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Bambini disobbedite, perché vi aiuta ad imparare.

Genitori voi invece obbedite, perché vi aiuta a far crescere.

Ma come può obbedire un genitore? ed a cosa, vi chiederete voi lettori…

Il genitore deve obbedire ad un semplicissimo dovere: la necessità di dare strumenti corretti di crescita al proprio figlio, come?

Cercando di conoscere.

La disobbedienza dei bambini è una tappa inevitabile e cruciale nel loro processo di crescita e sviluppo.

Nonostante possa risultare frustrante per genitori e tutori, è importante considerarla come una fase naturale del percorso di apprendimento di un bambino.

È importante capire che i bambini stanno cercando di individuare i propri limiti e di acquisire un senso di indipendenza e autonomia, infatti i primi atti di disobbedienza nei bambini sono spesso un segno che stanno iniziando a sviluppare un senso di sé ed un desiderio di indipendenza.

Questo comportamento può manifestarsi in molte forme, come il rifiuto di seguire le istruzioni, il testare i limiti delle regole, provocare apertamente gli adulti o ignorare i comandi diretti.

È fondamentale comprendere che la disobbedienza non è necessariamente un segno di cattiva educazione o mancanza di rispetto, ma piuttosto del fatto che i bambini stanno cercando di capire il mondo che li circonda e apprendono dalle esperienze, anche da quelle negative.

Questo processo di apprendimento comporta spesso sfide ed errori, anche da parte di genitori e tutori, che hanno un ruolo cruciale nella gestione della disobbedienza dei bambini.

La comunicazione è la chiave: spiegare chiaramente le aspettative e le regole, insieme alle ragioni dietro di esse, può aiutare i bambini a comprendere meglio cosa ci si aspetta da loro.

Infatti la disobbedienza è spesso una fase temporanea e una parte normale dello sviluppo infantile, dove i bambini stanno imparando a esprimere la propria individualità e a comprendere le conseguenze delle loro azioni.

E’ inevitabile che la disobbedienza sia più presente quando quando non comprendono completamente ciò che si aspetta da loro.

Il problema genitoriale è il tempo ma anche la capacità: per spiegare occorre tempo e capacità di trasformare in concetti chiari per un bambino il mondo delle regole che ha intesta un adulto.

Occorre, in un certo senso, che il genitore si ponga in un rapporto esegetico con il bambino al fine di parlare in una lingua e con concetti a lui comprensibili.

In questo meccanismo il genitore dovrebbe conoscere bene alcuni principi come la ridondanza della comunicazione e la semplificazione del concetto, o anche solo la sua traduzione nel mondo immaginifico del figlio.

Certamente conoscere il mondo linguistico in cui il bambino si sta muovendo è importante.

La risposta del genitore a questa necessità non può essere non ho tempo, ma al limite non sono in grado di farlo, perché con la risposta non ho tempo il genitore si chiude alla possibilità, mentre con la risposta non lo so fare si apre un mondo di opportunità.

Regola fondamentale da mantenere è la coerenza e la linearità di comportamenti.

Le regole dovrebbero rimanere costanti, e le conseguenze della disobbedienza dovrebbero essere appropriate e proporzionate, ma soprattutto applicate.

Questo crea un ambiente in cui i bambini possono prevedere le conseguenze delle loro azioni, il che può contribuire a motivarli a seguire le regole.

Tuttavia, nonostante la necessità di regole e discipline, è altrettanto importante lasciare spazio per l’autonomia e la scelta, ma anche per l’empatia; mostrare empatia verso i sentimenti dei bambini può contribuire a ridurre la disobbedienza, la disobbedienza infantile spesso nasce dalla frustrazione o dal sentimento di abbandono.

Consentire ai bambini di prendere decisioni appropriate per la loro età può ridurre fenomeni di ribellione alle regole, poiché si sentono coinvolti nel processo decisionale; ad esempio, invece di dire “Indossa questa giacca”, si potrebbe chiedere “Vuoi mettere il tuo maglione rosso o il tuo giubbotto blu?”.

Inutile osservare che i bambini spesso imparano dal comportamento dei loro genitori e delle figure di riferimento, ecco perché  mostrare un comportamento rispettoso delle regole può avere un impatto positivo, spesso ricreando ambienti simili in cui gli adulti rispettano le regole che loro stessi impongono ai figli.

L’esempio classico è il rapporto intergenerazionale: un bambino che vede il proprio genitore rispondere male al suo genitore non sarà certo portato a rispettare una regola educativa contraria al comportamento visto attuare dal genitore stesso.

Concludendo la disobbedienza può essere un terreno fertile per l’apprendimento e la crescita dei bambini, ma solo se noi abbiamo gli strumenti per comprenderla ed incanalarla verso un percorso di comprensione dei meccanismi.

Attraverso la disobbedienza si possono sviluppare competenze come la risoluzione dei problemi, la negoziazione e la comprensione delle conseguenze delle azioni.

In estrema sintesi, la disobbedienza dei bambini è una fase normale del loro sviluppo utilissima per poter far comprendere regole, comportamenti sociali e obblighi dell’IO.

La distanza della famiglia da questi momenti educativi, e la loro mancata comprensione da parte dei genitori,  è sicuramente uno tra i più gravi danni possibili da arrecare al bambino.

Affrontarla con pazienza, comunicazione aperta e coerenza nelle regole e nelle conseguenze può aiutare i bambini a imparare dagli errori e a crescere come individui responsabili e consapevoli.




Genitori, chiedete modelli nuovi di insegnamento per i vostri figli.

Il modello educativo frontale è una delle metodologie di insegnamento più tradizionali e ampiamente utilizzate in tutto il mondo.

In questo approccio, un insegnante presenta informazioni o lezioni in modo diretto a un gruppo di studenti, che solitamente sono disposti in modo frontale o in file nei banchi.

Questo modello è spesso caratterizzato dalla trasmissione unidirezionale delle conoscenze dall’insegnante agli studenti, con un’enfasi sull’ascolto passivo e sulla memorizzazione.

Sebbene il modello educativo frontale abbia una lunga storia di utilizzo ed è ancora ampiamente praticato, è importante considerare alcune delle sue sfide e limitazioni.

Prima di tutto, questo approccio può favorire una passività da parte degli studenti, che possono diventare semplici ricevitori di informazioni piuttosto che partecipanti attivi nel processo di apprendimento.

Questa mancanza di coinvolgimento attivo può portare alla noia e alla perdita di interesse per il materiale didattico.

Inoltre, il modello frontale potrebbe non tener conto delle differenze individuali tra gli studenti.

Ogni studente ha uno stile di apprendimento unico, e il modello frontale potrebbe non essere adatto a tutti.

Molti studenti traggono beneficio dall’apprendimento attivo, dalla discussione, dalla collaborazione e dall’applicazione pratica delle conoscenze. Il modello frontale può limitare queste opportunità.

Un’altra sfida del modello frontale è che l’insegnante potrebbe non essere in grado di monitorare attentamente il progresso individuale degli studenti o rispondere alle loro esigenze specifiche.

Questo può portare a una mancanza di personalizzazione nell’insegnamento, che è fondamentale per il successo educativo.

In pratica possiamo individuare 8 punti critici:

1 – Passività degli studenti: Gli studenti spesso sono passivi durante le lezioni frontali, limitandosi ad ascoltare e prendere appunti. Questo può portare a una minore partecipazione attiva e interazione con il materiale.

2 – Apprendimento unidirezionale: L’insegnamento frontale si basa su una comunicazione unidirezionale, con l’insegnante che trasmette informazioni agli studenti. Questo limita le opportunità per gli studenti di fare domande e contribuire attivamente alla discussione.

3 – Differenze individuali: Gli studenti hanno stili di apprendimento diversi, e l’insegnamento frontale potrebbe non essere adatto a tutti. Alcuni studenti potrebbero avere bisogno di approcci più interattivi o di apprendere in modi diversi.

4 – Concentrazione limitata: Gli studenti possono perdere la concentrazione durante le lunghe lezioni frontali, specialmente se queste non sono coinvolgenti o interessanti. La noia può compromettere l’apprendimento.

5 – Memorizzazione a breve termine: L’insegnamento frontale spesso si concentra sulla memorizzazione a breve termine delle informazioni per superare interrogazioni o esami, ma questo può non favorire la comprensione profonda e l’applicazione delle conoscenze nel lungo termine.

6 – Poca personalizzazione: L’insegnamento frontale tende a essere uniforme per tutti gli studenti, senza tener conto delle loro esigenze specifiche o dei loro livelli di competenza. Questo può portare a un apprendimento inefficace per alcuni.

7 – Manca di contesto del mondo reale: Le lezioni frontali possono mancare del contesto del mondo reale, rendendo difficile per gli studenti collegare ciò che imparano alle applicazioni pratiche.

8 – Limitazioni tecnologiche: In alcune situazioni, l’insegnamento frontale può essere limitato dalle risorse tecnologiche e dalla disponibilità di strumenti educativi moderni, che potrebbero migliorare l’apprendimento.

Per superare questi limiti, molti educatori stanno esplorando approcci più interattivi, come il blended learning (un mix di insegnamento in classe e online), l’apprendimento basato su progetti e l’uso di tecnologie educative avanzate per migliorare l’esperienza di apprendimento degli studenti.

Tuttavia, è importante notare che il modello educativo frontale non è completamente privo di meriti.

Può essere efficace per la presentazione di informazioni chiave o la spiegazione di concetti complessi.

Inoltre, può essere utile in contesti in cui è necessario impartire conoscenze di base o standardizzate in modo efficiente.

Per migliorare il modello educativo frontale, è importante integrarlo con approcci più interattivi e partecipativi all’apprendimento.

L’insegnante può incorporare attività di discussione di gruppo, lavori di gruppo, progetti collaborativi e tecnologie educative per coinvolgere gli studenti in modo attivo e favorire l’apprendimento significativo.

In questo modo, il modello frontale può diventare parte di un approccio educativo più ampio e diversificato che tiene conto delle esigenze e delle abilità individuali degli studenti.

In conclusione, il modello educativo frontale ha un ruolo nel panorama dell’istruzione, ma è importante considerarne le sfide e le limitazioni.

Gli educatori dovrebbero cercare di bilanciare questo approccio con metodi più interattivi ed espansivi per garantire un apprendimento più efficace ed efficiente per tutti gli studenti.

La chiave per un’educazione di successo è la flessibilità e l’adattabilità nell’uso di diverse metodologie didattiche per soddisfare le esigenze degli studenti e promuovere un apprendimento significativo.

Il ruolo della famiglia e dei genitori deve essere interattivo anche sulle metodologie di insegnamento.

Questo non vuol dire che la famiglia deve decidere il modello di lezione che la scuola deve adottare, ma la famiglia deve decidere in che scuola mandare il proprio figlio proprio in base al modello di lezione che la scuola ha deciso di utilizzare.

 

 

 

Ribellione e patto educativo, strumenti intelligenti per i genitori (ed anche per i docenti).

Ci vuole più Disciplina!!!




Imito ergo sum

Il Processo Imitativo nei Bambini: Sviluppo, Importanza e Implicazioni

L’imitazione è una delle prime abilità cognitive che i bambini sviluppano fin dalla loro più tenera età, da non confondere con il processo di imprinting di cui abbiamo parlato già.

Questo processo, apparentemente semplice, gioca un ruolo cruciale nello sviluppo cognitivo, sociale ed emotivo dei bambini, ed è importante per esplorare il processo imitativo nei bambini, analizzando come si sviluppa, l’importanza di questa abilità e le implicazioni per l’apprendimento e lo sviluppo futuro.

L’imitazione è una caratteristica fondamentale del comportamento umano che nasce fin da subito ed assume importanza successivamente, con l’appartenenza ad una etnia sociale e per i riferimenti gergali della comunità di appartenenza.

Nei neonati, i primi segnali di imitazione possono essere osservati già nelle prime settimane di vita, quando imitano le espressioni facciali dei genitori.

Da osservare comunque che il processo di imitazione potrebbe non essere consapevole almeno dall’inizio, ovvero nelle prime settimane di vita.

In questo primo periodo potrebbe subentrare il comportamento dei cosiddetti neuroni a specchio che ci permettono di comprendere gli stati d’animo altrui proprio perché li “specchiamo” con i nostri.

Quindi il bambino nelle sue primissime fasi di vita potrebbe non tanto imitare il comportamento degli adulti, cosa che avviene invece dopo i primi mesi, ma solo una serie di reazioni che lui stesso sente come proprie rispetto a quel particolare sentimento o emozione.

Questo concetto dei neuroni a specchio è un modo per spiegare i processi empatici che ci fanno comprendere lo stato d’animo altrui, riconoscendo degli atteggiamenti fisiognomici che identifichiamo simili ai nostri in quel particolare momento (piangere, ridere, sospirare, etc.).

Tuttavia, l’imitazione diventa più complessa e intenzionale con il passare del tempo, contribuendo a formare quella che oggi definiamo la personalità dell’individuo.

Fondamentale quindi l’ambiente e le persone che affianchiamo al bambino fin dalle sue prime fasi di crescita.

L’imitazione, pertanto, è un processo di autoapprendimento che parte fin da subito e viene utilizzato per forgiare anche il carattere e non solo.

Gli stessi meccanismi di difesa personale legati agli atteggiamenti aggressivo, remissivo, etc. si formano nelle prime fasi di vita imitativa.

Il primo tipo di imitazione che possiamo identificare è quella Neonatale definita spesso anche  sindrome del cucciolo: fin dai primi mesi di vita, i neonati iniziano a imitare alcune espressioni facciali e gesti dei loro genitori.

Questa imitazione precoce contribuisce a stabilire un legame emotivo tra il bambino e i suoi genitori ed ha il significato di legare il cucciolo al suo riferimento protettivo nelle prime fasi di vita.

Il primo vero imprinting imitativo si ottiene comunque con l’imitazione Sociale verso i 9-12 mesi, dove i bambini iniziano a imitare attivamente i comportamenti degli altri.

L’importanza di questa fase è fondamentale, anche perché abilita nel bambino i primi atti motori consapevoli come il camminare o il correre, questa imitazione sociale include in fase iniziale azioni come battere le mani, agitare la testa e pronunciare suoni, quindi anche il parlare nel linguaggio della comunità di riferimento.

Ricordiamo che spesso la mancanza di questa fase è strumento utile per la diagnosi di disabilità importanti come l’autismo.

Una volta strutturati i primi passi verso un’autonomia fisica, ove si intenda l’attivazione degli strumenti sensoriali completi e del linguaggio, incomincia nel bambino l’attivazione di quella che possiamo definire imitazione Simbolica completa o avanzata.

Intorno ai 18-24 mesi, i bambini iniziano a mostrare un’imitazione simbolica più avanzata, quindi uscendo dai confini di un’imitazione empatica, iniziano ad imitare azioni che non sono presenti nel loro repertorio quotidiano, come fingere di parlare al telefono o di cucinare.

Questo tipo di comportamento imitativo è fondamentale perché permette al bambino di collegare azioni a strumenti e comunque ad agevolare i processi astrattivi nonché “favolistici” che permettono al bambino di sviluppare la fantasia e tutta una serie di strumenti interpretativi della realtà che lo circonda.

Questa fase è importantissima perché permetterà al bambino di superare tutti i successivi step di crescita, garantendo una corretta rielaborazione degli input che riceverà dal contesto comprendendo pian piano la differenza tra reale e fantastico.

Questo processo si realizza pienamente nei primi cinque anni di vita e permette al bambino di strutturarsi per poter gestire un confronto con le realtà  che incontrerà quando il bambino uscirà dalla fase 0 – 5 anni, fase delle favole, per confrontarsi con i suoi coetanei e altri adulti, nella seconda fase 5 – 10 anni, fase del copia incolla, ove cercherà di imitare, con gli strumenti in suo possesso, quelle che riterrà simbologie migliori della sua.

Questo mondo nuovo a cui si affaccia il bambino attiva definitivamente quella che possiamo chiamare l’imitazione di Ruoli, che inizia già verso i 2-3 anni, quando i  bambini iniziano a imitare ruoli sociali.

Ad esempio, possono fingere di essere un insegnante o un medico durante il gioco.

Quest’ultimo modello imitativo si strutturerà poi come un modello di riferimento che utilizzeremo in tutta la vita e sul quale ci confronteremo spesso anche da adulti.

E’ il modello finale che ci porta ad imitare e quindi ad inseguire quello che vorremmo e non quello che siamo.

Un modello che, se non tarato correttamente, sarà l’Armageddon di tutta la nostra vita adulta, spesso sbilanciata tra invidie e supponenza.

L’imitazione è pertanto cruciale per lo sviluppo dei bambini sotto molti aspetti e proprio per questo deve essere indirizzata o comunque orientata in modo sano ed equilibrato.

Proprio grazie all’apprendimento Sociale possiamo iniziare a definire modelli che poi i bambini potranno prendere come riferimento, infatti l’imitazione consente ai bambini di apprendere dai loro modelli, inclusi genitori, insegnanti e coetanei.

Attraverso l’imitazione, acquisiscono conoscenze, competenze e valori sociali, pertanto sia gli ambienti che le persone che mettiamo a far parte del loro mondo, oltre noi stessi ovviamente, sono strumenti di costruzione della loro personalità.

L’imitazione ha anche un ruolo chiave nello sviluppo del linguaggio.

I bambini imitano i suoni e le parole dei loro genitori, contribuendo così alla formazione delle basi linguistiche, pertanto una corretta impostazione linguistica deriva anche dai modelli che vengono affiancati ai bambini nel loro percorso di crescita.

Lo stesso sviluppo cognitivo deriva dall’imitazione che aiuta a sviluppare abilità cognitive come l’attenzione, la memoria e la risoluzione dei problemi.

I bambini imparano a pensare in modo astratto e a elaborare concetti complessi attraverso l’imitazione di comportamenti e giochi di ruolo.

Senza voler semplificare troppo ma tutto questo porta alla costruzione dell’Identità personale.

L’imitazione di ruoli contribuisce alla formazione dell’identità del bambino, che, attraverso il gioco di ruolo, esplora diverse identità e sviluppa un senso di sé.

Ma ricordiamoci un elemento importante: l’imitazione nei bambini non è solo un fenomeno di breve termine, ha implicazioni durature per il loro apprendimento e sviluppo futuri. 

Conseguenze di un buon processo imitativo sono l’apprendimento Sociale Continuo, che trasforma l’imitazione in un meccanismo di apprendimento sociale anche nell’età adulta. Gli individui imitano comportamenti e abitudini degli altri per adattarsi alla cultura e alla società.

Anche lo sviluppo empatico è conseguenza di una buona e corretta impostazione imitativa, infatti l’imitazione contribuisce allo sviluppo dell’empatia, non per altro i bambini che imitano comportamenti di gentilezza e compassione diventano adulti più empatici.

Per garantire un buon comportamento imitativo è importante investire sull’apprendimento Tramite il Gioco.

Il gioco di ruolo e l’imitazione nel gioco aiutano i bambini a sviluppare competenze importanti come la risoluzione dei problemi, la creatività e la cooperazione.

L’imitazione nei bambini è un processo complesso e cruciale per il loro sviluppo cognitivo, sociale ed emotivo.

Attraverso l’imitazione, i bambini apprendono, esplorano il mondo che li circonda e costruiscono la propria identità.

I genitori, gli insegnanti e gli adulti devono riconoscere l’importanza dell’imitazione nei bambini e fornire modelli positivi per influenzare in modo costruttivo il loro apprendimento ed il loro sviluppo.

In ogni caso una semplice riflessione per tutti i genitori: se vogliamo far crescere dei giovani felici e con buon senso dobbiamo costruire i loro processi imitativi, che è la cosa più semplice, portarli a riflettere, che è la cosa più onorevole,  ed insegnare loro a convivere con l’esperienza, che è la cosa più difficile di tutte.

 

 

 

Interferenza ed Imprinting: i pilastri dell’apprendimento efficace

 




Ci vuole più Disciplina!!!

Parliamo spesso di disciplina ma il più delle volte ne confondiamo gli estremi ed i confini.

La disciplina non è qualcosa che qualcuno ci impone, perché allora si parla di obbedienza, la disciplina è una forza interiore che l’uomo deve sviluppare per poter raggiungere degli obiettivi e dei risultati.

La Democrazia è una sorta di disciplina che deve permeare una società, una illuminazione collettiva che diventa una sorta di “religione”, un bene comune fatto di obiettivi da raggiungere.

La disciplina non è educazione, l’educazione è il rispetto degli altri, la disciplina è il rispetto di noi stessi.

Essere disciplinati infatti è la capacità di seguire delle regole che ci siamo dati o che abbiamo scelto, ed è qui che la disciplina da sola non basta perché noi possiamo anche seguire delle regole egoistiche, che perseguono il male a vantaggio dei nostri interessi, o semplicemente che rendono il nostro agire egoista nella comunità in cui stiamo vivendo.

In questo senso la disciplina, a mio avviso, la possiamo considerare una delle cinque grazie dell’intelletto umano: disciplina, educazione, onore, lealtà, sentimenti, interagenti tra loro in un interessante caleidoscopio di colori ma soprattutto con un mix di ingredienti che deve essere ben calibrato; la sproporzione anche solo di uno dei cinque ingredienti porta spesso a conseguenze nefaste.

Si pensi agli eccessi del nazismo quando lealtà e disciplina hanno preso il sopravvento assoluto; se ci fosse stata anche una buona dose di sentimenti, onore ed educazione le cose sarebbero andate molto differentemente.

La disciplina è un concetto pertanto che si riferisce al rispetto delle regole, delle norme e dell’autorità, al fine di mantenere l’ordine, la responsabilità ed il controllo del proprio comportamento agito in una società di riferimento.

Essa può essere applicata in varie sfere della vita, tra cui l’educazione, il lavoro, la vita militare, lo sport e molte altre, ovviamente tramite l’obbedienza alle regole.

La disciplina implica il rispetto delle regole e delle norme stabilite da un’autorità o da un sistema in cui noi stiamo vivendo.

Queste regole possono riguardare il comportamento personale, le procedure sul posto di lavoro, le leggi della società o le istruzioni militari, il concetto di democrazia porta poi ad un necessario cambiamento delle regole in modo condiviso quando i tempi cambiano.

In questo senso la disciplina richiede anche un certo grado di autocontrollo e auto-regolamentazione.

Significa essere in grado di resistere alle tentazioni, mantenere la concentrazione e rispettare gli impegni e le responsabilità, con grande coerenza.

Essere disciplinati implica mantenere una coerenza nel proprio comportamento, ovvero agire in modo consistente e responsabile, indipendentemente dalle circostanze o dalle emozioni del momento.

Nel concetto di disciplina vi è anche una importante presa di responsabilità personale per le proprie azioni e decisioni, inevitabilmente significa assumersi la responsabilità delle conseguenze delle proprie azioni, anche e soprattutto dal punto di vista emotivo.

Come riuscire a costruirsi una propria disciplina personale?

Non basta pensarlo o volerlo fortemente, occorre darsi un metodo, anzi una struttura o una routine.

Avere una routine ben definita può aiutare a mantenere la disciplina, poiché fornisce un’organizzazione e un orario predefinito, ad esempio, per le attività.

Nello stesso modo occorre darsi obiettivi ed ipotesi di risultati.

Non si può pensare solo ad un grande unico obiettivo (ad esempio voglio un lavoro) ma devo capirne i necessari obiettivi di percorso per poterci arrivare (mi devo formare, devo acquisire competenze, devo capire che tipo di capacità iniziali devo avere).

In questo senso la disciplina è uno strumento efficace per raggiungere obiettivi personali o professionali, ragionando a tappe per evitare di cadere nella frustrazione del risultato, così, mantenendo la disciplina, è più probabile che si raggiungano gli obiettivi desiderati.

Essere disciplinati implica un necessario apprendimento continuo.

Significa essere aperti all’auto-miglioramento, all’acquisizione di nuove competenze e all’adattamento alle sfide.

La disciplina è così importante in molte aree della vita perché aiuta a mantenere l’ordine, a promuovere la responsabilità personale e a raggiungere gli obiettivi.

Tuttavia, è importante trovare un equilibrio tra la disciplina e la flessibilità, poiché un eccesso di disciplina può portare a rigidità e stress eccessivo.

Per fare un esempio di grande disciplina voglio ricordare l‘esercito romano.

Le legioni, ma più in generale tutta la macchina militare romana, erano note per la loro disciplina ed organizzazione straordinaria, che ha contribuito in modo significativo al successo dell’Impero Romano.

Come i Romani hanno costruito questo modello di disciplina?

Intanto grazie ad un addestramento rigoroso: i soldati romani venivano sottoposti a un addestramento rigoroso sin dalla loro arruolamento.

Questo addestramento includeva esercitazioni militari regolari, marce forzate, allenamento al combattimento corpo a corpo e altre attività che li preparavano fisicamente e mentalmente per la guerra.

L’esercito romano possedeva una chiara gerarchia militare con ufficiali competenti ed addestrati che erano responsabili dell’addestramento e del comando delle truppe.

Questa chiara catena di comando contribuiva a mantenere l’ordine e la disciplina all’interno delle unità.

Venivano applicate punizioni severe per l’indisciplina e il dissenso.

Queste punizioni potevano includere fustigazioni, lavori forzati o persino la pena di morte.

Queste misure dissuasive servivano a scoraggiare comportamenti indisciplinati.

La tattica e la strategia militare romana erano basate grandemente sulla disciplina.

I soldati romani erano addestrati per formare formazioni coese, come la famosa formazione a testuggine, che li proteggeva in battaglia e li rendeva difficili da sconfiggere.

I soldati romani sviluppavano un forte senso di appartenenza alla loro unità e all’Impero Romano nel suo complesso, questo senso di appartenenza li motivava a combattere con disciplina e determinazione.

L’Impero Romano era selettivo nel reclutamento dei soldati, cercando individui che fossero fisicamente idonei e che dimostrassero una forte etica del lavoro e un impegno per il servizio militare.

Tutti questi fattori contribuivano alla formazione di un esercito altamente disciplinato e efficiente.

La disciplina nell’esercito romano era essenziale per mantenere l’ordine nelle legioni, garantire la coesione durante le battaglie e garantire il successo militare dell’Impero Romano per molti secoli.

Ovviamente il contesto sociale in cui si è sviluppata la disciplina militare romana, ma anche traslata, o derivata?, nella forte lealtà di tutti i cittadini a Roma, non è paragonabile a quello odierno, ma i principi base che l’hanno resa eterna sono ancora validi.

Oggi in molti si lamentano della mancanza di disciplina nei giovani.

Attenzione a cosa vogliamo!

Come avete letto più sopra la disciplina è solo una delle parti necessarie per una crescita armonica dell’individuo. e la sua mancanza non è l’unica causa del comportamento anomalo giovanile.

La mancanza di disciplina nei giovani può essere causata da una serie di motivi complessi, che possono variare da individuo a individuo.

Sicuramente la mancanza di un ambiente familiare senza regole chiare, routine e supervisione porta alla mancanza di disciplina nei giovani; se i genitori non stabiliscono limiti chiari o non stigmatizzano il comportamento inappropriato con punizioni o meglio con evidenziazioni chiare e proporzionate, i giovani possono avere difficoltà a sviluppare la disciplina.

I giovani tendono a imparare comportamenti e abitudini dai loro genitori e da altre figure di riferimento solo se ne sono a stretto contatto nelle prime fasi di crescita.

Se crescono in un ambiente in cui la mancanza di disciplina è comune, possono sviluppare lo stesso tipo di atteggiamento.

E’ importante pertanto dare molta attenzione agli ambienti di crescita dei ragazzi nei primi quindici anni della loro crescita ed agli educatori che li affiancano.

Non sempre infatti il più bravo professore del mondo per il ragazzo X può avere lo stesso effetto sul ragazzo Y.

Questo sbandamento sugli ambienti e sulle figure di riferimento può generare una mancanza di motivazione intrinseca per raggiungere obiettivi o rispettare le regole, cosa che evidentemente porta ad una mancanza di disciplina.

Se i giovani non vedono, comprendono, ascoltano un motivo valido per seguire le regole o impegnarsi in attività disciplinate, non lo fanno.

Occorre anche considerare che oggi con l’avvento della tecnologia e dei dispositivi digitali, i giovani possono essere facilmente distolti dalle attività che richiedono disciplina, come lo studio o la pratica di un’arte o uno sport, specie se correlate alle influenze dei coetanei ed al desiderio di adattarsi a gruppi che promuovono comportamenti indisciplinati che possono attrarre i giovani e quindi a deviare dalla loro stessa disciplina.

Disturbi come l’ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione e Iperattività) o l’ansia possono influenzare la capacità di un giovane di concentrarsi, pianificare e seguire regole, contribuendo così alla perdita, anche se in modo più inconsapevole, di disciplina.

Oggi è difficile che i ragazzi abbiano sviluppato adeguate competenze sociali ed emotive per affrontare situazioni stressanti o conflitti interpersonali, il che può influire sulla loro capacità di disciplinarsi e quindi di raggiungere i loro obiettivi, con un conseguente possibile abbandono ad una depressione indotta.

Problemi legati all’ambiente scolastico, come il bullismo o una mancanza di supporto da parte degli insegnanti, possono ulteriormente appesantire la situazione.

Infine anche la presenza di eventi stressanti o traumatici nella vita di un giovane, come la perdita di una persona cara o il divorzio dei genitori, possono influire sulla sua capacità di vivere serenamente e di autodisciplinarsi nei propri obiettivi.

È importante riconoscere che la mancanza di disciplina/autodisciplina può avere un impatto significativo sulla vita dei giovani, influenzando la loro capacità di raggiungere obiettivi, costruire relazioni sane e prendere decisioni responsabili.

Gli adulti, compresi i genitori e gli insegnanti, possono svolgere un ruolo fondamentale nel fornire un ambiente di supporto, insegnare competenze di autodisciplina e fornire modelli positivi di comportamento disciplinato.

Cosa fare quindi, buttare la spugna? GIAMMAI!

Occorre ripensare al rapporto scuola famiglia ed al percorso educativo complessivo, con particolare attenzione ai ruoli.

La famiglia deve essere centro di affetto e di presenza, che non vuol dire essere sempre attaccati, ma far percepire la presenza genitoriale anche nel definire regole e premi, responsabilità e conseguenze, ma soprattutto applicarle.

La scuola invece deve essere un percorso continuo in cui, proseguendo nel ragionamento sulle regole il ragazzo incomincia a capirne il senso applicato alla società in cui vive, in cui si muove, in cui stringe amicizie e rapporti, ma soprattutto un luogo in cui il giovane può applicare ciò che sa e ciò che crede, trovando riscontro sia nei comportamenti degli educatori attorno a lui che nelle modalità di iterazione sociale in cui muove i primi passi da adulto.

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Adolescenti, stupri, alcol, violenza, ma che generazione è questa?

 

 




Separazione e Maturità: un binomio troppo spesso dissolubile.

La separazione può essere un evento altamente stressante e traumatico, sia per gli adulti che per i bambini nel quale troppo spesso maturità e separazioni diventano un binomio dissolubile, al contrario di quello che sarebbe necessario.

Dal punto di vista psicologico, ci sono diversi motivi che possono influenzare le reazioni e le sfide durante una separazione, ma in ogni caso la separazione spesso comporta una sensazione di perdita significativa, anche quando siamo noi stessi a volerla.

Gli individui vivono comunque una separazione come (ed in effetti in molti casi è così) se stessero perdendo non solo il loro partner, ma anche una parte importante della loro vita, dei loro sogni e delle loro aspettative.

La separazione può innescare un processo di lutto, simile a quello che si verifica con la morte di una persona cara.

Le persone possono passare attraverso diverse fasi del lutto, tra cui negazione, rabbia, negoziazione, depressione e accettazione, che vedremo più avanti.

L’incertezza e il cambiamento associati alla separazione possono causare ansia e paura, ed ingenerare la preoccupazione per il futuro, la sicurezza finanziaria, lo stato emotivo e la reazione dei figli.

Di conseguenza è facile giungere a sintomi depressivi perché si sperimentano tristezza prolungata, perdita di interesse nelle attività quotidiane, cambiamenti nell’appetito e nell’umore, e talvolta persino pensieri suicidi.

Nella maggior parte dei casi si sperimentano colpa e vergogna durante una separazione, e la vergogna può derivare dal giudizio sociale o dalle aspettative culturali.

Anche la rabbia è spesso una risposta naturale alla separazione, soprattutto se ci sono stati conflitti o ferite emotive nella relazione, ma di certo, con un aiuto, il più delle volte si può arrivare a riesaminare la propria identità e il senso di sé, iniziando a chiedersi chi sono ora senza il partner e come ridefinire la propria vita.

Nonostante che il processo innescato da una separazione possa comunque portare a risultati positivi, è bene considerare che nelle prime fasi alcune persone tendono a isolarsi dagli amici e dalla famiglia , il che può peggiorare la loro salute mentale; non è da sottovalutare la causa di questa “depressione” può essere dovuta alla vergogna, alla paura del giudizio o semplicemente alla difficoltà di condividere le proprie emozioni con gli altri.

In questa fase che spesso avviene prima di tutte si potrebbe avere difficoltà a prendere decisioni ed a vedere le cose in modo obiettivo, ed è proprio in questo momento che si possono adottare diverse strategie per far fronte alla separazione, alcune delle quali possono essere poco sane, come l’abuso di sostanze o comportamenti autodistruttivi.

È importante riconoscere che la reazione alla separazione può variare notevolmente da persona a persona, e non tutti sperimenteranno tutti questi motivi psicologici allo stesso modo.

Il supporto psicologico, come la terapia, può essere fondamentale per aiutare le persone a gestire questi aspetti emotivi e psicologici della separazione e per favorire un processo di adattamento più sano.

Nel caso in cui la separazione avvenga in ambito genitoriale può essere un momento difficile sia per i figli, che spesso non hanno le strutture mentali adatte per capire cosa stia succedendo, questo elemento dipende anche dall’età dei figli, che per l’entourage della famiglia, che perde riferimenti spesso cardini nelle relazioni.

La chiarezza è un elemento essenziale durante questo processo, in quanto aiuta i figli a comprendere meglio la situazione e ad affrontarla in modo più sano e meno traumatico, è necessario rispondere e stimolare le loro domande, affrontandole in modo sincero il che potrebbe aiutarli a comprendere meglio la situazione, tenendo però conto che la chiarezza non significa coinvolgere i figli nei conflitti tra i genitori.

Evitare di discutere i dettagli delle dispute o delle ragioni della separazione con i figli è la modalità più opportuna per il bene stesso dei figli.

Ovviamente è necessario contenere quel senso di rivalsa verso l’altro che porterebbe al coniuge la ricerca ostinata dell’appoggio dei figli.

Non sempre all’interno della coppia (anzi quasi mai) i due coniugi riescono a mantenere un livello di freddezza che possa giovare psicologicamente alla prole.

Mantenere le conversazioni sui problemi tra adulti, lontano dagli occhi e dalle orecchie dei bambini è una forma di maturità che dovrebbe essere agita sempre, non solo durante le separazioni, ma anche nella normale vita di coppia.

Durante un periodo di separazione maggiormente in quanto è proprio la fase che destabilizza i bambini che vedono crollare un mondo di certezze appena costruito.

Mantenere una routine stabile e prevedibile può fornire un senso di sicurezza, ad esempio assicurandosi che gli impegni scolastici, le attività extracurriculari e le abitudini quotidiane siano mantenuti il più possibile.

Oltre a comunicare, è importante ascoltare attentamente i sentimenti e le preoccupazioni dei tuoi figli, fornendo uno spazio sicuro per esprimere le emozioni che di sicuro può aiutarli a elaborare meglio la situazione e a sentirsi ascoltati.

Se la situazione è particolarmente complessa, ad esempio se non c’è modo che i due genitori si orientino al bene della prole pèiù che alla loro rivalsa personale, o se i figli stanno fortemente lottando emotivamente, può essere utile coinvolgere un consulente o un terapeuta familiare.

Questi professionisti possono aiutare a facilitare la comunicazione e a fornire supporto emotivo ai membri della famiglia ed a rendere maggiormente neutrale la comunicazione dell’evento.

Anche se la separazione è inevitabile, è importante conservare il rispetto reciproco tra i genitori.

Questo aiuterà i bambini a mantenere una visione equilibrata e amorevole di entrambi i genitori.

La chiarezza e la comunicazione aperta durante una separazione possono aiutare i figli a sentirsi più sicuri e a gestire meglio la situazione.

Tuttavia, ogni situazione è unica, quindi è importante adattare le tue azioni alle esigenze specifiche dei tuoi figli e cercare supporto professionale quando necessario.

Vediamo infine alla luce di quanto sopra le cinque fasi della perdita, anche conosciute come il “modello delle fasi del lutto,” sono una teoria proposta da Elisabeth Kübler-Ross nel suo libro del 1969 intitolato “On Death and Dying.”

Questo modello rappresenta una serie di reazioni emotive attraverso cui molte persone passano quando affrontano una perdita significativa, come la morte di una persona cara. 

Negazione: In questa fase iniziale, le persone possono avere difficoltà ad accettare la realtà della perdita. Potrebbero sentirsi increduli o pensare che sia solo una cattiva notizia temporanea. Questa fase può servire come meccanismo di difesa temporaneo per aiutare a tamponare l’emozione travolgente della perdita.

Rabbia: Quando la negazione cede il passo, molte persone sperimentano rabbia. Possono arrabbiarsi con il mondo, con se stesse o persino con la persona deceduta. La rabbia è spesso una reazione alla sensazione di impotenza e ingiustizia.

Contrattazione: In questa fase, le persone cercano spesso di trattare o negoziare con una forza superiore o con il destino per cercare di evitare o invertire la perdita. Possono fare promesse o chiedere “Se solo avessi fatto…” o “Per favore, fammi tornare indietro al tempo prima della perdita…”. Questa fase può essere un tentativo di riprendere il controllo.

Depressione: La depressione nella fase del lutto non è necessariamente la stessa cosa della depressione clinica, ma è una risposta emotiva alla perdita. Le persone possono sentirsi tristi, disperate o svuotate. È un periodo in cui affrontano la profondità della perdita e possono passare attraverso un lutto profondo.

Accettazione: Nella fase finale, le persone cominciano ad accettare la realtà della perdita. Non significa che dimentichino o smettano di amare la persona deceduta, ma raggiungono un punto in cui riescono a vivere con la perdita. L’accettazione non significa che non ci saranno alti e bassi emotivi, ma indica che la persona ha fatto progressi nel processo di lutto.

Va notato che queste fasi non sono necessariamente lineari o universali, infatti le persone possono attraversarle in modo diverso e in diversi tempi, ed inoltre, non tutte le persone attraversano necessariamente tutte e cinque le fasi, poiché il lutto è un processo individuale e varia da persona a persona.

Alcune persone possono sperimentare altre emozioni o reazioni durante il loro processo di lutto.

La comprensione delle fasi del lutto può aiutare a fornire una cornice per comprendere e affrontare il dolore, ma è importante rispettare la diversità delle esperienze di lutto di ciascuno.

 

Separati per il bene.




Psicologia e pedagogia: cui prodest?

 

Pedagogia e Psicologia, due linee di sviluppo delle azioni umane che studiano i percorsi dell’individuo, ma in modalità differenti.

La pedagogia e la psicologia sono due discipline strettamente correlate che si concentrano sull’educazione, lo sviluppo e il benessere degli individui, ma hanno obiettivi, approcci e ambiti di studio diversi. 

 La pedagogia è la scienza dell’educazione, si concentra principalmente su come insegnare e come apprendere.

Gli studi pedagogici riguardano la progettazione di programmi educativi, le strategie di insegnamento, l’organizzazione delle scuole e il miglioramento dei metodi educativi.

 La pedagogia è più orientata all’educazione ed all’insegnamento, si preoccupa di come trasmettere conoscenze, valori e abilità agli studenti in modo efficace ed etico; ovviamente per far questo deve anche comprendere il contesto, lo status dell’individuo ed il suo profilo.

La pedagogia si applica principalmente all’ambito dell’istruzione formale, come scuole, università e programmi di formazione, si concentra su come le persone apprendono all’interno di contesti educativi.

L’obiettivo principale della pedagogia è migliorare il processo di apprendimento e insegnamento, ottimizzando l’esperienza educativa per gli studenti.

La psicologia è la scienza dello studio del comportamento umano e dei processi mentali, essa si concentra su come le persone pensano, sentono, si comportano e si sviluppano nel corso della vita, pertanto include anche lo studio delle emozioni, delle motivazioni e delle interazioni sociali.

La psicologia è più ampia e generale rispetto alla pedagogia proprio perché inevitabilmente comprende diverse aree di specializzazione, come la psicologia clinica, la psicologia dello sviluppo, la psicologia cognitiva, la psicologia sociale, evidentemente la psicologia studia il comportamento umano in un contesto più ampio, non limitandosi all’educazione.

La psicologia si applica pertanto in una vasta gamma di contesti, tra cui la salute mentale, la psicoterapia, la consulenza, l’ambito organizzativo, lo sport, la ricerca scientifica e l’istruzione.

È pertinente in qualsiasi situazione in cui si analizzano o si influenzano i comportamenti umani e i processi mentali.

L’obiettivo della psicologia è comprendere il comportamento e i processi mentali umani, spesso per scopi di diagnosi, intervento terapeutico, ricerca scientifica o miglioramento della qualità della vita.

In sintesi, mentre la pedagogia si concentra principalmente sull’educazione e sulla trasmissione di conoscenze, la psicologia si occupa di un’ampia gamma di aspetti legati al comportamento umano e ai processi mentali.

Mentre le due discipline possono sovrapporsi in alcuni settori, soprattutto quando trattano sullo stato dell’individuo nell’intraprendere azioni,  hanno scopi e metodi di studio distinti.

Entrambe svolgono un ruolo importante nell’ambito dell’educazione, ma in modi diversi.

Ci piace rappresentare l’interazione tra le due scienze come un meccanico ed un gommista: il primo deve garantire che il motore funzioni e che niente all’interno della macchina abbia problemi, mentre il secondo deve garantire che la macchina vada dritta e non sbandi.

E’ evidente che per il benessere di un giovane ma anche di un adulto sono necessarie entrambe, riuscireste voi a sistemare la vostra macchina andando solo dal meccanico?

 

Pedagogia ed inclusione: strumenti per combattere il disagio giovanile.

 

 




Interferenza ed Imprinting: i pilastri dell’apprendimento efficace

 

Quando occorre ragionare su un metodo didattico o sul percorso educativo di una classe o di un singolo discente è obbligatorio fare una valutazione d’insieme che tenga conto di molteplici fattori legati al nostro “alunno”, vi sono fattori sociali, personali, emotivi, di contesto, ma in primis occorre valutare e ragionare su due pilastri importanti che poi a ruota legano tutti gli altri, Interferenza ed Imprinting.

Cerchiamo di capire quali differenze vi siano tra le due categorie nelle seguenti poche righe.

L’interferenza è un concetto chiave nella psicologia dell’apprendimento e della memoria ed è importante comprenderlo quando si tratta di ottimizzare il processo di studio.

L’interferenza si riferisce al fenomeno in cui l’apprendimento o la memorizzazione di nuove informazioni è ostacolato o influenzato negativamente dalla presenza di informazioni precedenti o simili.

Questo può avere un impatto significativo sullo studio.

Ecco come l’interferenza può influenzare l’apprendimento e cosa si può fare per gestirla, ovviamente occorre distinguere i differenti tipi di casus di fronte ai quali ci troviamo.

Potremmo partire con l’interferenza retroattiva, che spesso si verifica quando le nuove informazioni ostacolano la memoria delle informazioni precedenti.

Ad esempio, se stai studiando materiale nuovo prima di un esame, potresti dimenticare alcune delle informazioni che hai appreso in precedenza.

Per gestire l’interferenza retroattiva, è utile prendere delle pause durante lo studio per consolidare le informazioni apprese in precedenza.

La ripetizione spaziata, in cui si ripassa il materiale in intervalli di tempo sempre più lunghi, può aiutare a contrastare questo tipo di interferenza.

Nemmeno da sottovalutare l’incidenza dell’interferenza proattiva che si verifica quando le informazioni precedenti ostacolano la memorizzazione di nuove informazioni.

Ad esempio, se hai già imparato un elenco di parole in una lingua straniera e stai cercando di apprendere un nuovo elenco di parole, le parole precedenti potrebbero influenzare la tua capacità di ricordare quelle nuove.

Per gestire l’interferenza proattiva, è utile cercare di separare le informazioni simili nel tempo o nello spazio.

Ad esempio, puoi studiare il materiale relativo a una lezione precedente in una stanza diversa rispetto a quella in cui stai studiando il nuovo materiale.

La nostra mente poi spesso cade nell’interferenza delle informazioni simili.

Le informazioni che sono simili tra loro, come concetti o fatti correlati, possono generare interferenza.

Per gestire questo tipo di interferenza, è importante fare chiarezza tra le informazioni simili.

Puoi farlo creando mappe concettuali, riassunti o diagrammi che evidenziano le differenze tra le informazioni simili.

Vi sono differenti strumenti per aiutare il nostro cervello ad evitare i problemi di interferenza, tra i primi citiamo la variazione delle fonti di apprendimento.

Utilizzare diverse fonti di apprendimento e approcci di studio può aiutare a ridurre l’interferenza.

Ad esempio, se stai studiando per un esame di storia, potresti leggere un libro di testo, guardare video didattici e partecipare a discussioni di gruppo.

Questo approccio può aiutare a creare una variazione nell’apprendimento, riducendo così l’interferenza tra le diverse fonti di informazione.

Ma non basta, occorre affiancare alla variazione delle fonti anche una attività di Test frequenti.

Il testing frequente, o il quiz di sé stessi, può aiutare a identificare le informazioni che sono soggette a interferenza.

Quando ti testi su ciò che hai appreso, puoi scoprire quali informazioni potrebbero essere state influenzate dall’interferenza e quindi concentrarti su di esse durante lo studio successivo.

 In estrema sintesi, l’interferenza può essere una sfida nell’apprendimento e nello studio, ma ci sono diverse strategie che si possono utilizzare per mitigarla.

Queste strategie includono la gestione del tempo e dello spazio tra le informazioni simili, la variazione delle fonti di apprendimento ed il testing frequente per identificare le lacune nella memoria.

Non di così facile analisi invece è il concetto di imprinting che, già da subito, deve essere osservato ed analizzato in modo differente in base che si tratti di comportamento animale o umano.

L’imprinting è un concetto chiave nello studio del comportamento animale, in particolare degli uccelli e dei mammiferi precoci come anatre, oche e alcune specie di mammiferi come gli agnelli.

L’imprinting è un processo attraverso il quale i giovani animali sviluppano un forte legame con la prima figura che incontrano, spesso la madre o una figura materna sostitutiva.

Questo legame è solitamente stabilito nelle prime fasi della vita del giovane e può influenzare significativamente il comportamento futuro dell’animale.

Vi sono differenti stati dell’imprinting animale, tra cui è opportuno considerare la sensibilità temporale del fenomeno.

L’imprinting è più probabile che si verifichi durante un periodo specifico, noto come “periodo sensibile” o “periodo critico”.

Durante questo periodo, il giovane animale è particolarmente suscettibile a formare un legame con la figura materna.

La sensibilità temporale può variare tra le specie, ma solitamente si verifica nelle prime ore o giorni di vita.

Altro elemento chiave del fenomeno è la stabilità del legame, che, una volta stabilito, tende a essere molto forte e duraturo, infatti gli animali imprinteranno su quella figura materna e tenderanno a seguirla, cercarla e sviluppare un forte attaccamento emotivo.

Come valore assoluto il fenomeno ha una funzione di sopravvivenza importante.

Per molti animali, la madre fornisce cibo, protezione e insegnamenti essenziali per la sopravvivenza.

L’imprinting, in effetti ed a pensarci bene, garantisce che i giovani animali seguano e rimangano vicino alla madre, aumentando così le loro possibilità di sopravvivenza.

L’imprinting è spesso specie specifico, il che significa che un giovane animale imparerà a riconoscere e ad attaccarsi a individui della sua stessa specie.

Ad esempio, un pulcino di anatra imprinterà su un’altra anatra, non su un essere umano o su un animale di un’altra specie, anche se tolto dall’ambiente di riferimento il cucciolo può cambiare la specie di imprinting.

Lo studio dell’imprinting ha fornito importanti insight sullo sviluppo del comportamento animale e sulla psicologia comparata.

Il biologo Konrad Lorenz è stato uno dei pionieri nello studio dell’imprinting e ha condotto ricerche fondamentali su anatre e oche.

L’imprinting è stato utilizzato in alcune applicazioni pratiche, come il rilascio di animali selvatici allevati in cattività.

Ad esempio, i giovani uccelli possono essere “imprintati” su un pilota ultraleggero e guidati nella migrazione per migliorare il loro successo nella natura.

 In sintesi, l’imprinting è un processo comportamentale cruciale nei giovani animali che contribuisce alla loro sopravvivenza e all’adattamento al loro ambiente.

È uno dei modi in cui gli animali apprendono a riconoscere e a legarsi alle figure materna o caregiver durante le prime fasi della loro vita.

 Nell’uomo, il concetto di “imprinting” viene utilizzato in un contesto diverso rispetto a quello degli animali.

L’imprinting umano non riguarda solo il legame instaurato con una figura materna o caregiver nelle prime fasi della vita, come avviene negli animali, ma invece fa più riferimento a un processo di apprendimento e sviluppo in cui gli individui acquisiscono conoscenze, schemi di pensiero o comportamenti specifici attraverso l’osservazione e l’interazione con figure di riferimento.

Uno degli esempi più evidenti di imprinting nell’uomo è l’apprendimento del linguaggio.

I bambini acquisiscono la lingua materna attraverso l’osservazione e l’interazione con i genitori, i membri della famiglia e le persone che li circondano nelle prime fasi della vita.

Questo processo è essenziale per lo sviluppo delle capacità di comunicazione.

 Gli individui imparano i valori, le norme sociali e le abitudini culturali attraverso l’interazione con la loro comunità e la loro cultura di appartenenza.

Questo tipo di imprinting aiuta a plasmare la moralità ed il comportamento sociale delle persone.

Molte persone acquisiscono le loro credenze religiose e spirituali da figure di riferimento, come genitori, familiari o leader religiosi, attraverso insegnamenti, cerimonie e pratiche rituali.

 L’osservazione e l’interazione con figure di riferimento possono influenzare lo sviluppo di schemi di comportamento specifici.

Ad esempio, i bambini possono imparare a rispettare l’autorità, la gentilezza o l’altruismo attraverso il comportamento dei loro genitori o dei loro modelli di riferimento.

I giovani spesso sviluppano interessi e passioni basati su ciò che vedono o sperimentano nell’ambiente che li circonda.

Un bambino, infatti, potrebbe sviluppare un interesse per la musica se è stato esposto a strumenti musicali o a esibizioni musicali in tenera età.

L’apprendimento sociale è un processo attraverso il quale le persone imparano dagli altri attraverso l’osservazione e l’imitazione.

Questo tipo di imprinting si verifica quando le persone apprendono nuove abilità o comportamenti osservando gli altri.

Gli individui spesso sviluppano modelli di ruolo basati su figure di riferimento che ammirano o rispettano.

Questi modelli di ruolo possono influenzare le aspirazioni e le scelte di carriera.

È importante notare che l’imprinting nell’uomo è influenzato da una serie di fattori, tra cui la cultura, l’ambiente familiare, la comunità di appartenenza e l’esperienza individuale.

Non è un processo rigido come quello osservato negli animali e può variare notevolmente da persona a persona.

Ma proprio perché l’uomo è più complesso e possiede capacità analitiche ed astrattive più alte che ilr esto del mondo animale, ci piace considerare una ulteriore forma di imprinting ovvero l’imprinting educativo.

Quest’ultimo è un termine che può essere utilizzato per descrivere il processo attraverso il quale gli individui acquisiscono idee, valori, credenze e atteggiamenti specifici durante la loro educazione e sviluppo.

Questo processo è spesso influenzato dalle figure di autorità, dai modelli di riferimento e dalle esperienze educative che una persona ha durante la sua crescita e formazione.

I genitori svolgono un ruolo fondamentale nell’imprinting educativo dei loro figli, perché oltre a formare le prime figure di riferimento in un certo senso formano anche l’ambiente in cui il giovane si muove fin dalla tenera età.

Le loro azioni, i loro valori, le loro aspettative e il loro stile di genitorialità possono influenzare in modo significativo lo sviluppo dei bambini che come tutti i cuccioli non solo umani, tendono a copiare le figure adulte nella certezza che nell’ambiente a loro non ancora conosciuto, il comportamento delle figure adulte sia quello adatto alla sopravvivenza.

Ecco quindi che l’ambiente in cui un individuo cresce può avere un impatto duraturo sul suo imprinting educativo, in congiunzione con le figure di riferimento che vi si muovono all’interno.

Ad esempio, una famiglia che promuove l’apertura al dialogo e la comunicazione aperta può influenzare positivamente l’atteggiamento dei bambini verso la comunicazione.

L’istruzione formale in scuole e istituti possono essere una fonte importante di imprinting educativo.

Gli insegnanti, i programmi scolastici e le esperienze accademiche possono contribuire a plasmare le opinioni e le abilità degli studenti, specie perché divengono in fase di apprendimento educativo e non esperienziale schemi e modelli.

La cultura di appartenenza e la società in cui si vive svolgono un ruolo cruciale; infatti le norme sociali, i valori culturali e le aspettative della comunità possono influenzare ciò che viene considerato importante e appropriato nell’educazione.

All’interno di questo crogiolo educante i mezzi di comunicazione di massa, inclusi la televisione, i social media e Internet, hanno un forte impatto sull’imprinting educativo, spesso dannoso perché avulsi dal contesto educativo di riferimento in cui si muove il giovane.

In realtà molto spesso questi strumenti diventano elemento di ribellione rispetto al contesto educativo in essere, creando notevoli danni in quanto incontrollabili ma soprattutto non sotto il controllo dei responsabili educativi.

L’imprinting educativo non è un processo statico, infatti le persone possono continuare a imparare, adattarsi e cambiare le loro convinzioni e i loro valori nel corso della vita in risposta a nuove esperienze ed esposizioni.

In sintesi, l’imprinting educativo è il processo attraverso il quale le persone acquisiscono le loro conoscenze, le loro credenze e i loro valori durante la loro crescita e formazione lungo tutto l’arco di vita.

Questo processo è influenzato da una varietà di fattori, tra cui l’ambiente familiare, l’educazione formale, la cultura, i modelli di riferimento e le esperienze personali.

In conclusione di questa prima analisi appare evidente che la definizione di un modello educativo debba tenere in considerazione una pletora di variabili e di elementi statici che proprio perché tali, spesso influenzano le variabili presenti, obbligando a cambi di modelli ed all’inserimento di nuovi algoritmi educativi.

Solo con una attenta considerazione di tutti questi elementi sarà possibile definire percorsi efficaci di apprendimento.




Ribellione e patto educativo, strumenti intelligenti per i genitori (ed anche per i docenti).

Spesso non riusciamo a comprendere i modelli di ribellione che portano avanti i giovani, e la conseguenza di questa incomprensione viene poi riassunta dalla ormai celebre frase ” … con tutto quello che ho fatto per te…”, frase evidentemente inadatta ad un dialogo costruttivo, ma solo ad una serie di conseguenze da incriminatori, che porta poi ad una necessaria frase di ritorno “… e chi te l’ha chiesto…”.

Il comportamento di ribellione nei giovani è un fenomeno complesso che può essere influenzato da molteplici fattori psicologici, sociali ed emotivi molti non alla portata della comprensione della famiglia, ma questo comportamento è una parte normale dello sviluppo adolescenziale, e può variare notevolmente da individuo a individuo, da contesto a contesto, da ambiente educativo ad ambiente educativo.

Servono tre chiavi per aprire questo scrigno del tesoro dei giovani, la prima è un ascolto intelligente, aperto e senza sovrastrutture, la seconda una necessaria ed inevitabile dote di comprensione dell’altrui problema: inutile guardare agli altri con il filtro della nostra esperienza (… se negli occhi l’altrui affanno tu potessi rimirar, quanti che or invidia fanno, ti farebbero pietà … Metastasio) perché non capiremmo, e comunque non a fondo, non pienamente, per l’altro, ricordiamocelo, il suo problema è comunque più importante del nostro, anche solo perché è il suo; la terza una buona capacità analitica e rielaborativa, un pensiero positivo continuo che avvolga il giovane in una tunica di affetto comprensione e saggezza esercitando un dialogo costruttivo e pertanto chiaro ed illustrativo.

Ma cerchiamo di fare due riflessioni, durante l’adolescenza, i giovani stanno cercando di sviluppare la propria identità e autonomia, tanto che la ribellione può essere un modo per affermare l’indipendenza e cercare di capire chi sono.

I giovani di solito cercano di sperimentare con comportamenti ribelli parte del loro processo di esplorazione, questo può includere esperimenti con abbigliamento, musica, stili di vita e scelte sociali non conformi alle aspettative degli adulti, proprio perché il conflitto tra giovani e adulti è spesso un aspetto normale dell’adolescenza.

Gli adolescenti in generale cercano di ribellarsi contro le regole imposte dai genitori o dall’autorità come parte di questo processo, proprio perché regole non fatte da loro e comunque poco chiare e comprensibili, specie alla luce della scarsa quantità di esperienza e quindi di informazioni che un giovane possiede rispetto ad un adulto.

Può essere una colpa questa inclinazione giovanile? Ma proprio per niente, anzi è un valore positivo (ovviamente fino a quando non diventa un comportamento patologico che sfocia in forme di dipendenza), ed è in realtà un comportamento da appoggiare e sostenere perché fortemente bisognoso di informazioni, e  quindi positivo.

La ribellione diviene pertanto un indicatore di disagio informativo da parte dei nostri ragazzi, che deve essere affrontato non solo dai genitori ma anche dalla parte educativa (scuola) in cui il ragazzo si trova.

Noi stessi (adulti) quando non abbiamo risposte o siamo a disagio in una situazione generiamo forti segnali che vanno dallo stress all’irritazione, sfociando spesso anche in forme di malattie e comunque, in ogni caso, manifestiamo comportamenti emotivi anomali.

Ora proviamo a pensare a come affrontino i ragazzi certe situazioni (dalle separazioni famigliari, a lutti, ma anche solo a cambi di realtà sociale, come trasferimenti et similia) senza tutto il set informativo che noi invece già possediamo, o che siamo in grado di recuperare.

Ecco perché prima parlavamo di una tunica di affetto, comprensione e saggezza, perché questi sono i meccanismi necessari per poter instaurare un dialogo; anche noi cerchiamo affetto e comprensione quando abbiamo un problema e se non lo troviamo nelle persone che per noi sono dei punti di riferimento ecco che anche per noi scatta l’irritazione.

Le tre chiavi di cui parlavamo sono il vero grimaldello per aprire quella serratura che a volte ci sembra peggio di Fort Knox.

In ogni caso dobbiamo anche considerare che i coetanei possono esercitare una forte influenza sul comportamento dei giovani, così come l‘appartenenza a gruppi sociali o sottoculture che può portare a comportamenti ribelli con l’obiettivo di adattarsi o distinguersi dagli altri.

Talvolta, il comportamento ribelle può essere una reazione a situazioni stressanti, traumi passati o problemi emotivi non risolti.

Gli adolescenti durante questo turbine emotivo, anche solo come messa a terra di emozioni ingovernabili, possono cercare sensazioni forti e stimoli emozionanti.

Questa ricerca di eccitazione può portare a comportamenti estremi come l’uso di droghe, l’abuso di alcol o il coinvolgimento in comportamenti a rischio.

La ribellione può servire come una sorta di meccanismo di coping per affrontare queste difficoltà.

È importante notare, come già detto, che la ribellione nei giovani non è sempre negativa o dannosa, ma lo è la sua mancata “gestione” da parte degli adulti.

Può essere un mezzo attraverso il quale gli adolescenti esplorano il mondo, sviluppano una maggiore consapevolezza di se stessi e delle loro convinzioni, e acquisiscono capacità di gestione del conflitto.

L’ascolto attento, il sostegno emotivo ed un dialogo sincero da parte degli adulti possono anche aiutare a mitigare i conflitti durante questa fase dello sviluppo.

Durante questa crescita dei giovani, ribellione o meno, subentra un tema importante che sottende al dialogo tra generazioni che è l’unico vero strumento educativo oggi disponibile, ovvero la condivisione del sistema di rispetto delle regole, aspetto importante della pedagogia e dell’educazione.

I Genitori e gli educatori possono utilizzare diversi strumenti e metodi per insegnare ai loro ragazzi il rispetto delle regole in modo efficace, primo tra tutti è fondamentale comunicare chiaramente le regole e le aspettative ai ragazzi.

Qui è fondamentale la collaborazione tra scuola e famiglia, perché le regole devono essere regole di vita e pertanto applicabili dai ragazzi in tutto il loro ambiente, non solo in una parte, pur grande che sia.

Queste definizioni delle regole devono coinvolgere i ragazzi, aumentando il loro senso di responsabilità permettendo in tal modo che le regole siano condivise, comprensibili e comunicate in modo coerente a tutti.

Creare contratti comportamentali con i ragazzi in cui vengono definiti chiaramente i comportamenti attesi e le conseguenze per il mancato rispetto delle regole diviene strumento abilitante per il superamento di quelle tensioni che nascono dall’incomprensione e dalla mancata condivisione degli obiettivi finali.

Esistono alcune indicazioni che esterniamo sinteticamente:

  • Utilizzare risorse visive come poster, cartelloni o diagrammi per illustrare le regole in modo chiaro e visivo.
  • Gli educatori possono agire da modelli di ruolo, dimostrando il rispetto delle regole e delle norme comportamentali.
  • Gli studenti spesso imparano attraverso l’osservazione e l’imitazione.
  • Condurre discussioni in classe o attività di riflessione sugli obiettivi delle regole e sul loro significato.
  • Chiedere agli studenti di condividere le loro opinioni sulle regole e come possono contribuire al benessere della comunità.
  •  Assicurarsi che le conseguenze per il mancato rispetto delle regole siano appropriate e proporzionate.
  • Le conseguenze dovrebbero essere chiaramente definite in anticipo in modo che gli studenti siano consapevoli delle conseguenze delle loro azioni.
  • Ricompensare e riconoscere il comportamento positivo e il rispetto delle regole.
  • Gli incentivi positivi possono motivare gli studenti a seguire le regole.
  • Quando gli studenti partecipano alla creazione delle regole, sono più propensi a rispettarle.
  • Insegnare agli studenti i principi di giustizia e equità, in modo che comprendano l’importanza di rispettare le regole per garantire un trattamento equo per tutti.
  • Utilizzare storie, esempi e scenari reali o immaginari per illustrare i concetti di rispetto delle regole e le conseguenze del mancato rispetto.
  • Offrire consulenza e supporto agli studenti che possono avere difficoltà nel rispettare le regole a causa di problemi personali o emotivi.

L’ascolto e il sostegno possono aiutare gli studenti a comprendere meglio l’importanza del rispetto delle regole, di conseguenza è importante adattare gli strumenti e gli approcci all’età, alle esigenze e alle circostanze specifiche degli studenti.

Inoltre, il dialogo aperto tra educatori, studenti e genitori può contribuire a rafforzare il rispetto delle regole all’interno di una comunità educativa.




Adolescenti, stupri, alcol, violenza, ma che generazione è questa?

L’adolescenza è un periodo di transizione cruciale nella vita di ogni individuo, caratterizzato da cambiamenti fisici, emotivi e psicologici.

Durante questo periodo, i giovani cercano di definire la propria identità e di comprendere il proprio ruolo nella società.

Tuttavia, spesso si riscontra un crescente disagio giovanile, che può essere attribuito in gran parte alla mancanza di regole chiare e coerenti.

Sicuramente la moderna società educante ha fallito nel definire i meccanismi e le regole che la nuova generazione poteva fare propri; di sicuro non è stata aiutata da un eccessivo liberismo, da un politically correct che spesso ha invece come risultato una confusione indotta, una spersonalizzazione dell’individuo che lo estrania da tutte le responsabilità sociali.

Ragioniamo su come l’interconnessione tra il disagio giovanile e la mancanza di regole, analizzando le cause e gli effetti di questa situazione, sia strumento importante per trovare soluzioni efficaci.

Le regole e le strutture forniscono ai giovani un senso di stabilità e di orientamento, specie se queste fanno parte della loro vita sin da subito.

Abituare i giovani ad affrontare un mondo di regole ed a comprenderle è in realtà il passo genitoriale fondamentale per dare un futuro ai giovani.

L’età giusta è: fin da subito.

Quando mancano regole adeguate, i giovani possono sentirsi smarriti e confusi, e questo avviene in tutti gli stadi della vita, perché le regole evolvono con la crescita del ragazzo.

Per poter essere efficaci e costanti noi dobbiamo considerare che il concetto di regola è in realtà una struttura composta: semplificando la regola ha alla base un principio etico e come risultato un comportamento attuato.

Non basta pertanto dire non fare così, perché i meccanismi analitici del cervello dei ragazzi, oggi sempre più stimolati da una tecnologia molto invasiva, prendono frase e contesto (anche se a noi non sembra) e ne analizzano tutte le strutture presenti giudicandole istantaneamente fino a decidere se seguire o meno le indicazioni ricevute.

Ecco, pertanto, che le regole divengono non sono solo limitazioni imposte dall’esterno, ma devono fungere da guida interiore per aiutare i giovani a comprendere i confini dell’accettabile e sviluppare un senso di responsabilità.

La mancanza di regole può portare di conseguenza ad una sensazione di anarchia, dove i giovani possono sentirsi persi e indifesi, ma soprattutto giustificati su qualsiasi cosa.

La mancanza di regole nella vita dei giovani può derivare da diverse fonti.

La società moderna spesso promuove l’individualismo e la libertà personale, che possono essere interpretati dai giovani come un’assenza di limiti.

Inoltre, le famiglie possono essere sovraccariche di impegni e stress, il che può portare a una scarsa applicazione di regole coerenti e spesso non hanno gli strumenti adatti per intervenire nei confronti di una generazione che ha perso valori come rispetto e empatia.

Le istituzioni educative spesso si indirizzano maggiormente sul curriculum accademico piuttosto che sull’educazione sociale ed emotiva, lasciando un vuoto nella formazione dei giovani.

La mancanza di regole adeguate sfocia in un grave disagio giovanile, con diverse modalità.

Senza regole, i giovani sperimentano una mancanza di struttura nella loro vita quotidiana, portando a una scarsa gestione del tempo e all’incapacità di stabilire obiettivi realistici.

Inoltre, la mancanza di regole può aumentare il rischio di comportamenti anomali o devianti, come l’abuso di sostanze o la delinquenza giovanile, poiché i giovani potrebbero sentirsi liberi dalle conseguenze delle loro azioni.

La spersonalizzazione dell’identità personale verso le responsabilità è uno degli atti più gravi che la società educante può generare verso le giovani generazioni.

La mancanza di regole o meglio la loro mancata metabolizzazione nella crescita del giovane, porta poi alla partecipazione a fatti gravi magari collettivi (come le azioni delle bande) o individuali (bullismo etc.) che vengono perpetrati senza nessuna consapevolezza oggettiva; salvo poi stracciarsi le vesti davanti all’indignazione popolare.

Per affrontare il disagio giovanile derivante dalla mancanza di regole, è essenziale un approccio olistico.

Le famiglie possono svolgere un ruolo cruciale nell’instaurare regole chiare e consistenti, fornendo supporto emotivo e comunicando apertamente con i loro figli.

Le scuole dovrebbero integrare maggiormente l’educazione sociale ed emotiva nel curriculum, in modo da aiutare i giovani a sviluppare competenze di vita essenziali.

La società nel suo complesso può promuovere un equilibrio tra libertà individuale e responsabilità sociale, fornendo opportunità strutturate per il coinvolgimento dei giovani nella comunità.

Il disagio giovanile legato alla mancanza di regole è un problema complesso che richiede un approccio multifattoriale.

L’equilibrio tra libertà individuale e regole ben definite è fondamentale per il benessere dei giovani.

Fornire loro una guida strutturata durante l’adolescenza può contribuire a formare individui responsabili, consapevoli e ben adattati che affrontano le sfide della vita con fiducia.




Pedagogia ed inclusione: strumenti per combattere il disagio giovanile.

L’inclusione deve essere considerata come un vero e proprio strumento pedagogico, rendendola una pratica educativa estremamente importante e vantaggiosa.

Occorre, in realtà, ripensare l’approccio, mirando a coinvolgere e supportare attivamente tutti gli studenti, indipendentemente dalle loro differenze o abilità, all’interno dello stesso ambiente educativo.

Questo approccio promuove l’uguaglianza, il rispetto reciproco e la valorizzazione delle diversità, creando un ambiente di apprendimento ricco e stimolante per tutti.

E’ inevitabile oggi iniziare seriamente a trasformare l’inclusione in un fattore positivo nell’ambito pedagogico, coinvolgendo studenti e famiglie.

La Valorizzazione delle Diversità che è inevitabile in un buon processo inclusivo permette agli studenti di apprendere a conoscere e rispettare le diverse prospettive, background culturali, abilità e bisogni dei loro compagni di classe.

Questo promuove la comprensione e la tolleranza, preparando gli studenti per una società inclusiva e multiculturale.

Per poter avere successo occorre lavorare sull’empatia e sull’autorevolezza.

Empatia quale dote importante di studenti e docenti ed autorevolezza quale riconoscimento del ruolo per i docenti ed educatori.

Un percorso che passa obbligatoriamente per l’Apprendimento Collaborativo, che tramite il concetto di inclusione incoraggia la collaborazione tra studenti con diversi livelli di abilità.

Gli studenti imparano non solo dai loro insegnanti, ma anche l’uno dall’altro, sviluppando abilità sociali, empatia e competenze comunicative.

Vi è anche un aspetto che aiuta ad insegnare, infatti l’inclusione spinge gli educatori a adattare le loro pratiche per soddisfare una varietà di bisogni degli studenti.

Questo li sfida a cercare nuovi metodi di insegnamento e valutazione, potenziando ulteriormente la loro capacità di adattamento.

Un forte strumento di crescita personale che si attiverebbe  sugli studenti con bisogni speciali o con diversi stili di apprendimento, attivando la completa opportunità di partecipare pienamente all’istruzione regolare.

Questo aiuta a sviluppare una maggiore fiducia in se stessi ed a migliorare le loro abilità sociali ed accademiche.

Serve prestare attenzione alla preparazione per la Vita Reale, l’attuale società è variegata e inclusiva, ed i luoghi di lavoro e la comunità in generale riflettono questa diversità.

L’inclusione in ambiente scolastico prepara gli studenti a interagire e collaborare con persone diverse, contribuendo alla loro futura riuscita sociale ed economica.

Comprendere i sistemi di inclusione e viverli in prima persona, possono favorire una complessiva riduzione dell’emarginazione.

Infatti l’inclusione come strumento pedagogico può contribuire a ridurre l’emarginazione e l’esclusione sociale che spesso affliggono gli studenti con bisogni speciali, ma non solo.

Occorre infatti riflettere sul fatto che l’emarginazione oggi non è solo legata alla disabilità ma anche a d’importanti fattori socio-emotivi spesso irrisolti se non addirittura sommersi.

Appare evidente che stimolare, nei nostri giovani, meccanismi che aiutano a comprendere fenomeni che potremmo chiamare “isolanti” o “estranianti” potrebbe essere la chiave di successo per aiutare tutti i giovani, e far in modo che si possano anche aiutare fra loro.

Anche l’accesso a un’istruzione di alta qualità può migliorare le opportunità nella vita.

Tuttavia, è fondamentale sottolineare che l’inclusione richiede risorse adeguate, formazione per gli educatori e un impegno costante da parte di tutti gli attori coinvolti.

Ogni studente ha bisogni unici e l’adattamento delle pratiche pedagogiche può richiedere tempo ed energie.

Inoltre, potrebbe essere necessario bilanciare l’inclusione con il bisogno di supporto specifico per gli studenti con bisogni particolarmente complessi.

In sintesi, l’inclusione come strumento pedagogico promuove una società più giusta, rispettosa e aperta.

Implementarla richiede un approccio attento e impegnato, ma i benefici a lungo termine per gli studenti e per la società nel suo complesso sono inestimabili.

 

La Pedagogia al Servizio delle Famiglie: Una Partnership per il Successo Educativo