se non son matti…
Ma, siamo proprio sicuri che Trump sia “pazzo”, come la propaganda lascia intendere? Che sia vittima del “Character assassination”? Intanto in Francia ed in Vaticano…
Non nasce giorno, oramai da un anno e più, da quando cioè il Presidente Donald Trump ha preso possesso della Casa Bianca, che i media, prima quelli identificati di “sinistra”, oggi in maniera trasversale anche molti di quelli considerati di “destra”, non attacchino a vario titolo il Presidente USA.
Di chiacchiere, se ne sono fatte tante, ma ciò che sembra assai tangibile è che in un modo o in un altro, molti degli obiettivi annunciati ma derisi e denigrati dai vari “propagandisti” Euro/Italiani, piaccia o no, li ha portati a compimento.
Proteste, agitazioni di piazze, ed in Italia scontri con le Forze dell’Ordine, pur di andare contro le scelte annunciate e poi messe in atto dal Presidente USA.
Gli stessi dazi, continuamente minacciati dal Presidente nei confronti di chiunque, sembra abbiano avuto un riscontro positivo per l’economia Americana e, guarda caso, poco hanno preoccupato gli imprenditori, proprio quelli che investono sul lavoro.
Dall’ Incontro in Alaska con il Presidente Russo Putin, all’ appoggio ad Israele contro Hamas, passando per il Venezuela, ed arrivando nella minaccia all’Iran, pur di fermare una vergognosa strage, ogni frase del Presidente Trump, è stata passata a setaccio, contestata, criticata, definita con epiteti, spesso addirittura irripetibili.
Forse gli Europeisti vicino alle Lobby dei governi di nominati, promotori di una “democrazia” un po’ strana, non si sono resi conto che il Presidente Trump è stato democraticamente eletto dal Suo popolo?
Forse la democrazia funziona solo se fa comodo a qualcuno?
E’ la domanda che tanti, probabilmente la maggioranza degli italiani si pone.
E’ di questi ultimi giorni poi che qualche “buon tempone”, tra quei politici Italiani, onnipresenti e soliti giornalisti, opinionisti o urlatori a vario titolo, ma che ancora si contengono senza scadere nella volgarità o nelle offese assai più gravi, hanno deciso di considerare “malato”, “pazzo”, “squilibrato”, “demente senile” il Presidente Donald Trump.
L’interessante articolo del Prof. Corrado Faletti, pubblicato il 23 Gennaio,
aveva cercato di spiegare come il Presidente Trump non fa errori perché sbaglia, ma che tali errori sono frutto di una ben consolidata strategia.
Bisogna anche tenere in considerazione, visti anche gli eccellenti risultati che ha ottenuto, dispiacendo quella parte della propaganda che governa l’Europa, che il Presidente Trump, non fa delle affermazioni senza che l’eccellente staff che lo consigliano, non ne sia a conoscenza…
Staff che ha scelto accuratamente e personalmente, dove la fiducia non è a senso unico, come si vorrebbe far credere.
Similmente ci preme notare che al Presidente Trump viene riservato lo stesso trattamento che è stato riservato al Presidente Putin… quando i riflettori erano su di lui accesi.
Quante volte è stato detto che Putin, era malato, aveva il tremore, scambiando il “passo del pistolero” tipico degli uomini ex KGB, o altre patologie ipotizzate da sapienti chiacchieroni che tutto sanno purché si parli del nulla spesso presenti in affollati salotti dove l’informazione latita.
Questo trattamento, assai diffuso specialmente nei nostri Media, sembra avere una precisa denominazione: “Character assassination”, ovvero “Assassinio del Carattere”.
Secondo il noto dizionario enciclopedico Treccani: Assassinio, eliminazione, anche morale, di un personaggio.
Rileviamo poi, L’assassinio del carattere (CA) è uno sforzo deliberato e sostenuto per danneggiare la reputazione o la credibilità di un individuo. Il termine assassinio di carattere divenne popolare intorno al 1930. Questo concetto, come oggetto di studio accademico, fu originariamente introdotto da Davis (1950) in una raccolta di saggi che rivelavano i pericoli delle campagne di diffamazione politica.
Secondo alcuni studi, la distruzione di reputazioni alimentata dalla propaganda politica e dai meccanismi culturali, può avere conseguenze ampie. Uno dei primi segni dell’adesione di una società all’allentamento delle redini sulla perpetrazione di crimini (e persino massacri) con totale impunità è quando si incoraggia direttamente una campagna volta a distruggere la dignità e la reputazione dei suoi avversari, e il pubblico accetta le sue accuse senza esitazione. La mobilitazione per rovinare la reputazione degli avversari è il preludio alla mobilitazione della violenza per annientarli.
Porsi le giuste riflessioni, specialmente quando si è in presenza di una “propaganda” che supera di gran lunga l’informazione, diventa quantomai lecito e forse evita affrettate conclusioni.
Spesso infatti, pur di avvalorare tesi diverse da quelle oggettive, si edulcorano o si tacciono informazioni che allargherebbero lo scenario, risultando quindi contrarie alla narrazione che non sia propagandistica.
Ma esistono anche “notizie” spesso banalizzate o tenute poco in considerazione e che invece hanno un senso assai importante se inquadrate in un’ottica più complessa.
Notizie che vengono date ma poi poco o nulla evidenziate, poiché servono al raggiungimento di obiettivi più complessi, permettendo piano piano al sistema di scardinare il senso comune.
Tecnica della “rana bollita: “Il principio della rana bollita, attribuito a Noam Chomsky, descrive come le persone tendano ad adattarsi passivamente a situazioni negative che peggiorano gradualmente, senza reagire fino a quando non è troppo tardi.”
Tecnica che in Italia sembra essere stata utilizzata da qualche “governo”, negli ultimi anni.
Hops, forse non si dovrebbe scrivere? Ma tutti lo pensano…
Chissà se le due notizie battute dalle Agenzie una Francese e l’altra inerente al Vaticano, non servano a “condizionare” la popolazione?
La prima: Rilevata da TgCom 24 alle 8,11 del 29 gennaio 2026
“Francia, l’Assemblea nazionale abolisce il “dovere coniugale””
Per i parlamentari, la “comunione di vita” contenuta nel codice civile non deve essere intesa come “comunione di letto”.
L’Assemblea nazionale francese ha sancito all’unanimità la fine del cosiddetto “dovere coniugale”, il provvedimento, approvato con 106 voti a favore e zero contrari, passa all’esame del Senato. Lo scrive Le Figaro.
Il provvedimento e sostenuto da oltre 120 deputati dai comunisti ai Républicains.
La proposta di legge mira a chiarire nel diritto l’assenza di qualsiasi dovere sessuale tra coniugi.
Sesso tra coniugi: non esiste alcun «dovere coniugale»
All’interno di una coppia, che sia unita dal vincolo delle nozze o da una relazione stabile, non esiste un «diritto all’amplesso».
Sesso tra coniugi: il consenso deve essere dato ogni volta
Anche all’interno del matrimonio, sottolinea la sentenza 29655 del 2025, ogni atto sessuale deve fondarsi sul consenso libero e attuale della persona.
Un tema che susciterà polemiche e che certamente coinvolge le famiglie, le coppie, i rapporti tra Uomini e Donne, divenuti oramai conflittuali. Certamente aumenterà le problematiche già abbondanti e che non certo possono essere risolte a suon di leggi.
Chissà perché siamo convinti che a breve ne discuteremo in Italia con buone ottime probabilità di approvazione da parte dei Parlamentari, oramai assai lontani dal pensiero di chi crede di averli eletti.
E’ per questo motivo che ci limitiamo a mettervi al corrente, dandovi l’informazione.
Ma un’altra notizia, seppur assai stravagante, viene dal “Vaticano”, battuta sempre il 29 Gennaio 2026 alle 14,05 da ANSA.
“Un bistrot sui tetti di San Pietro, forse pronto già questo anno”
SI, avete capito bene, SUL TETTO DI SAN PIETRO.
In Vaticano si lavora al primo ristorante nella principale basilica patriarcale
Da tempo si sta silenziosamente lavorando alla realizzazione del primo ristorante nel suo genere perché progettato per funzionare nel cuore della principale basilica patriarcale, collocato proprio sul grande terrazzamento che sovrasta San Pietro.
Praticamente davanti alle statue degli apostoli, da dove si gode di una vista mozzafiato che spazia su tutti i punti della Città Eterna.
Lo scrive ‘Il Messaggero’ aggiungendo che il bistrot “verrà realizzato sfruttando alcuni dei locali che un tempo servivano per il ricovero dei materiali usati dai Sampietrini, gli addetti alla cura della basilica”.
Lavori sono a buon punto.
l progetto non è nuovo, scrive ancora il quotidiano, ed è un po’ che è in incubazione poiché inizialmente in Vaticano si pensava fosse possibile farlo partire in occasione del Giubileo.
“L’idea di allargare l’area terrazzata sfruttando la parte ancora chiusa per il ristoro, offrendo la possibilità di pranzare praticamente sospesi su Roma, è la diretta conseguenza della parziale musealizzazione della basilica che Bergoglio aveva autorizzato”.
Chissà in quanti sperano oggi nel provvidenziale intervento si Stop da parte di Papa Leone XIV…
La domanda che lecitamente ci sovviene è quindi:
Ma siamo sicuri che sia Trump il pazzo? o… “Se non son matti non li vogliamo!” … giusto per utilizzare un simpatico detto popolare Italiano che ha dato il titolo ad un film del 1941 diretto da Esodo Pratelli con un bravissimo Paolo Stoppa.
Nota del Direttore
Il bravo Ettore disarticola il senso comune del comportamento dei leader mondiali quando escono dai comuni canali attesi evidenziando in modo sornione che c’è un equivoco, tanto antico quanto utile, che ritorna puntualmente quando un leader risulta urticante, scomposto, verbalmente eccedente o semplicemente refrattario alle attese del galateo politico. L’equivoco consiste nel confondere la categoria clinica della “pazzia” con la categoria storico politica della “follia” come linguaggio di potere.
La prima, quando esiste, è sofferenza e disordine.
La seconda, spesso, è tecnica.
E la tecnica può essere autentica, può essere coltivata, può essere addirittura simulata, senza che ciò riduca la sua efficacia, anzi, talvolta la aumenta.
La storia del governo, soprattutto quando lo sguardo si allunga oltre l’orizzonte dell’attualità, mostra che l’irrazionale può funzionare come dispositivo.
Funziona perché introduce un fattore di incertezza, disorienta gli avversari, obbliga l’opinione pubblica a inseguire, costringe gli apparati a reagire.
Funziona anche perché spezza la linearità delle aspettative morali. La “normalità” chiede coerenza, misura, prevedibilità.
La “follia” politica, invece, trasforma la prevedibilità in debolezza e la contraddizione in risorsa, perché rende impossibile capire dove sia il confine, che cosa sia davvero negoziabile, che cosa sia invece un’esca.
In una parola, la follia diventa un modo per rendere credibili minacce e promesse che, se pronunciate da un attore percepito come pienamente razionale, apparirebbero poco plausibili.
Questa intuizione, che i teorici delle relazioni internazionali hanno discusso in forme diverse, è entrata nella cultura politica contemporanea anche con un’etichetta precisa, la “madman theory”, resa celebre nella stagione nixoniana e associata alla ricerca di credibilità attraverso l’apparenza di imprevedibilità.
Documenti e ricostruzioni storiche mostrano come Nixon e Kissinger tentarono di far percepire agli avversari una disponibilità al rischio superiore a quella che sarebbe stata attribuita a un attore “ragionevole” e pienamente controllabile.
Non importa qui discutere se quella strategia abbia prodotto i risultati desiderati.
Importa il dato strutturale. L’idea che l’irrazionale, o la sua messa in scena, possa essere usato come leva politica non è una bizzarria mediatica del nostro tempo. È un repertorio.
Dentro questo repertorio si colloca anche un secondo fenomeno che avete richiamato nel corpo dell’articolo, la degradazione sistematica dell’avversario a caricatura morale, la trasformazione della disputa politica in demolizione della credibilità personale.
È ciò che in ambito accademico viene definito “character assassination”, cioè uno sforzo deliberato e sostenuto per intaccare reputazione e affidabilità di un individuo, e che in italiano la Treccani rende, con nettezza, come eliminazione anche morale di un personaggio.
Chiamare “pazzo” un capo di governo, ripeterlo, farne l’etichetta unica, non è solo un giudizio. È una scorciatoia cognitiva che sottrae complessità, perché sostituisce l’analisi degli interessi, delle coalizioni e delle conseguenze con una spiegazione psicologistica comoda e immediata.
E soprattutto costruisce un frame. Se l’altro è “pazzo”, allora non va interpretato, va neutralizzato. Non va contestato nel merito, va delegittimato nella radice.
Ora, la domanda di Ettore che chiude il testo, “siamo sicuri che sia Trump il pazzo?”, non chiede una diagnosi.
Chiede una lettura. E una lettura sobria, anche quando critica, deve tenere insieme almeno tre livelli.
Il primo livello è la performatività. Molti leader contemporanei non parlano per informare, parlano per produrre effetti, polarizzare, occupare spazio, segnare appartenenze.
In questa logica, l’errore non è necessariamente inciampo, può essere segnale, può essere test, può essere strumento di agenda.
Il secondo livello è la strategia dell’imprevedibilità, che però ha una condizione fondamentale. Per funzionare deve apparire selettiva, cioè governata. Se diventa rumore continuo, perde forza coercitiva e si trasforma in prevedibilità del caos.
È la critica che, in questi giorni, diversi commentatori hanno rivolto proprio all’uso inflazionato dell’imprevedibilità come postura, osservando che l’effetto intimidatorio si consuma quando l’instabilità diventa attesa.
Il terzo livello è la macchina simbolica, cioè quel che resta negli occhi del pubblico.
Qui entrano i gesti, le immagini, le scenografie.
E infatti, mentre l’Europa discute se Trump “sia” o “faccia” il pazzo, la cronaca registra simboli di forte impatto.
La fotografia esposta alla Casa Bianca che ritrae Trump con Putin, legata al summit in Alaska dell’agosto 2025, è stata letta da molti come messaggio politico, prima ancora che come ricordo diplomatico, e ha innescato reazioni trasversali, tra polemiche interne e interpretazioni internazionali.
Nello stesso clima, agenzie e grandi testate hanno riportato dichiarazioni attribuite a Trump su contatti con Putin e richieste di sospensione temporanea di attacchi, con elementi ancora oggetto di verifiche e smentite incrociate, ma già capaci di produrre il loro effetto politico, che è esattamente ciò che la performatività cerca.
A questo punto, le due notizie citate, Francia e Vaticano, non sono affatto “fuori tema”, anzi funzionano come cartine di tornasole del nostro tempo.
In Francia l’Assemblea nazionale ha approvato una proposta che mira a chiarire che la convivenza coniugale non comporta un obbligo di rapporti sessuali, con un voto ampio e trasversale e il passaggio successivo al Senato. Si tratta di un tema serio e delicatissimo, perché tocca insieme diritto, consenso, violenza, cultura affettiva e immaginario sociale.
Ma proprio per questo diventa anche materiale altamente simbolico, facilmente trasformabile in clava ideologica, in detonatore identitario, in esercizio di schieramento istantaneo.
E allora la domanda non è solo che cosa dica la norma, ma che cosa produca nel discorso pubblico, quali paure attivi, quali conflitti acceleri, quali semplificazioni renda “accettabili”.
Sul Vaticano la vicenda del presunto bistrot o dell’ampliamento dell’area ristoro sui tetti di San Pietro è esemplare per un motivo ulteriore.
Le ricostruzioni giornalistiche hanno parlato di un progetto in lavorazione e di spazi destinati a servizi per i visitatori.
Tuttavia sono circolate anche precisazioni che ridimensionano l’idea di un “ristorante” in senso pieno, presentando l’ipotesi come ampliamento funzionale e organizzativo più che come svolta spettacolare, cioè come tentativo di governare flussi e servizi in un luogo che, piaccia o no, è insieme basilica e attrazione globale.
La sproporzione fra la sacralità del simbolo e la banalità quotidiana del consumo è ciò che rende la notizia esplosiva. Non perché sia necessariamente scandalosa in sé, ma perché mette in scena, in un colpo solo, la tensione fra culto e turismo, fra sacro e gestione, fra liturgia e logistica.
È una tensione reale, non una barzelletta, e proprio per questo si presta a diventare satira, indignazione, propaganda.
E allora, tornando alla domanda iniziale, la risposta che vale la pena consegnare ai lettori non è un verdetto su Trump.
È un criterio di lettura sul potere. La “pazzia” come etichetta è spesso un’arma a buon mercato, utile per non pensare.
La “follia” come tecnica, invece, esige pensiero, perché obbliga a chiedersi chi trae vantaggio dal disordine apparente, chi paga il costo della polarizzazione, chi viene spinto a reagire di pancia, chi viene addestrato a considerare normale ciò che ieri avrebbe rifiutato.
In questa prospettiva, il punto non è stabilire se un leader sia “matto”, ma se la sfera pubblica sia diventata un teatro in cui la categoria del “matto” viene distribuita come parte del copione, mentre le decisioni reali avanzano sotto traccia, magari con una precisione molto più fredda di quanto il rumore lasci intendere.
Se c’è una pazzia davvero pericolosa, è quella collettiva, quando ci convince che chiamare qualcuno “pazzo” sia un modo per rinunciare all’analisi e non un modo per affrontare l’analisi.
Comunque seppur vero che l’incipit del film “Se non son pazzi non li vogliamo”, è simpaticissimo e troppo reale, ma a forza di applicare il proverbio alla politica rischiamo di ritrovarci un mondo dove i matti stanno in regia e i sani, tra un dazio urlato e un bistrot sui tetti di San Pietro, pagano il biglietto e applaudono pure.
https://www.tgcom24.mediaset.it/mondo/francia-abolizione-dovere-coniugale_108405176-202602k.shtml
https://www.osservatoriodiritti.it/2026/01/13/sesso-tra-coniugi/