Tutto il mio folle amore

Tutto il mio amore folle, l’ultimo film di Gabriele Salvatores è la coraggiosa ed intensa versione cinematografica del libro di Fulvio Ervas. La storia è quella di un padre con un figlio autistico, un ragazzo stupendo nella realtà e nella finzione cinematografica.

Nel libro, padre e figlio attraversano insieme l’America, in un viaggio in moto durato tre mesi.

Nel film, padre e figlio attraversano i Balcani in un viaggio a cavallo, a piedi, in pick-up, ed infine in moto.

Ma il filo conduttore della storia romanzata o cinematografica è la difesa del cuore e dell’istinto. Tutto il film è un “racconto dell’istinto” e naturalmente dell’amore. L’amore, all’inizio, non riesce ad uscire dall’anima dei personaggi, ma poi fluisce libero.

Willi, il padre interpretato da Claudio Santamaria e Vincent, il figlio, magistralmente interpretato dal giovane Giulio Pranno, riescono a comunicare grazie al loro amore primordiale e folle.

Ma anche, Elena, la madre (Valeria Golino) e Mario (Diego Abantatuono) marito di Elena e padre adottivo di Vincent, riescono finalmente a comunicare, oltre la malattia del figlio. Proprio loro, che la malattia di Vincent l’hanno sempre affrontata con timore misto a rassegnazione, lui rifugiandosi nella letteratura e lei nell’acqua di una piscina, quasi alla ricerca di un liquido amniotico in cui sentirsi protetta ed essere ancora figlia e non ancora madre.

Il regista, sin dall’inizio, prende di petto il disturbo mentale, senza buonismi. Gabriele Salvatores, infatti non nega gli aspetti “disturbanti” e imbarazzanti dell’autismo. La prima scena, quella in cui, per dispetto il ragazzo evacua sotto la doccia e ci gioca per dipingere i vetri, è un pugno allo stomaco.

E, noi spettatori, capiamo subito che con un ragazzo autistico non serve tentare di comunicare in modo razionale.

Vincent si calma solo quando arriva Mario che ha imparato a volergli bene e che glielo dimostra raccontandogli delle storie visionarie…

Ma procediamo con calma. La storia è quella di Vincent, un ragazzo autistico che vive a Trieste con la madre Elena e con Mario, il marito che però non è il padre naturale del ragazzo.

Mentre la madre è incapace di reggere la malattia del figlio, Mario ha imparato a voler bene al ragazzo, decifrando il suo strano modo di comunicare.

La loro vita è però in equilibrio precario. E’ la vita di una famiglia straricca, che pur con tutte le possibilità economiche non è riuscita a gestire e digerire la malattia del ragazzo.

Anzi una vita che, nonostante villa, piscina e maneggio, sta implodendo, avviluppandosi sempre più sulla malattia del figlio Vincent.

All’improvviso, una notte, arriva Willy (Claudio Santamaria), e qui la situazione esplode.

Willy è il padre naturale del ragazzo, che ha abbandonato Elena quando era incinta.

Willy è sempre stato un padre latitante, che ha avuto paura del suo ruolo genitoriale ed ha sfogato i suoi sensi di colpa nell’alcool.

Non sa niente del ragazzo, men che meno della sua malattia, ma la canzone che, a suo tempo aveva dedicato ad Elena, lo richiama al suo ruolo.

Allo stesso modo, Elena, ragazza madre abbandonata, che aveva deciso di non abortire ed aveva dato al figlio il nome della canzone (sulle cui note si era innamorata di Willy), si risveglia al suo ruolo di madre, risentendo e poi cantando quella canzone.

E sono proprio le note della canzone di Don McLean che riuniranno questi due genitori naturali, accomunati da un figlio malato, ma anche da una vena di pazzia, come il loro folle amore.

Del resto, sono le note di questa canzone che diventano la colonna sonora del film. Il musicista aveva dedicato il brano “Vincent” al pittore Vincent Van Gogh.

E l’amore e la follia ritornano nel film “Tutto il mio folle amore”.

“Vincent”, il brano musicale di Don Mc Lean, parlava del quadro “Notte stellata” di Van Gogh, e nel dipinto le stelle erano grandi, e più che stelle sembravano luci.

Ma anche il film di Gabriele Salvatores, è giocato sulla rivelazione del personaggio attraverso le luci.

Sono luci quelle dei lumi di carta di una gara di ballo, in cui Vincent s’ innamora per la prima volta di una ragazzina. Sono luci quelle delle lampadine di una festa di matrimonio in cui Vincent subisce una traumatica iniziazione sessuale.

E sono luci blu quelle di un locale di lap dance, dove Vincent scopre il richiamo di una donna.

E qui esplode il valore del film e l’abilità del regista. L’iniziale baratto di un orologio di valore per ottenere la prestazione sessuale, si converte nella scena della delicatezza dell’amore atavico del ragazzo e della ballerina sul pick-up.

Scena di amore sbocciato, di affetto condiviso e di sesso suggerito.

Come detto all’inzio, magistrale è l’interpretazione del giovane attore Giulio Pranno, coadiuvato da un ottimo cast.  Ma notevoli sono anche la fotografia di Italo Petriccione, la scenografia di Rita Rabassini, la sceneggiatura di Umberto Contarello e Sara Mosetti, il montaggio di Massimo Fiocchi, nonché le musiche di Mauro Pagani.

E sempre per continuare nel gioco della sinestesia dei linguaggi musicale, pittorico e cinematografico, in nome di Vincent canzone, il Vincent ragazzo folle ed un po’ visionario, accenderà le luci nella coscienza-consapevolezza di tutti coloro che lo amano.

Sono infatti luci metaforiche quelle che si accendono dentro ai tre protagonisti adulti. Attraverso il folle viaggio nella vita e nella malattia di Vincent, Willy, si assumerà il coraggio di essere padre.

Elena si riconoscerà nella vena di follia del figlio, finalmente amato ed accolto come parte di sé. E Mario, il padre adottivo, amerà in modo sublime entrambi, moglie e figlio adottivo, lasciandoli infine liberi di rivelarsi l’un all’altra senza la sua mediazione contenitiva e di supporto per tutti e due.

Ed infine, mentre il ragazzo biondo sparge pezzetti di carta come fosse Pollicino, lo spettatore trova la strada di casa dopo l’esodo del viaggio, riconoscendo che “La felicità purtroppo non è un diritto, è un colpo di culo”, ed anche una vena di follia, diciamo noi spettatori, sposando la tesi del regista.

 

Antonella Ferrari
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