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La bellezza può davvero salvare il mondo?

È possibile spiegare la bellezza attraverso le parole?

No, perché la bellezza è ineffabile: non può essere descritta attraverso le parole.

Le parole, però, possono aiutarci a capire la bellezza mostrando cosa i popoli intendevano per bellezza quando usano una parola piuttosto che un’altra.

Questo è stato il tema dell’intervento di Chiara Sparacio, caporedattore di Betapress.it all’interno dell’VIII edizione dell’Ischia e Napoli festival internazionale di filosofia: la Filosofia, il Castello e la Torre.

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Il festival, ideato e diretto da Raffaele Mirelli, è uno straordinario evento culturale che ogni anno, sempre più, coinvolge realtà importanti del panorama nazionale ed estero.

Lo scopo del festival internazionale della filosofia di Ischia

Lo scopo del festival, ci spiega Mirelli, è

“far uscire il filosofo dalle sue roccaforti, dalle Torri e di metterlo in dialogo con il pubblico.

La filosofia dovrebbe iniziare a ripensare sé stessa in modo sostanziale: smettendo di essere uno studio a sé stante ma accompagnando tutte le altre discipline universitarie.

La filosofia, la sua istituzione, ha bisogno di rimodellarsi per restare nel presente e creare reali possibilità di lavoro per chi la sceglie”.

Il festival è un evento grande e articolato che ogni anno, da otto anni a questa parte, dona nuova luce alla già bellissima isola di Ischia proponendo per ogni edizione un tema diverso e coinvolgendo realtà culturali sempre più ampie.

Ad oggi sono state intessute relazioni l’università di Toronto, l’Università di Bonn, l’Università degli studi di Palermo e tantissimi altri poli culturali che seguono e sostengono il progetto con lo scopo di modellare quello che sarà l’approccio disciplinare nel futuro.

Se quest’anno si è parlato della Bellezza e ci si è chiesti se davvero può salvare il mondo, nel corso delle precedenti edizioni si è parlato de gli Universi, il tempo, dio, la natura umana, i Valori, l’utilità della Filosofia…

Il tema del 2023

Il tema del 2023 sarà il desiderio:

“Un tema di rilievo per le nuove generazioni che del desiderio esperiscono una mancanza tenace e duratura. Sarà un modo per riflettere sull’impatto che i social media operano sul nostro essere umani”

ci dice Mirelli.

Chi vorrà partecipare alla prossima edizione potrà visitare il sito del festival e seguire le indicazioni.

Cosa è il festival internazionale di filosofia La Filosofia, il Castello, la Torre

Nel corso delle edizioni, il festival ha preso sempre più spazio fisico e temporale arrivando ad un intero mese di eventi suddivisi per intenzione e pubblico ecco come oggi è il festival internazionale di filosofia di Ischia

Come è articolato il festival.

Ecco le sezioni del festival

Young Thinkers festival: Il festival dei giovani.

È la parte il festival che mette a confronto filosofi junior e senior: si tratta di un evento nell’evento che vede la partecipazione di diverse scuole italiane in cui i ragazzi sono chiamati in prima persona a tenere conferenze.

Quest’anno sono arrivati ad Ischia circa 1500 studenti da tutta Italia.

Summer school of humanities:

tre giorni di formazione e scambio critico per un approfondimento teorico assieme a studiosi affermati.

Eticit(t)à:

una serie di campagne di carattere etico volte alla sensibilizzazione sociale che, dice Raffaele Mirelli è “un modo di vedere un’isola differente che per noi assurge a filosofia pratica, a una rivolta verso il consumismo odierno”.

Un esempio è il mese del senso civico all’interno del quale sono state organizzate le domeniche di stop motori che trasformano le vie principali in vere e proprie piazze di interazione dove tantissime persone si riversano per partecipare alle numerose attività proposte dalle associazioni del terzo settore coinvolte.

Oppure la mostra Il Corpo del reato che espone le opere vincitrici del contest fotografico che ha coinvolto i ragazzi dei licei facendoli riflettere sul rapporto col corpo imparando ad amarsi al di là delle apparenze.

Serate al castello:

un ciclo di lectiones magistrales che quest’anno ha ospitato Benedetta Barzini docente presso l’università di Urbino; Stefano Zecchi, filosofo e scrittore; Milovan Farronato docente presso l’università di Urbino.

Talk:

conversazioni e relazioni di più di 150 studiosi tra professori, filosofi, linguisti, fisici, architetti, esperti in comunicazione, artisti, storici, psicologi e psicanalisti dall’Italia e dall’estero.

Mostre e concerti:

attività che rendono palpitanti i luoghi più suggestivi dell’isola come il Castello Aragonese, i Giardini La Mortella, Torre Guevara, la biblioteca antoniana, la chiesa di santo spirito…

Ricordiamo tra le mostre Matateli di Marco Cecchi e tra i concerti quello del duo façade Jole Barbarini e Antonio Coiana e del Coro polifonico della Pietrasanta

 

Le persone che rendono possibile il festival

Ideatore e direttore Scientifico: Raffaele Mirelli

Condirettore: Andrea Le Moli

Direzione in loco evento: Sara Trani, Marco Ciarlone

Direttori di sessione: Francesco Impagliazzo, Ramon Rispoli, Giulia Castagliuolo, Graziano Petrucci, Giorgio Espugnatore

Interviste: Mariafrancesca De Martino

Fotografe: Melania Buonomano, Caterina Castaldi, Livia Pacera

Assistenti in loco: Carmine Stornaiuolo, Angelica Lo Gatto, Angela Mazzella, Marianna Castaldi

Direzione mese del senso civico: Adriano Mattera

Accoglienza; Felicetta Ammirati

Video: Eleonora Sarracino, Emanuele Rontino – the Motherfactory

Ufficio Stampa: Pasquale Raicaldo




MOBILITÀ 2022/23 … FORZA RAGAZZI SULLE AUTOSCONTRO …

 

… così diceva il giostraio per dare inizio a un nuovo giro e anche a scuola, dopo l’ultima mobilità docenti, l’anno scolastico 2022/23 comincerà con un nuovo giro di docenti.

Ma ciò che più preoccupa è l’avvicendamento dei docenti specializzati su sostegno.

Il nuovo giro colpisce soprattutto i più fragili, benedicendo la continuità didattica, sempre ferita dai tanti precari annuali, ma per gli studenti “speciali” diventa una vera mannaia.

Certo i docenti hanno diritto all’avvicinamento a casa ed è normale cambiare scuola, ma per lo studente non è normale cambiare docente. Si può discutere sulla prevalenza del diritto del lavoratore (del docente) e del diritto allo studio (dello studente).

Chi prevale? Boh!

Cambiare docente, metodo di insegnamento, sistema delle relazioni è già oltremodo difficile per gli studenti “normali”, ma per gli studenti “speciali” significa perdere una figura di riferimento e le conseguenze restano tutte lì, con un altro giro di giostra.

 

 

Pio Mirra
Ds IISS Pavoncelli – Cerignola (FG)




ANCHE QUEST’ANNO È FINITA … BEATA IGNORANZA!!!

 

Secondo l’indagine di Save of Children il 51% degli studenti che frequentano il primo anno delle scuole superiori non comprende un semplice testo, cioè non ha le abilità di base delle lettura e della scrittura.
Situazione davvero allarmante, ma certamente non da attribuire alla pandemia e alla didattica a distanza.

Dov’è il problema?

Che fare?

Probabilmente occorre intervenire al più presto sul primo ciclo di istruzione e in particolare sulla secondaria di primo grado, le medie per intenderci.

Gli anni della scuola media sono fondamentali, in quanto sono gli anni in cui l’alunno deve consolidare le conoscenze della scuola primaria relativamente allo studio della grammatica italiana, delle quattro abilità di base (saper ascoltare, saper parlare, saper leggere e saper scrivere), della matematica e delle quattro operazioni.

Invece alla media si parla di programmazione didattica per competenze, quando non è ancora consolidato il leggere, scrivere e far di conto.

Come conseguire competenze in assenza di conoscenze? E così si arriva al primo anno di superiore, con diffuse carenze e soprattutto senza abilità di base consolidate.

Si riesce a recuperare?

Difficile in ogni indirizzo di studio, che sia liceo, tecnico o professionale, dove in questi ultimi due si aggiungono situazioni di svantaggio socio-culturale soprattutto nelle aree povere del paese, che finiscono con l’amplificare il problema.

E si arriva all’università e le carenze si manifestano in tutta la loro drammaticità.

In una famosa lettera dei 600 docenti universitari e degli 85 linguisti si denunciava al Ministero dell’Istruzione che gli studenti iscritti ai corsi di laurea triennale e magistrale, oltre a non saper scrivere correttamente, non conoscono bene le regole grammaticali della morfologia, della sintassi, dell’analisi logica e del periodo.

Questo insieme alla difficoltà ad andare “a capo”, cioè la divisione in sillabe che un tempo si imparava alle elementari.

La scuola che forma, la scuola che istruisce, la scuola che prepara alla vita sta lasciando il passo alla scuola dei progetti, competizioni, premi e gare, capaci di destare meraviglia, ma è una scuola vuota, dove si fa di tutto, tranne formare i ragazzi ad affrontare le sfide della vita.

Dimenticando che la vera sostanza della scuola è quella di puntare alla formazione umana e intellettuale degli studenti.

Quella di insegnare le abilità di base, le conoscenze essenziali per poter maturare competenze utili ad affrontare adeguatamente un percorso universitario o un lavoro.

L’inarrestabile dequalificazione della scuola italiana è sicuramente da imputare a discutibili indirizzi politici, ma anche ad una cultura
che ha attribuito alla scuola un ruolo sempre più assistenzialistico, surrogando altre agenzie formative più direttamente coinvolte, compreso le famiglie, piuttosto che intendere la scuola luogo di crescita culturale e civile e di maturazione di uno spirito critico.

Una cultura così radicata, tanto da intendere la scuola come “servizio da erogare” in funzione delle esigenze del “cliente-studente”!
Una cultura che ha portato ad una didattica invasa da tutte le educazioni del mondo (alla salute, alla legalità, all’ambiente, alla sessualità, all’uguaglianza, alla diversità, etc. etc.), a scapito dei contenuti disciplinari.

E aggiungiamo le ingerenze genitoriali nelle valutazioni, snaturando la professionalità docente: come se il paziente metta in discussione la diagnosi dello specialista.

Occorre invece che la scuola torni ad essere una “palestra di vita”, perché una buona scuola è fondamentale non solo alla crescita dei singoli, ma alla crescita sociale ed economica dell’intero paese.

Occorre salvare ciò che di buono è rimasto nella scuola.

Meno progetti, più tempo allo studio dell’italiano, della storia, della geografia, della matematica, delle scienze.

Ormai a stento si conoscono le capitali o i capoluoghi di regione, diffuse le difficoltà di lettura e scrittura, nonché di calcolo se sia un po’ di più di un’addizione.

E se si paragona la debacle della scuola ad una Caporetto quanti sanno di che si parla?

E si continua a parlare di alternanza scuola-lavoro, quanto anziché alternare dovremmo fare in modo continuo prima scuola e poi lavoro.

Allora, anziché introdurre le “competenze non cognitive”, quali l’amicalita’, la coscienziosità, la stabilità emotiva, l’apertura mentale nel metodo didattico, occorrono indicazioni nazionali per il primo ciclo più prescrittive, finalizzate al conseguimento certo e durevole delle abilità di base, mettendo al primo posto l’importanza della lingua come accesso alla conoscenza che sia generalista, tecnica o professionale.

Importanti, altresì, mirate azioni di accompagnamento per una efficace formazione in servizio ricordando che l’insegnamento è un’attività di apprendimento continuo e per una Scuola di qualità occorrono formatori di qualità.

Una scuola debole forma futuri cittadini fragili e manipolabili … è un attacco alla democrazia.

 

 

Pio Mirra
Ds IISS Pavoncelli – Cerignola (FG)




Quando la scrematura è sinonimo di scematura … concorso scuola, al ridicolo non c’è mai limite.

Concorso Scuola: bravo Ministero! Ottima Scematura!

Ovviamente il titolo è ironico ma se proviamo a guardare le cose dal punto di vista del Ministero, hanno fatto proprio un ottimo lavoro.

 

Il Concorso a cattedra ordinario scuola secondaria 2020.

In questi giorni si stanno svolgendo gli scritti del fantomatico concorso a cattedra ordinario scuola secondaria 2020.
Dopo due anni di blocco totale, rinvii e un po’ di confusione, il 14 marzo 2022 sono iniziate le prime sessioni di esami.
430.585 domande presentate in tutta Italia per 33.000 cattedre disponibili, per 138 classi di concorso.

Lo ripeto: 430.585 domande presentate in tutta Italia per 33.000 cattedre disponibili, per 138 classi di concorso.

Ad ogni modo, dopo dopo due anni e mezzo dalla consegna delle candidature nel maggio 2022 vengono comunicati i criteri e gli argomenti di valutazione, nuovi rispetto ai precedenti.

Peccato, perché le migliaia di persone che in questi anni si erano preparate su testi concorsuali, tra tutti gli altri sacrifici si sono trovati ad aver “buttato” centinaia di euro in manuali diventati obsoleti da un giorno all’altro.

La logica del concorso

Il concorso è stato così progettato:

fase 1: prova scritta

fase 2: prova orale

fase 3: valutazione titoli

fase 4: formazione della graduatoria.

In questo momento, lo ricordo, è in corso la prima fase concorsuale composta da un test a risposte multiple di 50 quesiti; ad ogni risposta giusta corrispondono 2 punti, ad ogni risposta sbagliata o mancante corrispondono 0 punti.

Valutazione da 0 a 100, soglia di ingresso 70 punti.

70 punti vuol dire 35 risposte corrette su 50.

Ma allora, se ogni risposta corretta vale 2 e ogni risposta sbagliata o non data vale 0, perché non fare valutazioni da 0 a 50 assegnando un punto ad ogni risposta giusta?

Non è molto logico…

50 quesiti, dicevo, a risposta multipla:
40 sulla disciplina
5 sulle competenze digitali
5 sulla lingua inglese

I test si svolgono nei laboratori di informatica delle scuole dislocate sul territorio.

Il criterio di assegnazione delle sedi è numerico: all’elenco alfabetico dei candidati alla classe di concorso viene affiancato l’elenco in ordine crescente delle sedi disponibili e così, considerati i posti disponibili in ogni laboratorio di informatica, sono stati suddivisi i candidati.

Tutto molto ordinato, salvo che, un criterio di questo tipo ha portato molti candidati che avevano una sede di esami in città, a spostarsi in altre città o, addirittura, in altri comuni dovendo affrontare fino a 4 ore di auto a tratta (il caso di sedi in Sicilia) e l’indispensabile pernottamento fuori.

Non è molto logico…

Dalla chat e dai gruppi social filtrano fin da subito gli aggiornamenti sulle prove, la prima cosa che salta all’occhio è la soglia di sbarramento altissima: sono molto pochi quelli che riescono a superare la prova; eppure, anche se molti candidati sono professionisti di altro tipo che in un periodo di crisi hanno visto la scuola come possibile rifugio, la maggior parte dei altri candidati insegna già e molti, addirittura, lo fanno da anni…

Non è molto logico…

Io comunque sono andata.

Nel mio gruppo siamo stati convocati in 9 e ci siamo presentati in 6: il 33% in meno.

Grosso modo la media comune anche alle altre convocazioni è la stessa.

Su 6 non è passato nessuno, i voti sono andati dal 64 in giù, non è passato nessuno.

Alle due sessioni precedenti alla nostra erano passati in due: uno per sessione, diciamo quindi, circa il 10 % in quella sede.

Tutto sembra poco logico però forse una logica c’è

Tutto sembra poco logico però forse una logica c’è.

Una logica perversa.

Una logica che mira al vantaggio della scrematura selvaggia mettendo in secondo piano, alla mercé di una sorta di roulette russa (se si può ancora dire) il valore da premiare.

Proviamo a rivedere i numeri

430.585 domande presentate in tutta Italia per 33.000 cattedre disponibili, per 138 classi di concorso.
Nel 2020 a questo concorso si è presentato circa di 1.200% di candidati in più rispetto alla domanda.

Voi che avreste fatto al posto di chi avrebbe dovuto valutare?
La cosa chiara è che bisogna scremare: una volta si facevano i temi ma chi si sarebbe messo a correggere 430.000 temi?

Allora ecco che arriva la logica perversa, organizzata e diabolica:

  • non dare una indicazioni chiare e circostanziate sugli argomenti da studiare
  • rendere difficile il raggiungimento della sede di esami
  • organizzare una soglia di superamento del test alta
  • aggiungere domande a trabocchetto
  • mettere sì domande sulla materia ma non sempre legate ai programmi scolastici

ecco che così è tutto un po’ più gestibile:
dai 430.000 togliamo un ipotetico 15% che non si è presentato alla prova (perché non ha avuto tempo di prepararsi, perché non è riuscito a raggiungere la sede di esame, perché si è scoraggiato sentendo le storie dei colleghi…): 365.500.

Da questi 365.500 togliamo un 60% (ottimista) che non ha superato lo scritto: 146.200

146.200 ipotetici candidati agli orali (potrebbero essere molti meno) sono sempre circa 3 volte e mezzo il numero dei posti disponibili ma, per lo meno non sono i 430.000 iniziali.

Una scrematura eccezionale: bravo Ministero!

Molto meno lavoro da fare!

Una selezione dura ma senza dubbio così facendo sono passati i migliori!

…Ne siamo sicuri?

Io all’esame c’ero e vorrei esprimere una valutazione sulla prova sostenuta.
Io non sono una professoressa di professione, ho partecipato al concorso quasi da “inviata”.

Non ho grande esperienza nelle docenze scolastiche: negli ultimi due anni ho avuto la fortuna di fare due supplenze di qualche mese in una scuola media.

Ho detto “fortuna” perché per me sono state una esperienza inaspettatamente bella, emozionante e arricchente, ho avuto la fortuna di vedere al di là della mia professione di giornalista che parla di scuola, quanto importante e cruciale sia il mestiere di chi lavora nel mondo che racconto.

Come ho già detto, io non ho passato l’esame.
Ho risposto correttamente a 32 domande su 50.

La mia capacità di rispondere, più che dallo studio dai libri di test, è venuta dalla mia preparazione pregressa, dalla mia formazione.

Non posso dire che le domande erano inammissibili o inadeguate al ruolo didattico, né che non stavano né in cielo né in terra: si trattava di domande disciplinari, non mi è stato chiesto  né come si costruisce un ponte né chi ha vinto l’ultima edizione del reality show di turno.
Le domande erano pertinenti.
Erano domande che mi interrogavano prevalentemente su grammatica, letteratura, storia e geografia…
Quello che mi sento di dire è che forse non è questo il modo di valutare degli insegnati che devono crescere i figli di questa nazione.

Perdonatemi se sembro esagerata ma quando si parla di scuola di questo si tratta: della formazione delle generazioni che porteranno avanti la nazione e il mondo.

Proprio per questo ruolo forse, un insegnante non va valutato per la sua capacità di non cadere nei trabocchetti logici (che senso ha farglieli?).
Forse un insegnante non va valutato per la sua memoria di date confondibili e che, anche se scambiate, non modificherebbero la critica alla storia.
Forse un docente di lettere non andrebbe valutato per la conoscenza personale di un software di grafica perché la conoscenza dei software di grafica non ha nulla a che vedere con la capacità di insegnare.

E neppure conoscere tutte le funzioni di un programma o il nome esatto di un determinato strumento… sono importanti, sono un valore aggiunto, ma non è quello il punto.

Forse un insegnate non andrebbe valutato neppure per la sua capacità di ricordare a memoria brani di opere e romanzi bellissimi e importantissimi ma che non fanno esattamente parte del programma insegnato in quel periodo scolastico.

Non dico che sia sbagliato sapere queste cose ma che forse a un insegnante dovremmo chiedere altro: dal punto di vista teorico, la sua conoscenza delle materie insegnate va chiesta senza dubbio ma senza trabocchetti, senza malizia.

Soprattutto, a un insegnante dovremmo chiedere come intende sviluppare la capacità di apprendimento e la crescita dello spirito critico dei suoi studenti, come pensa di far amare una materia e come riesce a trasmettere ai sui studenti il motivo per cui vanno ogni giorno a scuola perché, non dimentichiamolo, i ragazzi vanno a scuola non perché quello che studiano servirà loro nell’immediato, non perché saper riconoscere un predicato verbale da un predicato nominale è indispensabile per vivere, ma perché andare a scuola, studiare, affrontare le difficoltà di quegli anni, confrontarsi con compagni e docenti, poter osare in un ambiente protetto, farà di loro delle persone migliori e tutti noi abbiamo bisogno di lasciare questa Nazione, questo mondo alla migliore versione di noi.

 

Caro Ministero ho un suggerimento

Caro Ministero,

capisco la necessità iniziale di scremare: lo vediamo tutti che 430.000 candidati per 30.000 posti sono uno sproposito.

Lo sappiamo tutti che non è colpa tua se nel nostro paese il miraggio di un posto pubblico attrae in tanti a prescindere dalla coscienza del carico di responsabilità legato al lavoro e capisco che ti senti in dovere di difendere la scuola da questi attacchi barbari.

Ma tu che hai tante persone intelligenti che lavorano per te, tu che sei così colto e così intelligente, tu che hai codificato tutte le migliori strategie per la migliore scuola, ma perché non cerchi un processo di selezione che divida per prima cosa quelli bravi e motivati dagli avventori occasionali o dagli immeritevoli e poi, solo poi, selezioni  da quel meglio l’eccellenza?

Caro Ministero sono certa che i miei pensieri sono già stati prima i tuoi e che queste mie riflessioni tu le hai già fatte mentre osservi lo spreco in corso di bravi professori immeritevoli di passate sotto le tue efferate asce turche.

 

Ma che domande c’erano?

Per il solo piacere di soddisfare l’eventuale curiosità di chi legge, affinché si possa fare una idea di cosa stiamo parlando, riporto qui le domande della classe A22: italiano, storia, geografia, nella scuola secondaria di I grado.

Non sono 50 ma quello che sono riuscita a ricostruire dalle chat e dalla memoria.
Non sono tutte le domande e non sono tutte le risposte della mia classe di esami ma vi invito, per gioco, a cimentarvi anche voi e valutare se, a prescindere dalla preparazione specifica, possono essere questi i parametri per valutare il docente dei vostri figli.

Domande A22

  1. Attribuite alla giusta opera un dialogo tra Odisseo e calipso (passaggio non molto studiato con un distrattore importante: Itaca pe sempre di Malerba, la risposta giusta però era dialoghi con leucò di Pavese)
  2. Battaglia di Leuttra tra chi è stata combattuta e quando
  3. Cosa è l’alpeggio
  4. Come si formano la valli alluvionali
  5. In che anno fu la riunificazione della Germania, in seguito a quale battaglia e contro chi (nelle opzioni gli anni erano 1870, 1871…)
  6. Quale di questi personaggi era contrario all’ingresso in guerra (D’Annunzio, Mussolini, Giolitti, Salvemini)
  7. Citazione di uno scritto di Montale sul poesia (discorso per l’assegnazione del premio Strega, articolo sul corriere della sera, discorso per il nobel, lettera)
  8. Come definiva Saba la propria poesia (ermetica, onesta, pura, un altro aggettivo)
  9. Quale di questi romanzi non è ambientato in Sicilia (gattopardo, don Giovanni di Brancati, Eva di Verga, Porte chiuse di Sciascia)
  10. Da dove è tratto questo passaggio della Divina Commedia (Pier della vigna, bocca Degli abati, Ugolino, Farinata) [difficile se non conosci bene l’inferno]
  11. Che metro è a Silvia (canzone libera, strofa libera, canzone…)
  12. Quale di queste applicazioni NON può essere usata per fare infografiche? Difficile: programmi sconosciuti oppure che, volendo, possono anche essere usati per fare infografiche
  13. Cosa vuol dire OER nel PNSD
  14. A cosa serve estensione Chrome read&drive? Difficile: tutte le risposte erano abbastanza verosimili
  15. Da dove sono tratti questi tre versi (Non famosi) di Dante (commedia, vita nuova, rime, convivio)
  16. In che anno preciso e tra quali paesi si decise il ritiro delle forze armate dall’Indocina (difficile: anno preciso, Vietnam del Nord, Vietnam del Sud…)
  17. Quale di questi non fa parte dell’Onu (organizzazione per cooperazione e sviluppo economico, fondo monetario internazionale, FAO, OMS)
  18. Stando alle linee guida sull’edizione civica e all’Agenda 2030, l’insegnamento delle tematiche ambientali è: da lasciare all’insegnante di scienze, inerentemene collegata con la geografia, attuabile solo con concorso di esperti esterni,…
  19. Cos’è la protasi (sostituzione di una parola, la prefazione di un’opera, la presentazione di un argomento, invocazione alle muse)
  20. Dati i due seguenti quadrati con dei pallini al loro interno, dire se hanno uguale: sparsità, densita, distanza, distribuzione
  21. Il problema del calcolo della longitudine e stato risolto attraverso: la triangolazione, l’invenzione di uno strumento, la scoperta della declinazione magnetica, la scoperta che i poli sono piatti, …
  22. Domanda sull’individuazione di un verbo fraseologico particolare.
  23. Frase con doppia apposizione.
  24. Frase con participio presente usato con valore attributivo.
  25. Accordo tra il participio passato dei verbi con ausiliare avere e il soggetto o complemento oggetto.
  26. Contare quante proposizioni contiene il periodo indicato.
  27. Distinguere tra subordinate implicite di vario tipo.
  28. Inglese trovare il sinonimo.
  29. Inglese completare lo spazio vuoto.
  30. Inglese comprensione.
  31. Come si chiama la scrittura su schermo LIM.
  32. Che tipo di file hanno l’estensione epub3.
  33. A chi si riferisce una similitudine tratta da un passaggio della Gerusalemme liberata (Clorinda, Erminia, Armida, Bradamante).
  34. Chi era Silla e cosa ha fatto.
  35. in quale punto del Decamerone si trova la novella citata: l’introduzione/rubrica/cornice/conclusione della prima novella della prima giornata
  36. Riconoscere la figura retorica in un verso de I limoni di Montale
  37. Attribuire dictatus papae al papa, anno e contenuto giusti
    40. Quale di queste potenze non ha mai aiutato militarmente i coloni nella guerra di indipendenza americana (Spagna, Prussia, Olanda, Francia)
  38. Chi ha spinto la Francia ad entrare nella guerra dei trent’anni (Richelieu, Mazzarino, Luigi XVI, regina di Francia)
  39. Domanda sulla Convenzione europea del paesaggio.

 

 

 




L’emozione del passaggio generazionale

Le nuove generazioni oggi chi sono?

Cosa intendiamo veramente quando parliamo di nuove generazioni?

Cerchiamo di capire i riferimenti per cui definiamo una generazione nuova: il primo riferimento è sicuramente quello anagrafico, una volta si andava per classi di leva, i coscritti di una classe di leva definivano la nuova generazione, sopra o sotto l’età del militare, perché questo periodo coincideva con l’uscita dalle famiglie; un’uscita non tanto fisica ma certo mentale, l’età adulta coincideva con l’autonomia decisionale, lavoro, militare o università che fosse.

Un riferimento importante e preciso, puntuale come la mezzanotte, di fronte al quale il soggetto giovane aveva poche possibilità di fuga: un appuntamento irrinunciabile per ogni generazione che si preparava a prendere il comando del paese e del mondo del lavoro.

Era come il ballo dei debuttanti, o ci arrivavi con vestito sistemato e sapendo ballare almeno un pochino o facevi la peggior figura della tua vita, rischiando di essere additato per sempre come lo sfigato di turno.

Oggi questo riferimento temporale è sparito!

Non esiste più fagocitato dalla incapacità di definire dei limiti e dei traguardi o quantomeno degli obiettivi generazionali.

È sparita anche la prova di mezza via, ovvero l’esame di maturità, al quale si arrivava con un lavoro duro e complesso che formava il carattere e dava i primi elementi di impostazione dell’età adulta.

Il secondo riferimento era, in forma aulica, l’uscita dalla famiglia, la presa di coscienza di responsabilità sociali che obbligavano ad una partecipazione alla vita attiva in qualità di individuo partecipante e non di famiglio.

Il cosiddetto passaggio da figlio a padre, o da figlio a lavoratore, insomma un passaggio che caricava di responsabilità sociali e professionali.

Questo passaggio oggi non identifica più una generazione perché avviene in periodi asincroni ed è trasversale su più generazioni, distruggendo quell’unità di classe che era invece il nerbo della società degli anni scorsi.

Il terzo riferimento è un riferimento prettamente storico, non temporale, ma legato ad un particolare momento storico del paese (gli anni di piombo, mani pulite, le varie crisi petrolifere e legate a guerre più o meno mondiali).

Oggi possiamo dire che rimane unicamente il terzo riferimento, ma che slegato dai due precedenti diviene pericolosa accozzaglia generazionale.

Non possiamo però dimenticare che oggi esiste un terribile spartiacque generazionale che si identifica nel progresso tecnologico, il cosiddetto momento della generazione digitale.

È un pericoloso momento di incomunicabilità che apre spazi a terribili scenari involutivi nel rapporto tra generazioni.

Ormai ci sono, nell’immaginario collettivo, i vecchi che non sanno usare i social ed i giovani che ne sono avidi consumatori.

Tragico! Soprattutto perché falso come i social di cui si parla.

Falso perché ormai diamo per scontato che se un individuo è sotto i trent’anni è un esperto digitale, cosa assolutamente non vera: noi ci dimentichiamo che la nostra crescita nei confronti di realtà virtuali si basa su una formazione particolare e soprattutto classica, legata alla lettura e non allo scorrere un PDF, legata alla discussione verbale tra pari e non alla chat senza riferimenti identitari corretti.

Oggi la generazione adulta può affrontare i mondi social con il giusto distacco perché viene da un momento di socializzazione reale e fisico, in cui si sono creati gli anticorpi di un vivere sociale effettivo, legato anche ad un confronto “operativo”, in cui metterci la faccia non era un’espressione idiomatica, ma una realtà in cui la faccia riceveva anche le sue sonore sberle.

Allora quale può essere la “nuova generazione”, quella dei social?

Ammesso e non concesso dove abbiamo messo l’asticella della adultità in questa generazione, sai usare i social sei adulto?

No, certo che no, non è possibile che uno strumento definisca una maturità, non è possibile pensare che la capacità di utilizzo o la sua conoscenza identifichi una generazione.

In cosa la generazione dei nativi digitali dimostra la sua maturità?

Perché abdicare così velocemente la definizione di una nuova generazione lasciandola al semplice profilo tecnologico della stessa?

La maturità, che dovrebbe essere caratteristica dell’attuale generazione adulta, dovrebbe muoverci verso la definizione di obiettivi per la generazione che segue.

Attenzione obiettivi che devono essere di alto livello, per non incappare nel vincolo generazionale in cui si giunge poi alla rivoluzione generazionale e si ha una crisi sociale.

Come possiamo riprendere il controllo su una generazione multiage in cui non troviamo una definizione specifica ma un caleidoscopio di emozioni ancora non incanalate in obiettivi?

Ora viene spontaneo chiedersi quali obiettivi proporre; lavoro, multicultura, futuro familiare, stabilità economica…

Ormai non abbiamo credibilità per proporre obiettivi che la nostra società ha distrutto vivendo al di sopra delle proprie possibilità, dobbiamo proporre obiettivi etici alti, per poter fare un downsizing del nostro vivere comune; dobbiamo passare da una cultura del bene materiale ad una cultura del bene immateriale, identificando nel personale sviluppo di una identità etica il vero obiettivo per queste generazioni.

La prima fase è certamente ricostruire una scala di valori che esca dalla semplice emozione dell’accumulo per trasformarsi nell’emozione dell’accogliere.

L’emozione dell’accumulo guida al bene materiale fingendo un appagamento nel suo possesso, che può essere solo momentaneo e non completo anche perché il bene materiale è per sua definizione soggetto a decadimento ed obsolescenza.

L’emozione dell’accogliere è al contrario infinita perché autorigenerante, essa infatti si basa sulla soddisfazione reciproca di più soggetti e non può essere definita finita in quanto il soggetto dell’accoglienza può solo essere elemento mobile sia dal punto di vista emozionale (una persona) sia dal punto di vista possessivistico (un’azione a vantaggio di altri).

Il punto a favore di questo passaggio è legato alla generazione dei nativi digitali che mostrano sete di valori proprio perché vivono in un mezzo tecnologico da questo punto di vista particolarmente vuoto.

Per abilitare questo passaggio dobbiamo assolutamente passare dalla cultura del “fai quello che vuoi” alla cultura del “no, non è così”; passaggio difficile per le famiglie in cui la cultura dell’accumulo è ancora predominante.

La motivazione forte, che aiuta in questo passaggio, è particolarmente facile trovarla proprio nel complesso meccanismo tecnologico che oggi avvinghia le generazioni e le “scolla” dalla realtà; un’alienazione sociale che proietta l’identità nel mezzo, nello strumento, facendolo diventare contenitore egualitario e massificante.

Come avviene questa trasmigrazione mente – strumento che toglie molta identità culturale ai fruitori di questo mondo virtuale?

Avviene sotto il predominio della velocità della comunicazione e pertanto della mistificazione dei contenuti.

La rete oggi è un grande contenitore di qualunquismo ideologico, perché contiene in forma disaggregata miliardi di informazioni vere e miliardi di informazioni false, un pericoloso contenitore di materia e antimateria, il cui mix porta alla completa afonia mentale.

Ecco il vero motivo per cui l’emozione dell’accumulo è oggi predominante, perché tende a riempire quello che sembra giusto chiamare un vuoto pieno, ovvero un profondo pozzo vuoto colmo solo del nero del suo buio.

Di fronte questa aleatoria ed iconica sensazione di smarrimento culturale il possesso fisico diventa pieno concreto e quindi fortemente perseguibile e ricercabile, perché più facile da trovare nel frastuono ideologico della rete.

Siamo certamente in un passaggio generazionale che avviene con tempi lunghi e dilatati a causa, paradossalmente, di un momento tecnologico fatto di velocità e molteplicità dell’informazione.

In questo passaggio l’emozione dell’accumulo diventa anche transdialettica grazie alla possibilità di appropriarsi delle parole dell’altro facendole divenire proprie tramite un processo di assimilazione oggi definito copia e incolla.

Anche questo processo moltiplica il paradosso del vuoto pieno ideologico perché aggrega concetti ma non significati, espressioni ma non valori.

Eppure la percezione della pochezza dell’accumulo è evidente nella noia generazionale, nella svogliatezza emotiva che sembra essere compagna di giochi di questa generazione digitale, sensazioni che, rendendo sempre più acuta la fame di pienezza dell’io, spingono sempre più verso un accumulo contenutistico ai limiti del paradosso, rendendo quasi un obbligo pubblicare la foto del piatto che stiamo mangiando…

Ora la domanda vera è: ma la nostra generazione è in grado di preparare il piatto giusto per questo mondo tecnologico, un piatto fatto dall’emozione dell’accoglienza cucinata nel modo giusto?

 

 

 

 

 

 

 

 

Dal Libro “L’emozione del passaggio generazionale”, Currenti Calamo Editore, C.Faletti, C.Giannino, 2017




ISCRIZIONI A.S.2022/23: È TEMPO DI RIVEDERE LA SCUOLA MEDIA!!!!

 

I Licei sono le scuole preferite con oltre il 56% di iscritti, pur se con un leggero calo che riguarda il classico che passa dal 6,5 al 6,2% e lo scientifico sceso di quasi un punto percentuale, relativo allo scientifico tradizionale, per intenderci quello con il latino, sostituito da altri indirizzi che sembrano più tecnici che licei.

Quindi ogni 100 ragazzi 56 scelgono i licei, nella consapevolezza che dovranno proseguire gli studi scegliendo un percorso universitario.

Perché si sceglie il liceo? Perché la cultura generalista “ti da le basi” e poi all’università decidi cosa “fare da grande”.

Ma non è così, infatti secondo Almalaura dei 56 ragazzi che hanno scelto il liceo, solo 40 proseguono gli studi universitari e gli altri? Un bel problema.

Allora se a 13-14 anni non si riesce ad operare una scelta, che poi condizionerà il futuro dei nostri ragazzi, probabilmente sarebbe utile avere un biennio di scuola superiore comune e poi optare per la scelta migliore.

Si tratta di “rispolverare” con opportune modifiche e integrazioni la “scuola di base” della Legge 30/2000, nota come riforma Berlinguer.

Da più parti si sente infatti l’urgenza di rafforzare la struttura della scuola media che rappresenta ormai l’anello debole tra la scuola primaria e la secondaria di secondo grado.

Gli anni della scuola media sono fondamentali, in quanto sono gli anni in cui l’alunno deve consolidare le conoscenze della scuola primaria relativamente allo studio della grammatica italiana, delle quattro abilità di base (saper ascoltare, saper parlare, saper leggere e saper scrivere), della matematica, in particolar modo delle quattro operazioni: il classico leggere, scrivere e far di conto.

Purtroppo l’organizzazione della scuola media non sempre riesce a consolidare il lavoro della primaria per plurime ragioni, ma segnatamente per alcune in particolare.

Prima di tutto dal maestro unico o prevalente della primaria di passa ad un’organizzazione essenzialmente per discipline come nella secondaria e ciò non agevola il passaggio soprattutto per gli alunni più fragili e più difficili che perdono il loro rifermento, dato dal maestro.

Inoltre si parla di programmazione didattica per competenze quando non è ancora consolidato il leggere, scrivere e far di conto.

Come conseguire competenze in assenza di conoscenze? E così si arriva al primo anno di superiore, dando ormai per scontato la presenza di diffuse carenze.

Non a caso il DPR 89/2010 di revisione dei licei, ex riforma Gelmini, all’art. 2 prevede che nel primo biennio ci sia la verifica e l’eventuale integrazione delle conoscenze, raggiunte al termine del primo ciclo di istruzione.

Allora un biennio unico, magari una scuola media di 5 anni, sarebbe sicuramente più orientativa e soprattutto avrebbe un ruolo molto più incisivo contro la sempre più allarmante dispersione scolastica che si verifica soprattutto nel biennio della secondaria superiore.

Così a conclusione del quinquennio di scuola media sarà assolto l’obbligo d’istruzione decennale e solo i ragazzi motivati continueranno il triennio successivo scegliendo il liceo, il tecnico o il professionale secondo le proprie attitudini e interessi e la volontà stessa di continuare a studiare.

Probabilmente crescerebbe il numero dei laureati, oggi pari al 20,1% della popolazione contro il 32,8% nell’Ue, e si darebbe la giusta importanza al tecnico diplomato in possesso di competenze professionali certe, figura intermedia oggi molto richiesta, ma sempre più difficile da trovare.

 

Pio Mirra – DS IISS Pavoncelli, Cerignola (FG)




SERVE L’ALTERNANZA SCUOLA-LAVORO?!?!

Lorenzo è morto l’ultimo giorno di alternanza scuola-lavoro, schiacciato da un tubo di 150 chili, Giuseppe è morto in un incidente stradale, a bordo di un furgone di una ditta presso cui stava facendo uno stage.

Invece di far silenzio addetti e non addetti si dividono tra abolizionisti e favorevoli all’alternanza.

Si è trattato di infortuni sul “lavoro” e purtroppo solo nel 2021 sono morte 1.404 persone per infortuni sul lavoro, di cui 695 direttamente sui luoghi di attività.

Allora il problema non è l’alternanza, ma le precarie condizioni di sicurezza sul lavoro.

Occorre rispetto per chi non c’è più, ma occorre riflettere e analizzare, perché l’alternanza scuola-lavoro necessita probabilmente di una revisione di merito e di metodo.

Il punto da analizzare è principalmente: La scuola deve insegnare un mestiere?

Certamente si, ma con i dovuti “errata corrige”.

La Legge 107/2015, la “Buona scuola” (o come dice qualcuno “La Scuola alla buona”) aveva previsto, al fine di incrementare le opportunità di lavoro degli studenti, i percorsi di alternanza scuola-lavoro della durata complessiva di 400 ore negli istituti tecnici e professionali, e di almeno 200 ore nei licei.

E così un esercito di studenti delle classi dell’ultimo triennio era pronto per partire “a lavoro”.

Scarse le risorse e soprattutto insufficienti le aziende che davano disponibilità ad accogliere gli studenti.

Allora ecco la magia per “risparmiare”: a partire dall’anno scolastico 2018/2019 i percorsi di alternanza scuola lavoro, per effetto della Legge di Bilancio 2019, vengono rinominati “Percorsi per le Competenze Trasversali e per l’Orientamento”.

Il nuovo acronimo PCTO è sufficiente per ridurre le ore e quindi le risorse: 210 ore nei professionali, 150 ore nei tecnici e 90 ore nei licei.

E le risorse assegnate alle scuole, quota alunno, appena 13,93 euro per i professionali, 9,95 euro per i tecnici, 5,97 euro per i licei.

Poca cosa.

Intanto predomina ancora un’idea classista della scuola, perché i licei sono considerati i depositari del pensiero, gli altri sono considerati manovalanza da avviare subito a lavoro.

Allora diciamolo subito.

Nei licei anche le sole 90 ore sono tante e probabilmente sono ore perse, perché distolte allo studio delle discipline, fondamentale in un periodo in cui si registra una grave perdita di apprendimenti, causa di una forte dispersione implicita, per dirla come l’INVALSI.

Negli istituti tecnici e professionali, invece, le attività di stage aziendali sono fondamentali perché completano il curriculo, perché contestualizzare i concetti teorici e arricchire il training con la pratica in azienda aumenta la retention delle informazioni e migliora i risultati della formazione stessa.

Quindi dar voce alla “pancia” dopo i gravi lutti, abolire l’alternanza con più ore di scuola forse non elimina il problema, anzi, con meno ore tecniche, pratiche e lavorative con ogni probabilità la dispersione scolastica aumenterebbe e non si darebbe una risposta alle domande che da anni il mondo del lavoro rivolge al mondo dell’istruzione.

Fuori da ogni inutile moralismo fornire una scuola di teoria a chi vuole imparare un mestiere non aiuterà di certo costoro a trovare un posto dignitoso nel mondo.

Vale la pena ribaltare dunque il pensiero e dare ai meccanici, sarti, cuochi e camerieri la stessa dignità di un medico o avvocato.

Gli operai non sono ultimi e perché la scuola non lasci indietro nessuno, né faccia sentire nessuno ultimo, occorre continuare nella direzione dell’alternanza, ma rivista e corretta.

Intanto, anziché renderla obbligatoria per tutti gli studenti, potrebbe essere pensata come percorso di arricchimento, così come previsto in fase di introduzione dal Decreto Legislativo 77/2005: “… gli studenti che hanno compiuto il quindicesimo anno di età … possono presentare la richiesta di svolgere … l’intera formazione dai 15 ai 18 anni o parte di essa, attraverso l’alternanza …”.

Si tratta di rifarsi al modello tedesco “Duale Ausbildung”, “formazione duale” che indica in pratica l’alternanza scuola-lavoro, utile strumento per formare professionalmente i più giovani.

Nel Duale Ausbildung, i ragazzi trascorrono un terzo del tempo a scuola e i rimanenti due terzi in un’impresa con un contratto di apprendistato.

Gli studenti-apprendisti vengono seguiti e formati dai tutori – Meister, in tedesco – e terminato con successo il percorso il ragazzo da studente diventa lavoratore.

Se da noi spesso si mendica uno stage non retribuito, in Germania lo studente, che entra nel doppio sistema di formazione, è immediatamente contrattualizzato e ottiene un stipendio pagato dall’azienda.

Nel suo percorso formativo se non vengono rispettati i mansionari lavorativi, si applica come conseguenza un’immediata sanzione che può persino essere l’esclusione dal percorso stesso.

La formazione in azienda e la formazione a scuola sfociano in due esami analoghi che devono essere superati al termine dell’apprendistato.

Occorre dunque ridisegnare l’alternanza scuola-lavoro nella consapevolezza che in un mondo in rapida evoluzione, l’istruzione e la formazione devono essere al centro delle politiche scolastiche, perché non possedere le competenze necessarie per partecipare fruttuosamente alla vita sociale e al mercato del lavoro aumenta il rischio di disoccupazione, povertà ed esclusione sociale.

Pio Mirra – DS IISS Pavoncelli, Cerignola (FG)




RisiKo Covid-19

Carnevale è arrivato in anticipo, quest’anno, almeno nella scuola…

Mettiamola sul ridere, perché, altrimenti, c’è da piangere…

Sono state approvate con il D.L. 5/2022 le Misure urgenti in materia di certificazioni verdi COVID-19 e per lo svolgimento in sicurezza delle attività nell’ambito del sistema educativo, scolastico e formativo”.

Entrano in vigore oggi, 7 febbraio, nel silenzio e nell’indifferenza di tutti, ma, soprattutto, dei sindacati.

Dall’oggi al domani, è stato deciso di mettere fine ad un modello di monitoraggio e di controllo del contagio nelle scuole, modello che ha dato prova di efficienza grazie all’azione di un sistema inclusivo, affidato alla responsabilità dei dirigenti scolastici e alla professionalità dei referenti scolastici per il covid19.

Come sempre, in Italia, quando qualcosa funziona, è ora di cambiarla…

Ecco, che da adesso (spacciata per ragioni di semplificazione) è prevalsa una scelta che scarica di responsabilità le autorità sanitarie preposte e assegna gran parte della gestione dell’emergenza alla scuola.

Come? Con un nuovo sistema di regole che di fatto, sulla base del principio dell’auto-sorveglianza individuale, sbilancia le responsabilità sugli operatori scolastici e sulle famiglie, dimenticandosi, per esempio, delle peculiarità degli istituti comprensivi che si ritrovano a dover affrontare la pandemia in contesti anagrafici disomogenei e con preoccupanti criticità.

  Ma perché, ancora una volta, nonostante l’emergenza tutt’ora     dichiarata, si limita il controllo sanitario lasciando però invariati gli obblighi per l’istituzione scolastica?!?

Come redazione di betapress, torniamo a dare voce alla protesta dei referenti scolastici covid19 di Ancodis che sono molto preoccupati per quanto potrebbe accadere a partire dal 7 febbraio e sono disorientati sulle ragioni di queste nuove regole.

Ne parliamo direttamente con Rosolino Cicero, Presidente Nazionale Ancodis.

Betapress- Professore, erano necessarie queste nuove norme scolastiche?

Cicero- No, non ha senso, riproporre, per l’ennesima volta, al personale e alle famiglie, un nuovo modello in TOTALE discontinuità con il precedente e che pone la scuola in una condizione di ancora più grave fragilità e insicurezza.

Avremo comunità scolastiche ancora più in tensione nelle relazioni scuola-famiglia e tra famiglie laddove si rilevassero uno o più casi di positività.

Betapress- Che posizione assumete come Ancodis?

Cicero- Ancodis ritiene questa scelta uno spericolato risiKo a danno di donne, uomini e alunni che invece dovrebbero essere protetti, rassicurati e sostenuti in questa emergenza che ci ha tolto la forza di un sorriso e la vicinanza di un abbraccio con i nostri piccoli e grandi alunni.

Siamo stanchi e sfiduciati.

Non possiamo accettare di continuare a lavorare in una condizione di insicurezza divenuta per certi aspetti cronica.

Betapress- Cosa chiedete ai sindacati?

Cicero- Chiediamo alle associazioni dei dirigenti e alle OO.SS. di far sentire la loro voce di disapprovazione di una scelta politica che lascia disorientate e nell’incertezza circa 8000 “cellule vitali” che hanno cercato in questi due anni di alzare un argine alla diffusione del coronavirus nonostante i gravi ritardi e le intollerabili negligenze degli altri anelli preposti alla sua tutela.

Betapress- Vi sentite almeno ascoltati?

Cicero- No, assolutamente no, di fronte a questo scenario sentiamo un silenzio assordante…

Ma in che paese viviamo? –

Bene, no, anzi male, aggiungiamo noi di betapress.

Noi, almeno noi, come redazione, continuiamo a stare dalla parte di chi nella scuola ci vive e ci lavora da decenni, non per diletto, propaganda politica o vezzo elettorale!

Vorremmo solo, un po’ di responsabilità, competenza e professionalità, anche da parte di chi comanda e si diletta a fare e disfare solo per il gusto di simulare un proprio (assurdo e contraddittorio) intervento politico.

E lasciamo ai posteri l’ardua sentenza “Ma è davvero così che si operano delle scelte responsabili apostrofate “Misure urgenti in materia di certificazioni verdi COVID-19 e per lo svolgimento in sicurezza delle attività nell’ambito del sistema educativo, scolastico e formativo”?!?

 




I Falsi Miti delle Iscrizioni.

Iscrizioni Scuole secondarie di II grado – a.s. 2022/23

Fonte Ministero dell’Istruzione, le iscrizioni ai licei calano e lentamente salgono la china gli istituti tecnici e professionali.

L’inversione di tendenza dovrebbe far bene sperare per il rilancio dell’istruzione tecnica e professionale prevista nel PNRR e per il rilancio del sistema economico dopo gli anni di pandemia.

I licei restano comunque la scelta preferita con il 56,6%, i tecnici salgono al 30,7% e l’interesse per i professionali cresce di quasi un punto con il 12,7%.

Sta di fatto che su 100 quattordicenni circa 57 frequenteranno nel 2022/23 un liceo, indirizzo di studio che si completerà in un percorso universitario.

Tuttavia, secondo Almalaurea, già al primo anno di università solo il 71,7% degli studenti decide di continuare gli studi.
E il restante 28,3%?

È un grande e bel problema! Il 28,3% abbandona a non riesce a conseguire nemmeno la “triennale”.

La maggior parte proviene da un percorso liceale di tipo generalista con nessuna competenza tecnico-professionale in uscita e spendibile nel mondo del lavoro.

Allora questa massa di ex liceali si tradurrà in una massa di giovani inoccupati con scarse prospettive di inserimento lavorativo, se non in settori lavorativi a basse skill.

Ben venga allora l’inversione di tendenza, seppur timida, registrata nella scelta della scuola superiore.

Occorre continuare per questa strada, orientando “lealmente” studenti e genitori, per lo più distratti dal mito del liceo.

 

Pio Mirra DS IISS Pavoncelli – Cerignola (FG)




Sharenting

Come docente referente cyberbullismo, giustamente, mi formo ed informo per la prevenzione e la gestione dei rischi in rete.

Come libero cittadino, dipendente pubblico, devo aggiornarmi sul regolamento europeo GDPR 679/2016 inerente la privacy.

Senza tanti fronzoli, per chi, come me, vive e lavora nella scuola da oltre trent’ anni, è sempre più evidente che non si può più fare niente, neanche la foto ricordo di fine anno scolastico, senza autorizzazione dei genitori.

Non parliamo poi, del supporto psicologico gratuito, per aiutare i minori in caso di disagio.

Ancora un po’, ci vuole “la bolla papale” per far sì che un alunno vada a fare una chiacchierata con la psicologa…

Poi, frequentando piattaforme social quali Instagram, Facebook e TikTok vedi che è facile imbattersi in post di mamme e papà (gli stessi che ti remano contro a scuola!) che scelgono di pubblicare foto e video dei propri figli in maniera compulsiva e senza alcun tipo di filtro, divulgando momenti appartenenti alla sfera più intima.

Immagini tenere e spesso divertenti che attirano i followers, (Fedez e Ferragni docet) ma che, pur scatenando una pioggia di like e apprezzamenti, suscitano perplessità e fanno emergere una serie di domande.

Prima di tutto i dati.

Secondo una ricerca condotta dalla Northumbria University, oltre l’80% dei bambini britannici sarebbe presente in rete già prima di compiere 2 anni, e prima di raggiungere i 5 anni ognuno di essi arriverebbe a possedere addirittura 1500 foto sul web.

Un ulteriore studio, promosso da ParentZone, sottolinea come il 32% dei genitori pubblichi dalle 11 alle 20 foto al mese dei propri figli.

Di questi, il 28% non si sarebbe mai posto il problema di richiedere il consenso ai ragazzi.

Gli effetti futuri.

Quando però, quelli che ora sono bambini cresceranno, potrebbero non apprezzare la presenza online, né la narrazione portata avanti dai genitori, destinata, nonostante le migliori intenzioni, a rimanere incollata ai “futuri adulti” come una spiacevole etichetta (vedi spiacevoli inconvenienti digitali emersi in sede di selezione del personale per un futuro impiego)

Insomma, creare un’identità digitale propria e utilizzare i social (in maniera libera e serena) potrebbe, successivamente, rivelarsi difficile per coloro che, da piccoli sono stati esposti alla rete forzatamente, ed in modo esibizionistico dai genitori.

Tutto questo identifica il fenomeno dello “sharenting”, sempre più diffuso e a tratti allarmante, complici i rischi legati alla privacy dei minori, tangibili e sicuramente da non sottovalutare.

Definizione di sharenting.

Con il termine “sharenting” si fa riferimento alla condivisione in rete da parte dei genitori di immagini e video riguardanti i propri figli.

Coniato negli Stati Uniti, il neologismo è la crasi delle parole “share” (condividere) e “parenting” (genitorialità), anche se per precisione la pratica è meglio identificata come “over-sharenting”, ovvero l’eccessiva e protratta esposizione dei minori nel contesto web.

Nella maggior parte dei casi, tale esposizione avviene senza il consenso dei minori diretti interessati, proprio perché troppo piccoli (o non abbastanza grandi) da comprendere quali possano essere le implicazioni ed i rischi, così come l’importanza della tutela della privacy.

I rischi dello sharenting

Innumerevoli sono i rischi che comporta la pratica dello “sharenting”, tutti in grado di ledere seriamente la privacy del minore, esponendolo ai più comuni pericoli del web.

Il primo è rappresentato dalla violazione della privacy e della riservatezza dei dati personali e sensibili.

La privacy è un diritto, non solo degli adulti, ma anche dei bambini, come sancito dalla Convenzione dei diritti dell’Infanzia e dell’Adolescenza.

C’è poi la questione legata alla mancata tutela dell’immagine del minore, basti pensare alla concreta perdita di controllo relativa ai contenuti una volta pubblicati in rete.

L’identità digitale esercita un’influenza concreta e tangibile sul futuro dei minori, in questo modo esposti ai più comuni rischi legati al contesto telematico.

La relativa immagine appare dunque in balia di chiunque desideri sfruttare il materiale fotografico e video per scopi illeciti e denigratori, complice la relativa permanenza su web e l’impossibilità di eliminarne ogni traccia in un secondo momento.

Problema ancor più grave sono le ripercussioni psicologiche sul benessere del minore.

Quando i soggetti coinvolti inizieranno a navigare in rete in autonomia, dovranno inevitabilmente “pagare lo scotto” dell’essere (o dell’essere stati) esposti pubblicamente in maniera continua, col rischio di ritrovarsi a far fronte a un’identità digitale costituita anche da immagini intime per le quali non hanno prestato alcun consenso.

C’è poi il rischio di diffusione di materiali che potrebbero essere sfruttati in contesti pedopornografici.

Immagini o video, per quanto innocenti, possono essere condivisi liberamente da chiunque, sia attraverso semplici screenshot che mediante il download diretto, per poi venire pubblicati in altri contesti senza alcuna limitazione.

Non esiste dunque alcuna certezza circa l’utilizzo che ne verrà fatto da terzi, e occorre tenere ben presente che ad oggi, attraverso l’uso di semplici programmi di fotoritocco, è possibile manipolare il materiale personale con una certa facilità, rendendolo di carattere pedopornografico, con tutte le ripercussioni del caso.

Ultimo ma non meno importante il rischio di adescamento.

I dati dei minori, come le passioni, lo sport praticato, l’istituto frequentato e le abitudini degli stessi, se costantemente esposti online possono rappresentare terreno fertile per i malintenzionati che, dopo aver intrapreso una sorta di “percorso di avvicinamento”, possono praticare atti di adescamento online.

Sharenting e privacy

Tra le principali criticità che coinvolgono lo “sharenting” compaiono le ripercussioni che la condivisione – specie se compulsiva e ripetuta – ha sul minore.

Ad essere principalmente lesa è la privacy, poiché la pratica comporta la creazione di un vero e proprio archivio digitale, il più delle volte pubblico e fruibile da chiunque.

Spesso il minore non è in grado di capire cosa succede quando viene condivisa un’immagine che lo immortala, e ciò determina a tutti gli effetti una violazione della privacy, oltre che una lesione dell’individualità del soggetto.

Una volta cresciuti, i bambini sono costretti a “fare i conti” con una grande quantità di contenuti che li riguardano, con tutte le conseguenze e implicazioni psicologiche e sociali del caso.

In Italia non sono mancati proprio per questo casi in cui gli adolescenti coinvolti, una volta preso atto della quantità di contenuti online che li riguardavano, hanno scelto di rivolgersi ai tribunali, obbligando i genitori alla rimozione del materiale “incriminato” pubblicato sui social.

Ha acceso innumerevoli dibattiti l’ordinanza del 30 agosto 2021 emessa dal Tribunale di Trani, che ha condannato una madre a rimuovere i video della figlia, e a versare una somma di 50 euro sul conto corrente intestato alla bambina per ogni eventuale giorno di ritardo nell’esecuzione dell’ordine di rimozione, il tutto a fronte del disaccordo da parte del padre rispetto alla pratica dello “sharenting”.

Il considerando 38 del GDPR recita che “i minori meritano una specifica protezione relativamente ai loro dati personali, in quanto possono essere meno consapevoli dei rischi, delle conseguenze e delle misure di salvaguardia interessate, nonché dei loro diritti in relazione al trattamento dei dati personali”.

Come ha ricordato lo stesso Tribunale di Trani nell’ordinanza, è fondamentale che il consenso alla pubblicazione online di immagini dei figli minori sia prestato dai genitori, che devono al contempo essere in grado di porre limiti che non ledano in alcun modo la privacy dei bambini e dei ragazzi.

Occorre tuttavia considerare che la pratica dello “sharenting” non si limita a creare dinamiche che possono semplicemente compromettere la riservatezza del minore.

Ancor più rischioso è infatti metterne a repentaglio la sicurezza mediante la condivisione di materiale video e fotografico che può potenzialmente diventare virale.

Dunque, per concludere, un genitore, in quanto tale, non deve mai sottovalutare l’entità del possibile problema che lo “sharenting”, per quanto divertente, può comportare.

E certi altri genitori, analfabeti digitali, prima di puntare il dito contro la scuola, dovrebbero staccare il loro dito dal tasto condividi del loro smartphone…