Venezia: “Cultura” e “Propaganda Ideologica” si scontrano pericolosamente
Le conseguenze della fine della Repubblica di Venezia avvenuta nel 1797, quando Napoleone Bonaparte conquistò la città ponendo fine alla sua indipendenza e portando alla firma del trattato di Campoformio che la cedette all’Austria, sembrano continuare anche oggi, pur essendo diventata città della Repubblica Italiana.
Fondata nel 697, Venezia ha sviluppato una propria identità tra l’Impero Bizantino e i Franchi, ha costruito un vasto impero marittimo nel Mediterraneo orientale, controllando rotte cruciali, specialmente dopo la conquista di Costantinopoli nel 1204. Forte rivale di Genova (conflitti tra il XIII e XIV secolo, inclusa la battaglia di Chioggia), ha mantenuto il suo potere per oltre un millennio, fu un esempio unico di equilibrio tra diplomazia, potenza navale e commercio, diventando una delle città più ricche e influenti d’Europa.
La sua indipendenza, che la vide fiorente anche nelle arti e nella cultura, oggi deve fare i conti con ideologie, non più mediterranee, ma di quel Nord Europa che stanno, secondo tanti Italiani, “inquinando” mortalmente l’Italia.
Ideologie assai lontane dalle culture mediterranee, dell’Egitto, della Grecia, di Roma, e Cartagine ma anche di Costantinopoli. Molto vicine invece a quelle culture ideologiche che hanno visto il loro sviluppo nel Nord Europa, specialmente dopo la rivoluzione industriale, che hanno contribuito a rivoluzionare, anche la cultura…
Oggi, pur essendo in piena campagna elettorale per il rinnovo del consiglio Comunale di questa “unica Città”, tralasciando anche le incredibili candidature che sembra siano state proposte per il Consiglio Comunale di Venezia, su cui scriveremo un articolo a parte inerente il “poltronificio” Italiano, preferiamo occuparci di Cultura, fornendo come sputo di riflessione ciò che accade in questa significativa città, ponte di collegamento culturale tra il Mediterraneo e l’Europa del Nord.
Città che ci ha già visto intervenire sul tema della “Cultura”, poiché minata fortemente da “ingerenze” ideologiche/ politiche. Ingerenze che hanno coinvolto “La Biennale di Venezia”, rea di aver accolto, in nome e per conto della Cultura, artisti Russi, ed in un secondo momento artisti Israeliani.
A questa terribile discriminazione culturale, cui la politica Italiana e assai di più, Europea, si aggiunge l’incredibile epilogo di una vicenda, anche questa di natura Ideologica, con forti ripercussioni discriminatorie, vessatorie maschiliste e razziste, che sconvolge l’arte e la cultura:
La Fondazione Teatro La Fenice ha annunciato, domenica 26 aprile, tramite il sovrintendente Nicola Colabianchi, di aver deciso di “annullare tutte le collaborazioni future con il maestro Beatrice Venezi”.
Collaborazione che il Teatro “La Fenice” di Venezia, aveva stipulato lo scorso 22 settembre, attraverso il sovrintendente, designando il Maesto Beatrice Venezi, direttore musicale stabile della Fenice a partire dal 1 ottobre 2026 con incarico di quattro anni.
Designazione che fin da subito, come noto, aveva destato forti ed immotivate proteste fin dal momento della sua nomina.
Proteste che lascavano spesso sottintendere aberranti e vergognose posizioni, precedentemente enunciate, ma occultate da “giustificazioni” evanescenti e non dimostrabili, racchiuse in una non ben definita mancanza di competenza, imperizia, che potrebbe interpetrarsi anche come incapacità.
Una fumosa indefinibile, oltre che inqualificabile, cortina di supposizioni che hanno dato luogo a continue proteste e manifestazioni contro il Direttore d’Orchestra.
Così, dopo mesi di continue polemiche e scontri, ed a un mese e mezzo dal voto avvenuto nello scorso marzo, con cui il Consiglio di Indirizzo del Teatro veneziano le aveva conferito ufficialmente l’incarico di Direttore d’Orchestra, la Fondazione ha licenziato Il Maestro e decidendo così di annullare tutte le collaborazioni future.
Non avendo riscontro effettivo delle motivazioni inerenti le incomprensibili proteste e polemiche sulla scelta di questa direttore d’Orchestra donna, non potendo mettere in dubbio le sue capacità da Direttore d’Orchestra, avendole addirittura tolto la possibilità di cimentarsi per dimostrare la Sua competenza, preparazione e bravura, le riflessioni che inevitabilmente gli attenti cittadini, che ancora possono prendersi il lusso di pensare, fanno, sono molteplici e chissà se molte di queste non siano azzeccate.
“A pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca” , detto popolare.
Da qui, le proteste dei “musicanti” che avrebbero dovuto essere da Lei dirette, potrebbero trovare origine da un indirizzo politico/ideologico piuttosto che da una eventuale mancanza di meritocrazia professionale, facendo di contro scadere la cultura, in squallido pressappochismo ideologico.
La sterile discussione creata ad arte per le sue posizioni che non ricalcano l’ideologia Radical Chic, rumorosamente e fortemente imposta, oggi quasi per legge, da una parte politica che si autodefinisce “progressista”, ha segnato fin da subito il percorso ad ostacoli che ha portato alla inconcepibile chiusura del rapporto, prima ancora di incominciare.
E’ noto infatti che il Direttore d’Orchestra, donna Beatrice Venezi, ha scelto fin da subito di voler essere chiamata “Maestro” e “Direttore” al maschile, non al femminile, seguendo così quella tradizione culturale che ha attraversato i secoli, piuttosto che seguire la moda imposta da culture ideologiche femministe, di dubbia utilità.
Essere poi la prima donna chiamata a dirigere l’Orchestra di un prestigioso teatro come “La Fenice”, ha certamente ha infastidito quegli uomini e quelle donne, magari facente parte dell’orchestra, forse anche considerate impropriamente “femministe” e magari legate a fazioni politiche di opposizione di governo, essendo Lei stata nominata con l’assenzo di un ministro facente parte al governo di maggioranza.
Mesi di scioperi, manifestazioni, volantinaggi, proteste delle maestranze che hanno sempre ritenuto la Maestra non adatta per curriculum al Teatro veneziano, fino alle richieste di dimissioni nei confronti del sovrintendente (l’ultima volta pochi giorni fa quando in sala si è sentita una voce gridare “Colabianchi dimettiti” seguita poi da una pioggia di volantini).
Sorprende che le “maestranze” contestino un loro superiore solo su supposizioni rilevate da un ”curriculum” non ritenuto idoneo, ma senza prima aver verificato la competenza e la idoneità sul campo.
Tante volte in varie discipline, il saccente, ritenuto eccellente sulla carta, si è poi rilevato un sonoro fiasco…
Forse qualcuno ambiva quella posizione che poi è stata offerta alla Venezi?
Il dubbio è lecito.
La motivazione sul licenziamento pone ulteriori perplessità, visto la improvvisa ed “fosca” immediatezza addottata dallo stesso “Sovraintendente” che la aveva assunta.
ANSA riporta: “Una scelta che, spiega il sovrintendente Nicola Colabianchi, “è maturata anche a seguito delle reiterate e gravi dichiarazioni pubbliche del maestro, offensive e lesive del valore artistico e professionale della Fondazione e della sua orchestra”.
Quella parola “Anche” fa sorgere numerosi interrogativi, cui tuttavia non abbiamo elementi, e che vorremmo l’interessato approfondisse.
Così come la precisazione, sempre di ANSA, che costringe Palazzo Chigi a puntualizzare che: “è privo di ogni fondamento quanto riportato in un articolo del Corriere della Sera: il Presidente del Consiglio non è stato coinvolto in alcun modo sul tema e quindi non avrebbe potuto dare alcun ‘via libera’, come invece sostenuto”.
Chi tira la “giacchetta? E perché?
Secondo AGI, a convincere il sovrintendente Nicola Colabianchi non è stato il dibattito culturale e politico (acceso al punto da essere diventato nei mesi un vero e proprio braccio di ferro) ma “le reiterate e gravi dichiarazioni pubbliche del maestro, offensive e lesive del valore artistico e professionale della Fondazione e della sua orchestra”.
In particolare a rendere Venezi incompatibile con il suo incarico alla Fenice sono state le dichiarazioni rilasciate al quotidiano argentino La Nación in cui spiegava che: “Io non ho padrini, questa è la differenza. Non provengo da una famiglia di musicisti. E questa è un’orchestra dove le posizioni si tramandano praticamente di padre in figlio”.
Ad oggi non abbiamo trovato da nessuna parte la netta smentita, con relative prove, che il “nepotismo” paventato dalla Venezi sia falso, per di più se analizziamo a livello nazionale ciò che avviene in tantissime amministrazioni, pubbliche, otre che private, sono numerosi i casi di “nepotismo, a torto o ragione che sia.
Magistrati, funzionari di pubblica amministrazione, banchieri, notai, medici e docenti universitari, la lista potrebbe essere assai lunga e sicuramente tanti italiani, potrebbero fornire esempi inconfutabili.
Possono aver influito le dimissioni del consigliere del Ministero della Cultura Alessandro Tortato, che lo scorso 11 marzo ha lasciato il suo incarico in aperta rottura con una nomina definita troppo “politica”?
Strano “tifo da stadio”, alla notizia della revoca alla Venezi, come riporta AdnKronos..
“Applausi, una lunga ovazione e grida di giubilo hanno accolto questa sera il termine dell’ultima recita di ‘Lohengrin al Teatro La Fenice, diretto da Markus Stenz’. Il pubblico ha reagito, così, con entusiasmo alla notizia dell’annullamento della nomina di Beatrice Venezi a direttrice musicale. Anche gli orchestrali visibilmente felici si sono uniti agli applausi del pubblico.
Festeggiamenti improvvisati ci sono stati questa sera dopo le ore 20 fuori dal Teatro, in campo San Fantin, dopo che si è diffusa la notizia. Oltre 150 persone, tra pubblico e maestranze, hanno applaudito a lungo a ritmo gridando: “Viva La Fenice”. Presenti anche molti orchestrali, che poi hanno poi brindato “alla bella e inaspettata novità”. “Siamo felicissimi”, ha commentato con l’Adnkronos l’orchestrale Marco Trentini, sindacalista Fials.”
Solo il giorno dopo il suo licenziamento il Direttore, Beatrice Venezi, ha rotto il silenzio. “Sono stata offesa e bullizzata dagli orchestrali negli ultimi mesi” rivela il direttore d’orchestra in una nota , sostenendo di “non aver mai mancato di rispetto a lavoratori di nessun teatro”. “Prendo atto della dichiarazione del sovrintendente e della decisione della Fondazione Teatro La Fenice, che andrà comunque chiarita nelle motivazioni e a cui si dovrà rispondere in modo opportuno”
Intanto in una nota diffusa da Venezi si sottolinea che è “evidente che le dichiarazioni rese dal maestro Venezi al quotidiano argentino ‘La Nacion’ il 23 aprile scorso” – quelle in cui si accusava di nepotismo l’orchestra e che hanno innescato la reazione di Colabianchi – “avrebbero dovuto essere lette nel contesto dell’intervista e non distorte e strumentalizzate. E’ stata dichiarata una idea specifica e circostanziata che non poteva essere travisata”.
“Mai sono mancata e mai mancherò di rispetto ai lavoratori di nessun teatro – dichiara Beatrice Venezi – a differenza di quanto invece ho ricevuto dai lavoratori de La Fenice negli ultimi otto mesi, che mi hanno costantemente e sistematicamente diffamata, calunniata, offesa e bullizzata, su social, giornali, tv in Italia e in tutto il mondo, con l’intento dichiarato di danneggiare la mia immagine professionale e conseguentemente la mia carriera”.
“In Italia essere giovane è un handicap e, poi, donna un aggravante. Il mio è il successo di una ragazza di provincia che si è fatta da sola. E questo non piace alla Casta”, conclude Venezi.
Parole forti, quelle della Venezi, ma che tuttavia sembrano avere riscontro, analizzando i fatti.
Così, Venezia, tra “Biennale” e “Fenice” si trova nel bel mezzo di una tempesta che altera ogni significato della Cultura, manipolata e violentata dalla ideologia politica.
Un buon viatico, che la politica ha già utilizzato per allontanare da essa il cittadino, come testimoniano la sempre più bassa partecipazione alla vita politica della “res pubblica” e che ora vuol trasferire alla cultura…
Sipario chiuso. Anzi, sbarrato. 🎭🚫
Diciamocelo chiaramente: al Teatro La Fenice non è andato in scena un flop musicale. È andato in scena un processo alle intenzioni. Beatrice Venezi è fuori, e no, non per una nota sbagliata o una bacchetta incerta. È fuori perché ha commesso il peccato originale: pensare (e parlare) fuori dallo spartito imposto.
Il merito? Una bella favola che ci raccontiamo a Natale. La realtà è che nei salotti della “cultura che conta”, l’unico spartito ammesso è quello dell’allineamento.
E qui il corto circuito si fa violento:
- Sei giovane e determinata? Sei “arrogante”.
- Sei una donna di destra? Sei un’anomalia da espellere.
- Sei pure bella? Allora sei imperdonabile.
In un mondo che si riempie la bocca di “inclusività” e “libertà d’espressione”, sembra che l’unico spazio concesso a chi non ha la tessera del club giusto sia la porta d’uscita. I teatri italiani sono diventati feudi ereditari dove il dissenso non è un valore, ma un disturbo della quiete pubblica.
La verità è che Beatrice Venezi dà fastidio perché rivendica di non avere padrini. E in un sistema che vive di “padrini e figliocci”, questa è una dichiarazione di guerra.
Hanno vinto i soliti noti? Forse. Ma resta una domanda nell’aria, più pesante di un’ouverture di Wagner: la musica deve liberare le menti o deve solo confermare i pregiudizi di chi tiene le chiavi del teatro
https://www.agi.it/cultura/news/2026-04-26/la-fenice-venezi-36767226/
La pena prima della colpa
due osservazioni del Direttore
C’è un punto, nella vicenda di Beatrice Venezi e del Teatro La Fenice, che supera la persona, supera l’orchestra, supera persino Venezia, e riguarda ormai il modo in cui questo Paese sta smarrendo il senso elementare della giustizia civile. Non quella dei tribunali, almeno non soltanto, ma quella più antica, più fragile e più necessaria, che dovrebbe abitare le istituzioni culturali, i luoghi del pensiero, le redazioni, le scuole, le università, i teatri, cioè tutti quegli spazi nei quali una comunità dovrebbe imparare a distinguere la critica dalla condanna, il dissenso dalla demolizione, la valutazione dal linciaggio.
Il caso è noto. La Fondazione Teatro La Fenice ha deciso di annullare tutte le future collaborazioni con Beatrice Venezi, dopo mesi di polemiche e dopo dichiarazioni pubbliche considerate dalla Fondazione offensive e lesive del valore artistico e professionale dell’orchestra. La nomina di Venezi, designata il 22 settembre come direttore musicale stabile dal 1 ottobre 2026, era stata contestata fin dall’inizio da una parte delle maestranze e degli ambienti musicali, con argomenti che riguardavano il metodo della scelta, il curriculum, l’opportunità della designazione e il sospetto di una eccessiva vicinanza politica.
Tutto legittimo, almeno in astratto. In una democrazia adulta si può contestare una nomina. Si può discutere un curriculum. Si può pretendere trasparenza. Si può chiedere che una fondazione culturale, soprattutto se pubblicamente rilevante, spieghi le proprie scelte. Ma il punto è un altro. Quando la contestazione diventa assedio, quando l’assedio diventa squalifica personale, quando la squalifica personale diventa esclusione professionale prima ancora che il soggetto abbia potuto misurarsi pienamente sul campo, allora non siamo più davanti alla critica. Siamo davanti a un rito punitivo.
Ed è questo il vero problema italiano. Ormai la pena viene prima della colpa.
Non serve più dimostrare. Basta insinuare. Non serve più verificare. Basta collocare qualcuno nel recinto sbagliato. Non serve più discutere il merito. Basta appiccicare un’etichetta, politica, culturale, estetica, generazionale, biografica, e quella etichetta comincia a funzionare come una sentenza. In Italia, sempre più spesso, l’imputazione sociale precede l’accertamento dei fatti. Prima si decide chi deve essere espulso dal perimetro della rispettabilità, poi si cercano le ragioni per giustificare l’espulsione.
È una malattia profonda, perché non colpisce solo chi viene messo sotto accusa. Colpisce la qualità stessa della vita pubblica. Se un’artista può essere giudicata prima di dirigere, se un professionista può essere bruciato prima di essere valutato, se una nomina può essere trasformata in una guerra identitaria permanente, allora il problema non è più la singola nomina. Il problema è che la cultura italiana rischia di diventare un sistema disciplinare, non un sistema di libertà.
Attenzione. Questo non significa assolvere preventivamente Beatrice Venezi, né negare il diritto dell’orchestra della Fenice a difendere la propria dignità professionale. La stessa Fondazione ha sostenuto che le dichiarazioni del maestro fossero incompatibili con il rispetto dovuto ai professori d’orchestra, e le fonti riportano che i sindacati hanno accolto positivamente la decisione, ritenendola necessaria per tutelare il lavoro e l’immagine del Teatro.
Ma proprio qui sta il punto. Una comunità matura dovrebbe riuscire a tenere insieme due esigenze. Da un lato, tutelare l’istituzione e i suoi lavoratori. Dall’altro, impedire che il conflitto si trasformi in un meccanismo di espulsione morale, dove il soggetto contestato non è più una professionista da valutare, ma un corpo estraneo da rimuovere.
Perché questo è il clima che inquieta. Non la discussione sulla Fenice. Non la polemica su un curriculum. Non il confronto, anche duro, tra una direzione e un’orchestra. Inquieta l’idea che ogni spazio pubblico italiano sia ormai diventato un piccolo tribunale ideologico, nel quale la sentenza arriva prima del dibattimento, la gogna prima della prova, la sanzione prima della colpa.
Lo abbiamo visto nella politica. Lo vediamo nella scuola. Lo vediamo nella pubblica amministrazione. Lo vediamo nel giornalismo. Lo vediamo nella cultura. Appena una figura non rientra nel canone dominante del contesto in cui entra, parte la ricerca dell’incompatibilità. Non si domanda più: sa fare quel lavoro? Si domanda: appartiene al nostro mondo? Non si domanda più: può essere giudicata alla prova dei fatti? Si domanda: ci rappresenta, ci rassicura, conferma i nostri codici, parla la nostra lingua?
E se la risposta è no, allora scatta la pena.
Una pena senza processo formale, ma non per questo meno devastante. La pena della delegittimazione. La pena dell’isolamento. La pena del sospetto. La pena del curriculum sezionato non per capire, ma per colpire. La pena della battuta, del titolo, del volantino, dell’applauso alla caduta. E forse proprio l’applauso alla caduta è il dettaglio più amaro di tutta questa storia. Perché una comunità culturale può anche ritenere sbagliata una nomina, ma quando festeggia la rimozione di una persona, dovrebbe almeno interrogarsi su quale idea di cultura stia difendendo.
La cultura non può diventare vendetta. Il teatro non può diventare tribunale. L’orchestra non può diventare piazza punitiva. La politica non può fingersi estranea quando per mesi ha lasciato che ogni discussione si caricasse di simboli, sospetti, appartenenze, rancori. E il giornalismo, se vuole essere ancora giornalismo, non può limitarsi a contare i vincitori e i vinti del giorno, come se la vita pubblica fosse una corrida.
La domanda vera non è se Beatrice Venezi fosse o non fosse la scelta migliore per La Fenice. Questa domanda può avere risposte diverse, anche legittimamente opposte. La domanda vera è un’altra: in Italia esiste ancora il diritto di essere valutati dopo una prova, oppure basta diventare sgraditi perché la prova venga impedita?
Perché se basta essere sgraditi, allora non siamo più nel campo della cultura. Siamo nel campo della conformità.
E una cultura conforme è una cultura morta, anche quando applaude, anche quando riempie i teatri, anche quando si proclama libera, inclusiva, progressista o conservatrice. La cultura vive quando sopporta il conflitto, quando accetta la complessità, quando distingue tra errore e colpa, tra critica e persecuzione, tra responsabilità e vendetta. Muore invece quando si convince che la purezza del proprio ambiente valga più della libertà della persona.
Il caso Fenice, allora, dovrebbe essere letto come un sintomo. Non come una rissa tra una direttrice e un’orchestra. Non come l’ennesima battaglia tra destra e sinistra. Non come un episodio mondano della cultura italiana. È il sintomo di un Paese che giudica in fretta, punisce con piacere e verifica troppo tardi.
Ed è qui che Betapress non può tacere. Perché quando la pena arriva prima della colpa, non perde soltanto chi viene punito. Perde la società intera. Perde il principio di proporzione. Perde il diritto al contraddittorio. Perde l’idea stessa che una persona debba essere giudicata per ciò che fa, non per ciò che rappresenta agli occhi dei suoi avversari.
La Fenice, simbolo meraviglioso di rinascita, avrebbe potuto insegnare al Paese che anche nei conflitti più duri si può cercare una forma alta di responsabilità. Invece, almeno per ora, ci consegna un’immagine più cupa: quella di un’Italia in cui il rogo reputazionale viene acceso prima ancora che la musica cominci.
E quando in un Paese la musica non può più cominciare perché il verdetto è già stato scritto, allora il problema non è più il direttore d’orchestra.
Il problema è il silenzio civile che resta dopo l’applauso.
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