Settembre 10, 2026
percezione e realtà

Dentro la frattura tra verità e percezione

 

In un tempo segnato da violenze, conflitti e dal progressivo svuotamento del diritto internazionale, non è solo l’ordine globale a vacillare, ma anche il nostro modo di interpretarlo. Di fronte a un flusso continuo di informazioni e narrazioni contrastanti, diventa inevitabile chiedersi quanto siamo davvero capaci di distinguere la verità storica da ciò che, consapevolmente o meno, scegliamo di ritenere vero.

Più che semplici vittime della manipolazione, si rischia infatti di essere partecipi di una selezione soggettiva: tendiamo a riconoscere come vero ciò che conferma le nostre convinzioni, ignorando ciò che le mette in crisi. In questo scenario, la questione centrale non riguarda solo ciò che accade nel mondo, ma la nostra responsabilità nel modo in cui lo comprendiamo.

E così, mentre il mondo s’incendia sempre più, resta sospeso un interrogativo che non riguarda più soltanto la geopolitica o il diritto, ma la coscienza individuale: quanto di ciò che riteniamo vero lo è davvero, e quanto, invece, è semplicemente ciò che avevamo bisogno di credere?

 

Ho sempre vissuto immerso nel pensiero, e in particolare in quella sua forma che tenta di leggere il mondo nei suoi equilibri più profondi: la politica, la storia, le dinamiche del potere. Non come esercizio accademico, ma come una necessità quasi viscerale. Fin da bambino, mentre altri si accontentavano delle superfici, avvertivo correnti sotterranee, tensioni invisibili, crepe che non erano ancora diventate fratture.

 

Col tempo ho iniziato a chiedermi se non ci fosse, in questa mia disposizione, qualcosa di ambivalente. Una sorta di sensibilità anticipatrice che, invece di proteggermi, mi esponeva; come se fossi in grado di captare le negatività del mondo con un certo anticipo, ma senza possedere gli strumenti per trasformarle. E allora quelle stesse percezioni, invece di diventare comprensione, si facevano peso. Mi trascinavano verso il basso, come una corrente che riconosci ma a cui non sai sottrarti.

 

Appartengo alla generazione del boom demografico degli anni ’60. Sono nato e cresciuto in un’epoca che, almeno in apparenza, offriva certezze nette. Il mondo era leggibile, ordinato secondo una grammatica semplice: da una parte i buoni, dall’altra i cattivi. Noi, l’Occidente, stavamo con i primi. Gli Stati Uniti incarnavano la libertà, la democrazia, il progresso, il sogno della ricchezza. Dall’altra parte, l’ombra: l’Unione Sovietica, il Patto di Varsavia, un universo percepito come monolitico, oppressivo, quasi metafisicamente sbagliato.

 

Era una visione che si innestava perfettamente in un sottofondo culturale più antico: quel manicheismo occidentale che tende a separare il mondo in poli opposti, assegnando alla luce tutta la ragione e all’ombra tutto il torto. Una semplificazione potente, rassicurante. Perché se il bene è chiaramente identificabile, allora anche la nostra posizione nel mondo lo è.

Quella chiarezza, oggi lo capisco, non era solo politica. Era esistenziale. Dava struttura alle nostre vite, un senso implicito di appartenenza e di giustezza.

 

Poi qualcosa si incrinò.

Negli anni Ottanta, la tensione tra i blocchi raggiunse un livello quasi parossistico. La corsa agli armamenti non era solo una competizione strategica: era una dimostrazione di forza, una sfida di resistenza tra sistemi incompatibili. L’Unione Sovietica, incapace di sostenere quel ritmo, iniziò lentamente a cedere.

 

E poi arrivò il momento simbolico, quello che ancora oggi resta impresso come una fotografia collettiva: il Caduta del Muro di Berlino, il 9 novembre 1989. Ricordo perfettamente quel giorno, mio figlio compiva un anno, e ricordo la sensazione davanti alla televisione: eravamo spettatori, certo, ma anche partecipi di qualcosa che sembrava definitivo.

Era la fine di una tensione. Era, almeno così appariva, la vittoria del bene sul male.

E in quel momento, lo ammetto, ci siamo sentiti dalla parte giusta della Storia.

 

Ma la Storia, quando sembra chiudere un capitolo, spesso sta solo cambiando forma.

Perché proprio da quella vittoria iniziò a emergere un conflitto più sottile, meno visibile, ma forse ancora più pervasivo. Non veniva dall’esterno. Non aveva un volto chiaramente identificabile. Si annidava dentro il nostro stesso sistema.

 

Era la trasformazione del capitalismo in qualcosa di più radicale, più astratto, più difficile da afferrare: la supremazia della finanza. Non più strumento dell’economia reale, ma forza autonoma, capace di orientare politiche, culture, destini. E la globalizzazione, con la sua promessa seducente di connessione, apertura, progresso, ne divenne il veicolo principale.

 

Sembrava un’espansione. Era invece, in molti casi, una colonizzazione invisibile.

E quella che allora appariva come una nuova era di opportunità si è rivelata, col tempo, una lenta discesa. Una discesa che, a distanza di trent’anni, non possiamo dire conclusa.

Nel frattempo, il mondo cambiava volto. La Perestrojka aprì crepe nel sistema sovietico, accelerandone la trasformazione. Ma quella trasformazione non fu lineare né pura: molti uomini del vecchio regime si riconfigurarono, mutando forma senza perdere il potere, dando origine a nuove élite, spesso opache, talvolta apertamente predatorie.

 

Le barriere cadevano, i mercati si aprivano, e con essi anche le percezioni.

Scoprii, quasi con sorpresa, che i russi non erano i “cattivi” che ci avevano raccontato. E, più lentamente, iniziai a intravedere che gli americani non erano sempre i “buoni” che avevamo idealizzato.

Fu uno spostamento difficile, perché non riguardava solo la geopolitica. Intaccava la nostra struttura mentale.

 

Guardando ai fatti, non alle narrazioni, emerse una realtà meno lineare. Gli Stati Uniti, dopo il 1945, avevano incontrato limiti evidenti nelle guerre combattute. Eppure, nella percezione collettiva, continuavano a incarnare una potenza quasi invincibile.

Compresi allora qualcosa di decisivo: il loro esercito più efficace non era dislocato nei mari o nei deserti, ma nell’immaginario. Hollywood aveva costruito un racconto più potente della realtà. La comunicazione, più delle armi, modellava il consenso, definiva i ruoli, stabiliva chi fosse l’eroe e chi il nemico.

 

E questo produceva una distorsione profonda: vedevamo ciò che ci veniva mostrato, e credevamo che fosse il mondo.

Non si tratta di demonizzare, ma di riconoscere una complessità. Quella che chiamiamo “la più grande democrazia del mondo” ha anche operato, direttamente o indirettamente, in dinamiche di destabilizzazione, soprattutto in aree ricche di risorse strategiche. La guerra, in questo senso, non è un’eccezione, ma una componente strutturale.

 

Eppure, nonostante questa consapevolezza, non riesco a cedere alla tentazione di un relativismo assoluto.

 

Perché, se è vero che l’Occidente ha le sue ombre, è altrettanto vero che al suo interno sono sopravvissuti, e in parte prosperati, concetti fondamentali: libertà individuale, pluralismo, possibilità di dissenso. Nei regimi comunisti, invece, queste dimensioni erano sistematicamente negate. E le loro conseguenze sono ancora visibili, incise negli strati bassi delle società che ne sono uscite.

 

Anche in Europa, la storia recente offre un’indicazione interessante: laddove si sono affermati regimi autoritari di destra nel primo Novecento, spesso violenti, ma relativamente brevi, si sono poi sviluppate, nel tempo, democrazie solide ed economie di produzione manifatturiera di grande livello. Come se il trauma, pur devastante, avesse generato anticorpi.

 

Ma qui emerge una riflessione più inquietante.

Quando il bene si definisce esclusivamente in opposizione al male, diventa dipendente da esso. E quando quel “presunto” male scompare, o si dissolve, il bene perde il suo riferimento. Rischia di corrompersi, di espandersi senza più limiti, fino a inglobare ciò che prima combatteva.

È quello che, in parte, è accaduto.

 

Con la fine del nemico sovietico, abbiamo perso anche una forma di equilibrio. E quella sicurezza, che sembrava naturale, ha iniziato a sgretolarsi.

Personalmente, ho avvertito questo passaggio in modo netto con l’attacco dell’11 settembre. Di fronte al crollo delle Torri Gemelle, la prima reazione fu, naturalmente, di orrore. Ma quasi subito emerse un’altra sensazione, più difficile da definire: la percezione che qualcosa stesse cambiando direzione, e non in modo trasparente.

 

Da quel momento, il mondo ha cercato nuovi nemici. L’asse si è spostato: da est verso sud, verso il mondo arabo-islamico, mentre sul piano economico emergeva la centralità della Cina.

Ma anche qui, il rischio è la semplificazione.

Perché la maggior parte di quelle persone, al di là delle narrazioni, vive condizioni non così diverse dalle nostre: desidera stabilità, dignità, possibilità. In molti casi è vittima di regimi autoritari, in altri subisce le conseguenze di dinamiche globali che non controlla.

 

E allora la domanda torna, inevitabile: quanto delle nostre paure è reale, e quanto è costruito?

Forse, in fondo, il percorso che ho attraversato, dalla certezza alla complessità, dalla divisione alla sfumatura, non è solo politico. È interiore.

È il passaggio da un mondo semplice, in cui sapere da che parte stare bastava a sentirsi giusti, a un mondo in cui la verità richiede di sostenere il dubbio.

 

E forse è proprio lì, in quello spazio meno rassicurante, dentro quella frattura, che inizia una forma più autentica di consapevolezza.

 

 

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Autore

  • Direttore di un Centro Studi , ha iniziato come ricercatore e poi come responsabile di laboratori sui materiali da costruzione fondando poi una propria azienda sui materiali da restauro. Ha collaborato sia come docente che come responsabile di progetto per organismi internazionali di livello europeo e mondiale. Ha vissuto dieci anni in Spagna a Barcellona. “Umanista della complessità” si interessa di tutti gli argomenti che attengono sia all’evoluzione dell’individuo che della società.

     

     

     

    Collaboratore esterno


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