Vittoria (RG), l’atto d’accusa di Giuseppe Bascietto: «Il silenzio del Consiglio comunale è una resa»

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Vittoria, l’atto d’accusa del giornalista Giuseppe Bascietto:
«Il silenzio del Consiglio comunale è una resa»

Non usa mezzi termini Giuseppe Bascietto, che con un lungo e articolato intervento pubblicato sul proprio canale Facebook ha scelto di rompere quello che definisce «un silenzio istituzionale assordante». Un’accusa diretta, politica prima ancora che personale, rivolta al Consiglio comunale di Vittoria e, in particolare, alla sua presidenza, chiamata – secondo il giornalista – a rispondere di una mancata assunzione di responsabilità in una delle fasi più delicate vissute recentemente dalla città.

Bascietto ricostruisce una sequenza temporale precisa. Tutto ha inizio con il sequestro di un giovane avvenuto a settembre, episodio che – come successivamente emerso in sede giudiziaria – si inserisce in un contesto mafioso strutturato e riconducibile ai vertici della criminalità organizzata locale. Da quel momento, una serie di eventi gravi: arresti per traffico e spaccio di droga, operazioni di polizia collegate allo stesso sequestro, minacce al sindaco e, infine, l’incendio di un bene confiscato alla mafia.

Per il giornalista non si tratta di fatti isolati né di una casuale concentrazione di episodi di cronaca. Al contrario, è una linea coerente che racconta una riorganizzazione criminale ancora capace di esercitare controllo, violenza e intimidazione sul territorio.

È in questo scenario che, secondo Bascietto, emerge una responsabilità politica grave: l’assenza di una convocazione straordinaria del Consiglio comunale per affrontare pubblicamente l’evoluzione della criminalità mafiosa in città. Nessun dibattito aperto, nessuna presa di posizione ufficiale, nessun segnale istituzionale chiaro rivolto alla cittadinanza e, soprattutto, a chi utilizza la violenza come strumento di potere.

Nel suo intervento, il giornalista sottolinea come l’unica voce fuori dal coro sia stata quella di un consigliere comunale che, richiamando il regolamento, ha provato a ringraziare le forze dell’ordine e ad avviare una prima riflessione politica. Un episodio rimasto isolato, senza seguito e senza una discussione collettiva.

«Il silenzio – scrive Bascietto – non è neutralità. È una scelta». Una scelta che, nei territori storicamente segnati dalla presenza mafiosa, assume un valore preciso: lasciare soli i rappresentanti istituzionali più esposti sul fronte della legalità e dell’antimafia, indebolendo l’immagine dello Stato come fronte compatto.

Secondo l’analisi del giornalista, le intimidazioni successive – dalla minaccia diretta al sindaco fino al rogo di un bene confiscato – non possono essere lette prescindendo da questo vuoto politico. Non come un rapporto di causa-effetto in senso giudiziario, ma come la conseguenza di un clima in cui l’assenza di una risposta collettiva delle istituzioni diventa un messaggio implicito.

L’atto d’accusa è netto: la presidente del Consiglio comunale, titolare della prerogativa di convocare l’aula, avrebbe di fatto trasformato il luogo del confronto democratico in uno spazio chiuso, proprio mentre all’esterno tornava a farsi sentire il linguaggio della paura e dell’intimidazione. Una responsabilità che Bascietto definisce apertamente politica, prima ancora che personale.

Il messaggio finale è altrettanto chiaro. Non bastano post di solidarietà o dichiarazioni generiche. Serve un atto pubblico, formale e visibile: un Consiglio comunale convocato con urgenza, capace di esprimere una posizione unitaria, netta e inequivocabile contro la criminalità organizzata.

Perché – conclude il giornalista – la storia insegna sempre la stessa lezione: le mafie non avanzano solo quando sparano o incendiano, ma soprattutto quando trovano istituzioni che tacciono. E a Vittoria, oggi, quel silenzio pesa come benzina versata sul fuoco.

 

     Leggi il Post del Giornalista     Giuseppe Bascietto


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