CELLINI, PAOLO BATTAGLIA LA TERRA BORGESE RACCONTA LO SCULTORE

«…durante tutta la sua vita di lavoro indefesso lo scultore, orafo e scrittore, mantenne non solo una sorella vedova con sei figli ma anche un’altra famiglia in miseria che non aveva nessuna parentela con lui e molti giovani artisti e modelli…»

 

Riuscì sempre a cavarsela – racconta Paolo Battaglia La Terra Borgese -. Era lo spadaccino più permaloso di tutta l’Italia del Cinquecento e i suoi nemici pagarono con la vita. Si prese le donne che gli piacquero.

Fu maestro d’avventure. La battaglia gli metteva allegria. Il carcere più profondo non bastava a tenerlo.

 

Ma quest’avventuriero spaccone fu soprattutto il più grande orefice del mondo. Tale era l’opinione che aveva di se stesso Benvenuto Cellini, e i collezionisti la condividono ormai da oltre 400 anni.

La storia in genere conferma le pittoresche avventure narrate nella sua Vita.

 

Benvenuto Cellini – prosegue Battaglia La Terra Borgese – nacque a Firenze nel 1500. Dal padre, fabbricante di strumenti musicali, ereditò l’abilità manuale.

Fin dall’infanzia si fermava davanti alle botteghe degli orefici, attratto dal ticchettio dei martelletti, dal soffiare dei mantici, dall’incandescenza delle braci.

S’infilava dentro per vedere lo splendore che i tagliatori di gemme traevano dalle pietre preziose ancora grezze e per osservare gli artigiani che lavoravano l’oro nella sua infinita e lucente duttilità.

 

Ben presto si fece assumere come apprendista in una delle botteghe – continua Battaglia La Terra Borgese -.

Questo scatenò un finimondo perché Cellini padre aveva deciso in cuor suo che Benvenuto dovesse diventare un musicista. È vero che quelle agili piccole dita sul flauto sapevano far sgorgare lacrime di gioia dai teneri occhi paterni.

Ma Benvenuto non era il tipo da esercitarsi con le scale tutto il giorno.

Per sfuggire alle odiate note scappava di casa e stava via parecchi mesi di seguito, guadagnandosi la vita come apprendista orefice nelle città vicine.

A 19 anni, avendo litigato più del solito col padre, s’incamminò a piedi per Roma, dove si diceva che il papa era prodigo di oro con gli artisti come le fontane della città erano prodighe d’acqua.

 

Il suo primo lavoro a Roma – riferisce Battaglia La Terra Borgese – consisté nell’adornare uno scrigno d’argento per un cardinale.

Lo fece in bassorilievo, decorandolo molto più di quanto non gli fosse stato ordinato, con fogliami intrecciati, frutta, putti e maschere grottesche. Il maestro della bottega era così fiero di questo scrigno che lo mostrò a tutta la città.

E ancor più fiero fu Benvenuto di mandare il compenso che gli spettava al padre, che continuò a mantenere generosamente finché visse. Poiché la mano di Cellini era pronta a dare come a colpire; durante tutta la sua vita di lavoro indefesso mantenne non solo una sorella vedova con sei figli ma anche un’altra famiglia in miseria che non aveva nessuna parentela con lui e molti giovani artisti e modelli.

 

A Roma guadagnò largamente e in breve ebbe una bottega sua. Da questa uscirono anelli, cammei e spille di squisita fattura, coltelli e pugnali dal manico intarsiato, cinture d’argento per le spose e una brocca d’oro per un vescovo.

Cellini fece anche fucili, per suo proprio uso, perché era schiavo della  violenta e persistente passione di andare a caccia di folaghe nelle paludi intorno alla Città Eterna.

 

Fu un colpo da maestro – precisa Paolo Battaglia La Terra Borgese – che dette inizio al susseguirsi delle eccitanti avventure di Benvenuto Cellini. Nel 1527 Roma era assediata dalle forze dell’imperatore Carlo V, al comando del connestabile di Borbone.

Cellini, che era volontario nel corpo di guardia sulle mura, scrutando attraverso la nebbia vide un gruppo di nemici che si avvicinava. Puntando l’archibugio uccise il capo del gruppo con un solo colpo.

Cellini racconta che questi, come si vide poi, era il connestabile in persona. Pura vanteria? La storia ci dice che proprio in quel giorno il connestabile fu ucciso da una sentinella sconosciuta.

 

Dopo di ciò Benvenuto Cellini ebbe il comando delle artiglierie sul mastio di Castel Sant’Angelo. Lo stesso papa Clemente VII, venne fuori a osservare la mira del Cellini che martellava le trincee del nemico.

Per un mese, con gioia a metà puerile e a metà diabolica, Benvenuto dimenticò la sua arte delicata – dichiara Battaglia La Terra Borgese –.

 

Il Critico prosegue: Finita la guerra, Cellini fu nominato maestro della Zecca Vaticana. Oltre a ciò foggiò una quantità di splendidi ornamenti per i dignitari della Chiesa. Un bottone per il piviale pontificio richiese anni di lavoro.

Grande come un piattino, raffigurava Dio Padre circondato da 15 angeli in oro sbalzato, e c’erano incastonati smeraldi, zaffiri, rubini e un magnifico brillante. Quest’oggetto fece parte del

tesoro vaticano per 250 anni, ma fu poi unito alla «indennità» pretesa da Napoleone Bonaparte nel 1797 e mani vandaliche ne estrassero i gioielli e ne fusero l’oro.

 

Non bisogna però credere che la vita di Benvenuto fosse tutta spesa a lavorare per la Chiesa – avverte Battaglia La Terra Borgese -.

Una volta gettò via il cesello per seguire un bel visetto siciliano fino a Napoli. Le modelle dell’artista Cellini, sembravano essere irresistibili per l’uomo Benvenuto.

 

Nell’odio era ardente come nell’amore. Quando il fratello fu ucciso in una rissa, Benvenuto non pensò neppure a chiamare i custodi dell’ordine: a che sarebbe servito, visto che l’uccisore era un caporale delle guardie della città?

«Presi a vagheggiare quello archivitabusiere» dice Benvenuto «come se fosse stato una mia innamorata.» Infine in un vicolo buio col pugnale si fece giustizia.

 

Alla morte del vecchio papa – racconta il critico d’arte Battaglia La Terra Borgese -, prima che fosse eletto il nuovo, a Roma non c’era altra legge fuorché l’anarchia.

Un orefice del Vaticano, suo rivale, di nome Pompeo, si mise in cerca del Cellini con dieci armati.

Benvenuto s’imbatté in questi per la strada. Nella zuffa uccise Pompeo con una pugnalata e mise in fuga i suoi scherani.

Ma la figlia di Pompeo andò sposa a un amico intimo di Pier Luigi Farnese “nipote” del nuovo papa, e per sua istigazione il Cellini veniva continuamente perseguitato.

Un assassino còrso gli tese un agguato, sicari lo seguirono a Venezia, un’altra banda lo costrinse a fuggire di notte.

Riuscì sempre a cavarsela. Ma nel 1537 fu arrestato per ordine del papa. Fu chiuso in una cella «dove fu decisa la mia morte» come egli dice.

 

Con grande astuzia – nota Paolo Battaglia La Terra Borgese – preparò la fuga. Prima rubò delle tenaglie a un operaio del carcere.

Quando i suoi apprendisti gli portarono delle lenzuola pulite, nascose quelle sudice nel materasso.

Con le tenaglie estrasse quasi tutti i chiodi dai cardini di ferro della porta lasciandone appena quanti bastavano per tenerla a posto.

Ci vollero parecchie settimane per tirarli fuori e contraffare le borchie con della cera di candele mista a ruggine onde trarre in inganno i carcerieri.

Quando tutto fu pronto s’inginocchiò e rimase a lungo in preghiera.

 

Rimanevano soltanto due ore di oscurità quando estrasse gli ultimi chiodi dai cardini e sgusciò fuori dalla cella.

Si attorcigliò sulla schiena le strisce di lenzuola annodate, usci sul bastione e di lì si calò nel cortile.

 

La notte volgeva al termine e Benvenuto – riferisce Battaglia La Terra Borgese – spiava le sentinelle aspettando il momento opportuno per superare il muro esterno.

Arrampicatosi su questo con l’aiuto di una pertica che aveva trovato per caso, assicurò le lenzuola rimaste a una pietra in cima al muro e iniziò la discesa verso la libertà.

Ma o le lenzuola o le sue mani esauste cedettero, perché Cellini cadde e si ruppe una gamba.

La legò stoicamente e si trascinò fino alla porta della città; era ancora chiusa, ma il Cellini riuscì a rimuovere una grossa pietra da sotto la porta e a infilarsi in quel buco nonostante i dolori strazianti.

Passata la porta fu assalito dai cani da difesa. Ma un servitore del cardinale Cornaro di Venezia lo riconobbe e lo portò al palazzo del suo padrone.

 

Disgrazia volle – fa notare Battaglia La Terra Borgese – che il cardinale desiderasse una sede vescovile per un suo amico e che il pontefice non gliela volesse concedere.

Così fu concluso un patto: il cardinale ottenne il vescovado e il papa riebbe il suo prigioniero.

Questa volta il Cellini fu chiuso in una segreta nei sotterranei di Castel Sant’Angelo: una fossa piena d’acqua, in cui egli giacque in delirio per parecchi giorni.

 

Ma allora, al palazzo di Fontainebleau in Francia, il re Francesco I aveva espresso il desiderio di avere come orefice di corte questo Benvenuto Cellini del quale aveva sentito fare tanti elogi. Un altro cardinale influente parlò in suo favore al papa.

Così dalla sua immonda cella il Cellini fu trasportato alla corte più brillante d’Europa – afferma Battaglia La Terra Borgese -. Qui gli furono dati splendidi appartamenti, un gruppo di aiutanti e ricevette un’ordinazione dopo l’altra per opere di grande impegno, d’oro, d’argento e di bronzo, tra cui una «saliera» d’oro – in realtà è un centro da tavola per banchetti – che è oggi il vanto di un museo di Vienna

 

Il re e la regina, il cardinale e i nobili venivano spesso a visitare la sua bottega sempre attiva.

Tutto prometteva bene.

Ma Cellini aveva fatto i conti senza la favorita del re e, sebbene fosse un esperto adulatore, aveva trascurato di richiedere l’opinione di quest’ultima. In seguito alla sottile opposizione che lei gli mosse – afferma Battaglia La Terra Borgese -, Cellini poté portare a compimento ben poco di ciò che aveva progettato per Francesco I, e nel 1545, deluso, tornò a Firenze e divenne il protetto del duca Cosimo I, ben noto patrono delle arti.

Cosimo suggerì a Benvenuto di scolpire una statua di Perseo, il leggendario eroe greco che uccise Medusa, la Gorgone anguicrinita (che ha serpenti al posto dei capelli, ndr) che impietriva chiunque la guardasse.

 

Cellini fece un modello dopo l’altro, di cera, di stucco, di marmo. Infine, dopo nove anni, riuscì a compiere una figura più grande del vero, che lo soddisfece – lo elogia così Paolo Battaglia La Terra Borgese -.

Ora si trattava di gettarla in bronzo! Questa era una delle operazioni più difficili che la scultura avesse mai tentato fino allora. Cellini doveva progettare da sé le fornaci e le forme, ed escogitare le leghe. Il duca scosse la testa e predisse un disastro.

 

Ecco come il Cellini – riporta il Critico – racconta la sua impresa, forse la più appassionante di tutta la sua vita.

 

«Alla fine gridai che fosse accesa la fornace. I tronchi di pino vi erano accatastati e la fornace lavorava tanto bene, che io fui necessitato a soccorrere ora da una parte e ora da un’altra per alimentarla.

Non resistevo più e mi saltò addosso la febbre, per la qual cosa io fui sforzato andarmi a gittare nel letto.

Quando due ore dopo tornai nella bottega trovai tutto rappreso il metallo e il tetto della bottega in fiamme.

Mandai sul tetto a riparare al fuoco e dissi a due manovali che andassino a prendere una catasta di legne di quercioli giovani, e quando queste presono fuoco, oh come quel metallo rappreso si cominciò a schiarire, e lampeggiava in quel terribile fuoco.»

 

«In un tratto è si sente un romore con un lampo di fuoco grandissimo. Mi avvidi che il coperchio della fornace si era scoppiato e il bronzo si versava fuori. Subito feci aprire le bocche della mia forma. Ma veduto che il metallo non correva con quella prestezza ch’ei soleva fare, forse per essersi consumata la lega per virtù di quel terribile fuoco, io feci pigliare tutti i mia piatti e scodelle e tondi di stagno, i quali erano in circa dugento, e a uno a uno li gittai drento. In tal modo riuscii nell’intento e ora il mio bronzo s’era benissimo fatto liquido e la forma si empiva. Quando vidi il mio lavoro compiuto m’inginocchiai, e con tutto il cuore ne ringraziai Iddio.»

 

La statua di Perseo – spiega Paolo Battaglia La Terra Borgesefu posta in una loggia in Piazza della Signoria nel cuore di Firenze. Là si erge oggi, nel bronzo immortale il vigoroso eroe che solleva la testa di Medusa.

 

Con questa sola opera Cellini prese posto tra i grandi scultori. In questo periodo fecondo fece altri lavori in bronzo e in marmo: busti, figure mitologiche e un grande crocifisso per la propria tomba (pur tuttavia aveva ucciso umani e altri animali).

 

Con l’avanzare degli anni, quest’uomo che aveva vissuto così felicemente seguendo i suoi principi, pian piano si conformò a quelli del resto dell’umanità.

A 64 anni sposò la sua domestica e cominciò ad allevare i propri figli in stato coniugale. Laddove un tempo aveva elargito le sue sostanze liberamente, ora ascoltò il parere dei savi e le investi… e così perse tutto (banchieri dell’epoca).

 

Il 13 febbraio 1571 le avventure terrene di Benvenuto Cellini ebbero termine. Eppure continuano per sempre, poiché ogni generazione le riscopre nella sua scintillante autobiografia. Per quasi due secoli il manoscritto fu perduto.

Quando venne alla luce e fu pubblicato tutta l’Europa ne rimase affascinata. Goethe, che lo tradusse in tedesco, dichiarò che costituiva un miglior quadro di quei tempi che non qualunque rigoroso testo storico.

Dumas lo divorò e poi offrì al mondo il suo allegro cavaliere D’Artagnan, il capo dei Tre Moschettieri. Da allora in poi la figura di un intrepido spadaccino, burlone, rubacuori e femminaro è balzata da cento libri ed è comparsa su mille schermi.

Il primo di tutti era stato Benvenuto Cellini – chiude così, Paolo Battaglia La Terra Borgese il suo Cellini-.




Non esistono le gite scolastiche!

la normativa di riferimento in materia di uscite/visite guidate e viaggi di istruzione, in Italia e all’estero è composta dal DPR dell’8/03/1999 n. 275 e del 6/11/2000 n. 347 che hanno dato completa autonomia alle istituzioni scolastiche anche in materia di uscite/visite guidate e viaggi di istruzione, in Italia e all’estero.

Per amore di legge ricordiamo che le gite scolastiche non esistono, ma esistono i viaggi/uscite di istruzione, ma soprattutto  non sono semplicemente “premi” o interruzioni dal curriculum standard, ma componenti fondamentali di un sistema educativo che mira a formare individui ben arrotondati, critici e consapevoli.

Integrando le uscite didattiche con il curriculum regolare, le scuole possono arricchire notevolmente l’esperienza educativa degli studenti, preparandoli meglio a interagire con il mondo in modo informato ed efficace, infatti la norma di riferimento dice che:

L'autonomia delle istituzioni scolastiche e' garanzia di  liberta'
di insegnamento e  di  pluralismo  culturale  e  si  sostanzia  nella
progettazione e nella  realizzazione  di  interventi  di  educazione,
formazione e istruzione mirati allo  sviluppo  della  persona  umana,
adeguati ai diversi contesti, alla  domanda  delle  famiglie  e  alle
caratteristiche  specifiche  dei  soggetti  coinvolti,  al  fine   di
garantire loro il successo formativo, coerentemente con le  finalita'
e gli obiettivi generali del sistema di istruzione e  con  l'esigenza
di  migliorare  l'efficacia  del  processo  di  insegnamento   e   di
apprendimento.

Da questo ne declina che le uscite didattiche sono interventi formativi integrati nella progettazione degli interventi educativi, a tutti gli effetti fanno parte del programma.

Le gite scolastiche, frequentemente percepite solo come momenti di svago o ricompense per gli studenti, rivestono in realtà un ruolo ben più significativo e sostanziale nel contesto educativo.

Queste esperienze sono parte integrante del processo di apprendimento, poiché contribuiscono allo sviluppo personale e culturale degli studenti in modi che l’ambiente convenzionale di una classe non può sempre offrire.

Le gite scolastiche contribuiscono vieppiù a una visione più olistica dell’educazione, che va oltre la semplice trasmissione di conoscenze.

Esse promuovono una comprensione più completa della realtà, incoraggiando gli studenti a sviluppare una coscienza critica e una migliore comprensione delle diverse sfaccettature sociali, storiche e ambientali.

In questo senso sono inspiegabili le esclusioni degli studenti dalle gite o la scelta di parteciparvi in conseguenza dell’andamento del voto di condotta.

Sarebbe un poco come dire che se un ragazzo ha un voto di condotta basso viene escluso da alcune lezioni, magari dalle più divertenti, per fargli sentire meglio la punizione.

I viaggi di istruzione non devono essere visti come un premio, al contrario sono dei momenti educativi molto importanti che dovrebbero richiedere agli studenti impegno ancora maggiore.

E’ veramente grave dal punto di vista educativo usare uno strumento a tutti gli effetti di programma per dare un contentino o una punizione agli alunni.

Il mondo della scuola dovrebbe fare una seria riflessione sull’argomento, valutandone le conseguenze e gli eventuali messaggi sbagliati che ne derivano.

Io credo che chi parla di certi argomenti dovrebbe conoscerli, ma purtroppo spesso non li conosce nemmeno chi siede al ministero, quindi di cosa ci meravigliamo? 




Politicallllllly Corrrrrect … che freno al confronto!!!

La critica al concetto di “political correctness” (PC), o correttezza politica, può essere articolata da diverse prospettive, che includono questioni linguistiche, socioculturali, e politiche.

Il termine “correttezza politica” è stato utilizzato per la prima volta negli Stati Uniti negli anni ’80 e ’90 per descrivere una serie di norme linguistiche e comportamentali intese a evitare l’esclusione o l’offesa di gruppi sociali minoritari o svantaggiati.

La correttezza politica nasce come uno sforzo per promuovere il rispetto e la dignità di individui e gruppi spesso marginalizzati nella società, come le minoranze etniche, le donne, e le persone LGBTQ+.

In teoria, il concetto si fonda sull’idea che il linguaggio e le pratiche inclusive possano contribuire a una società più equa e giusta.

Uno degli argomenti principali oggi contro la correttezza politica è che essa venga utilizzata come censura indiretta, limitando la libertà di espressione.

I critici sostengono che il timore di contravvenire alle norme di PC possa scoraggiare le persone dal discutere apertamente di questioni sensibili o controversie.

Questo sta portando ad un ambiente in cui le opinioni sincere vengono sopite per evitare conflitti o accuse di insensibilità.

In aggiunta si osservi che si tende a generalizzare eccessivamente le esperienze e le identità di individui e gruppi, ignorando le complessità e le differenze interne a questi gruppi.

Questo può risultare in un approccio paternalistico che assume una vulnerabilità uniforme tra coloro che sono considerati “protetti” da queste norme.

Il PC è spesso visto come uno strumento di divisione politica, specialmente in contesti come gli Stati Uniti, ma ultimamente anche da noi, dove le questioni di correttezza politica hanno spesso diviso l’opinione pubblica lungo linee ideologiche.

La certezza che il PC sia una prerogativa della sinistra politica aliena ulteriormente la destra, contribuendo a una maggiore polarizzazione.

Molti studi suggeriscono che l’imposizione rigida di norme di correttezza politica possa avere effetti controproducenti.

Per esempio, può indurre rancore o resistenza tra coloro che si sentono ingiustamente limitati o accusati di pregiudizi.

Inoltre, può ridurre l’efficacia del dialogo autentico e dell’engagement in questioni di uguaglianza e giustizia sociale.

La PC dovrebbe promuovere una maggiore consapevolezza delle differenze e un rispetto per le esperienze altrui, tuttavia, è proprio la modalità con cui è applicata e percepita che può determinare se diventi un’utile strumento di inclusione sociale o un meccanismo repressivo.

Oggi in realtà il politically correct viene usato per desertificare il confronto politico e sociale, utilizzato soprattutto da chi ritiene necessario che le uguaglianze soffochino le diseguaglianze senza rendersi conto che non è questione di differenze o similitudini, ma di differenti prospettive dialettiche.

La semantica del confronto richiede impegni maggiori rispetto alla uniformità, richiede livelli culturali più alti ma soprattutto richiede un’apertura mentale ormai privilegio di pochi.

Come al solito gli ignoranti che si appropriano di strumenti troppo evoluti li applicano scadendo nel ridicolo; da qui le fin troppo assurde questioni decidere se il presidente se è una donna deve essere presidentessa o presidenta, senza tener conto del senso della parola che invece deriva da un participio asessuato che vuol dire presiedere, o togliere i bagni uomini/donne e fare i bagni unici, o peggio ancora arrivare a cancellare delle fiabe perché contenevano parole come ottentotti.

Qui entra una deriva della politically correct che è la cancel culture, altra fesseria cosmica che non tiene conto dei necessari rapporti esegetici da fare quando ci si confronta con temi soprattutto del passato.

Ma tutto questo avviene perché il livello culturale è drammaticamente calato, perché la curiosità intellettuale è quasi sparita, ma perché soprattutto la volontà di controllo da parte delle oligarchie del potere passa esclusivamente per la massificazione delle menti del popolo.

Infatti la realtà è foriera di verità inoppugnabili: quali sono gli interessi oggi del ministero dell’istruzione?

La copertura delle vacanze estive, ritornare ai voti, creare delle ulteriori figure (tutor dell’orientamento) inutili, le bocciature, meno stranieri nelle classi, e così via.

Niente rispetto a cosa si insegna e come, all’aggiornamento dei programmi, a nuovi percorsi didattici, alla revisione generale del mondo della scuola?

Ma dov’è la riforma della scuola che Valditara aveva promesso a Salvini quando fu nominato ministro? Sembrava tra l’altro che fosse già pronta, a meno che non stiamo parlando dei tutor dell’orientamento …

Come si può vedere quello che conta e su cui tutti noi dovremmo batterci non è la correttezza politica o fesserie simili, ma la strada per ritrovare la cultura ormai persa dalle nuove generazioni, per dare ai nostri figli la capacità di comprendere il mondo che li circonda, quell’empatia necessaria per vivere un sociale differente.

In conclusione, il dibattito sulla correttezza politica riflette tensioni più ampie relative alla cultura delle generazioni, alla libertà di espressione, all’identità sociale, e al cambiamento culturale.

Dibattito che stiamo perdendo alla grande.

 




La penna e la spada, chi vince oggi?

Il detto “la penna è più potente della spada” esprime un concetto profondamente radicato nella consapevolezza collettiva, sottolineando come le parole e le idee abbiano un impatto più duraturo e profondo rispetto alla forza bruta.

Questa metafora risale al drammaturgo inglese Edward Bulwer-Lytton nel 1839, nel suo dramma “Richelieu; Or the Conspiracy”.

La frase sottolinea il potere della comunicazione e della persuasione rispetto alla violenza fisica.

Tuttavia, questo concetto affronta una sfida cruciale nel contesto moderno, dove l’alfabetizzazione e le abilità di lettura stanno subendo trasformazioni significative, in particolare tra i giovani.

L’importanza della lettura è insostituibile per lo sviluppo intellettuale, la maturazione personale e la partecipazione attiva alla vita democratica di una società.

Attraverso la lettura, si acquisiscono non solo conoscenze ma anche strumenti critici per interpretare il mondo e agire su di esso.

In un’epoca dominata dall’immagine e dalla rapidità dell’informazione digitale, il calo delle competenze di lettura approfondita può rappresentare un rischio serio per il mantenimento di una cittadinanza informata e critica.

Il fenomeno del declino della lettura tra i giovani, spesso descritto in termini di “crisi dell’alfabetizzazione”, va visto in un contesto più ampio di cambiamenti socio-culturali e tecnologici.

Le nuove generazioni si trovano immerse in un flusso costante di informazioni brevi e visivamente accattivanti, come i post sui social media, che richiedono un impegno cognitivo diverso rispetto alla lettura prolungata di testi complessi.

Questa evoluzione può portare a una preferenza per le forme di comunicazione che richiedono minor sforzo interpretativo e critico.

Di fronte a questa sfida, è fondamentale riconoscere il valore della formazione all’alfabetizzazione critica come parte essenziale dell’educazione moderna.

Istruire i giovani non solo a leggere in modo funzionale ma anche critico è una necessità impellente.

Questo include la capacità di analizzare e valutare le fonti, comprendere contesti più ampi, riconoscere bias e presupposti, e formulare argomentazioni coerenti.

Inoltre, le scuole e le altre istituzioni educative hanno il dovere di adattare le metodologie didattiche per renderle più attinenti al mondo digitale in cui i giovani crescono.

Ciò potrebbe includere l’uso didattico dei media digitali per insegnare competenze di lettura critica, non solo attraverso libri di testo ma anche tramite piattaforme online, videogiochi educativi, e altre risorse digitali che possano stimolare l’interesse e l’engagement dei giovani.

In sintesi, mentre la penna può ancora essere più potente della spada in un mondo ideale dove le parole informano, educano e ispirano, la realtà attuale pone sfide significative a questo ideale.

Se i giovani perdono l’abilità o l’interesse nella lettura profonda, la società potrebbe trovarsi di fronte a problemi seri, come il deterioramento del dialogo pubblico e una minore capacità di affrontare questioni complesse in modo riflessivo e informato.

Per mantenere viva l’efficacia della penna, è cruciale investire nell’alfabetizzazione avanzata e critica delle nuove generazioni.

Ma chi deve fare questo sforzo di recupero sui giovani, solo la   scuola? 

la Famiglia?

Credo fermamente che questa sia una importante sfida per tutta la platea intellettuale italiana, dagli accademici ai politici, è necessario ripensare l’educazione dei giovani ma anche rivedere come stiamo proponendo ai giovani le strade per il loro futuro.

Come dico sempre non è che lavoro faremo che ci darà una buona vita, ma come lo faremo e chi saremo nel farlo.

 

 




Fallire educa. Lo dice anche il capitano Kirk.

Come possono i docenti essere d’aiuto per preparare gli studenti e le studentesse ai test d’ammissione all’università?

La prima cosa da fare è aiutarli a vincere la parte ansiogena che inevitabilmente questo tipo di prova porta con sé.

C’è un’ansia di fondo in chi si prepara ad affrontare un test, soprattutto nel caso in cui le materie non siano perfettamente conosciute o magari nemmeno finite.

Cito uno studio di Betapress.it, l’80% delle défaillance nei test d’ammissione non è dovuta alla mancanza di preparazione, ma all’ansia che subentra in fase di esame.

Questo è quindi il primo aspetto sul quale intervenire.

Partendo dal fornire ai giovani alcuni metodi di studio.

La nostra memoria è regolata dal sistema limbico che ci permette di apprendere grazie a quello che viene definito l’imprinting.

Una delle prime regole è capire che l’apprendimento avviene per pressione e memorizzazione (imprinting) all’interno del sistema nervoso centrale di quello che i ragazzi e le ragazze studiano in quel momento.

Applicarsi solo in una materia e di seguito solo in un’altra è, per esempio, un errore grave in fase di apprendimento.

Tant’è che i programmi dei licei sono interattivi e dispersi sugli anni.

Questi sono tutti temi da affrontare e integrare in una didattica particolare.

Quando cerchiamo di aiutare i giovani ad affrontare le prove, dobbiamo tenere presente che il ragazzo o la ragazza sono sottoposti a un meccanismo ansioso collegato a tanti fattori, in primo luogo la preparazione, ma anche l’ansia di prestazione.

E questo stato non permette loro di essere sereni durante il compito.

La scarica di adrenalina attiva tutte le funzioni fisiche (per esempio il battito cardiaco), ma spesso abbassa il ragionamento del cervello e ne attiva la funzione difensiva e tutto questo non permette alla persona di essere performante durante i test.

Bisogna quindi aiutare i ragazzi a programmare lo studio perché una corretta pianificazione consente loro di essere più calmi e interagire con la fase di stress durante il test.

È molto importante anche spiegare bene ai ragazzi come funzionano i test, come sono composti, che tipo di esperienza si troveranno a vivere perché per loro è una prima volta.

Bisogna aiutarli a capire la semantica dei test, non tutti sanno per esempio che questi quesiti sono costruiti secondo algoritmi, secondo una semantica che, se conosciuta, permette ai ragazzi di affrontare il test e ragionare sulla domanda in tempi più brevi.

Un consiglio ai docenti, in questa direzione, è quello di preparare i compiti in classe a guisa di test d’ingresso.

Scomponendo la materia e “costringendo” gli studenti ad affrontarla in modo diverso, magari anche su risposte multiple, il compito in classe diventa un valido aiuto in vista dei test.

È un modo per farli studiare in maniera più logica e con una diversa semantica dello studio.

Per fare tutto questo, durante l’anno scolastico, diventa opportuno programmare attività di laboratorio.

Passando invece a una seconda fase, dobbiamo insegnare ai ragazzi e alle ragazze a gestire un eventuale fallimento.

Come?

Convertendolo in una strategia di successo per scegliere la propria strada.

Insegnando ai ragazzi che non c’è fallimento quando si sceglie, perché la scelta presuppone l’errore e l’errore, a sua volta, è un aiuto per affinare la scelta.

Facendo loro capire che il percorso individuale è importante.

La scelta è una componente del percorso che ogni ragazzo o ragazza fa. Insegnare ad accettare lo sbaglio può essere un metodo educativo.

Nel mio lavoro spesso mi capita di andare a supporto dei docenti e spesso metto in pratica la pedagogia dell’errore perché i giovani di oggi non sono abituati.

In questo approccio la famiglia ha un peso incalcolabile, nel momento in cui capiamo come si comportano i genitori possiamo ritarare il nostro approccio pedagogico-educativo nell’obiettivo del bene dell’alunno.

Ed è un percorso che si fa insieme, studenti, docenti, genitori, psicologi. Lo psicologo ha un ruolo importantissimo ma non deve essere lasciato da solo, ci deve essere una rete intorno che fa sentire i giovani sicuri nel loro percorso.

Gli studenti di oggi che a noi sembrano così sicuri di sé sono in realtà i più insicuri, la depressione giovanile è aumentata del 120% negli ultimi dieci anni, i suicidi in età giovanile del 180% negli ultimi vent’anni.

Sono dati tragici.

Per questo serve un cerchio, l’organicità dell’azione.

La preparazione ai test d’ammissione può diventare la prima occasione per portare questi ragazzi e queste ragazze a sperimentare il fallimento.

Porto un esempio: ho somministrato in varie classi un test molto complesso, l’ho chiamato il test di Star Trek perché ho preso il concetto dal noto telefilm.

Il test della Kobayashi Maru, introdotto nell’universo di “Star Trek”, rappresenta un esemplare punto di riflessione sia nel contesto narrativo che nell’ambito della formazione del carattere e della leadership.

Questo scenario simulato, impostato nell’Accademia della Flotta Stellare, è stato concepito come un test di comando irrisolvibile, destinato a valutare le reazioni dei cadetti di fronte a una situazione senza via d’uscita, dove il fallimento è inevitabile.

L’obiettivo principale di questo test non è tanto la soluzione del problema presentato, quanto piuttosto l’osservazione delle modalità di gestione dello stress, delle decisioni etiche e della leadership sotto pressione estrema.

La Kobayashi Maru è una nave civile senza armi, che, nel contesto del test, invia un segnale di soccorso da una zona controllata dal nemico.

Il cadetto in prova deve decidere se infrangere il trattato di pace per tentare un salvataggio quasi certamente fallimentare, mettendo a rischio la propria nave e l’equipaggio, oppure lasciare la Kobayashi Maru al suo destino.

Il test è truccato per assicurarsi che ogni possibile azione porti a un esito negativo, esplorando così la capacità del cadetto di affrontare una situazione senza speranza.

Il test della Kobayashi Maru insegna una lezione fondamentale sull’accettazione del fallimento come componente inevitabile della vita e, in particolare, della leadership. In un mondo che spesso premia solo il successo, il test offre una prospettiva realistica e umile sulla possibilità di incontrare sfide insormontabili.

Il modo in cui un cadetto reagisce al fallimento – con integrità, coraggio e preservando i valori etici – diventa così importante quanto ottenere la vittoria.

Questo approccio incoraggia la resilienza, la capacità di affrontare le avversità mantenendo un comportamento etico e morale.

Attraverso l’esplorazione dei limiti personali e dell’accettazione del fallimento, il test della Kobayashi Maru funge anche da catalizzatore per la crescita personale e la ricostruzione della personalità.

Confrontandosi con la propria impotenza, i cadetti hanno l’opportunità di valutare e rafforzare il proprio carattere, le proprie priorità e i valori fondamentali. Il test sfida i futuri leader a riflettere sulla natura delle decisioni difficili e sulle qualità necessarie per guidare con saggezza e compassione anche nelle situazioni più disperate.

Il caso di James T. Kirk, il solo cadetto noto per aver “superato” il test modificando il suo programma per renderlo vincibile, introduce un ulteriore strato di complessità all’interpretazione del test della Kobayashi Maru.

Kirk rifiuta di accettare il fallimento come unica conclusione possibile, dimostrando sia la sua ineguagliabile audacia che una potenziale mancanza di accettazione dei limiti imposti dalla realtà.

Questo comportamento solleva interrogativi sulla natura dell’innovazione e della leadership: fino a che punto è giustificabile alterare le regole per raggiungere il successo?

La decisione di Kirk riflette un approccio non convenzionale ai problemi, enfatizzando l’importanza dell’adattabilità e dell’ingegnosità.

Il test della Kobayashi Maru, quindi, va oltre una semplice valutazione delle capacità di comando, trasformandosi in uno strumento pedagogico profondo per l’indagine sulla natura umana, sull’etica della leadership e sulla gestione delle crisi.

Attraverso l’accettazione del fallimento e la ricostruzione della personalità, il test mira a preparare individui capaci non solo di guidare con competenza, ma anche di fare i conti con le proprie vulnerabilità e limiti, promuovendo così un modello di leadership più umano e riflessivo.

Nelle classi in cui abbiamo introdotto questo esperimento, ovvero un test irrisolvibile salvo truccare il test, è risultato che solo il 15% dei ragazzi è stato in grado di gestire correttamente il fallimento al test, dato abbastanza deprimente, nessuno ha pensato di truccarlo e la maggior parte dopo il fallimento ha minimizzato l’errore dicendo che tanto era il test che era sbagliato.

Gestire il fallimento è una componente fondamentale dello sviluppo personale, specialmente nei giovani.

Il fallimento non solo è inevitabile nella vita di tutti ma offre anche opportunità uniche per l’apprendimento e la crescita personale.

Aiutare i ragazzi a gestire il fallimento, ed a capirlo, richiede un approccio olistico che coinvolga educatori, genitori e la comunità nel suo complesso.

Alcune strategie basate su principi pedagogici, psicologici e di sviluppo personale possono essere così riassunte:
A. La creazione di un ambiente sicuro e di supporto è essenziale. I giovani dovrebbero sentirsi liberi di esplorare, sperimentare e fallire senza timore di giudizio o punizione. Un ambiente che celebra il tentativo tanto quanto il successo incoraggia i giovani a uscire dalla loro zona di comfort e a vedere il fallimento come parte del processo di apprendimento.
B. La resilienza, ovvero la capacità di rimbalzare indietro dopo il fallimento, è una skill cruciale. I ragazzi possono essere istruiti sulla resilienza attraverso esempi storici, letterari o contemporanei di individui che hanno affrontato e superato fallimenti significativi. Le discussioni in classe o le attività di gruppo possono concentrarsi su come questi individui hanno gestito le loro situazioni, sottolineando l’importanza della perseveranza e della flessibilità mentale.
C. Insegnare ai giovani a valutare i propri fallimenti in modo costruttivo è fondamentale. Questo implica incoraggiarli a riflettere sulle cause del fallimento, su cosa hanno imparato e su come possono migliorare in futuro. L’autocritica costruttiva dovrebbe essere equilibrata con il riconoscimento delle proprie capacità e successi, per mantenere l’autostima e la motivazione.
D. L’intelligenza emotiva, la capacità di riconoscere, comprendere e gestire le proprie emozioni e quelle degli altri, è cruciale nel processo di gestione del fallimento. Attraverso il dialogo aperto e le attività di gruppo, i ragazzi possono imparare a esprimere le loro frustrazioni in modo sano e a offrire supporto ai coetanei che affrontano difficoltà simili.
E. Le abilità di problem-solving possono aiutare i ragazzi a vedere il fallimento sotto una nuova luce. Invece di percepire il fallimento come un vicolo cieco, possono imparare a vederlo come un problema da risolvere. Questo approccio li incoraggia a cercare soluzioni creative e a vedere il fallimento come un’opportunità per apprendere nuove strategie.
F. Il supporto dei genitori e della comunità è fondamentale per rafforzare il messaggio che il fallimento è un aspetto normale e utile del processo di apprendimento. I genitori possono essere incoraggiati a condividere le proprie esperienze di fallimento e recupero con i figli, fornendo modelli di resilienza e ottimismo. La comunità, comprese le scuole e le organizzazioni giovanili, può offrire risorse e programmi dedicati a sviluppare competenze di vita che aiutano a gestire il fallimento.

In definitiva, aiutare i ragazzi a gestire il fallimento richiede un approccio multiplo che incoraggi l’accettazione del fallimento come parte integrante dell’apprendimento e della crescita.

Promuovendo la resilienza, l’autocritica costruttiva, l’intelligenza emotiva, e il problem-solving in un ambiente di supporto, possiamo preparare i giovani ad affrontare le sfide della vita con fiducia e ottimismo.

Questo processo non solo li aiuta a gestire il fallimento ma li equipaggia con le competenze necessarie per prosperare in un mondo in continua evoluzione.

 




Salvini: ma ci sei o ci fai?

Matteo Salvini ritorna sulla sua endemica crociata dei tre mesi estivi, che inizialmente era contro gli insegnanti, che in pratica avevano TRE mesi addirittura di vacanza (che poi non è nemmeno vero), oggi, invece, ha girato il suo attacco andando anche a raccogliere un desiderata dei genitori, che d’estate non sanno dove piazzare i figli, ed ecco qua la soluzione, scuole aperte d’estate.

Addirittura sono stati trovati 400 milioni (dove erano nascosti? non è che forse erano i soldi per garantire alle segreterie la continuazione del personale ATA chiamato personale covid? e perché allora non abbiamo trovato 27 milioni per salvare il personale ATA cha abbiamo dovuto mandare a casa ma che alle scuole serviva come il pane? Beh è vero che il ministro dice di aver trovato 14 milioni per quello, 14 non 27, troppo tardi comunque, ormai le persone sono state mandate a casa quindi quelle persone ormai formate difficilmente saranno recuperabili ora), ben 400 milioni trovati, dicevamo,  erano sotto in uno scantinato?

Beh, se è così facile trovare dei milioni di euro suggerisco a tutte le famiglie che stanno morendo per arrivare a fine mese di fare una caccia al tesoro nei vari ministeri partendo da quello dell’istruzione, magari negli scantinati da qualche parte anche loro riusciranno a “trovare” qualche milionata.

Qui mi pare che si parli senza la necessaria comprensione sia della storia che della vera necessità dietro a determinate situazioni.

La decisione di concentrare le vacanze estive in un periodo di tre mesi anziché diluirle durante l’anno scolastico è il risultato di un’organizzazione ponderata e riflessiva del calendario scolastico, supportata da diverse ragioni valide. 

Per cercare di farci capire useremo punti specifici e chiari, non si sa mai:

Continuità e coerenza del calendario: Concentrare le vacanze estive in un periodo di tre mesi consente di mantenere una certa coerenza nel calendario scolastico. Questo approccio facilita la pianificazione delle attività educative e permette agli studenti, agli insegnanti e alle famiglie di organizzare le proprie attività con maggiore chiarezza.

Minimizzazione delle interruzioni: Distribuire le vacanze estive durante l’anno scolastico potrebbe comportare frequenti interruzioni nel processo di apprendimento, compromettendo la continuità e l’efficacia dell’insegnamento. Concentrare la maggioranza delle vacanze in un unico periodo permette di limitare queste interruzioni e di mantenere un flusso costante di lavoro e apprendimento.

Difficoltà nel mantenere la concentrazione: Il caldo intenso può rendere difficile per gli studenti e il personale mantenere la concentrazione e l’attenzione durante le lezioni e le attività didattiche. Questo può compromettere la qualità dell’insegnamento e dell’apprendimento, riducendo l’efficacia dell’ambiente educativo.

Efficienza nell’utilizzo delle risorse: Concentrare le vacanze estive in un periodo di tre mesi consente alle istituzioni scolastiche di ottimizzare l’utilizzo delle risorse. Durante il periodo estivo, molte scuole possono programmare lavori di manutenzione, ristrutturazione o pulizia, senza interferire con le attività didattiche.

Opportunità per attività estive specializzate: Il lungo periodo di vacanza estiva offre ai ragazzi l’opportunità di partecipare a programmi estivi specializzati, come campi sportivi, corsi di arte o di lingua, che potrebbero non essere disponibili durante l’anno scolastico. Queste esperienze arricchiscono il loro bagaglio di conoscenze e competenze in modo significativo.

Promozione del turismo e dell’economia locale: Le vacanze estive di tre mesi favoriscono il turismo e l’economia locale, consentendo alle famiglie di pianificare viaggi e vacanze più lunghe. Questo periodo prolungato di pausa estiva beneficia anche delle industrie turistiche, ricreative e commerciali, contribuendo così alla crescita economica delle comunità locali.

Tempo sufficiente per il recupero e il relax: Tre mesi di vacanze estive offrono ai ragazzi il tempo necessario per riposarsi, rigenerarsi e dedicarsi a interessi personali senza la pressione degli impegni scolastici. Questo periodo di pausa prolungato è essenziale per il benessere fisico, mentale ed emotivo degli studenti, consentendo loro di ricaricare le energie e affrontare il nuovo anno scolastico con rinnovato entusiasmo.

Ma poi, le scuole hanno l’aria condizionata???

Se le scuole non dispongono di aria condizionata e devono funzionare durante l’estate, possono incontrare diversi problemi che compromettono il benessere degli studenti, del personale e l’efficacia dell’ambiente educativo.

Sempre per punti così magari è più facile capire:

Calore e disagio fisico: Le temperature estive possono diventare estremamente elevate, soprattutto all’interno degli edifici scolastici, che possono essere progettati senza adeguata ventilazione o isolamento termico. Senza aria condizionata, gli studenti e il personale possono sperimentare disagio fisico, affaticamento e difficoltà di concentrazione, compromettendo il processo di apprendimento.

Sicurezza e salute degli studenti: Il caldo eccessivo può rappresentare un rischio per la salute degli studenti, specialmente per quelli più giovani o con condizioni mediche preesistenti. L’esposizione prolungata a temperature elevate può causare colpi di calore, disidratazione e altri problemi di salute, aumentando il rischio di incidenti o malori durante le attività scolastiche.

Anche qin questo caso subentra la difficoltà nel mantenere la concentrazione: Il caldo intenso può rendere difficile per gli studenti e il personale mantenere la concentrazione e l’attenzione durante le lezioni e le attività didattiche. Questo può compromettere la qualità dell’insegnamento e dell’apprendimento, riducendo l’efficacia dell’ambiente educativo.

Assenteismo degli studenti e del personale: Le temperature elevate possono causare assenteismo degli studenti e del personale, con conseguente interruzione delle attività scolastiche e riduzione della produttività. Gli studenti potrebbero essere meno propensi a partecipare alle lezioni o alle attività extracurriculari, mentre il personale potrebbe essere più incline a prendere giorni di malattia a causa del caldo e del disagio.

Malfunzionamenti tecnici: Il calore eccessivo può causare malfunzionamenti tecnici negli edifici scolastici, come surriscaldamento degli apparecchi elettronici, interruzioni dell’elettricità o danni alle strutture. Questi problemi possono compromettere la sicurezza e l’efficienza delle attività scolastiche, richiedendo interventi di manutenzione e riparazione che possono essere costosi e dispendiosi.

Impossibilità di svolgere attività all’aperto in spazi non qualificati: Le alte temperature possono limitare la possibilità di svolgere attività all’aperto, come ricreazione, educazione fisica o lezioni all’aria aperta. Questo può ridurre le opportunità di movimento e di socializzazione degli studenti, influenzando negativamente il loro benessere fisico, mentale ed emotivo.

La mancanza di aria condizionata può rappresentare una sfida significativa per le scuole che devono funzionare durante l’estate, compromettendo il comfort, la sicurezza e l’efficacia dell’ambiente educativo.

È importante considerare soluzioni alternative o prendere misure preventive per mitigare gli effetti del caldo e garantire un ambiente sicuro e confortevole per tutti gli attori della comunità scolastica.

In conclusione, la decisione di concentrare le vacanze estive in un periodo di tre mesi anziché diluirle durante l’anno scolastico è supportata da una serie di motivazioni valide che favoriscono l’efficienza, la coerenza e il benessere degli studenti, degli insegnanti e delle comunità locali.

Quindi viene spontaneo chiedersi, ma questa fissa dei tre mesi di vacanza d’estate è paragonabile ad una malattia psichiatrica? 

O è perché da fastidio che gli insegnanti stiano a casa tre mesi? Ma anche ammesso che sia sbagliato, e così non è, siamo convinti che la soluzione migliore sia usare le scuole per fare da  babysitteraggio ai giovani in modo tale che i genitori possono lavorare senza avere il cruccio dei figli? 

MA SIETE SERI?

Non sarebbe allora meglio potenziare i servizi alla famiglia dei vari comuni in modo tale che si possano organizzare, anche in collaborazione con il percorso educativo scolastico, attività più consone al riposo delle giovani generazioni durante la stagione estiva?

E non sarebbe forse meglio fare in modo che le famiglie possano stare insieme di più durante l’estate per consolidare i rapporti famigliari, invece che lasciare i figli sparsi per il paese? e non sarebbe forse meglio ritornare ad un concetto di nucleo famigliare importante magari agevolando le mamme/papà lavoratrici/ori in modo che nel periodo estivo abbiano più tempo per i loro cari?

Non sarebbe meglio investire i soldi dello stato in ben altro modo che buttare 400 milioni di euro per far stare i ragazzi a scuola d’estate?

Non è che questa è solo una captatio benevolenzia elettorale?

E comunque, giusto per  osservazione, quando si dice che gli altri paesi fanno in modo differente, ricordo che le posizioni geografiche degli altri paesi sono differenti dalla nostra, i servizi messi a disposizione dagli altri paesi per la famiglia sono differenti dai nostri, la scuola degli altri paesi è differente dalla nostra, e anche, a rischio di essere tacciato di razzismo, gli abitanti degli altri paesi sono differenti da noi, anche a livello di problematiche demografiche!

Quindi prima di dire che gli altri paesi fanno le cose in altro modo e quindi dovremmo farle anche noi così, vediamo però di farle tutte anche noi in altro modo, non solo quello che fa comodo alla nostra classe politica.

Demagogia invece che soluzioni, soldi buttati invece che investiti, come se fosse la prima volta che succede.

Ma la colpa è anche nostra che pur di avere il sollievo momentaneo ai nostri malesseri, non ci accorgiamo di chi lavora invece non per il nostro bene, ma solo per il suo.

Ahi serva Italia…




Valditara firma ma va contro la legge.

 

l Ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, ha firmato il decreto che stanzia 400 milioni di euro per finanziare attività di inclusione, socialità e potenziamento delle competenze per il periodo di sospensione estiva delle lezioni. che prevedono, in particolare , attività, sportive, musicali, teatrali, ludiche e ricreative.

L’utilizzo delle risorse (400 mln ) di cui al DM Istruzione 11 aprile 2024 n. 72 Valditara  deve essere programmato con gli Enti Locali ai sensi del comma 22 dell’art.1 della Legge 107/2015  (Le Istituzioni scolastiche e gli Enti locali promuovono…anche in collaborazione con….) ed in particolare con i Comuni titolari della competenza in merito alle funzioni sociali, ricreative etc. di cui trattasi ai sensi sensi dell’art. 13 del TUEL (“Spettano al Comune tutte le funzioni amministrative che riguardano la popolazione ed il territorio comunale , precipuamente nei settori organici dei servizi alla persona ed alla comunità…”) .

La programmazione congiunta è dovuta al fine di evitare sovrapposizioni con le analoghe iniziative (Centri ricreativi estivi ….etc.) proprie dei Comuni ed esclusioni nella coperture del bisogno espresso dai Comuni quali rappresentanti del territorio, laddove l’impiego delle risorse fosse rimesso alla mera discrezionalità delle scuole. 

Resta inoltre il dubbio sulle ragioni per cui gli insegnanti – e solo gli insegnanti – che sono in servizio e retribuiti durante la sospensione delle attività didattiche come il restante personale scolastico, debbano, stando a quanto dichiarato dal Ministro, essere ulteriormente remunerati per poter svolgere le attività programmate dalla scuola nel periodo di sospensione delle attività didattiche , nell’ambito delle funzioni proprie .

Legge 107/2015 art.1 comma 22. “Nei periodi di sospensione dell’attività didattica, le istituzioni scolastiche e gli enti locali, anche in collaborazione con le famiglie interessate e con le realtà associative del territorio e del terzo settore, possono promuovere, nell’ambito delle risorse umane, finanziarie e strumentali disponibili a legislazione vigente e, comunque, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica, attività educative, ricreative, culturali, artistiche e sportive da svolgere presso gli edifici scolastici.




Intelligenza artificiale e pratiche educative

L’impatto dell’intelligenza artificiale (AI) sull’istruzione è oggi un tema di grande attualità e rilevanza, perché porterà ad una vera rivoluzione delle pratiche educative tradizionalmente consolidate.
Con l’intelligenza artificiale potrà essere introdotto il cosiddetto APA – Apprendimento Personalizzato Adattivo, ovvero un apprendimento a misura di ogni singolo studente.
Ogni studente potrà avere accesso a piattaforme educative online per fruire di materiali didattici adattati ai suoi bisogni formativi e tenendo conto dei suoi ritmi di apprendimento. In uno scenario futuro lo studente potrà interfacciarsi a tutor digitali, anche con sembianze di robot antropomorfi, capaci di dare un’assistenza personalizzata in tempo reale, adattandosi alle sue esigenze personali, associandole a “data based” individuali.
Il tutor digitale sarà in grado di personalizzare i contenuti e di fornire “batterie” di attività graduate al fine del raggiungimento del miglior risultato con un approccio esclusivamente di tipo algoritmo e cognitivo.
Per imparare le tabelline potranno essere proposte batterie di esercizi, sempre più interattivi e volti a stimolare esperienze di apprendimento virtuali che simulino scenari del mondo reale o attuino percorsi di attività autentiche, riproposte in varie modalità, anche per eventuali esercitazioni e ripassi, fino al raggiungimento del risultato certo. A questo punto anche i libri di testo potranno essere sostituiti da lezioni sincrone e asincrone condotte da docenti virtuali. Anche nelle discipline pratico-professionali gli ambienti virtuali di apprendimento potranno offrire esperienze dirette, durante le quali studenti potranno applicare le conoscenze apprese in contesti simulati senza necessità di strutture fisiche reali.
Si potrà far ricorso anche all’intelligenza artificiale conversazionale, che si basa su piattaforme sviluppate per consentire alle macchine di comprendere e rispondere agli input del linguaggio naturale. Tra queste c’è Chat GPT, acronimo di Generative Pretrained Transformer, strumento di elaborazione del linguaggio naturale (o Natural Language Processing), che utilizza algoritmi avanzati di apprendimento automatico per generare risposte simili a quelle umane all’interno di un discorso. Criticità? Chat GPT è costruita sulla base di una architettura algoritmica di tipo probabilistico, ovvero le risposte del dispositivo sono effettuate sulla base di un preaddestramento attuato attraverso specifici algoritmi di apprendimento (machine learning).
Il dispositivo registra ricorrenze statistiche fra i vari token (parole) attraverso cui “riconosce” i testi del linguaggio naturale a cui è stato esposto e rileva che i correlati numerici di alcuni token si combinano più frequentemente con quelli di altri.
Alla domanda su quale sia il fiume più lungo d’Italia, il dispositivo risponde “Pò” non perché lo sappia (non solo non lo sa, ma non sa neanche cosa sta dicendo), ma perché ha registrato una grandissima quantità di casi in cui il token “Pò” ricorreva insieme ai token attinenti allo stesso campo semantico “il fiume più lungo d’Italia”. Per questo motivo, il dispositivo può proporre risposte esatte o risposte che vanno verificate dal docente, il cui ruolo assume nuovi e importanti significati. Il docente non sarà più colui che trasmette solo conoscenze, ma dovrà essere il regista dell’apprendimento, ovvero colui che predispone i nuovi ambienti e i nuovi strumenti digitali, quindi soprattutto sarà il mediatore all’interno di un nuovo ecosistema educativo digitale, di supporto e di facilitazione, mentre la tecnologia gestirà i compiti più routinari. Anche la valutazione dovrà trovare nuove forme di adattamento all’AI. Abbandonate le tradizionali valutazioni legate a singole prove di verifica, scritta-orale-pratico, la valutazione degli apprendimenti avverrà in modo continuo, attraverso l’analisi dei risultati registrati, garantendo così un feedback immediato e personalizzato.
Questo lo scenario della nuova scuola digitale. Tuttavia l’intelligenza artificiale dovrà però essere governata, trovando il giusto equilibrio fra dimensione digitale e dimensione umana, relazionale, emotiva per far sì che le nuove generazioni non si formino in un mondo solo mediato e artificiale, ma in un mondo reale e autentico.
Una scuola lasciata ad una disumanizzazione dei processi corre il rischio di essere una scuola alienante, per questo è fondamentale trovare il giusto equilibrio fra l’utilizzo dei nuovi strumenti e le forme di esperienze relazionali, di solidarietà e collaborazione, più importanti aspetti del processo di crescita che nessun algoritmo potrà mai essere in grado di gestire.
Certo il vento del progresso non può non coinvolgere la scuola per cui è urgente lavorare per lo sviluppo delle competenze digitali, senza tuttavia dimenticare le emergenze educative, che oggi sono molto diverse rispetto a quelle del secolo scorso. Se infatti non si riuscirà a trovare il giusto equilibrio tra “urgenze digitali” e “emergenze educative” l’ingresso dell’intelligenza artificiale sarà solo occasione di una ulteriore delegittimazione del ruolo educativo della scuola. Invece l’intelligenza artificiale potrà essere un preziosissimo strumento didattico, se saremo capaci di ridefinire il design di ciò che la scuola insegna, di come lo insegna, sì di ritrovare il senso pieno di una scuola che fa crescere le persone.
Ciò che l’Intelligenza artificiale non potrà replicare è il lato più nascosto dell’insegnamento: la relazione umana tra studente e docente. Difficile da percepire, perché la relazione umana è qualcosa che si crea nel tempo, che incontra ostacoli e mette alla prova le parti coinvolte, che costringe a misurarci con noi stessi e, cosa ancora più faticosa, a metterci in gioco quotidianamente come esseri umani.
Spesso, nella mia carriera di docente ho sentito colleghi lamentarsi dei propri studenti poco motivati, poco attenti, poco seri, poco intelligenti. Come se il nostro lavoro fosse restare sempre dietro la cattedra, aspettando che sia lo studente a rispondere alle nostre magiche aspettative.
Chi non vorrebbe una classe di studenti intelligenti, dotati, seri, volenterosi, pronti a recepire tutto ciò che proponiamo loro, pronti a gratificarci, a renderci tutto più facile, togliendoci dalle spalle quel peso, quella responsabilità enorme che è prepararli e istruirli?
La realtà è che noi ci troviamo davanti a ragazzi, che sono innanzitutto persone. Non numeri, non cognomi, non facce anonime che ci guardano assenti, ma persone. Spesso sono oppositivi, pigri, provocatori, disinteressati, disobbedienti. Persone imperfette e impregnate di esperienze e sensibilità diverse che condizionano il loro essere e, quindi, anche il loro “essere a scuola”.
È possibile calibrare il nostro modo di insegnare esclusivamente sulla base di uno studente ideale?
Prima di pensare agli ambienti di apprendimento virtuali, proposti da tutor digitali, è necessario instaurare un ambiente di conoscenza reciproca provando ad affiancare i ragazzi, cercando di capire chi sono, tentando di costruire un rapporto di fiducia e di ascolto.
La scuola è innanzitutto un ambiente di vita, ma è anche l’ambiente in cui si apprende. E l’apprendimento ha bisogno di passare attraverso la relazione umana.

Pio Mirra – DS IISS Pavoncelli, Cerignola FG




Magheggi di Valditara: oggi i genitori decidono i docenti di sostegno, domani tutti i docenti?

Il ministro Valditara esce con l’idea di dare in mano ai genitori la possibilità della riconferma del docente di sostegno.

La proposta avanzata dal Ministro Valditara, che prevede una maggiore discrezionalità dei genitori nella scelta dei docenti di sostegno per i propri figli con disabilità, solleva questioni fondamentali circa l’evoluzione del sistema educativo e il ruolo dei genitori nelle decisioni scolastiche.

Questa mossa potrebbe essere interpretata come un preludio a una trasformazione più ampia della modalità di selezione e assegnazione del personale docente, suggerendo la possibilità che, in un prossimo futuro, i genitori possano avere un ruolo ancora più significativo nella scelta di tutti i docenti.

Da un lato, l’idea di coinvolgere maggiormente i genitori nel processo educativo dei propri figli è radicata in una concezione dell’educazione come collaborazione tra scuola e famiglia.

Questo approccio, in teoria, potrebbe portare a un maggior grado di personalizzazione dell’istruzione, con la scelta di docenti che si adattino meglio alle esigenze specifiche e agli stili di apprendimento degli studenti.

Tuttavia, tale modello solleva importantissimi interrogativi relativamente all’equità, alla professionalità docente e all’autonomia scolastica.

In termini di equità, la possibilità per i genitori di scegliere i docenti potrebbe accentuare le disuguaglianze esistenti nel sistema educativo.

Famiglie con maggiori risorse o informazioni potrebbero essere in grado di influenzare maggiormente il processo di selezione, potenzialmente a discapito di studenti provenienti da contesti meno privilegiati.

Inoltre, tale sistema potrebbe mettere sotto pressione i docenti, i quali potrebbero sentirsi obbligati a compiacere i genitori per garantirsi una posizione, piuttosto che concentrarsi sulle esigenze educative degli studenti.

Dal punto di vista della professionalità docente, il rischio è che la selezione basata sulle preferenze dei genitori possa non riflettere necessariamente la competenza o l’esperienza degli insegnanti.

I criteri di scelta potrebbero basarsi su percezioni soggettive o su preferenze che non corrispondono alle migliori pratiche pedagogiche.

Ciò potrebbe erodere l’autonomia professionale degli insegnanti e la loro capacità di adottare approcci didattici innovativi o sfidanti.

Infine, l’assegnazione dei docenti basata sulle preferenze dei genitori potrebbe limitare l’autonomia delle istituzioni scolastiche nella gestione del personale e nell’organizzazione curricolare.

Le scuole potrebbero trovarsi a dover bilanciare le richieste dei genitori con le esigenze organizzative e le priorità educative, potenzialmente compromettendo la coerenza e la qualità dell’offerta formativa.

In conclusione, mentre l’intenzione di coinvolgere maggiormente i genitori nel processo educativo è comprensibile e in alcuni aspetti encomiabile, la prospettiva di estendere questo principio alla scelta dei docenti solleva questioni complesse.

È fondamentale considerare attentamente le implicazioni di tale modello, ponderando gli effetti sulla qualità dell’istruzione, sull’equità e sulla professionalità docente.

Il dibattito su queste questioni è essenziale per garantire che ogni evoluzione del sistema scolastico sia guidata da un impegno verso l’istruzione di alta qualità, accessibile ed equa per tutti gli studenti.

Viene spontaneo chiedersi se queste uscite sono parte di un piano complessivo rivolto a cambiare (in peggio) il mondo della scuola o se sono sparate fatte sull’onda di percezioni mal raccolte, o se sono uscite per raccogliere voti alle prossime elezioni.

In tutti i casi il risultato è un disastro.

La scuola ha bisogno di un nuovo piano, organico, che tenga conto delle nuove sfide pedagogiche, della fragilità dei giovani di oggi e della loro accresciuta sensibilità, delle loro paure, delle necessità sempre maggiori dei docenti, del ruolo dei docenti, del ruolo della Scuola nell’impianto sociale dello stato.

Caro ministro se io fossi un docente alle prossime elezioni non voterei certo il suo partito, e forse nemmeno la coalizione di governo se queste sono le indicazioni per il futuro.

MA LA VOLETE FARE UNA RIFORMA SERIA DELLA SCUOLA O CONTINUIAMO A FARE MAGHEGGI???!!!

CI VOGLIONO ANNI, DIRETE VOI, APPUNTO INIZIATE CHE FORSE E’ GIA’ TROPPO TARDI!!!.




Le “verità” effimere di Valditara

Questo non è un articolo semplice.

Non è un articolo che si legge velocemente né di quelli che si scorrono per far passare il tempo.

Questo articolo non è né facile da leggere né da scrivere.

Questo non è un argomento nuovo, né sconcertante nella sua unicità, né, ahinoi, inaspettato o in aspettabile.

Noi di betapress abbiamo già scritto, in precedenza, riguardo alla fantasia al potere, alla coerenza del ministro Valditara, alle incongruenze fatiche di cose dette e poi negate.

 

In questo articolo tratteremo l’argomento delle cariche dirigenziali del ministero dell’istruzione e prenderemo ad esempio il caso di Marco Ugo Filisetti.

Marco Ugo Filisetti è stato direttore generale del bilancio del MIUR dal 2005 al 2013: negli anni difficili della ricostruzione del bilancio delle scuole, quando mancavano i soldi per la carta igienica,  quando c’era la prima spending review, quando i fondi europei erano ancora solo a 4 regioni.

Però è andata bene: sotto di Lui i bilanci delle scuole hanno iniziato a migliorare, sono stati rilasciati importanti progetti come l’ordinativo informatico locale per il colloquio con le banche, gli inventari, io conto, il nuovo decreto di contabilità, la riscrittura dei controlli sui fondi europei.

Anche grazie a questi successi viene trasferito alla direzione sistemi informativi ed anche qui incomincia la sua attività di riordino della direzione.

Qui però che un rallentamento: incappa nel Cineca (leggi il nostro articolo QUI) e improvvisamente viene trasferito nelle Marche, dove resta per il resto della sua carriera.

Strano, è strano.

Di Filisetti è interessante dire che è un uomo notoriamente di Destra, sopravvissuto in decine di governi di Sinistra, è interessante perché è stato proprio il governo di destra che, come il buon Simon Pietro, lo ha rinnegato.

Ma come? 

Filisetti termina la propria carriera come direttore generale del MIUR a marzo 2023 andando in pensione; nei mesi precedenti, esiste un fitto scambio di messaggi tra Filisetti e lo stesso ed il ministro Valditara, che gli chiede in più occasioni di partecipare alle commissioni tecniche presenti al ministero e non solo lo chiede, ma lo invita come membro delle stesse.

Fin qui nulla di strano, ma poi cosa succede?

Succede che il giorno prima della fine della carriera ordinaria del dott. Filisetti, e quindi il giorno prima della sua scesa a Roma in qualità di componente delle commissioni, esce un articolo di giornale.

Lo potete leggere qui: 

Articolo

Un articolo di giornale in cui, come al solito, si estrapolano frasi da un discorso più ampio le si fanno passare per frasi fasciste e si infanga una persona, una storia senza nessun contraddittorio.

È domenica sera Filisetti, al suo ultimo giorno come dipendente del ministero, riceve una telefonata dal ministro, suo compagno di coalizione, che gli dice: “sai non posso più farti venire a Roma, con questo articolo che è uscito …”.

Filisetti controbatte dicendo che è ovvio che l’opposizione cerchi di attaccare qualsiasi scelta, al fine di indebolire un ministero e quindi un ministro, è ovvio che l’opposizione cerchi di infangare le persone che ritiene più preparate e “pericolose” per qualità e professionalità, ma che quanto scritto nell’articolo era frutto di pure macchinazioni, peraltro smentite dai fatti.

Valditara abbozza.

La mattina successiva il ministro emette questo comunicato stampa:

 

Dal Ministero dell’Istruzione e del Merito nessuna nomina al dottor Filisetti’

‘In merito alle notizie riportate da alcuni organi di stampa relative al dott. Marco Ugo Filisetti, si precisa che al Ministero dell’Istruzione e del Merito non risulta alcun provvedimento di una sua nomina né come membro di tavoli tecnici né tantomeno come consigliere del Ministro. Se vi è stata partecipazione a incontri è perché si tratta di un dirigente del Ministero, nominato peraltro Direttore Generale dell’Ufficio Scolastico Regionale delle Marche dal governo Renzi’.

Roma, 27 febbraio 2023

 

La prima domanda è: ma se non c’era nessuna nomina, perché telefonare a Filisetti per scusarsi?

Altra cosa, veramente di basso profilo, è l’aver detto che la nomina di Filisetti è stata fatta dal governo Renzi, Cui Prodest???

Inoltre vogliamo ricordare che il dott. Filisetti fu chiamato al Ministero dall’allora ministro Gelmini, suo compagno di coalizione, signor ministro.

Ma betapress è in possesso di altri elementi quali ad esempio la seguente mail, una fra le tante:

Si tratta di una delle tante convocazioni, sia in presenza che on line, ad uno dei tavoli tecnici creati dal ministro a cui viene convocato il dott. Filisetti.

Nota bene: è una mail del 10 febbraio 2023 in cui la segreteria tecnica del ministro convoca il dott. Filisetti a questo gruppo di lavoro, e vi possiamo dire che non è la prima, ma una delle tante convocazioni partite già da ottobre 2022, certamente è stata l’ultima (Betapress è in possesso di tutta la cronologia delle mail).

Fa pensare che il ministro dica che non vi è stata nomina al dottor Filisetti che, però, viene puntualmente convocato ai tavoli di lavoro e, no, non è per copia conoscenza ma convocato diretto come gli altri partecipanti del gruppo di lavoro.

Ciò avrebbe fatto pensare che la formalizzazione di un rapporto già in atto sarebbe arrivata a breve.

Ma non è così a quanto pare.

Siamo nelle terra in cui la parola non vale più e la carta scritta viene disconosciuta; siamo nel tempo in cui i contratti hanno cavilli e la paura di una maldicenza non fa difendere l’alleato.

La verità del ministro è che lui non ha nominato ufficialmente Filisetti, la contingenza dei fatti è che lo ha fatto partecipare a tutte le riunioni del gruppo di lavoro.

Il ministro però e cauto e prosegue usando l’espressione “se vi è stata partecipazione…”.

“Se”… quindi non era neppure a conoscenza che la sua segreteria lo convocava, e pure più volte? (non conoscenza  peraltro smentita dalle chat di WhatsApp tra il ministro ed il dottor Filisetti)

Non sapeva che al dott. Filisetti venivano inviati via email i documenti di lavoro ufficiali 

Ma poi alla fine, Filisetti partecipava alle riunioni?

Il ministro ci dice di non saperlo, ma i biglietti del treno del dott. Filisetti dicono di si, e che, comunque, continua il ministro, se così fosse stato, era perché era un dirigente del ministero.

Ma se così fosse, ovvero se Filisetti veniva invitato come dirigente del ministero, dove sono, nella mail, gli indirizzi delle altre centinaia di dirigenti del ministero e/o degli altri direttori generali degli USR?

Noi nelle email non li vediamo perché infatti questa è la convocazione dei componenti del gruppo di lavoro, dei veri componenti voluti dal ministro.

O forse era la segreteria tecnica che convocava chi voleva lei???

Peggio ancora, vuol dire che al ministero il ministro non comanda nemmeno sulla sua segreteria.

Ma ovviamente cari lettori, non è così, il ministro decide e poi decide di smentirsi, così, senza pudore. 

Poco sopra, parlando di articoli pubblicati da altri colleghi, abbiamo lamentato la mancanza di contraddittorio.

Non vorremmo essere rimproverati della stessa colpa (molto grave per un giornalista) e così teniamo a dire che, prima di pubblicare questo articolo, in data 11 dicembre 2023, come da immagine riportata, abbiamo chiesto un confronto con il ministro, poi risollecitato in data 31 marzo 2024.

Ad oggi non abbiamo ricevuto nemmeno una piccola risposta.

Non sta a noi giudicare un comportamento del genere, non siamo noi a dover giudicare il comportamento che porta a una non risposta.

Non supporremo alcuna forma di tracotanza o supponenza, né penseremo che, forse, ci sono poteri che si ritengono talmente forti da non dover spiegare a nessuno quello che fanno.
Non è comunque la politica che ci piace.

Però ci dispiace, a livello di redazione, che a fronte del nostro lavoro e del nostro impegno, sospettare (per mancanza fino ad ora di confronto) che il ministro pensi che per fermarci basti attaccare il nostro direttore.

No signor ministro, non basta attaccare il nostro direttore.
Betapress è un giornale libero anche da influenze politiche, lo è sempre stato e per quanto nella nostra redazione convivano convinzioni politiche assortite, noi siamo sempre riusciti a dialogare e a dare la parola a tutti quando abbiamo visto onestà intellettuale.

Forse è per questo, per l’etica che ci siamo imposti tra di noi, che siamo stupiti ed attoniti dal comportamento che un ministro della Repubblica tiene.

Di contro, come ci ha insegnato col suo comportamento inequivocabile e riportato in altri articoli, questo è il suo stile.
A noi piace pensare che non sia lo stile di tutto il governo.

In un momento come questo, così delicato per il mondo dell’editoria e del giornalismo, le sono forse arrivate indicazioni precise?
Le è stato detto di bloccare tutta la stampa o è una sua azione personale e ingenua?

Ritiene che non rispondere ad un giornalista sia un comportamento giusto, o il suo ufficio stampa la mette in contatto solo con una rosa di giornalisti comodi e selezionati?

Ministro, ricordi ogni tanto al suo staff che il ruolo che ricopre non le permette di fare quello che vuole e la obbliga, anzi, a fare quello che deve.

E sì, tra quello che è chiamato a dare c’è anche rispondere alla stampa, essere corretto con i suoi elettori ma, soprattutto, con chi non l’ha votata, perché è quello ci si aspetta da un ministro: che serva tutto il paese.

Certamente lei è sopra le parti, si può permettere di non rispondere di fare comunicati stampa fasulli, di trattar male i servitori veri dello stato, di presiedere un ministero che ha voluto chiamare del merito e poi allontanare tutti quelli che i meriti ce li hanno davvero, ad esempio Filisetti e Versari.

Ma cogliamo l’occasione per denunciare, all’interno di questo articolo, l’incredibile pressione che il nostro Direttore sta subendo proprio in conseguenza di queste nostre indagini investigative.

Nonostante tutto il nostro Direttore ha dato il benestare a questa serie di articoli, ben sapendo che sarebbe stato sottoposto ad un fuoco di fila, mettendo a rischio il suo attuale incarico, seppur a tempo determinato, presso il ministero dell’istruzione.

Mi fa piacere riportarle le parole del nostro direttore davanti al nostro dubbio di approfondimento in merito a questi fatti: “se una persona non sa di vedere il mondo attraverso delle fette di salame il nostro compito e cercare di toglierle!

Il giornalismo non è un lavoro, ma un’idea, una passione, una certezza, ovvero quella di raccontare i fatti.

Non fatevi illudere dalla mondanità o dal successo, spesso è effimero, fatevi sedurre dal 2+2=4, questo non vi deluderà mai”.

 

In ogni caso cari Italiani, le fette di salame firmate dai nostri politici, toglietele dagli occhi, vedrete un mondo diverso.

 

Questo non sarà l’ultimo articolo su questo argomento.

Stiamo scrivendo e siamo pronti a mostrare come, alcuni politici, possono alterare le norme con piccole frasi per fare o non fare i loro interessi.

 

Betapress sotto ATTACCO!!! Acqua in redazione.

 

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