METTI UNA CENA AI TEMPI DELLA PANDEMIA.

 

Metti una cena ai tempi della pandemia; metti quattro amici che non sono soliti parlare solo di scarpe à-la-page o dell’ultima ricetta vista in TV; metti anche un paio di bottiglie di Vouvray di troppo ed ecco che i componenti della miscela – o del cocktail, se vogliamo – sono serviti a tavola.

Ma la miscela potrebbe rimanere lì, stabile, inerte, inattiva, come il marmo prima d’essere modellato dallo scultore: un’opera d’arte in nuce, e per il momento un semplice pezzo di granito.

In quella cena i fattori innescanti e gli additivi incendiari, la miscela, sono stati la musica e la domanda disarmante e provocatoria di uno dei quattro amici: “qual è la canzone che ora, in questo momento, vi sta più a cuore? Perché non le ascoltiamo assieme e poi ci diciamo il motivo della scelta?”.

Bene, si parte!

E che partenza… Chicca cita “La donna cannone” di De Gregori; in effetti è un vero boom, una delle più belle canzoni italiane di sempre, ma questo forse è secondario; il pezzo le ricorda la nonna.

Anna fa raccontare da Fiorella Mannoia come la vita vada vissuta sempre, coraggiosamente, con “Che sia benedetta” (a chi ha perso tutto e riparte da zero / perché niente finisce quando vivi davvero).

Sappiamo quanto la Musica possa pizzicare alcune corde dell’anima, come sappia farle vibrare, soprattutto se sono corde autobiografiche.

Fede fa ascoltare Francesco Renga con “Tracce di te”, brano in gara a Sanremo 2002 per esprimere la sua delusione rispetto ad un talento cristallino, sbocciato ai tempi dei mitici Timoria e ora appiattito nel nome del business delle case discografiche.

Tocca a me. In effetti ci sono parecchi artisti che nell’ultimo periodo mi hanno accompagnato, ma chi e cosa posso fare girare nel piatto? – ah no, scusate, questo lo si faceva negli anni ‘80 e ‘90, quando la tua esistenza, il tuo essere al mondo dipendeva solo dalle note che il vinile gracchiava sul giradischi; ora bisogna dire che lo ricerchi in Spotify o Apple Music.

Non ho dubbi: il Niccolò Fabi di “Un mano sugli occhi”.

Dopo l’ascolto mi viene chiesto perché ho scelto questa canzone.

Alcuni lunghi istanti di riflessione che sembrerebbero preludio ad un discorso ispiratissimo, ad una dissertazione sulla filologia insita nei testi della canzone italiana contemporanea e le uniche parole che escono sono: “Perché in soli tre accordi ha saputo descrivere l’Amore nella sua semplicità”.

Semplice. Troppo semplice come spiegazione? Provate ad ascoltarla, magari a luci spente o ad occhi socchiusi, magari con un vostro caro accanto e forse ognuno darà una sua interpretazione, magari legata al preciso istante in cui la state ascoltando.

Per me il testo descrive l’Amore come “compenetrazione” di due pianeti diversi (tu insegni il silenzio / in tutte le lingue del mondo / io scrivo d’amore / ma mi nascondo) e come legame di profonda condivisione (sarà più facile in due rimanere svegli), fatto di cadute (hai fatto finta di non vedere / quando tradivo, giocavo, imbrogliavo) e di aiuto reciproco nel risollevarsi (ma ancora adesso stringiamo i pugni / e non ce ne andiamo da qui).

Nella parte finale è un crescendo musicale e i versi finali descrivono l’Amore come “una somma di piccole cose” (tu non parli mai / ma ciò che vuoi / è solo un giorno normale) e del suo naturale evolversi da innamoramento a qualcosa di diverso e più maturo (non è più baci sotto il portone / non è più l’estasi del primo giorno / è una mano sugli occhi prima del sonno / è questo che sei per me). L’uomo è per sua natura teso verso qualcosa di più grande, verso la ricerca di felicità che a me piace chiamare “risposta alle proprie domande”.

Alla domanda su cosa sia l’Amore tanti musicisti, poeti ed artisti hanno provato e proveranno a dare una personale risposta.

Niccolò Fabi è grandissimo interprete di questa ricerca e la sua musica mi è di conforto in questo momento così pesante e strano.

 

RIGE




Sanremo oggi più che mai rock…

Ci siamo lasciati alle spalle pure la 71ª edizione del Festival della canzone italiana e credo che nessuno sia troppo triste neanche quest’anno.

Per la critica, per i media, per gli sponsor e pure per il pubblico (solo da casa, vista l’assenza di spettatori nella platea dell’Ariston), è stato un vero successo.

Lo era prima di iniziare, come ogni anno, e lo è stato anche ora che è finito.

Ma andiamo con ordine.

Fino allo scorso anno la musica trap ed il suo dio, quell’idiozia colossale ed antiartistica chiamata Auto-Tune, hanno permesso l’ingresso nella finzione discografica a veri e propri cani ululanti, incapaci di una dizione media ed incapaci pure di infilare in una singola frase un soggetto, un predicato verbale ed un oggetto.

Presenza scenica, costumi, provocazioni al limite della decenza e la parità di genere ridotta a commedia kafkiana; questo è stato il Festival dello scorso anno!

L’edizione 2021 invece ha esteso lo spettro musicale a più generi, pur mantenendo un filo con alcuni “interpreti” di un modello culturale prettamente estetico e provocatorio, legato al movimento trap.

Imitare precursori “glam” del calibro di DAFT PUNK, SLIPKNOT, KISS, il grande DAVID BOWIE e, dalle nostre parti anche i TRE ALLEGRI RAGAZZI MORTI, non renderà artista chi non lo è… pagliaccio invece si!

Così Fabrizio Rioda dei RITMO TRIBALE sulle apparizioni del Festival 2021 di Achille Lauro: “Non voglio togliere nulla ai vestiti di scena (così si chiamano) e alla performance (così si chiama) del buon Achille. (…) Buona finale sul divano, ragazzi. Che atroce pagliacciata!”

Mi domandavo e ci domandavamo lo scorso anno quanto ci avrebbe messo a scomparire la Musica in Italia; ma quest’anno è stato diverso, quest’anno, le Majors, prese dal timore del calo delle vendite e dell’interesse, soprattutto dei consumatori più giovani, hanno optato per scelte più Rock ed anche più neo melodiche, puntando sui non-più-tanto-giovani e sui non-più-tanto-big. E’ stato bello per me vedere i MANESKIN sul gradino più alto del podio sanremese con la loro “Sono fuori di testa”.

Una band che suona per davvero, sbaglia pure gli assoli, ma che porta in palco la propria musica  e lo fa con passione e dedizione… altro che Auto-Tune!!!

Parlando di Rock e di Sanremo, non tutti sanno che legata alla città che ospita la più famosa manifestazione canora italiana c’è un’altra manifestazione musicale…

sanremorock uemmepi

Sanremo Rock! Ho avuto la fortuna di partecipare alla finale con la mia band, gli UEMMEPI, tre anni or sono.

Per giungere in finale il percorso è stato lungo,  fatto di concerti e di giurie provinciali, regionali e nazionali.

Più di tremila artisti e band Rock, R’n’B, Soul, Jazz, Jive e Rockabilly provenienti da tutt’Italia e tutti con la propria musica e qualche sogno.

E’ stata un’esperienza unica tanto che, se il pubblico a casa avesse potuto vedere (e ascoltare!), avrebbe compreso di più il movimento musicale “underground” che esiste in Italia e forse avrebbe smesso di bere la spazzatura sdolcinata e smancerosa che il potere mediatico ci propina da molti anni! Tornando al Festival 2021, si deve riconoscere comunque al “grande esperto”, “profondo conoscitore di musica” nonché “Direttore Artistico” della Suprema Manifestazione Canora (ovvia l’ironia… Amadeus è un presentatore, non un critico musicale, ricordiamocelo! N.d.a.) il merito di aver dato retta alle Discografiche.

Ha puntato infatti su due cavalli di razza: la “Oriettona” Berti (in gara) e Ornella Vanoni che, a 86 anni suonati, potrebbe insegnare a cantare a quasi tutti gli artisti presenti all’edizione 2021 (escludo dalla lista Arisa e Francesco Renga!) ed alcuni ospiti di eccezione: Fogli, Tozzi, Zarrillo.

L’edizione 2021 è stata molto seguita e forse c’è da riflettere su come poter proporre il prossimo Festival della Canzone Italiana, perché siamo ancora lontani da una proposta culturale vera.

Per risollevare la Musica (con la “M” maiuscola) dall’immensa mole di immondizia in cui la discografia moderna ha contribuito a sprofondarla, ci vuole ben altro che un riff iniziale impeccabile della canzone vincitrice a Sanremo, oppure il testo coraggioso e pressoché perfetto di WILLIE PEYOTE: “Le major ti fanno un contratto se azzecchi il balletto e fai boom su Tik-tok” [questa la bellissima frase del brano in gara: “Mai dire mai (La Locura)”; n.d.a.].

Ci vuole cultura! Ci vuole un’educazione musicale, soprattutto dei giovani. Ci vogliono i veri maestri al servizio dell’Arte.

Non mi soffermo a parlare di altri artisti in gara, perché sono state a mio avviso delle mediocri comparse.

Una delusione c’è, per me che sono cresciuto con le sue canzoni ed i suoi vocalizzi: Francesco Renga.

Ma forse sono lontani i tempi dei TIMORIA.

 

 

PERTH

 

 

 

 

 

 

Festival di San Remo, ultima fortezza del monopolio della Musica!

OSCAR: “PERSA UNA GRANDE OPPORTUNITA’ AL FESTIVAL DI SANREMO”




OSCAR: “PERSA UNA GRANDE OPPORTUNITA’ AL FESTIVAL DI SANREMO”

 

Lo scorso anno in piena prima ondata pandemica abbiamo intervistato Oscar Giammarinaro degli Statuto (BetaPress.it – EZIO BOSSO, UNO DEI MODS: Intervista a Oskar degli Statuto) che ci ha raccontato della grande amicizia con Xico, il Maestro Ezio Bosso.

Dopo la prima serata del 71° Festival della Città dei Fiori, ho commentato in un post FB quel che pensavo: Maneskin bel riff e GRANDE Willie Peyote! Tutto il resto… il solito clichè! Dispiace che il mitico Oskar degli Statuto non sia stato ammesso con un pezzo in onore del grande Xico (Ezio Bosso)!

Desidero ora condividere e pubblicare integralmente il pensiero d Oscar postato sulle sue pagine Social.

PERSA UNA GRANDE OPPORTUNITA’ AL FESTIVAL DI SANREMO

Considero totalmente riprovevole, incomprensibile, triste e avvilente che su ben cinque serate di trasmissioni del Festival della Canzone Italiana, durate almeno quattro ore ciascuna, non sia stato trovato il tempo per ricordare anche solo con una frase, un pensiero, un’immagine il Maestro Ezio Bosso, uno dei più grandi compositori contemporanei che nel 2016 aveva illuminato e impreziosito il palco del Teatro Ariston con un’esibizione rimasta unica nella storia per coinvolgimento, emozione e umanità. Ezio Bosso, con il suo sorriso, la sua sensibilità, il suo coraggio seppe dimostrare in pochi minuti che davvero “tutto è possibile”, regalando forza, speranza e amore a tante persone,specialmente a quelle in difficoltà.

Ezio Bosso, compositore strabiliante e geniale, direttore d’orchestra e anche pianista, arrivò dritto nel cuore degli Italiani con parole sublimi (grazie anche alla eccellente professionalità di carlo Conti) e un’esecuzione struggente che,oggettivamente, è rimasta una delle perle migliori di tutte le edizioni del Festival. Escludo problemi “aziendali”, in quanto la RAI ha dato a Ezio Bosso molto spazio e programmi prestigiosi in date e orari fondamentali e ricordo, commosso, la sua ultima intervista rilasciata proprio all’amico Fausto Pellegrini su Rainews 24,poco prima della sua scomparsa. Non mi permetto di esprimere valutazioni artistiche, musicali o televisive sulla qualità del 71°Festival della canzone italiana,non ne ho alcun interesse e neanche le competenze necessarie, ma esprimo sdegno per non aver sentito o visto il nome del musicista che ha portato l’eccellenza musicale italiana nel mondo proprio in quel programma in cui la musica è, comunque, la parte più importante e che Ezio Bosso aveva deciso di valorizzare, esibendosi al pianoforte.

Quello che è il programma TV più visto, ha perso una grande occasione per dar lustro a quello che, nonostante tutto, dovrebbe continuare ad essere un servizio pubblico.

 

 

 

PERTH

 

 

 

 

 

 

EZIO BOSSO, UNO DEI MODS: Intervista a Oskar degli Statuto.

Festival di San Remo, ultima fortezza del monopolio della Musica!

Il mondo della musica, e non solo, piange Ezio Bosso

 




E L’ARTE SIGNOR PRESIDENTE?

 

Se andiamo avanti così, ci troveremo in una situazione tragica“.

Così Katia Ricciarelli ad Adnkronos ed ancora: “Ho fiducia in Draghi, al quale chiedo di considerare la posizione di noi artisti e salvare la cultura del Paese“.

Personalmente non credo che basti il Professor Draghi a salvare la cultura in Italia, anzi, credo che la ricostruzione debba partire dall’Educazione (in primis!), dal lavoro, dagli investimenti e dall’aiuto concreto alle imprese, anche quelle dello spettacolo.

I provvedimenti assistenziali (leggi Reddito di Cittadinanza; n.d.a.) “drogano” la realtà e non saranno la soluzione per le generazioni che verranno.

Il mondo dell’arte e dello spettacolo è quello che ha risentito maggiormente della situazione e quel che chiede la Ricciarelli è giusto, è vero.

Oggi il settore “entertainment” è in ginocchio e la posizione del famoso soprano (anche se a mio avviso un filino “sentimental-chic”; n.d.a.) è vera e manifesta un disagio comune ad ogni artista: “è un dolore difficile da superare quello della mancanza di pubblico“.

Penso però che il vero punto della questione sia quello della passione. La passione per la musica, l’arte, la scultura la poesia.

Questa passione non è scontata e deve raggiungere il cuore di tutti! La maggior parte del pubblico oggi è interessata ad un prodotto confezionato, semplice da “digerire”… e questa situazione Draghi non la potrà cambiare.

Il problema è molto più viscerale di quel che si pensa, è innanzitutto sociale e di Educazione appunto, perché aiutare l’Arte vuol dire Educare al Bello.

Il mio augurio è quindi che il designato premier indichi una strada per favorire luoghi e contesti in cui questa Educazione sia possibile e la libertà artistica possa tornare al centro della vita dell’uomo.

 

 

 

Perth




MA DAI! IL ROCK E’ MORTO?

 

Premetto che le mie riflessioni non vogliono essere una accanita difesa (per dirla alla Jack Black di School of Rock) del dio del Rock… lui non ne ha sicuramente bisogno!

Non mi sognerei mai inoltre di criticare altre testate, perché non la pensano come il sottoscritto; tuttavia mi infastidisce alquanto la superficialità con cui alcuni noti giornalisti musicali (che non citerò per non offrire loro della visibilità gratuita) si cimentano in articoli senza capo né coda con a tema “La morte del Rock”.

Il lettore di BetaPress conosce bene la filosofia del nostro quotidiano online e sa che il compito dei suoi cronisti è quello di porre delle riflessioni libere, gli obiettivi sono quelli della proposizione analitica e dell’oggettività responsabile.

Invece nell’epoca in cui i Social generano quotidianamente tonnellate di “fuffa” mediatica condita da incompetenza, sentimentalismo ed illogicità, il compito della stampa specializzata dovrebbe essere quello di indirizzare i lettori verso concetti autentici e documentati. Purtroppo non è così!

Ma arrivo alla domanda: il Rock è morto?

Il Rock non è morto, ma con lealtà si può parlare certamente di declino. Il Rock è un “phylum” musicale composto da una miriade di sottocategorie (più di 70!), servirebbe un’attenta analisi per addentrarsi nel suo complesso “subphylum” e non basterebbero queste poche righe per raccontare tutte le evoluzioni ed i profondi mutamenti che ha subito negli utimi decenni.

Per più di 60 anni il Rock è stato una bandiera per intere generazioni di giovani che ha suscitato vere rivoluzioni politiche e sociali. E’ stato un mezzo potente di contestazione e denuncia e nel contempo un grido di amore, di bellezza, di verità.

Ma è negli ultimi 20 anni che si è consumato un radicale cambiamento nella società, che ha portato il Rock ad essere prerogativa quasi esclusiva degli appassionati, quasi tutti musicisti.

L’attrazione per il Pop, il Rap, il Trap, l’EDM ed altri generi più “digeribili” è evidente e va di pari passo con il mutamento dei tempi. La mia non vuole essere una critica ad altri generi diversi dal Rock, bensì una vera e propria denuncia contro la musica (in genere!) “usa e getta”, culmine della sporcizia (in termini artistici si intende!) in cui il “protagonista” vale più dell’artista e qualsiasi cane ululante, aiutato dalla tecnologia, può diventare (perfino!) un cantante.

Tutto il mercato musicale è diventato più veloce, più superficiale, la musica è smaltita in poco tempo e deve contenere messaggi commerciali più o meno palesi, il “product placement” infatti è diventato parte centrale ed integrante della musica dell’era moderna.

Il Rock invece è il genere musicale meno adatto a contenere messaggi pubblicitari di posizionamento di un prodotto e difficilmente si sposa con la comunicazione commerciale, a meno che non si tratti di grandi Artisti Planetari, che sono divenuti Brand Commerciali essi stessi.

Le imposizioni legate al business discografico, unite alla completa mancanza totale di valori (e qui metto in primo piano l’incapacità genitoriale della mia generazione), hanno contribuito enormemente a facilitare un forte individualismo ed una completa atarassia verso l’Arte da parte dei giovani, per cui il Rock, con la sua storia ed i suoi messaggi a volte complessi, non è più interessante.

Odio da anni l’estremo conservatorismo dei duri e puri del Rock tanto quanto odio, ed il lettore conosce bene la mia posizione in merito, l’intero apparato discografico che ha il grave torto di aver prodotto della musica scadente, attraendo grandi masse di giovani e favorendo il dileguarsi delle parole “Talento”, “Arte” e “Vocazione” e … “(…) lasciando alle generazioni future il vuoto di una musica techno rimanipolata al computer … ritmi ormai sintetizzati, canzoni che inneggiano la violenza e spazzatura sdolcinata slavata e smancerosa”, per citare il solenne monologo di Elwood Blues nel sequel dei Blues Brothers.

Uno dei fenomeni che ha contribuito al declino del Rock è quello che chiamo “artificial lung” e cioè “polmone artificiale”.

Le Majors sfruttano il più possibile artisti in età pensionabile o addirittura non più fra noi (Lemmy dei Motörhead ha venduto più dischi da morto che da vivo; n.d.a.), gente che a 80 anni è ancora sulla breccia ed è obbligata a pagliacciate tra live, studi di registrazione e promozione.

Questi gruppi storici stanno completamente oscurando le giovani rock band che, non avendo attenzione da parte delle Etichette Discografiche, finiscono per suonare cover degli stessi dinosauri del Rock, che oscurano le giovani bands. Insomma un loop destinato a durare fino all’infinito, o quanto meno fino a completa estinzione dei rocker triassici.

Ma per fortuna l’incapacità di produrre talenti emergenti da parte delle Majors non ha impedito al Rock di poter continuare ad esprimersi.

Ogni giorno infatti nascono band rock molto valide che produttori illuminati, quasi sempre legati ad Etichette Indipendenti, continuano a scovare in qualche garage e, rischiando in proprio, decidono di investire sui giovani talenti.

Questi sono i veri artefici del cambiamento!

L’augurio è che nascano e vengano scovati migliaia, milioni, centinaia di milioni di artisti (non solo rockers) a cui venga lasciata piena libertà creativa. Da tenere d’occhio sicuramente le seguenti band italiane che vi consiglio di ascoltare: DHARMA 108,  CASABLANCA ed i giovanissimi ENDLESS HARMONY della bravissima Pamela Pèrez (voce) con cui recentemente con la mia band, gli UEMMEPI, abbiamo avuto l’onore di dividere il palco.

Affinché emerga la creatività e la vera Musica, come la vera Arte, servono delle guide, degli educatori che pongano al centro il Bello della Musica perché il problema non è Rock sì e Trap no!

Senza testimoni ed appassionati educatori non ci sarà cultura e quindi chiarezza tra la contrapposizione di motivetti insulsi e degradanti legati al largo e veloce consumo e l’Arte vera.

Il grande Blu Lou (Marini) in una recente intervista mi disse: Non siamo più abituati ad accompagnare i giovani nell’ascolto dell’arte vera che apre la mente ed il cuore al bello! Se un giovane sapesse con quale violenza la macchina pubblicitaria delle “discografiche” manipola le coscienze… tornerebbe al Blues.

Lo stesso vale per il Rock.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

PERTH




NICK CAVE e la meraviglia della realtà.

 

Cosa fa di Nick Cave un artista, cioè una di quelle persone cadute “bel apposta” sulla terra e che “portano il Fuoco”, per dirla con il McCarty di The Road, che per un istante o per infiniti istanti riescono a scoprire il velo della quotidianità e che ci fanno scoprire “immagini che portano scritto: più in là” per dirla con il Montale di Maestrale?

Cosa fa di Nick Cave un artista, cioè una di quelle persone che con la loro sensibilità intuiscono e, spesso involontariamente, fanno intuire a noi ascoltatori il vero significato delle parole Amore e Morte, cioè tentano attraverso la loro arte di dare senso alla propria e nostra esistenza, di dare senso in definitiva alla realtà che ci circonda?

Da quando ascolto musica (molto) e faccio musica (poco) mi sono sempre approcciato all’arte (in senso lato, qualsiasi forma essa abbia) con un tipo di domanda che è fondamentalmente questa: ciò che ascolto/vedo/gusto mi fa andare “più in là”, mi fa porre queste domande, mi fa crescere la ricerca di senso?

La bellezza che fuoriesce da una canzone o da un dipinto o dal frame di un film mi pone questi interrogativi oppure ciò che sto ascoltando/vedendo/gustando è solo “intrattenimento”?

Di questo parlavo qualche giorno fa con mia figlia diciannovenne, in uno scontro e incontro epocale (perché siamo di “epoche geologicamente” differenti, evidentemente) in cui i nostri “epocalmente” diversi punti di vista si sono riconciliati solo nel constatare che la musica che amiamo ci dovrebbe far andare alla ricerca della meraviglia che c’è in questo mondo.

Pensavamo entrambi a quali compositori ed artisti fossero contigui a tal modo di sentire e la figura dinoccolata di Nick Cave mi si stagliava netta davanti agli occhi, per quella dimensione profetica che è resa evidente dal suo modo di esibirsi sul palco, da ciò che scrive e canta, soprattutto da come mi ha confortato nei periodi bui e portato lucidità di pensiero nei periodi lieti della mia vita, cioè, in definitiva, da come la sua arte mi sia stata ed è tuttora “vicina”.

Pensare a Nick Cave mi porta a riascoltare tutto il suo repertorio come ad una evoluzione che tende a Qualcosa, come ad un naturale crescendo del concept di canzone verso forme musicali diverse; alcune tematiche sono come fiumi sotterranei che risalgono in superficie ed alimentano perennemente la fonte.  

Come non pensare che già all’inizio della propria carriera con i Birthday Party e con le prime formazioni dei Bad Seeds il tema del bene e del male e della violenza insita nel cuore umano è stato un leit motiv che percorre molti sui testi. Uno dei pezzi più espliciti è The Mercy Seat, tratto dall’album Tender Pray del 1988, un brano capolavoro, attinto ancora nei concerti del nostro King Ink (soprannome di cui si è appropriato Nick dopo averci scritto una canzone).

Il brano narra degli ultimi istanti di vita di un condannato a morte tramite sedia elettrica – la mercy seat, la sedia della misericordia per l’appunto – e viene narrato in prima persona dal condannato attraverso un io narrante incalzante, soffocante, drammatico nel dibattersi tra bene e male, tra menzogna e verità, negli ultimi spasmi di vita.

La musica stessa è assillante: comincia con uno spoken word per poi passare alla ripetizione parossistica di quello che potrebbe essere il ritornello, il tutto ritmato da un rullante che scandisce una veloce marcetta militare.

La narrazione trova momenti topici e climaterici nelle immagini delle mani del condannato “La mia mano assassina si chiama M.A.L.E./ Porta una fascia nuziale che è B.E.N.E.” o nella descrizione della sua testa, in un crescendo da film noir, che par quasi d’essere accanto al condannato: “e credo la mia testa bruci […] / e credo la mia testa fumi […] / e credo la mia testa si stia sciogliendo […] / e credo la mia testa stia bollendo”.

Il tema dello scontro tra verità e menzogna emerge nel testo: all’inizio della canzone recita: “e comunque ho detto la verità/ e non ho paura di morire” mentre l’ultimo verso della canzone sembra molto diverso: “e comunque ho detto la verità/ ma ho paura di aver mentito”.

E’ quest’alternanza di chiaro e scuro, di divino e diabolico, di speranza e disperazione, di peccato e redenzione che rendono le teofanie di Cave così attaccate alla realtà, così credibili, quasi fossero dei vestiti fatti su misura per ciascuno di noi, dove Dio, o quello che intendiamo per concetto di divino, lo intra-vedi da una porticina piccola-piccola, ma che essendo aperta fa percepire la luce che proviene dall’interno.

D’altro canto due dei suoi scrittori preferiti – ce lo dice esplicitamente Nick nella rubrica online che dal 2018 tiene con i fans, The Red Hand Files – sono William Faulkner e Flannery O’Connor e le idee dei due autori sudisti al riguardo sono molto esemplificative.

Sentite la ragazza di Savannah cosa scrive nelle sue Lettere: “C’è qualcosa in noi, sia come narratori che come ascoltatori, che richiede l’atto di redenzione, al fine di offrire a chi cade la possibilità di risorgere» e poi ancora “In breve, leggendo ciò che scrivo, ho constatato che argomento della mia narrativa è l’azione della Grazia in un territorio tenuto in gran parte dal diavolo”.

Il premio Nobel Faulkner nel romanzo Requiem per una monaca fa dire ad uno dei personaggi: “La salvezza del mondo sta nella sofferenza dell’uomo“.  

Nell’ultimo suo lavoro Ghosteen, che giudico un capolavoro, uno di quei dischi che puoi annoverare già tra i migliori di questa decade appena iniziata, Cave va ad aprire un altro cassettino della sua arte, purtroppo schiuso da una ferita terribile, quale la morte del figlio quindicenne, con un registro musicale che è altro rispetto alle chitarre sferzanti e al post-punk degli inizi carriera, concedendo spazio alla creatività del fidato sodale Warren Ellis e ai suoi tappeti sonori.

Credo che quest’ultimo lavoro dimostri quanto la dicotomia di cui ho parlato sopra non abbia mai abbandonato il nostro aussie (e forse noi tutti?,) e che dall’interno di questo cassettino sia spuntata una consapevolezza non  nuova ma evidentemente fatta emergere paradossalmente dalla scomparsa del figlio e cioè che la vita, per quanto possa apparire arida e dura, va vissuta alla ricerca della bellezza, della meraviglia, facendo fruttare tutti i nostri talenti, da quelli che ci sembrano insignificanti a quelli più eclatanti.

Scrive nel primo dei suoi The Red Hand Files come risposta ad un fan: “Qual è il centro delle nostre vite? Nel caso di un artista (e magari è lo stesso per tutti) io direi che è quel senso di meraviglia. Le persone creative, di solito, hanno una propensione molto acuta per la meraviglia […]. Noi tutti abbiamo bisogno di fare un passo indietro verso la meraviglia”. 

Beh, caro Re Inkiostro, certamente l’arte di comunicarci questa meraviglia l’hai imparata molto bene!

 

RIGE




RIGE: Magia della Musica

 

Ho iniziato ad impegnarmi con BetaPress per un motivo e per un’esigenza.  

Il motivo è semplice per amicizia, una parola molto usata che però racchiude tanti significati e valori: riporta al riconoscimento di una strada comune e al camminare fianco a fianco su questa strada.

Semplice! L’esigenza è il voler parlare di sé attraverso quello che conosco bene e che pratico fin da ragazzino, la Musica e trovo ragionevole parlare di ciò che si conosce ed essere leali con chi legge e quindi con sé stessi, leviamo quindi sicuri l’àncora, partiamo… Let there be rock!

Da dove iniziamo?

Da una considerazione: certe canzoni mi ricordano sapori, luci, profumi, suoni e colori di luoghi e di viaggi a cui hanno fatto da colonna sonora.

Alzi la mano chi non ha, almeno una volta, associato un viaggio ad una canzone.

Magia della musica!

Ho percorso abbastanza l’Italia e l’Europa per lavoro (e per piacere) e questa sensazione l’ho provata fortemente molte volte, come la prima volta che mi sono recato a Deauville per lavoro ed  il viaggio di ritorno in auto verso Parigi accompagnato da un CD (correva l’anno 2001…) ed ascoltavo la sommessa melodia di Indifference dei Pearl Jam.

Mi capita spesso ed anche Believe dei Mumford & Sons mi richiama sempre qulle atmosfere frenetiche, ultratecnologiche e moderniste della Londra del The Sharp, del Walkie-Talkie, del quartiere di Canary Wharf e del viaggio padre/figlia di qualche anno fa.

Nell’ultimo anno mi sono lasciato affascinare dai “sapori” di una canzone di Cesare Cremonini, che reputo tra i 10 più completi ed espressivi musicisti pop italiani dell’ultima generazione, sfornato da quella incredibile fucina musicale che è Bologna.

Questo brano è La Isla ed è contenuta nell’album Possibili scenari del 2017, rieditato completamente per piano e voce l’anno successivo.

La versione che preferisco è quella notturna, intimistica, quasi timida di pianoforte/voce.

L’operazione di spogliare la canzone e lasciarla nella sua struttura essenziale, nella struttura da cui solitamente parte la composizione del brano – melodia/arrangiamento primario/armonia – le dona a mio avviso una certa magia e aggiunge mistero all’ascolto, quasi a disvelare ciò che l’autore voleva dire usando quell’accordo, quella parola sussurrata e non cantata, quel colore dato a quella nota o quell’accento usato in quell’altra.

La Isla mi riporta continuamente alla memoria un viaggio di sette estati fa in Provenza, anche in questo caso un viaggio on the road in auto assieme ai figli, al fratello e alla nipote.

E’ tutta la costruzione della canzone che fa tornare a galla quei momenti; le quattro note iniziali suonate al pianoforte quasi solo con la mano destra e ribadite poi con accordi quasi accennati riescono a ripescare il ricordo del colore della luna così grande e gialla, della prima sera in cui arrivammo ad Aix-en-Provence e alla sensazione di intimità di trovarmi li, io e lei, in quel preciso momento.

I versi poi fanno il resto: “In quel locale al porto c’era Alain Delon, e tu eri magica in pista, questa follia non vedo l’ora che finisca, la Isla”.

E il crescendo della canzone mi riporta di getto ad un preciso quadro di Paul Cézanne, La montagne Sainte-Victoire, o meglio, ad uno delle 80 versioni fatta alla montagna di casa (Cézanne nacque e passò gran parte della vita a Aix-en-Provence, ai piedi proprio di questo massiccio calcareo); ricordo perfettamente l’impressione nell’accostare questa canzone alla visione della montagna e poi del quadro.

Suggestione o vera e propria immersione nel mood di quel momento?

Non lo saprei dire, ma certamente è s-concertante cosa un brano possa fare ad un orecchio – o meglio, ad un cuore – quand’anche fosse distratto e poco allenato.

 Un grande musicista qual è Nick Cave scrisse nel suo libro Strange than Kidness: “Che cos’è una canzone se non un richiamo all’Aldilà”.

Beh, non so se La Isla, Trieste o Believe mi avvicinino veramente ad una dimensione diversa da quella ordinaria, ma sicuramente mi fanno compagnia rendendo visibili, odorabili, udibili alcuni ricordi che non vorrei mai svanissero.

Magia della Musica!

 

RIGE




EZIO BOSSO, UNO DEI MODS: Intervista a Oskar degli Statuto.

 

«Un grande musicista, il più grande compositore contemporaneo!» Così Oscar Giammarinaro (Oskar) degli Statuto ha definito l’amico Xico alias Ezio Bosso (rappresentati entrambi nella foto di testa, esclusiva per Betapress).

Ezio ha iniziato la sua carriera da musicista nella band Mod più famosa d’Italia, appunto gli Statuto, diventati celebri per il grande pubblico quando parteciparono al Festival di Sanremo nel 1992 con il pezzo Abbiamo vinto il festival di Sanremo, (Ghetto, Piera e Qui non c’è il mare sono, a mio avviso, altri capolavori di Zighidà)

https://it.wikipedia.org/wiki/Zighidà 

(terzo album della band torinese; n.d.a.).

La British Invasion degli anni sessanta aveva fatto conoscere in Italia la musica Beat e Ska ed anche la cultura Mod.

Uno dei Mods è stato un successo tutto “italiano” degli anni sessanta di Ricky Shayne, un 45 giri che ho consumato quando avevo poco più di 7 anni e che mi ha da sempre incuriosito.

Uno dei Mods è anche quel che pensa Oskar di Xico.

Ho letto molte cose su Ezio Bosso, ma non sempre mi hanno trovato d’accordo, anche perché pochi hanno compreso la grandezza umana di una persona che ha vissuto il reale in modo vero, fino alla fine!

Noi di Betapress, per comprendere chi era Ezio Bosso, abbiamo voluto chiedere un aiuto ad Oskar.

PERTH: Antonella Ferrari (Caporedattore di BetaPress) ha scritto di Ezio Bosso non appena ci è giunta la notizia della sua tragica scomparsa

Il mondo della musica, e non solo, piange Ezio Bosso

 

Nel suo pezzo Antonella ha cercato di fotografare la vita di uno dei più grandi talenti della musica italiana e non solo.

Chiedo a te, che sei uno dei suoi cari amici, com’è nata e cos’ha voluto dire per te quest’amicizia nata intorno alla Piazza (Statuto; n.d.a.)?

OSKAR: Ci siamo conosciuti nel 1985 quando ha iniziato a frequentare la scuola media annessa al Conservatorio G. Verdi di Torino, era stato inserito nella stessa classe di contrabbasso.

Lui era più giovane di me e rimase subito affascinato dal mio modo di vestire, dalla musica che ascoltavo, dalla mia Lambretta e dai miei racconti delle nostre avventure con gli altri Mods, di lì a poco iniziò a frequentare Piazza Statuto Mod con tutti noi.

Quando nel 1987 decisi che non volevo più suonare il basso, ma solo cantare negli Statuto, lui si propose immediatamente come bassista e suonò con noi per circa due anni.

Era talmente creativo, che le sue tante note erano perfino esagerate per le nostre canzoni e quando bisticciò con il nostro maestro, smise di suonare anche con noi e andò a studiare all’estero.

Siamo però rimasti sempre in contatto, quando era a Torino veniva regolarmente da noi in Piazza al sabato pomeriggio e ci siamo sempre sentiti, fino all’ultimo dei suoi giorni.

PERTH: «…era uno di noi, uno dei Mods» hai detto in più occasioni, «ha legittimato i mods», ed ancora «uno nasce Mod, lo capisce… e ci rimane per sempre» ci racconti qualche aneddoto che possa chiarire ai lettori come è nata in te ed anche in Ezio la coscienza di essere un Mod?

OSKAR: Mod non si nasce ma si scopre di esserlo.

Sia io che lui l’abbiamo scoperto appassionandoci all’abbigliamento italiano anni ’60 e all’amore per la musica afroamericana e giamaicana.

A Xico piaceva e suonava molto bene anche il jazz e il termine “Mods”, deriva proprio dal termine “Modernists” che era usato per i primi ragazzi inglesi che ascoltavano questo genere a fine anni ’50.

PERTH: In un tempo in cui la mercificazione “usa e getta” generata da “Reality” e “Talent” produce progetti musicali sterili e poco “artistici” tu esci con il tuo primo lavoro da solista, Sentimenti Travolgenti,

https://music.youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_mio4DRIWNyYpd0WIGvBfLtYd34QsxHWcY

parlando di Eleganza.

Non trovi che la raffinatezza compositiva sia oggi fuori dal coro?

Cos’era l’Eleganza per Ezio?

OSKAR: La “raffinatezza” delle composizioni di Xico va decisamente oltre qualsiasi classificazione materiale.

Basta ascoltare le sue “12 stanze” ad esempio, per capire con quanta semplicità ed eleganza riusciva a esprimere sequenze di note leggere e avvolgenti, trasmettendo forti emozioni e vera sensazione di eleganza sonora melodico-armonica.

Più che “fuori dal coro”, lo definisco “straordinario” e “unico”, oggettivamente il più Grande compositore contemporaneo.

PERTH: Ezio ha fatto sua una frase di Antoine de Saint-Exupéry: «L’essenziale è invisibile agli occhi».

Pensi che l’esplosione di creatività e questa certezza degli ultimi anni sia conseguenza della sua malattia?

OSKAR: E’ sempre stato molto talentuoso e creativo, già nelle nostre “canzonette” trovava riff e giri di basso pazzeschi.

La malattia l’ha fatto crescere come uomo, l’ha reso infinitamente saggio, paziente e tenace.

Ha saputo tirare fuori tutta la sua eccezionale creatività grazie anche al tanto studio di composizione, direzione, pianoforte e (perché no?) anche storia, negli ultimi 20/25 anni.

Ormai era diventato un riferimento fondamentale non solo per i musicisti, ma per la cultura in generale.

PERTH: In un’intervista a Fanpage.it Ezio diceva «Dal mondo della musica classica ho subito tanti schiaffoni, ingiustizie, insulti, come quello che esistevo solo perché avevo una malattia (…)» sono rimasto impietrito quando ho letto la sua intervista.

Te ne ha mai parlato?

OSKAR: Certo e posso confermarlo.

In Italia (e solo in Italia!) tanti “professorini” provetti della musica classica sbalordivano ascoltando le sue sinfonie oppure a sentirlo suonare il pianoforte (strumento che lui ha studiato soltanto negli ultimi anni della sua carriera, quando, tra l’altro, stava già cominciando a mancargli la funzionalità delle dita) e quindi pativano e lo invidiavano a tutto tondo e vergognosamente.

Ma lui ha sempre saputo rider loro in faccia, perché il pubblico, tutto il grande pubblico d’ogni parte del mondo, lo adorava.

PERTH: «Se uno è capace di fare le domande trova le risposte… in quello che accade» una concretezza che guarda al mistero di quel che c’è dietro alle cose, l’importante è cercare la bellezza, la giustizia la verità.

Ezio era un “cercatore”?

OSKAR: Xico era contro ogni pregiudizio, anche “positivo”, come piaceva dire a lui.

Conseguentemente, non fermarsi a regole e soluzioni statiche, implica cercare e ricercare, inventare e creare.

Quando ha dovuto smettere di suonare il contrabbasso, Xico si è trasformato in pianista, diventando un concertista e tenendo recital sold-out in tutta Italia.

Lui ha sempre cercato e, soprattutto, trovato una risposta a ogni questione gli si ponesse, anche le questioni più atroci, come la sua malattia.

Era più che un “cercatore”, direi un “trovatore” (ovviamente niente a che fare con i celebri compositori francesi dell’undicesimo secolo…).

PERTH: Hai detto spesso che Ezio non si lamentava mai della sua condizione, anzi, era un amante della vita.

In una delle ultime telefonate ti ha perfino confortato in merito al periodo che stiamo tuottora vivendo di emergenza Coronavirus.

Qual era la sua forza? Come era possibile tutto ciò, tu che lo conoscevi bene?

OSKAR:  Credo che il suo amore per la Musica e per la gente gli abbia dato la forza per trasformare in forza e serenità la forte sofferenza procuratagli dalla tremenda malattia.

In tanti anni mi ha sempre parlato di futuro, di prospettive avanti nel tempo, senza contemplare mai un giorno in cui lui non ci fosse stato più.

Un’energia soprannaturale e non lo dico faziosamente.

PERTH: La sindaca di Torino ha proposto di intitolare un luogo della città alla memoria di Ezio Bosso e a mio modesto parere credo debba essere molto vicina alla Piazza Statuto.

Cosa ne pensi?

OSKAR: Abbiamo raccolto più di 16.000 firme per questa causa, anche la sua famiglia è d’accordo, speriamo di essere ascoltati.

PERTH: Sono stato affascinato da queste due frasi di Ezio:

«Perché è questo quello che fa la musica: dilata il tempo della felicità. La bellezza ci rende felici e il miracolo della musica è il miracolo della bellezza»

e ancora: «…la vera domanda non è “cos’è la musica per me?”, ma “cosa posso fare io per la musica?”».

Da un lato la “bellezza” di cui non parla più nessuno e dall’altro “mettersi al servizio” che è un tabù.

Da amico di Ezio e da artista cosa ne pensi?

OSKAR: Per lui ogni musicista è parte della Musica  e appartiene al pubblico e non viceversa.

Con la partecipazione generale di chi suona e chi ascolta, si ottiene la “bellezza” della Musica… anzi, la bellezza in assoluto.

PERTH: Un’ultima domanda Oskar, ci racconti de La musica magica?

OSKAR: Adesso è ancora presto…

PERTH: Allora ci dobbiamo rivedere assolutamente! Grazie Oskar!

Vi lascio all’ascolto di uno dei capolavori di Xico.

 

 

https://www.youtube.com/watch?v=AHe6AzhRa3o

 

 

Perth

in testa una fortografia inedita concessa da Oskar a Betapress

 

 

 

 

 

 

 

 

Intesta di articolo una fotografia inedita ed esclusiva concessa da Oskar a Betapress, degli Statuto, Ezio Bosso è il secondo da sinistra ed Oskar è il terzo da sinistra.

 

GIANKA: LA FORMA DELL’AMORE

KARMA – INTERVISTA AD ANDREA “CONTE” BACCHINI

 

UN THE CON SKARDY: la musica del cuore.

 




ALEX DE ROSSO: ROCK IS NOT DEAD!

 

Moltissime cose vorrei chiedere ad un amico come Alex De Rosso e non tutte riguardano la musica, mi sono ripromesso però di farlo di fronte ad una birra ghiacciata.

Alex è uno degli artisti che con la sua musica ha incantato fin da giovanissimo la mia città, Padova, per poi volare sempre più in alto fino ad arrivare a calcare i palchi di molti Paesi d’Europa, degli States e del Canada.

Ho raggiunto Alex e gli ho posto alcune domande alle quali ha risposto con piacere.

PERTH: Ciao Spillo, voglio partire subito in quarta: i nostri lettori hanno imparato a conoscere bene cosa noi di Betapress intendiamo per Musica, quella con la “M” maiuscola. La differenza infatti tra il meccanismo competitivo e sterile delle performances canore degli “artisti da Talent” e la libera creatività dei cantautori e compositori è la stessa che c’è tra chi concorre ed è disposto a qualsiasi cosa per aver successo e chi scrive e fa Musica per far battere il cuore. Che ne pensi?

ALEX: Ahahahha ecco! Iniziamo con i soprannomi! Considero la Musica una forma d’arte, e quindi libera da competizioni… purtroppo il messaggio che ormai da tempo sta passando è quello che chi canta o suona meglio (tecnicamente) vince. Ad ogni modo c’è sempre stato chi fa le cose per farsi notare e chi le fa perché non riesce a farne a meno… nulla di sbagliato in ogni caso, solo due modalità diverse. Per quanto riguarda il “successo”, per me coincide con la possibilità di vivere facendo quello che mi piace con meno compromessi possibile.

PERTH: Sei un punto di riferimento per l’Hard Rock in Italia e ti sei fatto conoscere anche in molti Paesi del mondo. Secondo te… Rock is dead?

ALEX: Sicuramente come fenomeno di massa “Rock is dead”. Dovremmo ormai avere capito che tutto gira intorno al “$”, e quindi altre cose hanno molto più appeal da questo punto di vista. Resta una cosa per vecchi nostalgici come noi ahahahah! Fredde analisi a parte, c’è ancora un sentimento sincero che resta vivo in molte persone, ma mancano le occasioni per tenerlo in buona salute.

PERTH: In una recente video diretta on line hai parlato di produzioni e di nuove tecnologie negli studi di registrazione, focalizzandoti sulla differenza tra evoluzione e regressione nella qualità dei progetti discografici, dicendo che non si può oggi delineare con chiarezza il percorso che sta nel mezzo tra un punto iniziale A ed un punto finale B. Puoi chiarire meglio?

ALEX: Intendevo dire che ormai da diversi anni la tecnologia per effettuare e gestire una registrazione musicale, anche complessa, è facile da ottenere e quindi una vasta platea di musicisti ne può trarre vantaggio. La preparazione e l’esperienza per farlo secondo certi standard è però tutta un’altra cosa… ma è dura l’educazione in un ambiente dove tutti sanno fare tutto!

PERTH: Ci auguriamo tutti che i giovani diventino il perno di una società meno malata di quella in cui viviamo e mi riferisco innanzitutto al periodo drammatico di clausura forzata, ma anche agli attuali sistemi politico, economico, giuridico e sociale. Pensi che l’Arte e nello specifico la Musica possano in qualche modo sostenere una trasformazione indispensabile per il necessario cambiamento?

ALEX: Può funzionare solo se il sistema politico, economico, giuridico e sociale, sostengono a loro volta la cultura e l’arte. Certo che chi ha avuto la fortuna (e la bravura) di aver raggiunto ottimi livelli di presenza e di sopravvivenza continuerà ad andare avanti… ma gli altri come faranno? I nuovi artisti dovranno per forza sgomitare nei talent? Io spero di no.

PERTH: Parliamo di musica… suonata! Non ti nascondo che sei stato maestro per molti di noi e tra i chitarristi più amati in assoluto dal sottoscritto. Ci racconti quale strumentazione utilizzi in studio e nei live e quale importanza rivestono i set up nel tuo modo di esprimerti come chitarrista?

ALEX: Sostanzialmente la strumentazione che uso dal vivo e in studio è la stessa. Le variazioni sono in funzione della band con la quale suono live e del progetto che sto producendo in studio. Tutte le chitarre elettriche che uso nelle varie situazioni sono ESP, marchio del quale sono endorser da più di vent’anni. Per quanto riguarda amplificatori e cavi uso FROG, marchio italiano relativamente giovane, ma con produzione di altissima qualità. Anche le corde DOGAL che monto su tutte le chitarre sono un prodotto italiano di eccellenza. Inutile dire che anche per me, come per tutti i musicisti, è di fondamentale importanza usare strumenti e accessori di alta qualità che rispettino i propri gusti ed esigenze per sonorità, comodità, e affidabilità.

PERTH: Hai più volte detto che «fare musica non è per tutti» e «che un sacco di gente pensa che basti farsi vedere sui social per dire di essere bravo». Cosa deve avere secondo te un artista per poter essere indiscutibilmente riconosciuto come tale e come riuscire a coniugare scelta passionale e scelta commerciale?

ALEX: Cercherò di rispondere evitando di essere polemico a riguardo dell’argomento social… È difficile valutare cosa è giusto e cosa sbagliato, come lo è altrettanto valutare la bravura di un musicista. Direi che è la storia di ognuno di noi a parlare a chi ci guarda, e ovviamente il proprio gusto personale. Fare musica non è per tutti come anche fare vino non è per tutti, come anche fare il cuoco non è per tutti, e via così per tutte le arti professioni… uno dei punti deboli dei social è che permettono a tutti di essere qualsiasi cosa.

PERTH: Ho avuto l’onore di intervistare Andrea “Conte” Bacchini chitarrista dei Karma (vedi Betapress aprile 2018; n.d.a.), ed in quell’occasione mi consegnò questa riflessione: «Ultimamente ho una certa avversione per la chitarra. Un po’ devo dire che mi sento tradito. Le ho dedicato fin da giovane praticamente tutto (…). La musica è per me passione e la passione la puoi mettere in una cosa che hai scritto e che ti rappresenta, una sfera artistica e creativa che è un investimento emotivo per cui vale la pena suonare». Ti senti tradito anche tu dalla chitarra?

ALEX: Devo dire di essere in parte d’accordo con queste affermazioni, ma non mi sento per nulla tradito dalla chitarra o dalla musica più generale. Semplicemente non mi è mai piaciuto l’ambiente musicale, specialmente quello italiano, fondamentalmente perché ho trovato poche persone a pensarla veramente come me a proposito dei vari aspetti professionali della musica. Il mio rapporto con la chitarra è sicuramente cambiato negli anni… dal quasi fisico e morboso dei primi anni, fino ad arrivare a considerarla un semplice strumento per poter creare musica nelle diverse situazioni. E il divertimento è sempre tanto!

PERTH: Molti anni or sono (sigh!) venivo a sentire i concerti dei “tuoi” Dark Lord con la compagnia di amici che, pur non amando il Rock come il sottoscritto, erano entusiasti di vedere musica live. Pensi che si possa tornare a divertirci in modo genuino come ai Concerti di qualche tempo fa, oppure pensi che la cultura musicale abbia subito un profondo ed irreversibile mutamento?

ALEX: Questa sarà la mia risposta più breve: penso proprio di no! Anche a causa di tutto quello che è cambiato nel mondo della musica, compresa la troppa offerta a scopo commerciale.

PERTH: Poche voci “fuori dal coro” indicano le enormi differenze tra educazione musicale in Italia e negli USA. Per non parlare della differenza abissale tra le produzioni artistiche. Qual è la tua opinione?

ALEX: La differenza di background musicale è forse la causa principale di queste differenze specialmente nella musica Rock. In Italia la musica Rock non fa parte della nostra cultura di base, mentre negli USA ovviamente sì. Per quanto riguarda le produzioni artistiche vale lo stesso principio, considerando che qui da noi è molto difficile che un musicista venga valorizzato e riconosciuto. Quasi sempre abbiamo a che fare con cantanti che hanno una band, più che con una vera “Band”.

PERTH: Ripercorrendo la tua lunga carriera, in cui si evincono da un lato le esperienze compositive e dall’altro le celebri collaborazioni con il gotha mondiale della musica Hard Rock (http://www.alexderosso.com/bio), arriviamo a Lions & Lambs. Ascoltando le 10 tracks dell’album, peraltro farcite di collaborazioni di primo livello assoluto, si capisce come questo lavoro sia un documento della maturità artistica di Alex De Rosso. Ci racconti la genesi del disco?

ALEX: È una produzione che è arrivata dopo un lungo periodo passato a suonare, a scrivere e a produrre per altri artisti e progetti. Avevo semplicemente voglia finalmente di affrontare una produzione di alto livello anche coinvolgendo altri artisti fenomenali, con i quali avevo maturato negli ultimi anni un ottimo rapporto personale. Ho affrontato una preproduzione abbastanza impegnativa per essere sicuro che tutto funzionasse al meglio, pensando anche all’abbinamento stilistico musicale tra brano e special guest. Successivamente ho spedito le mie proposte a tutti e con grande soddisfazione ho ricevuto risposte entusiastiche da tutti gli invitati. Il resto lo trovate nel cd!

PERTH: C’è questa frase della bellissima seconda track, Resistance, di Lions & Lambs che mi ha colpito molto: I’m flying away / you’ll hit the ground / Anyone there / showing resistance / can’t get higher / not surrendering now. E’ una domanda di compimento artistico o una premonizione del periodo attuale?

ALEX: Devo fare una premessa: il mio rapporto con i testi delle canzoni non è poi così intimo… non mi sento un poeta. In questo caso è presente una scena di classiche difficoltà della vita e della nostra capacità di affrontare le avversità e di essere resilienti. Meglio non arrendersi insomma!

PERTH: Grazie Alex! Ci vediamo presto.

 

 

PERTH

 

COMPAGNI DI VIAGGIO: OMAR PEDRINI

JON BON JOVI: I LUSTRI(NI) DELL’HAIR METAL




Talento Sharona

THE KNACK: IL FENOMENO “SHARONA”

THE KNACK, “IL TALENTO”: questo è il nome della band di Los Angeles capitanata da Doug Fieger (chitarra e voce) e Berton Averre (chitarra) che ha segnato il mondo della musica a partire dalla fine degli anni settanta!

A completare il quartetto Prescott Niles (basso) e Bruce Gary (batteria).

Una delle band meno prolifiche del panorama Rock, ma sicuramente tra le più incisive.

Una sola canzone che ha reso THE KNACK immortali: My Sharona! Con questo capolavoro THE KNACK del compianto Fieger (Doug Fieger è morto nel 2010 all’età di 57 anni per un tumore cerebrale; n.d.a.) hanno scalato le vette delle classifiche di quasi tutti i paesi del mondo rimanendoci fino ai giorni nostri.

My Sharona è infatti la canzone più ascoltata da intere generazioni.

Sono disposto a sfidare chiunque abbia più di 12 anni a non conoscere questo simbolo del Rock targato anni settanta… ottanta, novanta, duemila, duemilaedieci e pure venti!

Moltissimi sono i musicisti che hanno adorato le canzoni di Doug & Co. ed alcuni hanno continuato a suonare la cover di My Sharona nei loro concerti, ricordo solo questi mostri sacri del Rock: METALLICA, FOO FIGHTERS, NIRVANA e ci metto pure i TIMORIA dell’amico Omar Pedrini.

THE KNACK sono stati spesso sottovalutati, nonostante abbiano prodotto pezzi di grandissimo valore come Good Girls Don’t e Baby Talks Dirty.

Solo My Sharona però ha tributato al Combo californiano un successo strabiliante.

Il riff iniziale è uno dei più celebri e riconoscibili del Rock, forse anche più famoso dell’intro di Smoke on the Water dei DEEP PURPLE. My Sharona NON è un brano POP come gli “etichettatori” vorrebbero…

My Sharona è pura potenza di suono, puro Rock’n’Roll! Come molti artisti dell’epoca (succede purtroppo anche ai nostri giorni, anzi oggi in modo vergognoso, n.d.a.) anche THE KNACK hanno subito una certa manipolazione artistica voluta dalle case discografiche (Capitol in testa), che imponevano alla Band produzioni più “radiofoniche” di quelle contenute in Get the Knack, il loro primo lavoro in studio del 1979.

Purtroppo già dall’anno seguente, con l’album …But the Little Girls Understand, la band ammorbidisce le chitarre e alleggerisce pure il groove della sezione ritmica. Sulla falsa riga del secondo disco, THE KNACK produrranno Round Trip (1981), Serious Fun (addirittura 1991), Zoom (1998), Normal as the Next Guy (2001) ed infine Re-Zoom. (2008).

La straordinaria fiammata con cui THE KNACK hanno scritto My Sharona li ha portati ad avere uno spazio importante nell’olimpo del Rock.

La canzone parla della bellissima (e giovanissima!) Sharona Alperin di cui Doug si innamorò perdutamente (Sharona Alperin, canottiera bianca, jeans ed in mano una copia dell’album della band, compare nella copertina del 45 giri; n.d.a.) e che dopo un breve periodo di fidanzamento rimase amica fino al giorno delle morte di Doug.

Chi vi scrive ha amato, suonato e cantato centinaia di volte questa canzone dal ritmo travolgente, un singolo praticamente perfetto e, come già detto, mai fuori moda.

Avevo dodici anni quando la sentii per la prima volta, era un disco 45 giri regalato da un amico a mio padre ed una domenica mattina, lo ricordo come fosse ieri, misi sul piatto del “giradischi” (rigorosamente Philips), il pezzo di THE KNACK. In quell’istante ho capito che avrei voluto suonare quella musica affascinante, nei mesi ed anni successivi infatti sarebbe diventata realtà.

Un aneddoto da raccontare: quante volte un profumo o un suono ci hanno riportato alla mente ricordi ed immagini del passato?

Beh, per citare Marcel Proust, celebre autore de La Recherche du Temps Perdu: «Basta che un rumore, un odore, già uditi o respirati un tempo, lo siano di nuovo, nel passato e insieme nel presente, reali senza essere attuali, ideali senza essere astratti, perché subito l’essenza permanente, e solitamente nascosta, delle cose sia liberata (…)».

Così mi accade quando oggi riascolto My Sharona. In febbraio 2010 poi la triste notizia: nel bel mezzo di un CdA apprendo dal mio Nokia 9000 Communicator che era morto Doug Fieger, mi ha preso una strana malinconia, quella malinconia che viene quando un grande artista ci lascia dopo aver riempito il mondo con il suo genio.

Vi voglio salutare con un omaggio a Sharona e ai THE KNACK di una delle più grandi artiste italiane: Mina.

 

https://www.youtube.com/watch?v=jcfgx4nxHXE

 

 

PERTH

GIANKA: LA FORMA DELL’AMORE

JON BON JOVI: I LUSTRI(NI) DELL’HAIR METAL