Agosto 10, 2026

Se l’arte diventa imputata: il caso Russia, Israele e la Biennale

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La decisione della giuria della Biennale di Venezia di non prendere in considerazione per i premi gli artisti provenienti da Paesi i cui leader risultano accusati davanti alla Corte penale internazionale, con evidente riferimento a Russia e Israele, apre una questione molto più ampia della cronaca culturale.

Non siamo davanti soltanto a una scelta curatoriale, né soltanto a una presa di posizione morale.

Siamo davanti a un problema politico, giuridico e filosofico: può un artista essere giudicato dal passaporto che porta?

Può una cultura essere sospesa perché il governo che la rappresenta, o pretende di rappresentarla, è accusato di crimini gravissimi?

E soprattutto, se questo criterio diventa davvero universale, quante nazioni dovremmo escludere dalla Biennale, dalle università, dai festival, dalle biblioteche, dai musei, dalla circolazione simbolica del mondo?

Va chiarito subito un punto.

Secondo quanto riportato da Reuters, la giuria della Biennale Arte 2026 ha annunciato che non considererà per i Leoni gli artisti provenienti da Paesi i cui leader sono attualmente accusati dalla Corte penale internazionale, senza nominare espressamente Russia e Israele, ma con riferimento evidente ai mandati che riguardano Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu.

La stessa Reuters ricorda che la Biennale ha rivendicato l’autonomia della giuria, mentre la Commissione europea ha minacciato la sospensione o la revoca di un finanziamento da 2 milioni di euro dopo la riammissione del padiglione russo. 

La Biennale, da parte sua, ha sostenuto di non avere il potere di impedire la partecipazione di un Paese riconosciuto dalla Repubblica italiana e ha affermato di rifiutare l’esclusione o la censura della cultura e dell’arte.

Associated Press ha inoltre ricordato che la Russia torna alla Biennale dopo l’assenza seguita all’invasione dell’Ucraina, che nel 2024 il padiglione russo era stato concesso alla Bolivia e che l’edizione 2026 conta 99 padiglioni nazionali. 

Qui nasce la contraddizione.

Se il criterio è giuridico, allora bisogna applicarlo con precisione.

Se il criterio è morale, allora bisogna applicarlo con coerenza.

Se invece il criterio è emotivo, mediatico o diplomatico, allora non siamo più nel campo dell’etica, ma in quello della convenienza simbolica.

E la convenienza simbolica, quando si traveste da giustizia, produce sempre un cattivo diritto e una cattiva cultura.

Il primo errore consiste nel parlare di “nazioni che hanno commesso crimini di guerra” come se una nazione fosse un unico soggetto morale, una massa compatta, un blocco indivisibile.

Il diritto penale internazionale moderno, almeno nella sua architettura più alta, nasce proprio per evitare questa confusione.

Lo Statuto di Roma attribuisce alla Corte penale internazionale competenza sui crimini più gravi di rilevanza internazionale, tra cui genocidio, crimini contro l’umanità, crimini di guerra e crimine di aggressione, ma la responsabilità penale è costruita sulle persone, sui comandanti, sui decisori, sui singoli soggetti che ordinano, permettono o realizzano quei crimini.

Lo stesso Statuto stabilisce che la Corte ha giurisdizione sulle persone fisiche e che chi commette un crimine di competenza della Corte è individualmente responsabile. 

Questo non assolve gli Stati.

Non assolve i governi.

Non assolve gli eserciti.

Non assolve le burocrazie che trasformano la violenza in procedura.

Ma impedisce una scorciatoia pericolosa, quella per cui il cittadino diventa colpevole perché nato nel posto sbagliato, l’artista diventa corresponsabile perché parla la lingua sbagliata, il musicista diventa imputato perché il suo governo bombarda, il poeta viene trattato come ambasciatore involontario di un potere che magari detesta.

Questo sembra essere quello che sta succedendo oggi alla Biennale.

E allora rispondiamo alla domanda più scomoda.

Quante nazioni hanno commesso crimini di guerra?

Se parliamo in senso tecnico, la domanda è mal posta, perché i crimini di guerra non vengono commessi da una “nazione” come entità spirituale, ma da persone, forze armate, comandi politici e militari, apparati statali o gruppi organizzati.

Se parliamo in senso storico e politico, la risposta è molto più brutale: moltissime.

Troppe per consentire alla cultura occidentale, e non solo occidentale, di atteggiarsi a tribunale immacolato.

Quasi ogni grande potenza militare moderna ha avuto, nella propria storia, guerre coloniali, bombardamenti su civili, occupazioni, repressioni, torture, deportazioni, massacri, abusi compiuti in nome della sicurezza nazionale, della ragion di Stato, della rivoluzione, della civiltà, della religione, della democrazia o dell’ordine pubblico.

Se il criterio fosse l’esistenza di accuse o procedimenti davanti alla Corte penale internazionale contro leader attuali, il perimetro sarebbe ristretto e oggi colpirebbe soprattutto Russia e Israele, come infatti avviene nella decisione della giuria.

Se il criterio fosse invece la partecipazione storica, diretta o indiretta, a guerre nelle quali sono stati commessi crimini contro civili, prigionieri, minoranze, popolazioni occupate, allora l’elenco diventerebbe molto più lungo.

Se infine il criterio fosse la purezza morale della storia nazionale, la Biennale dovrebbe chiudere quasi tutti i padiglioni, spegnere le luci, lasciare Venezia al silenzio e magari consegnare le chiavi a qualche nazione mai nata, mai armata, mai colonizzatrice, mai repressiva, mai complice, mai vigliacca.

Una nazione del genere, nella storia reale, è difficile da trovare.

È questo il punto.

La giustizia selettiva non è giustizia, è pedagogia del sospetto.

La condanna morale a intermittenza non educa le coscienze, le addestra al conformismo.

O si stabilisce una regola generale, trasparente, universale, fondata su criteri verificabili, oppure si finisce per usare l’arte come palcoscenico di una geopolitica morale nella quale alcuni crimini diventano intollerabili e altri diventano complicati, alcuni morti diventano assoluti e altri diventano statistiche, alcuni governi diventano impresentabili e altri restano partner strategici.

Naturalmente nessuno può chiedere all’arte di essere neutrale davanti al massacro.

Sarebbe osceno. L’arte non è una bomboniera estetica da mettere sul tavolo mentre il mondo brucia.

L’arte ha denunciato guerre, tirannie, campi di sterminio, colonialismi, torture, razzismi, persecuzioni.

L’arte spesso arriva dove la diplomazia si ferma e dove il giornalismo viene imbavagliato.

Ma proprio per questo non può diventare una dogana morale che controlla il passaporto prima di ascoltare la voce.

La cultura russa non coincide con il Cremlino.

Israele non coincide con Netanyahu.

La cultura americana non coincide con ogni guerra americana.

La cultura italiana non coincide con le pagine peggiori della nostra storia.

La cultura tedesca non può essere ridotta al nazismo, come quella francese non può essere ridotta al colonialismo, come quella britannica non può essere ridotta all’Impero, come quella turca non può essere ridotta alle sue rimozioni, come quella cinese non può essere ridotta al Partito, come quella iraniana non può essere ridotta agli ayatollah.

Ogni cultura è anche dissenso, ferita, opposizione, memoria, vergogna, resistenza, minoranza, controcanto.

Questo vale ancora di più per gli artisti.

Molti artisti russi sono stati, e sono, oppositori della guerra.

Molti artisti israeliani sono durissimi critici del proprio governo.

Molti artisti palestinesi, ucraini, siriani, iraniani, afgani, sudanesi, armeni, curdi, bielorussi, georgiani, libanesi e di tanti altri luoghi raccontano la violenza non perché rappresentino uno Stato, ma perché ne subiscono il peso.

Quando si cancella un padiglione, quando si interdice un riconoscimento, quando si appiccica una colpa collettiva alla provenienza, il rischio è che il primo a pagare non sia il potente, ma proprio chi avrebbe potuto contraddirlo.

Certo, c’è una differenza tra artista e padiglione nazionale.

Il padiglione nazionale non è mai completamente innocente, perché è una forma di rappresentanza, spesso finanziata, selezionata o comunque autorizzata da strutture pubbliche.

In questo senso, non si può far finta che un padiglione statale sia soltanto una stanza bianca piena di opere.

È anche diplomazia culturale.

È bandiera.

È presenza.

È messaggio.

È legittimazione.

La Biennale, proprio perché ospita padiglioni nazionali, non può ignorare che la forma stessa del padiglione trasforma l’arte in rappresentanza.

Ma da questa constatazione non discende necessariamente l’esclusione.

Discende semmai una responsabilità curatoriale più alta.

Si può pretendere trasparenza sui finanziamenti.

Si può rifiutare la propaganda ufficiale.

Si può chiedere che i padiglioni non diventino strumenti di normalizzazione politica.

Si può affiancare alla presenza di Paesi in guerra uno spazio critico, documentale, testimoniale, capace di dare voce alle vittime e ai dissidenti.

Si può distinguere tra opera d’arte e comunicato governativo.

Si può persino decidere che le istituzioni ufficiali di uno Stato aggressore non debbano usare la cultura come deodorante morale.

Ma colpire l’artista in quanto proveniente da un Paese significa introdurre una logica pericolosa, perché sostituisce il giudizio sull’opera con il giudizio sul passaporto.

La Biennale dovrebbe essere il luogo in cui questa contraddizione viene mostrata, non nascosta.

Dovrebbe dire al pubblico: guardate, il mondo è sporco, le nazioni non sono innocenti, gli Stati mentono, i governi uccidono, le democrazie spesso tradiscono i propri principi, le dittature usano la cultura come vetrina, ma l’arte serve anche a strappare la cultura dalle mani del potere.

Se invece la Biennale accetta la logica della scomunica geopolitica, rischia di diventare una piccola ONU estetica, con tutte le ipocrisie dell’ONU e molto meno potere reale.

La domanda vera non è se Russia e Israele debbano essere criticati.

Devono esserlo, quando i fatti e il diritto lo impongono.

La domanda vera è se la cultura debba essere trattata come un’estensione automatica della colpa statale.

Su questo punto la risposta dovrebbe essere no.

La cultura può essere complice, ma può anche essere opposizione.

Può essere propaganda, ma può anche essere liberazione.

Può essere decorazione del potere, ma può anche essere l’unico luogo in cui un popolo riesce ancora a dire che il potere sta mentendo.

Escludere un governo può essere, in certi casi, una misura politica comprensibile.

Escludere una propaganda può essere necessario.

Escludere un artista perché nato dentro un confine diventa invece una forma di responsabilità ereditaria, e la responsabilità ereditaria è sempre il contrario della civiltà giuridica.

È il ritorno, con linguaggio progressista, a una logica arcaica: colpire il gruppo, non il colpevole; punire l’appartenenza, non l’azione; cancellare la voce, non la menzogna.

La Biennale ha davanti a sé una strada difficile, ma più nobile.

Non deve essere neutrale.

La neutralità davanti ai crimini è spesso una forma elegante di complicità.

Però non deve nemmeno diventare sommaria.

La cultura non può trasformarsi in tribunale senza processo, né in cancello automatico che si apre o si chiude secondo la temperatura politica del momento.

Deve essere severa, non isterica.

Deve essere giusta, non vendicativa.

Deve essere libera, non comoda.

Il mondo non ha bisogno di una Biennale che finga che l’arte viva fuori dalla storia.

Ma non ha nemmeno bisogno di una Biennale che trasformi la storia in una lista di interdizioni.

Ha bisogno di un luogo in cui la bellezza possa accusare il potere, in cui l’opera possa contraddire la bandiera, in cui un artista russo possa dire no alla guerra russa, un artista israeliano possa dire no alla politica israeliana, un artista palestinese possa raccontare la propria tragedia, un artista ucraino possa denunciare l’aggressione subita, senza che tutto venga ridotto a una partita diplomatica tra padiglioni buoni e padiglioni cattivi.

Perché alla fine questa è la verità più semplice e più dimenticata: i governi passano, le opere restano.

I regimi pretendono obbedienza, l’arte pretende coscienza.

E quando l’arte viene giudicata non per ciò che dice, ma per il timbro del passaporto di chi la produce, non stiamo difendendo le vittime.

Stiamo solo insegnando alla cultura ad avere paura della geopolitica.

E una cultura che ha paura non salva nessuno.

Né i vivi, né i morti, né la verità.

Autore

  • Direttore responsabile Betapress.it

    Corrado Faletti è una figura complessa e poliedrica del panorama culturale e giornalistico italiano contemporaneo, capace di intrecciare nel suo percorso professionale e intellettuale dimensioni differenti — pedagogiche, civiche, storiche e mediatiche — in un’unica visione coerente e profondamente etica del giornalismo. La sua importanza nel panorama giornalistico odierno non si misura soltanto con i parametri della notorietà o della carriera accademica, ma soprattutto con la capacità di proporre un modello alternativo di giornalismo: quello che egli stesso definisce, con felice intuizione, “giornalismo pedagogico” o “giornalismo educativo”.


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