tu mi rubi l'anima

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  • Corrado Faletti è una figura complessa e poliedrica del panorama culturale e giornalistico italiano contemporaneo, capace di intrecciare nel suo percorso professionale e intellettuale dimensioni differenti — pedagogiche, civiche, storiche e mediatiche — in un’unica visione coerente e profondamente etica del giornalismo. La sua importanza nel panorama giornalistico odierno non si misura soltanto con i parametri della notorietà o della carriera accademica, ma soprattutto con la capacità di proporre un modello alternativo di giornalismo: quello che egli stesso definisce, con felice intuizione, “giornalismo pedagogico” o “giornalismo educativo”.

 

C’è un furto che non lascia impronte, non fa scattare allarmi, non mobilita pattuglie.

Non è un reato da codice, è un reato di costume.

È il furto dell’anima, che oggi si compie con la massima naturalezza, persino con un sorriso, persino con frasi gentili.

Non lo compie soltanto una persona contro un’altra, lo compie un intero clima culturale.

Lo compie un sistema che educa all’immediatezza e poi pretende profondità, che vende libertà e consegna irrequietezza, che celebra l’autenticità e impone la vetrina.

In questo scenario i sentimenti non scompaiono, si sradicano.

Restano emozioni, perdono radicamento.

Restano impulsi, perdono durata.

Restano fuochi, perdono focolare.

Il risultato è sotto gli occhi di chiunque abbia il coraggio di guardare senza moralismi e senza alibi.

I giovani faticano a consolidare i rapporti.

Non perché siano inferiori, non perché siano pigri, non perché siano incapaci di amare, ma perché sono immersi in un’educazione invisibile, costante, pervasiva, che li abitua a un mondo dove tutto è reversibile, sostituibile, aggiornabile.

Se un legame richiede fatica, si cambia, se una conversazione diventa difficile, si interrompe, se una relazione attraversa un’ombra, si scambia l’ombra per un difetto strutturale e si riparte da zero.

È una logica apparentemente razionale.

In realtà è un meccanismo di dispersione affettiva.

E la dispersione affettiva non produce libertà, produce solitudine ben truccata.

C’è un equivoco di fondo, e l’equivoco è diventato pedagogia collettiva, si confonde l’intensità con la consistenza.

Molti rapporti partono come un’esplosione, e finiscono come un file cancellato, all’inizio tutto è assoluto, poi tutto diventa relativo.

Si passa dall’onnipotenza emotiva al disincanto senza attraversare la fase adulta, quella in cui si scopre che l’amore non è soltanto uno stato d’animo, è una competenza, una decisione, una responsabilità.

Non è un incanto perpetuo, è un patto dinamico.

Richiede parole giuste, e richiede anche silenzi giusti.

Richiede la capacità di restare quando l’altro non è perfetto, quando noi non siamo perfetti, quando la vita non collabora.

Richiede la capacità di amare anche quando le cose cambiano, le anime si allontanano, le menti cambiano, ma il cuore no, chi ama ama per sempre.

Qui emerge la questione del radicamento, parola che oggi suona quasi sospetta, come se indicasse un ritorno al passato o un invito al controllo.

E invece è l’esatto contrario.

Radicamento non significa prigione, significa struttura interiore.

Significa avere una continuità identitaria che permetta di attraversare il conflitto senza crollare, di reggere l’attesa senza sentirla umiliazione, di tollerare il limite senza interpretarlo come fallimento.

Un legame affettivo si consolida quando due persone riescono a stare nella realtà senza trasformarla in un tribunale.

Ma per stare nella realtà serve una personalità che non venga trascinata via da ogni onda emotiva.

E oggi la cultura dominante produce spesso personalità iperstimolate e iperfragili, con un paradosso che fa sorridere e insieme fa paura.

Mai così connessi, mai così disancorati.

In tutto questo il digitale non è il demonio, ma è un acceleratore perfetto.

Non perché la tecnologia “rovina”, formula pigra che non spiega nulla, ma accelera perché frammenta l’attenzione, e l’attenzione è la materia prima dell’amore.

L’amore non vive di frasi ad effetto, vive di sguardi, di presenza, di tempo condiviso, di ascolto.

Se l’attenzione viene spezzettata, anche il sentimento si spezzetta.

L’altro diventa un flusso, non un volto.

Il rapporto diventa un’esperienza da valutare, non un cammino da costruire.

La crisi diventa un segnale di scarsa compatibilità, non un momento di verità.

E così la relazione, che dovrebbe essere un laboratorio di crescita, diventa un mercato di sensazioni.

Si compra entusiasmo, si getta la fatica.

A questo si aggiunge una pressione sociale più grande, che spesso gli adulti fingono di non vedere mentre accusano i ragazzi di superficialità.

La società chiede prestazione. Chiede di apparire efficaci, brillanti, vincenti. Chiede di non perdere tempo. Chiede di trasformare ogni scelta in opportunità e ogni esperienza in curriculum.

Poi si stupisce se anche l’amore viene trattato come un curriculum, se i rapporti diventano prove, se la persona amata viene vissuta come conferma o come rischio reputazionale.

È una contraddizione che gli adulti producono e i giovani pagano. E quando pagano, vengono accusati.

È una forma elegante di irresponsabilità generazionale.

In questo contesto diventa difficile anche identificare un corretto stile di vita, perché la società non lo offre come orizzonte, lo offre come estetica.

Lo stile di vita viene venduto come immagine, come outfit, come routine da esibire, come slogan motivazionale.

Ma lo stile di vita, in senso serio, non è una posa. È una sintesi tra desiderio e limite. È una gerarchia di priorità. È la risposta quotidiana a una domanda semplice e severa.

Che tipo di persona voglio diventare.

Se questa domanda non viene coltivata, se non diventa una pratica, se non viene accompagnata da adulti coerenti, allora il giovane si orienta con ciò che trova.

E ciò che trova spesso è un’abbondanza di stimoli e una povertà di senso.

Ecco perché oggi assistiamo a un fenomeno che merita di essere chiamato con il suo nome, senza giri di parole.

Una parte dei legami affettivi contemporanei è diventata un consumo emotivo.

Ci si cerca per sentirsi vivi, ma non ci si sceglie per diventare migliori. Ci si prende molto, e si teme di dare troppo, perché dare troppo espone. Dà all’altro un potere.

E il potere, in una cultura che ha paura della vulnerabilità, viene vissuto come una minaccia. Così si resta in superficie per non rischiare.

Ma restare in superficie, alla lunga, è un rischio più grande, perché impoverisce.

E l’impoverimento affettivo produce cinismo, che è la vera malattia sociale di questo tempo, non la tecnologia, non la musica, non la moda.

La questione allora non è invocare un ritorno a modelli rigidi, né predicare fedeltà come se fosse un comandamento astratto.

La questione è ricostruire competenze. Reimparare la riparazione, la negoziazione, la pazienza, l’onestà comunicativa. Reimparare a stare nel conflitto senza trasformarlo in aggressione. Reimparare a distinguere il limite dal disvalore, l’imperfezione dalla mancanza d’amore. Reimparare il coraggio dell’impegno, che non è una catena, è una forma di libertà più alta, perché permette di costruire, non soltanto di provare.

Perché se continuiamo a vivere l’amore come un test di gratificazione immediata, finirà sempre nello stesso modo.

Prima un’illusione di pienezza, poi un vuoto improvviso. Prima la febbre, poi l’apatia. Prima il tutto, poi il niente.

E in mezzo, quel furto silenzioso che si compie quando smettiamo di credere nella profondità. Quando accettiamo la sostituibilità come norma. Quando confondiamo la fuga con la scelta.

Alla fine resta una domanda, che vale più di mille editoriali e di mille dibattiti televisivi.

Che cosa stiamo insegnando ai nostri giovani quando riduciamo la vita a vetrina e i sentimenti a prova di gradimento.

Che cosa stiamo insegnando quando chiediamo performance e poi pretendiamo stabilità. Che cosa stiamo insegnando quando la durata ci annoia e la fragilità ci diverte.

E allora sì, viene da ripeterlo come un ritornello amaro, non per accusare qualcuno in particolare ma per nominare un clima intero:

Ci state rubando l’anima.

E la state rubando soprattutto quando ci convincete che l’amore non deve avere radici, che la vita non deve avere misura, che la relazione non deve avere cura.

Perché un sentimento senza radici non è libertà. È vento.

E il vento non costruisce. Spazza via.

 

 

Lettera a Eugenio: nella famiglia troverai le regole per vivere nel mondo.

 

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  • Corrado Faletti è una figura complessa e poliedrica del panorama culturale e giornalistico italiano contemporaneo, capace di intrecciare nel suo percorso professionale e intellettuale dimensioni differenti — pedagogiche, civiche, storiche e mediatiche — in un’unica visione coerente e profondamente etica del giornalismo. La sua importanza nel panorama giornalistico odierno non si misura soltanto con i parametri della notorietà o della carriera accademica, ma soprattutto con la capacità di proporre un modello alternativo di giornalismo: quello che egli stesso definisce, con felice intuizione, “giornalismo pedagogico” o “giornalismo educativo”.

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