”
Non si proietta come solito libro di racconti su fatti accaduti durante la vita Militare di colui che ha percorso la carriera di comando, narra di particolari azioni, che hanno accompagnato e magari segnato la storia di un uomo, un battaglione o quant’altro, come generalmente avviene, bensì un “manuale”, come il Generale lo ha definito, da studiare, partendo da un concetto estremamente complesso e di non facile intendimento: Preparare un Allievo ad Essere un Militare.
Un allievo che destinato al comando, dovrà prendere delle decisioni, rapide ed immediate, con la consapevolezza che qualunque decisione prenda, sarà da qualcuno ritenuta sbagliata.
Questa frase, formulata dal Generale Polimeno, uomo che ha dovuto ha dovuto fare delle scelte importanti e vitali per se stesso ed i suoi uomini, ci fornisce uno spunto di riflessione in questo momento storico particolare, dove le guerre si sono avvicinate pericolosamente a quelle società definite “civili”, rischiando realmente di coinvolgerle e dove i militari vengono visti ideologicamente come uomini che procurano la morte.
Una visione distorta che non tiene in considerazione l’importanza della scelta di volere difendere, il proprio paese, la propria nazione, il proprio territorio, forse distratti da quella considerazione ideologica, molto “Europea”, che vorrebbe imporre la globalizzazione dei popoli.
Non bisogna dimenticare che chi fa la scelta di diventare militare, la fa perché mette a disposizione il Suo servizio a favore dello Stato e di difenderlo ad ogni costo.
E chi è nella catena di Comando ha l’obbligo tutelare i propri uomini, assicurandosi o facendo tutto il possibile affinché possano ritornare sani e salvi.
Significativa e molto profonda la frase, carica di grande drammaticità ma di reale convincimento ed alto senso del dovere, quella proferita fin dall’inizio dell’incontro e ripetuta diverse volte: “A Noi Militari non è consentito pensare e non perché non siamo in grado di pensare, ma non è il nostro compito. Noi dobbiamo agire e decidere immediatamente, consapevoli che ogni Nostra scelta, qualunque essa sia, non troverà approvazione ma critiche. La Nostra responsabilità è agire e riportare a casa i nostri uomini.”
Un interessante e complesso ma profondo viaggio introspettivo, quello che il Generale Polimeno ci propone, dove si intravedono le contraddizioni dei tempi, le contraddizioni di chi predispone ed ordina, a qualsiasi livello, Nazionale ed internazionale, dove trattati e regole, vengono messi in discussione, disattesi, stravolti da interessi che vanno oltre gli interessi dei popoli, e che inevitabilmente ricadono sui militari, che non possono e non debbono “decidere” ma “ordinati” devono eseguire.
Numerosi gli esempi fatti e che potremmo fare, Iran, Libia, Kossovo, Afghanistan, Somalia, Congo e via dicendo, ma anche Ustica, dove certe decisioni sembrano ricadute sui militari, ma… le chiacchiere non servono e non avrebbero alcun valore se non alimentare quel senso di amarezza e di chi ha deciso di mettersi al servizio della propria Nazione, del proprio popolo.
Un libro, che come l’autore stesso definisce, insieme a coloro i quali lo hanno letto in anteprima, un “manuale” , raccontato in forma quasi epistolare, senza tuttavia esserlo, che raccoglie l’esperienza propria, dopo 60 anni dall’ingresso nell’Istituto di Formazione Militare e quell’eredità tramandata da numerosi anni prima, partendo dal 1918 quando il mondo si trovava infuocato tra il primo conflitto mondiale e la terribile epidemia “La Spagnola” pandemia che ha devastato l’inizio del xx secolo.
Un manuale che accompagna il giovane allievo che entra in Accademia attraverso il monumentale portone del Palazzo Ducale di Modena e lo proietta nel futuro.
Un libro che nelle sue intenzioni dovrebbe far riflettere anche, chi pur non avendo fatto quella scelta, spesso punta il dito contro i Militari, ma anche Forze dell’Ordine, credendo che essi siano i responsabili di tante situazioni.
Riflessioni cui spesso la demagogia, la propaganda, ma anche certe esasperazioni ideologiche vorrebbero che non venissero fatte, dimenticando che fin quando esisterà l’essere umano, con tutte le sue contrapposizioni e diversità, non se ne potrà fare a meno.
E’ doveroso così ricordare la frase attribuita a Cornelio Nepote nel “Vita di Epaminonda” che dice: “Si vis pacem, para bellum” – “Se vuoi la pace, prepara la guerra”, che rielaborata al giorno d’oggi la coniugo in: Voglio il miglior esercito non per fare la guerra ma per garantire la Pace”.
Osservazioni del Direttore Corrado Faletti
Quando un allievo diventa uomo: il libro del Generale Polimeno e la fratellanza educativa che abbiamo dimenticato
C’è un’educazione che non passa dai manuali ministeriali, dalle griglie di valutazione, dalle circolari scritte in burocratese o dalle mode pedagogiche del momento. È l’educazione che nasce dal rapporto tra uomini, dalla responsabilità trasmessa, dalla parola data, dall’esempio, dalla disciplina interiore e da quella forma antica, severa e quasi sacrale di fratellanza che si crea quando qualcuno accompagna un altro essere umano verso il peso della vita.
La presentazione a Roma, presso il Circolo degli Ufficiali delle Forze Armate d’Italia, del libro del Generale di Divisione in riserva Salvatore Antonio Polimeno, Lettere ad un Allievo – Memorie dal Futuro, organizzata dall’Associazione Nazionale U.F.A.IT., non è stata soltanto un evento letterario, né semplicemente un incontro tra ufficiali in congedo, riservisti e uomini che hanno condiviso una medesima appartenenza istituzionale. È stata, almeno per chi abbia ancora la capacità di leggere oltre la superficie delle cose, una riflessione profonda su ciò che oggi rischiamo di non saper più riconoscere, ovvero il valore educativo del legame umano dentro le istituzioni formative, dentro le comunità di destino, dentro quei luoghi nei quali un giovane entra ancora incompiuto ed esce portatore di un compito.
Il titolo stesso del libro contiene una tensione affascinante. Lettere ad un Allievo – Memorie dal Futuro non richiama soltanto la dimensione epistolare, né soltanto il ricordo, né soltanto la testimonianza. Richiama piuttosto un’idea pedagogica fortissima, quasi controcorrente rispetto al nostro tempo. L’allievo non è semplicemente qualcuno che deve apprendere nozioni, procedure, tecniche o regolamenti. L’allievo è colui che viene chiamato a diventare. E diventare, nella prospettiva militare, non significa assumere un ruolo esteriore, indossare una divisa, imparare una catena di comando o acquisire una competenza operativa. Significa prepararsi a sostenere una responsabilità che spesso eccede la biografia personale, perché chi comanda non decide mai soltanto per sé. Decide anche per gli altri. Decide, talvolta, sulla vita degli altri.
Ed è qui che il libro del Generale Polimeno, per come è stato presentato e per la natura stessa della sua impostazione, appare più importante di quanto potrebbe sembrare a una lettura distratta. Non siamo davanti al solito memoriale militare, non siamo davanti alla narrazione compiaciuta di episodi di carriera, non siamo davanti al repertorio nostalgico di chi guarda al passato con la retorica della stagione perduta. Siamo davanti a qualcosa di più serio, più austero e più necessario. Siamo davanti a un manuale di formazione umana.
La parola “manuale”, utilizzata dallo stesso Generale, è interessante perché obbliga a uscire da un equivoco. Un manuale non è necessariamente un testo freddo. Non è necessariamente una raccolta di istruzioni. Può essere, quando nasce da un’esperienza vera, un deposito di responsabilità. Può diventare il luogo in cui la memoria non si limita a ricordare ciò che è stato, ma prepara ciò che dovrà essere. In questo senso le Memorie dal Futuro sono una formula assai più profonda di quanto appaia. La memoria, quando è viva, non serve a custodire reliquie, ma a formare coscienze. Non serve a ripetere il passato, ma a impedire che il futuro nasca senza padri, senza maestri, senza esempi, senza una grammatica morale.
Questo è il punto che oggi abbiamo dimenticato. In una società che parla continuamente di formazione, competenze, inclusione, orientamento, cittadinanza attiva, soft skills e altre formule spesso corrette ma consumate dall’abuso, abbiamo smarrito il cuore della relazione educativa, cioè il rapporto tra chi ha attraversato la vita e chi deve ancora imparare ad attraversarla. Abbiamo moltiplicato i protocolli e impoverito i maestri. Abbiamo costruito ambienti educativi pieni di procedure e poveri di testimonianza. Abbiamo insegnato a misurare tutto, ma non sappiamo più trasmettere quasi nulla. E così, mentre pretendiamo di formare cittadini, professionisti, dirigenti, militari, educatori e giovani adulti, spesso dimentichiamo che nessun essere umano si forma davvero senza un altro essere umano che gli stia davanti non come algoritmo, non come funzionario, non come facilitatore occasionale, ma come presenza autorevole.
Nel mondo militare questa verità appare in modo ancora più netto, perché lì la formazione non è un ornamento culturale, ma una condizione di sopravvivenza morale e operativa. Preparare un allievo a essere militare significa prepararlo a obbedire, certo, ma anche a comprendere il peso dell’obbedienza. Significa prepararlo alla disciplina, ma non a una disciplina cieca e meccanica. Significa abituarlo alla rapidità della decisione, ma anche alla solitudine morale che ogni decisione autentica comporta. Significa educarlo a quella tremenda evidenza ricordata dal Generale Polimeno, ovvero che qualunque decisione egli prenderà, ci sarà sempre qualcuno pronto a giudicarla sbagliata.
Questa è una verità che la società civile comprende sempre meno, perché vive immersa in una cultura del commento permanente. Tutti commentano, pochi rispondono. Tutti giudicano, pochi decidono. Tutti analizzano dopo, pochissimi reggono il peso del durante. Il militare, invece, spesso vive dentro il tempo tragico della decisione, quel tempo in cui non è possibile attendere il conforto della maggioranza, la tranquillità dell’applauso o la benedizione dell’opinione pubblica. Deve agire. Deve decidere. Deve assumersi una responsabilità che altri, comodamente seduti nel salotto dell’indignazione, potranno poi sezionare con la lama sterile della retorica.
Quando il Generale afferma che al militare non è consentito pensare, non bisogna cadere nella banalità di interpretare quella frase come un elogio dell’assenza di pensiero. Sarebbe una lettura povera, sciocca, ideologica. Il senso è più drammatico e più alto. Il militare deve aver pensato prima. Deve essere stato formato prima. Deve avere interiorizzato prima un codice, un’etica, una disciplina, un senso del limite, un amore per i propri uomini e per il proprio Paese. Perché quando arriva il momento dell’azione, quando il tempo si comprime, quando la decisione non può più essere rimandata, non si improvvisa una coscienza. Si manifesta quella che è stata costruita.
Ecco perché il rapporto tra maestro e allievo, tra comandante e subordinato, tra ufficiale anziano e giovane cadetto, non è una semplice relazione gerarchica. È una fratellanza educativa. Una fratellanza severa, non sentimentale. Una fratellanza che non ha bisogno di retorica perché si misura nei fatti. Una fratellanza nella quale chi guida non si limita a ordinare, ma si assume il dovere di far crescere. E chi apprende non si limita a eseguire, ma accetta la fatica di diventare degno del compito ricevuto.
Questa dimensione è stata progressivamente rimossa da una cultura pubblica che tende a guardare le Forze Armate e le Forze dell’Ordine con sospetto ideologico, come se esse fossero corpi estranei alla società democratica e non, al contrario, una delle sue condizioni di possibilità. Si è diffusa l’idea infantile secondo cui la pace sarebbe garantita dalla sola proclamazione della pace, come se la storia non fosse lì, con la sua ferocia millenaria, a ricordarci che la pace non sopravvive senza istituzioni capaci di proteggerla. Si è fatta strada una specie di pacifismo da salotto, talvolta più estetico che morale, che ama la pace finché essa non chiede sacrificio, difesa, preparazione, presidio, responsabilità.
Il paradosso è evidente. Pretendiamo sicurezza, ma disprezziamo chi la garantisce. Pretendiamo ordine, ma sospettiamo di chi deve mantenerlo. Pretendiamo libertà, ma non vogliamo riconoscere il costo umano, professionale e morale di coloro che, in divisa, vengono chiamati a difenderla. Quando poi la storia bussa violentemente alla porta, quando le guerre tornano vicine, quando i conflitti smettono di essere notizie lontane e diventano possibilità geopolitiche reali, allora improvvisamente ci ricordiamo che l’esistenza di uno Stato non si regge soltanto sulle buone intenzioni, sui convegni, sulle mozioni e sulle dichiarazioni solenni.
Il militare, in questo quadro, non è l’uomo della morte, come certa propaganda vorrebbe raccontare. È, o dovrebbe essere, l’uomo della difesa. E la difesa, in uno Stato serio, non è aggressione. È custodia. È responsabilità. È disponibilità estrema a mettere se stessi tra il pericolo e la comunità. Chi sceglie questa strada accetta di essere giudicato, frainteso, talvolta usato, talvolta dimenticato. Accetta anche una forma di solitudine istituzionale, perché troppo spesso le decisioni politiche, nazionali e internazionali, ricadono materialmente su chi deve eseguire, su chi deve stare sul terreno, su chi deve portare addosso le conseguenze concrete di parole pronunciate altrove.
Qui il libro del Generale Polimeno sembra aprire una domanda scomoda. Chi educa davvero chi deve obbedire? Chi prepara interiormente chi dovrà comandare? Chi insegna al giovane allievo che la divisa non è un abito di potere, ma un vincolo di servizio? Chi gli spiega che l’onore non è una parola da cerimonia, ma una disciplina della coscienza? Chi gli trasmette la differenza tra autorità e arroganza, tra fermezza e durezza, tra comando e dominio?
La risposta non può essere trovata soltanto nei regolamenti. I regolamenti sono indispensabili, ma non bastano. Le procedure sono necessarie, ma non generano da sole uomini responsabili. L’addestramento è fondamentale, ma non coincide interamente con l’educazione. Per formare un militare, come per formare un cittadino, un docente, un dirigente, un padre, un professionista, occorre una tradizione viva. Occorre qualcuno che consegni a qualcun altro non soltanto ciò che sa, ma ciò che è diventato attraversando il tempo, gli errori, la fatica, la disciplina, la paura, il dubbio e il dovere.
Questa è la fratellanza educativa. È un concetto che dovremmo recuperare con urgenza, non soltanto nelle accademie militari, ma nelle scuole, nelle università, nelle famiglie, nei luoghi di lavoro, nelle associazioni, nelle istituzioni civili. La fratellanza educativa non è cameratismo cieco. Non è chiusura corporativa. Non è culto del gruppo contro il mondo. È il contrario. È la costruzione di un legame nel quale ciascuno viene aiutato a diventare migliore, più consapevole, più saldo, più responsabile. È la comunità che non coccola l’immaturità, ma accompagna la crescita. È l’appartenenza che non annulla l’individuo, ma gli dà una forma.
In questo senso l’esperienza militare può offrire una lezione anche alla società civile. Non perché la società civile debba militarizzarsi, sia chiaro. Sarebbe una sciocchezza. Ma perché la società civile ha bisogno di riscoprire alcune virtù che il mondo militare, quando è fedele alla propria parte migliore, custodisce ancora con maggiore chiarezza. La lealtà. Il senso del servizio. La capacità di tacere quando il dovere lo impone. Il rispetto dell’esperienza. La responsabilità verso chi dipende da noi. La consapevolezza che la libertà senza disciplina diventa capriccio, e che l’autorità senza etica diventa abuso.
Il libro Lettere ad un Allievo – Memorie dal Futuro sembra dunque parlare a un giovane militare, ma in realtà interroga un’intera società. Interroga una società che non sa più educare perché ha paura dell’autorità. Interroga una società che confonde la libertà con l’assenza di vincoli. Interroga una società che ha scambiato la formazione con l’intrattenimento, la scuola con un servizio al cliente, la patria con una parola imbarazzante, la disciplina con una violenza simbolica, il comando con un privilegio e l’obbedienza con una diminuzione della dignità.
E invece no. Ci sono obbedienze che degradano e obbedienze che formano. Ci sono comandi che schiacciano e comandi che elevano. Ci sono gerarchie che umiliano e gerarchie che custodiscono una responsabilità. La differenza la fa l’etica. La differenza la fa il legame umano. La differenza la fa la qualità morale di chi insegna e di chi guida.
Non è un caso che il testo parta idealmente da una lunga memoria storica, che richiama anche il 1918, il mondo infuocato dalla guerra e devastato dalla pandemia della Spagnola. La storia insegna che l’essere umano è fragile, contraddittorio, capace di grandezza e di rovina. Chi pensa che la modernità abbia abolito il conflitto vive in una favola pericolosa. Abbiamo tecnologie più potenti, linguaggi più raffinati, organizzazioni internazionali più complesse, ma non abbiamo cancellato la possibilità della guerra, dell’odio, dell’interesse, della sopraffazione, della violenza. Per questo una democrazia adulta non dovrebbe disprezzare i propri strumenti di difesa. Dovrebbe piuttosto pretendere che siano etici, preparati, consapevoli, guidati da uomini formati e non da funzionari dell’automatismo.
La frase attribuita alla tradizione latina, Si vis pacem, para bellum, è stata spesso usata male, talvolta piegata a giustificare posture muscolari e retoriche belliciste. Ma il suo nucleo, se correttamente inteso, conserva una verità politica elementare. Chi vuole la pace deve essere capace di difenderla. Non per amare la guerra, ma per impedirla. Non per coltivare la violenza, ma per scoraggiarla. Non per idolatrare le armi, ma per ricordare che il bene, quando è disarmato anche moralmente, diventa spesso facile preda del male organizzato.
Il punto, allora, non è volere un esercito per fare la guerra. Il punto è volere uomini preparati, istituzioni serie, comandi responsabili, allievi educati al dovere e comandanti capaci di riportare a casa i propri uomini. Questa, nella sua semplicità, è una delle verità più forti emerse dall’incontro romano dedicato al libro del Generale Polimeno. Il comando non è la vanità di chi sta sopra. È la responsabilità di chi risponde per altri.
Ed è forse proprio qui che la nostra società dovrebbe fermarsi a riflettere. Abbiamo bisogno di maestri, non di influencer. Abbiamo bisogno di comandanti, non di capetti. Abbiamo bisogno di allievi, non di consumatori di corsi. Abbiamo bisogno di comunità formative, non di apparati senz’anima. Abbiamo bisogno di riscoprire che l’uomo cresce davvero quando incontra qualcuno che gli chiede di essere più grande della propria comodità.
Per questo il libro del Generale Salvatore Antonio Polimeno merita attenzione. Perché parla di militari, ma non riguarda soltanto i militari. Parla di comando, ma non riguarda soltanto la gerarchia. Parla di allievi, ma non riguarda soltanto le accademie. Parla di futuro, ma lo fa attraverso la memoria. E soprattutto ricorda, in un tempo che vorrebbe liquefare ogni appartenenza, che ci sono legami educativi nei quali l’uomo smette di essere individuo isolato e diventa parte di una storia, di una responsabilità, di una promessa.
La fratellanza educativa non è nostalgia. È una necessità civile. E forse, se l’Italia vuole davvero tornare a formare uomini e donne capaci di reggere il peso della libertà, dovrebbe ripartire proprio da qui: dal rapporto tra generazioni, dall’esempio, dal servizio, dalla responsabilità e da quella severa tenerezza del maestro che non accarezza l’allievo per lasciarlo com’è, ma lo accompagna, passo dopo passo, a diventare ciò che ancora non sa di poter essere.
Il resto, spesso, è rumore. E di rumore, questo Paese, ne ha già fin troppo.
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