Il Cittadino inebetito!
il verso sogno di una politica inadatta:
Se non lo capisci non lo combatti!!!
Devastanti gli effetti che certe decisioni hanno nella vita si uno stato. Quale ruolo ha la propaganda che condiziona la consapevolezza della popolazione? Così si trasforma la democrazia…
Senza tanti giri di parole, ma tirando drammaticamente le somme su quanto è avvenuto dopo il Boom economico degli anni 50/60 del secolo scorso, che ha visto l’Italia diventare la quarta potenza industriale nel mondo, non possiamo che riflettere e considerare gli effetti devastanti che tra le lobby economiche, la politica, la giustizia, la sanità, l’economia, il lavoro, la scuola e via dicendo, indipendentemente se appartenenti a correnti di destra, di centro o di sinistra, hanno avuto nel contribuire allo “smantellamento” dello stato Italiano attraverso mancate o maldestre riforme, da tutti auspicate ma…
Pressioni internazionali, da parte di potentati economici e giochi di potere interni per il controllo della popolazione, hanno destrutturato e smantellato tutto ciò che avrebbe contribuito alla crescita solida e duratura di una nazione come l’Italia, che pur avendo risorse “limitate”, con la sua capacità di trasformazione, era diventata assai competitiva al punto di mettere in riga nazioni europee assai “blasonate”.
L’aver poi ceduto tante sovranità Nazionali, in nome di una Europa non di popoli ma di lobby affaristiche, hanno reso l’Italia, già fortemente vincolata a causa della sconfitta nella seconda guerra mondiale, ma che aveva in ogni caso saputo riscattarsi, una nazione inconsistente e sottomessa.
Tutto questo con la complicità di una politica cieca, ignorante, non visionaria e senza programmi, di una giustizia discutibilmente compromessa che non si identifica più nella reale difesa del diritto e nella imparzialità da terzietà. Tutto questo supportato da una informazione che ha abdicato al suo compito di rendere note le reali situazioni, votandosi a quella propaganda di parte che più “paga”.
Le concentrazioni di interessi economici migranti verso l’estero, con lo smantellamento dell’industria, dell’agricoltura, della pesca, motivate da fattori apparentemente legittimi, sicurezza, ore di lavoro, tutela del lavoratore, ecc. hanno sempre più indebolito il tessuto economico lavorativo di una nazione che sembrava essere riuscita a trovare proprio nel lavoro la propria forza.
Le continue criminalizzazioni (presunte evasioni fiscali e continue vessazioni burocratiche amministrative) verso la piccola imprenditoria, compreso l’artigianato ed il commercio, che sembrano far parte di un disegno voluto dalle grandi lobby economiche internazionali, sono sotto gli occhi di tutti.
Il controllo monetario, attraverso la moneta virtuale, sembra essere il rimedio per evitare la tanto criminalizzata evasione fiscale popolare, fonte, secondo alcuni, dei continui aumenti delle tassazioni.
Diventa legittimo chiedersi come mai ad un aumentato gettito fiscale, grazie anche al continuo recupero di crediti evasi, attraverso le varie rottamazioni, corrisponde un sempre maggiore aumento di tasse, dirette o indirette che costringono i lavoratori autonomi ad indebitarsi sempre più, tanto che le imprese piccole che chiudono, aumentano di ora in ora.
Basta fare un giro nelle grandi città, così come nei piccoli centri e contare il numero di serrande definitivamente chiuse, con tutte le conseguenze del caso e facilmente immaginabili.
Tralasciando poi opere pubbliche di dubbia utilità, a causa della mancanza di un piano industriale o inutilizzabili perché divenute obsolete al tempo della consegna, o peggio perché incredibilmente “sbagliate” ma in finanziate direttamente da bandi statali (le cronache ne evidenziano tantissime ed in tutte le regioni), spesso assistiamo al fatto che possono accedere ai bandi, pochi eletti, che hanno dei requisiti unici, quasi a far sorgere il sospetto, nel cittadino comune, che i destinatari siano già predestinati.
Anche la scuola ha subito trasformazioni sempre più discutibili, orientandosi più verso il nozionismo o peggio ancor il tecnicismo, trascurando la capacità di ragionamento.
Comprensibile quindi lo studio non nazionale, uscito alcuni mesi or sono, che ha definito gli Italiani incapaci di comprendere i testi lunghi.
Evitiamo di parlare della Sanità, non volendo innescare quelle polemiche nate da una gestione indefinibile, per usare giornalisticamente un linguaggio allineato al politicamente corretto ma che rende falsa l’interpretazione del fenomeno di allora e che ha innescato un meccanismo di totale sfiducia nella popolazione, sia verso la classe medica che in tutta la sanità.
Sfiducia cui sarà assai complesso e lungo il poter porre fine.
Come non rilevare poi la sfiducia che incombe verso coloro i quali si dovrebbero occupare di informazione e che oggi, a vario titolo hanno abbandonato questo ruolo dedicandosi alla più discutibile propaganda?
L’aver accettato supinamente da parte di imposizioni politiche, vedi Commissione Cox, istituita nel 2016 presso la Camera dei Deputati nella XVII legislatura e che ha prodotto una relazione finale il 6 luglio 2017 dalla ex Presidente della Camera On Laura Boldrini, che ha imposto di modificare il linguaggio comune, considerando alcuni termini sessisti ed istigatori di odio veri e propri, ha certamente favorito ulteriormente quella forma di “sudditanza” verso la politica, avendo ulteriormente accentuato la possibilità di “ricatto” verso i giornalisti.
Non è un caso che gli editori, quasi tutti legati alla politica e che detengono le varie testate giornalistiche, siano esse radio, tv, o di altra natura, impongono linee editoriali non sempre, o quasi mai, libere e obiettive.
Ed è in questo scenario che si è incardinato il referendum che si è appena svolto e che poneva un quesito secco: «Approvate il testo della legge di revisione degli artt. 87, decimo comma, 102, primo comma, 104, 105, 106, terzo comma, 107, primo comma, e 110 della Costituzione approvata dal Parlamento e pubblicata nella Gazzetta Ufficiale del 30 ottobre 2025 con il titolo “Norme in materia di ordinamento giurisdizionale e di istituzione della Corte disciplinare”?».
Un quesito che se non avrebbe mai dovuto essere condizionato dalla politica partitica, dal momento che aveva un riconoscimento trasversale molto forte.
Non a caso il tema era stato addirittura discusso e voluto, nella precedente legislatura, da quella opposizione che poi ne ha negato la realizzazione, adducendo motivazioni assai discutibili.
Il risultato, alimentato proprio da ingerenze ideologiche e partitiche, ha bocciato la legge, ha innescato meccanismi cui ne vedremo gli effetti a lungo termine, ma che già fin da subito suscitano spunti per interessanti riflessioni.
Non è ci sorprende quindi la reazione della Giudice Natalia Ceccarelli e a cui non si può che riconoscerne la Sua Onestà Intellettuale dal momento che si è dimessa dal direttivo dell’Associazione Nazionale Magistrati, asserendo: “Nessun cittadino si sentirà più garantito nelle aule di giustizia dopo aver assistito alle scene di giubilo di cui si sono resi protagonisti i magistrati con balli e cori da stadio intonati contro il massimo esponente di un altro potere dello Stato (Giorgia Meloni) e contro una giovane Collega (Annalisa Imparato).
Riportiamo per correttezza la trascrizione integrale del suo annuncio di dimissioni, fatta nella sede di ANM:
“Preannuncio oggi la mia volontà di rassegnare le dimissioni dal comitato direttivo centrale dell’Associazione Nazionale Magistrati.
Formalizzerò nei prossimi giorni tale decisione.
E’ diventata per me intollerabile la permanenza in una associazione che ha smarrito il senso della sua finalità rappresentativa di tutte le idealità che ispirano L’essere magistrato.
Il danno di immagine prodotto da questa campagna referendaria nella eterogenesi dei fini di questa riforma è ormai irreversibile e di esso pagheranno le spese le generazioni future di magistrati.
Nessun cittadino si sentirà più garantito nelle aule di giustizia, al cospetto di individui che amministrano la legge In nome del popolo italiano, dopo aver assistito alle scene di giubilo di cui si sono resi protagonisti, i magistrati stessi, con balli e cori da stadio intonati contro il massimo esponente di un altro potere dello Stato e contro una giovane collega, ben individuata individuabile, che è stata implicitamente additata come nemico della collettività.
Non ho mai finora incontrato personalmente questa collega.
Penso in ogni caso che gli addebiti che le sono stati mossi in merito al contenuto delle dichiarazioni che ella ha reso durante la campagna referendaria e che altri colleghi dovranno eventualmente accertare in altra sede, già mai avrebbero potuto giustificare simili condotte di messa all’indice e di conseguente isolamento, perpetrate alla presenza di alti esponenti degli uffici giudiziari e degli stessi membri di questo comitato direttivo centrale.
Nessuna voce di condanna nessuna presa di distanza.
Nessuna doverosa richiesta di scuse, si è elevata da costoro, né dai vertici associativi che hanno invece liquidato l’episodio, che va ben oltre la caduta di stile, come lo sfogo goliardico di chi è stato sotto attacco. L’attacco era invero rappresentato da uno sguaiato, scomposto, maldestro e politicamente malfermo tentativo di etero riforma della magistratura compiuto dalla politica, comunque, nel rispetto delle procedure di revisione costituzionale, al quale la magistratura associata, ha reagito con una martellante campagna di informazione senza farsi scrupolo di utilizzare i più discutibili luoghi di diffusione, ivi compresi i luoghi di culto.
Il messaggio di deviante, propinato alle nuove generazioni sulla Genesi storica delle modifiche costituzionali bocciate e segnatamente sulla separazione delle carriere, costituisce una allarmante episodio di manipolazione storico giuridica ed un vero e proprio furto di verità.
Finanche la viva voce del padre del nuovo codice di procedura penale è stata negletta in nome della Difesa dell’Unità delle carriere che affonda, questa Sì, le sue radici nell’ordinamento fascista pre – repubblicano.
Solo gli operatori del diritto, per i quali la separazione delle carriere ed il sorteggio rappresentavano battaglie ideologiche di un’intera vita, hanno tentato invano di ricondurre il confronto nei termini che esigeva e meritava un così importante momento di partecipazione democratica alla vita del paese.
So bene che la storia la scrivo i vincitori, ma non vedo vincitori su questo campo di battaglia.
Mi dimetto perché il resto profondamente Fedele ai principi ispiratori di questa associazione e a quelli del movimento che ho avuto onore di rappresentare e che ho sempre fedelmente e disinteressatamente rappresentato in questo contesto anche con le chiare scelte di campo che ho operato durante la stagione referendaria.
Sperando che gli uni e gli altri possano essere un giorno degnamente perseguiti altrove.
Vi auguro di ritrovare la strada.
Io ho la certezza che la strada non è più questa.
Grazie.”
Sarà doveroso a questo punto chiedersi, chi si prenderà la “briga” di difendere i cittadini da decisioni scriteriate quando anche la politica, quella che sta dalla stessa parte di chi ha voluto ed imposto la commissione COX, istiga all’odio?
Chi interverrà per le vicende che hanno alimentato polemiche e non solo, in occasione della inopportuna manifestazione che ha paralizzato Roma, già duramente colpita dalle decisioni di una giunta comunale che ha messo in ginocchio l’economia dei commercianti tra blocchi, ZTL, domeniche ecologiche, maratone e manifestazioni sono sotto gli occhi di tutti.
Chi tutelerà i cittadini Romani della inutilità, se non per aumentare un pericoloso clima di violenza latente, di una manifestazione contro le guerre, dove l’Italia non ha alcun potere, alla protesta?
Chi tutelerà le forze di Polizia che hanno svolto controlli, su legittima segnalazione di uno stato Europeo, Germania, sui movimenti di una indagata in un’inchiesta su gruppi eversivi di estrema sinistra, oltre che condannata in Italia per vari reati e accusata di aver aggredito tre militanti a Budapest, eletta parlamentare europea proprio per evitare di essere giudicata in processo per aggressione?
Chi tutelerà i figli della famiglia del Bosco, vicenda che sta turbando tutte le famiglie Italiane?
Quanti casi come quello “Garlasco” assisteremo?
La responsabilità di decidere sulla libertà di una persona non può essere inficiata da dubbi di alcun tipo, e meno che meno la sua impunibilità.
In questo caso, il trincerarsi sul fatto che i cittadini hanno fatto una scelta, poco importa se corretta o meno, può trasformare la democrazia in altro, se si abusa della scelta fatta, qualunque essa sia.
In altri casi, sono le scelte della politica, ideologica o meno, che condizionano la vita dei cittadini.
Come non ricordare ben due Presidenti del Consiglio dei Ministri che “arbitrariamente” hanno imposto attraverso dei DPCM norme e regole uniche per le democrazie e contrarie alla Costituzione in vigore, oltre che a quei diritti umani cui asseriscono esserne i custodi principali?
A voi, cittadini Italiani, è concesso …
La dittatura, sotto le sembianze di democrazia, è la più incombente preoccupazione dei cittadini Italiani
Nota del Direttore
L’intervento di Lembo ha il merito, oggi raro, di non arretrare davanti al cuore del problema. E il cuore del problema non è soltanto una riforma mancata, un referendum politicizzato, una magistratura percepita come parte in causa, una politica incapace di visione o un’informazione piegata alla convenienza. Il cuore del problema è assai più radicale, ed è il progressivo svuotamento della sovranità popolare, cioè del principio stesso su cui dovrebbe reggersi la Repubblica.
Per anni si è continuato a ripetere, quasi come una formula liturgica, che la democrazia coincida con il voto. Ma non è così. Il voto è soltanto l’atto finale, non il processo complessivo che lo rende libero, consapevole, autentico. Quando un popolo viene educato male, informato peggio, spaventato sistematicamente, frammentato socialmente, impoverito economicamente e colpevolizzato moralmente, esso non esercita più una piena sovranità. Esso reagisce, si difende, si adatta, talvolta si rassegna. Ma non governa davvero il proprio destino.
Il punto allora diventa drammaticamente chiaro. Un popolo non è sovrano soltanto quando mette una scheda in un’urna. È sovrano quando dispone degli strumenti culturali per comprendere ciò che accade, quando può accedere a un’informazione realmente libera, quando le istituzioni si comportano con equilibrio, quando la scuola forma coscienze e non semplici esecutori, quando la giustizia appare terza e non militante, quando l’economia non è costruita per premiare pochi gruppi di pressione e lasciare al resto del Paese solo sacrifici, vincoli e chiusure.
Se tutto questo viene meno, la democrazia non scompare all’improvviso. Sarebbe troppo facile accorgersene. La democrazia si svuota lentamente, conserva le forme, ma perde la sostanza. Restano i riti, restano i linguaggi ufficiali, restano le dichiarazioni solenni, restano persino gli appelli alla partecipazione. Ma dietro queste forme si insinua qualcosa di profondamente diverso. Si afferma un sistema nel quale il cittadino è chiamato non a decidere, ma a ratificare. Non a comprendere, ma ad aderire. Non a esercitare un giudizio, ma a scegliere entro perimetri già stabiliti da altri.
Ed è qui che il tema della propaganda diventa centrale. La propaganda moderna non si presenta più, salvo casi estremi, come imposizione brutale. Essa opera in modo più raffinato. Non ordina, orienta. Non vieta apertamente, delegittima. Non censura sempre in modo diretto, ma costruisce il clima dentro il quale certe opinioni diventano rispettabili e altre diventano impronunciabili. Così facendo, essa non reprime soltanto il dissenso, ma modella la percezione del reale. E quando si arriva a questo punto, la coscienza pubblica non è più il luogo della libertà, ma il terreno della manipolazione.
In questo scenario, il popolo continua formalmente ad essere nominato in ogni sede. Si legifera in suo nome, si giudica in suo nome, si governa in suo nome. Ma proprio qui si apre la contraddizione più grave del nostro tempo. Il popolo viene evocato continuamente e ascoltato sempre meno. Lo si richiama come fondamento simbolico, ma lo si teme come soggetto reale. Lo si celebra nelle ricorrenze e lo si neutralizza nelle decisioni decisive. Lo si esalta come sovrano, purché non pretenda davvero di esercitare la propria sovranità.
La verità, forse amara ma ormai difficilmente eludibile, è che una parte rilevante dell’architettura pubblica occidentale, e italiana in particolare, ha sostituito la fiducia nel cittadino con la diffidenza verso il cittadino. Si presume che il cittadino debba essere guidato, corretto, educato dall’alto, accompagnato dentro cornici interpretative predisposte da un intreccio di politica, apparati, grandi interessi, tecnocrazie e informazione allineata. In un simile contesto, la sovranità popolare non viene abolita. Viene sterilizzata.
Lembo, con toni duri ma non infondati, pone dunque una questione che nessuno dovrebbe liquidare con sufficienza. Quando le grandi scelte nazionali vengono progressivamente sottratte alla reale discussione pubblica, quando il dissenso viene ridotto a fastidio, quando il linguaggio viene sorvegliato, quando la libertà di giudizio è condizionata dalla paura della sanzione morale, professionale o mediatica, allora non siamo più davanti a una democrazia pienamente vitale. Siamo davanti a una democrazia a sovranità ridotta.
E questo accade mentre il cittadino comune vede peggiorare la propria condizione concreta. Vede chiudere negozi, imprese, laboratori, vede la pressione fiscale crescere, vede la sanità arretrare, vede la scuola perdere missione, vede la giustizia allontanarsi dalla sua funzione rassicurante, vede l’informazione trasformarsi troppo spesso in amplificazione interessata. A quel punto il problema non è solo economico o istituzionale. Diventa antropologico e civile. Perché un popolo che perde fiducia nella verità, nella giustizia e nell’utilità della partecipazione è un popolo che rischia di smarrire il senso stesso della cittadinanza.
Dire allora che il popolo non è più sovrano non significa negare la Costituzione. Significa denunciare il tradimento del suo spirito. Significa dire che la sovranità popolare non può restare una formula nobile scritta sulla carta mentre, nella realtà, il cittadino viene progressivamente espropriato della capacità di incidere, di comprendere e di orientare la vita pubblica. Significa ricordare che non c’è libertà politica autentica dove la coscienza collettiva è costantemente compressa da interessi superiori, narrazioni pilotate e meccanismi di delega permanente.
La vera domanda, allora, non è soltanto chi abbia vinto o perso un referendum. La vera domanda è molto più seria. Chi sta ancora difendendo il diritto del popolo a formarsi un giudizio libero, pieno, informato e non manipolato? Chi sta difendendo il diritto dei cittadini ad essere davvero sovrani e non semplicemente convocati a legittimare decisioni già rese inevitabili?
Se la risposta a questa domanda continua a farsi debole, evasiva o retorica, allora il rischio denunciato da Lembo non è un’esagerazione giornalistica. È una diagnosi politica. E forse la più inquietante di tutte.
Perché la forma più pericolosa di perdita della libertà non è quella che si annuncia con la forza ed a cui ci si può alla fine ribellare, ma quella che ci si abitua a vivere sotto il nome della democrazia e che non ci si scrolla più di dosso perché non si percepisce la sua presenza.
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