Trezzo, la visita a Mezzago e il dovere della scuola di non sbilanciarsi
La vicenda dell’uscita didattica organizzata dall’Istituto comprensivo di Trezzo sull’Adda presso il centro islamico Assalam di Mezzago non può essere archiviata come una polemica di giornata. La questione vera è un’altra, e riguarda il limite che la scuola pubblica non dovrebbe oltrepassare mai: quando si entra in territori religiosi, identitari e valoriali, l’equilibrio non è un dettaglio, è il fondamento stesso dell’autorevolezza educativa.
La discussione nata attorno alla visita scolastica delle classi terze dell’Istituto comprensivo “Ai nostri caduti” di Trezzo sull’Adda al centro islamico Assalam di Mezzago ha finito per assumere i toni consueti della contrapposizione politica.
Da una parte le accuse della Lega e di Fratelli d’Italia, dall’altra la difesa della Scuola, del sindaco di Trezzo e di una parte delle forze civiche e politiche locali.
La stampa ha riportato, inoltre, che l’associazione Assalam ha poi annullato la visita per evitare ulteriori strumentalizzazioni.
Ma se si vuole andare oltre il rumore, bisogna avere il coraggio di nominare il punto essenziale.
La scuola pubblica non può permettersi di apparire orientata verso una singola esperienza religiosa, tanto più quando quell’esperienza viene proposta non in modo comparativo e distaccato, ma attraverso un percorso strutturato, immersivo e simbolicamente forte.
Questo non significa negare il valore della conoscenza, né demonizzare il confronto con culture diverse. Significa, più semplicemente, ricordare che la scuola statale ha un obbligo superiore di neutralità, proprio perché forma tutti e appartiene a tutti.
La circolare della scuola alle famiglie è, sotto questo profilo, molto chiara. Non si limitava a preannunciare una visita esterna a un luogo del territorio.
Disegnava invece un’attività articolata su temi ben precisi, dalla vita di Maometto al rapporto tra fede e scienza, dai cinque pilastri dell’Islam ai diritti delle donne, fino alla scrittura araba. Nel documento venivano inoltre richiamati obiettivi di conoscenza dell’Islam, dialogo interculturale, decostruzione degli stereotipi e rispetto del luogo di culto.
Non era dunque una presenza neutra in uno spazio civico. Era un percorso tematico dentro un preciso orizzonte religioso.
È qui che la difesa formale del “taglio culturale” non basta più.
La dirigente Patrizia Santini ha spiegato a Il Giorno che l’uscita aveva finalità didattiche, che era il secondo anno di svolgimento, che era stata approvata dal collegio docenti e dal consiglio d’istituto, e che l’obiettivo non era in alcun modo confessionale o di indottrinamento.
La stessa preside ha rivendicato un lavoro volto alla comprensione tra culture diverse nel rispetto della laicità scolastica. Sono parole importanti, che meritano di essere registrate con correttezza.
E tuttavia la questione non si esaurisce nelle intenzioni dichiarate. In ambito educativo contano anche la forma, il contesto e la percezione pubblica dell’iniziativa.
Una scuola può agire in assoluta buona fede e produrre comunque uno sbilanciamento istituzionale.
Anzi, spesso i problemi nascono proprio così, non da una volontà di parte, ma da una sottovalutazione del peso simbolico di certe scelte.
Portare studenti minorenni dentro il perimetro di una sola tradizione religiosa, con un programma tanto dettagliato e focalizzato, espone inevitabilmente l’istituzione al sospetto di non aver mantenuto quella necessaria distanza che la laicità esige.
Le reazioni politiche sono state prevedibilmente dure.
Christian Garavaglia, capogruppo di Fratelli d’Italia in Consiglio regionale, ha parlato di un laboratorio sui pilastri della fede e sulla vita di Maometto fuori contesto rispetto alla missione educativa laica della scuola pubblica.
Sulla stessa linea si sono espressi Giuseppe Fumagalli e Michele Martiniello, denunciando una scelta ritenuta ideologica e potenzialmente invasiva rispetto al ruolo educativo delle famiglie.
Anche la Lega, con Silvia Sardone e Alessandro Corbetta, ha definito l’iniziativa “preoccupante”, contestando che la scuola possa trasformarsi in un terreno di promozione religiosa.
Si può discutere sul linguaggio usato da alcuni esponenti politici. Si può anche ritenere che certi toni abbiano aggravato la tensione.
Ma sarebbe un errore liquidare tutto come propaganda.
Perché, sotto le parole della polemica, resta un interrogativo serio.
Una scuola pubblica, per essere davvero pluralista, può concentrarsi in modo così marcato su una sola religione senza offrire, nello stesso contesto, una cornice chiaramente comparativa ed equilibrata?
Ed è proprio qui che emerge l’aspetto più problematico.
Dalla circolare e dalle ricostruzioni pubbliche emerse finora non risultano, nello stesso contesto, analoghe uscite scolastiche dedicate con uguale struttura a luoghi di culto di altre religioni.
Non si vede un percorso parallelo verso una sinagoga, un tempio buddhista, una chiesa ortodossa, una comunità evangelica, o comunque un itinerario comparativo formalmente bilanciato.
Questo non consente di affermare in assoluto che tali iniziative non esistano, ma basta certamente a porre un problema di asimmetria educativa e di percezione pubblica dell’equidistanza scolastica.
Il punto, in altre parole, non è l’Islam in sé.
Il punto è l’unilateralità. Se la scuola entra nel campo religioso, deve farlo con una disciplina pedagogica ancora più rigorosa di quella ordinaria.
Deve mostrare pluralità, simmetria, comparazione, distanza critica.
Diversamente, anche un progetto nato con intenzioni inclusive rischia di apparire come una scelta preferenziale, o comunque come una iniziativa sbilanciata.
E una scuola pubblica non può permettersi il lusso dello sbilanciamento, perché perde in un colpo solo la fiducia di una parte delle famiglie e la credibilità del proprio ruolo istituzionale.
In questa chiave suona significativa anche la posizione del sindaco di Mezzago Massimiliano Rivabeni, che ha invitato a non confondere la realtà territoriale di Assalam con rappresentazioni semplificate e ha al tempo stesso affermato che la scuola pubblica deve mantenere “equilibrio e neutralità”, evitando che l’attività didattica si trasformi in percorsi orientati verso una singola religione.
È un richiamo che merita attenzione proprio perché non arriva da un fronte ideologico ostile al dialogo, ma da un amministratore che rivendica per Mezzago una tradizione di convivenza civile e rispetto reciproco.
L’annullamento finale della visita, deciso da Assalam per sottrarre l’iniziativa a ulteriori strumentalizzazioni, chiude il fatto ma non il problema.
Anzi, per certi versi lo rende ancora più nitido.
Quando un progetto scolastico finisce travolto da una simile controversia, vuol dire che la cornice non era stata costruita con sufficiente prudenza.
La prudenza, in educazione, non è paura. È responsabilità. Ed è precisamente ciò che ci si attende da una scuola dello Stato.
La vera conclusione, allora, è semplice.
La scuola deve far conoscere il mondo, non selezionare simbolicamente una parte del mondo senza una proporzionata attenzione alle altre.
Deve educare al rispetto, non dare l’impressione di promuovere una singola esperienza religiosa come luogo privilegiato dell’incontro formativo.
Deve aprire le menti, ma senza smarrire il proprio baricentro istituzionale.
Perché la laicità non è freddezza, e non è chiusura.
È il metodo con cui la scuola resta giusta verso tutti.
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