Racconti di redazione.
Un editoriale in forma di racconto, con Corrado Faletti ed Ettore Lembo. La scena, i dialoghi e gli altri personaggi della redazione sono veri ma con i nomi inventati. Una sedia vuota nella redazione di Betapress aspetta i cittadini. Corrado Faletti ed Ettore Lembo e tutta la redazione si interrogano sulle responsabilità del giornalismo e propongono un patto ai lettori per trasformare l’indignazione da salotto in partecipazione, chiedere conto al potere e impedire che un favore di oggi compri il silenzio di domani.
Cari lettori, vi vogliamo raccontare un fatto di mesi or sono accaduto in redazione, il dialogo editoriale tra Corrado Faletti, Ettore Lembo e la redazione, sul giornalismo che deve scegliere da che parte stare e sui cittadini che non possono continuare a scegliere soltanto dove sedersi.
Eravamo a fine giornata, quando gli schermi restano accesi e le parole cominciano a pesare più della stanchezza. Un articolo è pronto. Racconta un problema, individua responsabilità, pone domande alle quali qualcuno preferirebbe non rispondere.
Alle nove e quaranta di sera la redazione aveva cambiato rumore.
Durante il giorno erano stati telefoni, conversazioni sovrapposte, sedie trascinate da una scrivania all’altra. Adesso si sentivano la ventola di un computer, la pioggia contro il davanzale e una stampante che continuava a lavorare in fondo alla stanza, ignorando con ostinazione l’orario.
Corrado Faletti era in piedi davanti alla propria scrivania. Si era tolto gli occhiali e teneva tra le mani tre fogli, sui quali aveva lasciato più segni a matita che righe intatte. Alle sue spalle, una libreria ospitava libri, fascicoli e alcuni oggetti che sembravano essere stati posati provvisoriamente molti anni prima.
Ettore Lembo sedeva di traverso su una sedia, con la giacca appoggiata allo schienale di quella accanto. Guardava lo schermo, scorreva i commenti sotto un articolo, tornava indietro.
Dal tavolo centrale Lucia, impegnata nella revisione degli ultimi testi, alzò gli occhi.
«Se avete intenzione di cambiare ancora il titolo, ditemelo prima che lo sistemi per la quarta volta.»
Faletti non rispose subito. Appoggiò i fogli, li riallineò contro il bordo della scrivania e guardò Lembo.
«Sai qual è la cosa che comincia a preoccuparmi, Ettore? Che potremmo scrivere un articolo perfetto e non cambiare assolutamente nulla.»
Lembo smise di scorrere.
«Perfetto quanto?»
«Documentato. Comprensibile. Capace di individuare le responsabilità senza inventarsele. Un articolo che spieghi perché una famiglia non arriva alla fine del mese, perché una persona aspetta una risposta che le spetta, perché una promessa scompare dopo le elezioni.»
«Ho capito. E sotto cento persone scrivono “vergogna”.»
«Duecento, se abbiamo lavorato bene.»
Lucia si sfilò una cuffia.
«Se mettiamo una fotografia abbastanza drammatica arriviamo a trecento.»
Lo disse senza sorridere. Poi tornò sul testo, cancellò una parola e rimase con le dita ferme sulla tastiera.
Lembo ruotò il monitor verso Faletti.
«Guarda qui. “Avete perfettamente ragione”. “Finalmente qualcuno che lo dice”. “Devono andare tutti a casa”. Dopo di che ciascuno torna al proprio posto. Compresi quelli che dovrebbero andare a casa.»
Faletti si avvicinò, si chinò per leggere e posò una mano sullo schienale della sedia.
«E il lettore ha la sensazione di avere fatto qualcosa.»
«Certamente. Ha pronunciato la sentenza. Il problema è che la pena la continua a scontare lui.»
La porta si aprì con un colpo di spalla.
Paolo, il fotografo, entrò reggendo la borsa e un ombrello che aveva deciso di chiudersi soltanto a metà. Lo sistemò in un cestino vuoto, guardò l’acqua che cominciava a raccogliersi sul fondo e disse che, almeno per quella sera, avevano trovato un impiego concreto a un recipiente destinato alle idee bocciate.
Dietro di lui arrivò Marta, una giovane cronista, con il telefono in mano e il cappotto ancora abbottonato.
«La persona con cui ho parlato oggi ha richiamato. Vuole raccontare quello che le è successo, ma chiede di non essere riconoscibile.»
Faletti lasciò lo schienale.
«Ha spiegato perché?»
«Teme conseguenze sul lavoro.»
«Allora prima di pensare al titolo dobbiamo capire quali elementi possiamo verificare e come proteggerla.»
Marta annuì, ma non si mosse.
«Posso dire una cosa? Vi ho sentiti dal corridoio. Sui cittadini che commentano e poi non fanno niente.»
Lembo chiuse la pagina e le indicò la sedia sulla quale aveva lasciato la giacca. La prese, la piegò alla meglio e se la mise sulle ginocchia.
«Siediti.»
«Questa persona non è comoda sul divano. È spaventata. Ci sono persone che sembrano passive perché hanno paura di perdere l’unica cosa che ancora le tiene in piedi.»
Nella stanza si sentì la stampante espellere l’ultimo foglio.
Faletti tirò fuori una sedia da sotto il tavolo centrale e si sedette.
«Hai ragione. Se non facciamo questa distinzione, scriviamo un editoriale ingiusto.»
Lucia abbandonò la tastiera.
«E anche comodo. Noi chiediamo coraggio, gli altri ne pagano il prezzo.»
Paolo si tolse la tracolla della borsa e la posò a terra con attenzione.
«Allora forse la domanda è come farli sentire meno soli.»
Faletti guardò i fogli che aveva lasciato sulla scrivania, troppo lontani per poterli riprendere senza alzarsi.
«Sì. Ma prima dobbiamo chiederci quale parte abbiamo noi nella loro solitudine.»
Lembo distese la giacca sulle ginocchia, cercò qualcosa in una tasca e ne tirò fuori una penna.
«Il giornalismo può diventare una macchina che raccoglie sofferenza, la trasforma in attenzione e poi passa al caso successivo. Arriviamo quando una persona è disperata, le chiediamo di raccontarsi, pubblichiamo. Il giorno dopo abbiamo un’altra storia. Lei ha ancora la stessa vita.»
Marta posò il telefono a faccia in giù.
«E magari le abbiamo detto “vedrà che parlarne servirà”.»
«Una frase che dovremmo usare con molta cautela», osservò Faletti. «Perché il desiderio di rassicurare può diventare una promessa che non siamo in grado di mantenere.»
Lucia prese una stampa dal mucchio accanto a sé.
«Qui scriviamo che bisogna dare voce ai cittadini. Ma dopo avergliela data, li ascoltiamo ancora?»
Il direttore allungò la mano verso il foglio. Lucia glielo passò insieme a una matita.
Faletti sottolineò una frase, poi tracciò un segno sul margine.
«Questa domanda deve restare.»
Lembo si sporse sul tavolo.
«Deve restare anche l’altra. Quanta indignazione produciamo perché aiuta a capire e quanta perché sappiamo che funziona? Un titolo furioso attira. Un approfondimento sui meccanismi di una decisione richiede tempo, pazienza, lavoro. Se scegliamo sempre il primo, abituiamo il lettore a cercare una scarica di rabbia. Poi ci lamentiamo perché si ferma allo sfogo.»
«Gli vendiamo un abbonamento all’impotenza», disse Faletti.
Paolo, che stava asciugando la macchina fotografica con un panno, alzò la testa.
«E ogni mattina arriva una nuova puntata.»
Faletti si rimise gli occhiali. La matita era corta e la girò due volte tra le dita prima di parlare.
«Fare giornalismo comporta una responsabilità politica. Scegliamo quali questioni portare all’attenzione, quali domande ripetere, quali persone ascoltare. Queste scelte incidono sulla vita pubblica. Anche abbandonare una vicenda ha conseguenze. Qualcuno può contare proprio sul fatto che ci stancheremo.»
«Oppure sul fatto che il responsabile sia diventato amico nostro», aggiunse Lucia.
Lembo batté una volta la penna sul tavolo.
«Questa scrivila.»
«La scrivo se vale per tutti», rispose lei.
«Soprattutto per noi», disse Faletti.
Marta guardò prima l’uno e poi l’altro.
«E quando il responsabile piace ai lettori?»
Lembo si appoggiò allo schienale.
«È lì che il lavoro diventa interessante. Essere coraggiosi contro gli avversari del proprio pubblico è piuttosto facile. La prova arriva quando devi raccontare che ha sbagliato quello che i tuoi lettori hanno votato. O che una persona da loro detestata, su una questione precisa, ha ragione.»
«E arrivano le accuse di essersi venduti», disse Paolo.
«Arrivano», rispose Faletti. «Per questo dobbiamo poter mostrare come abbiamo lavorato. Le fonti, le verifiche, le domande rivolte agli interessati. E correggere gli errori in modo visibile. La nostra credibilità non può dipendere dall’essere infallibili.»
Lucia girò verso di loro lo schermo del portatile.
«Allora nell’articolo la richiesta ai lettori deve contenere anche questo. Se chiediamo fiducia, dobbiamo spiegare a quali condizioni possono accordarcela.»
Paolo si alzò per andare alla piccola macchina del caffè, sistemata sopra un mobile che portava i segni di molti tentativi precedenti.
«Chi lo vuole?»
Tre mani si sollevarono.
Lembo guardò l’orologio.
«Il mio fallo abbastanza forte da sopravvivere alla conclusione.»
Mentre il caffè scendeva, Faletti riprese i fogli dalla scrivania e li portò al tavolo. Si erano spostati tutti, quasi senza accorgersene. Il centro della stanza, prima occupato da bozze e caricabatterie, era diventato il luogo della discussione.
«Dobbiamo chiedere ai cittadini di stare dalla nostra parte», disse. «E dobbiamo dirlo chiaramente. Se vogliono un giornalismo che faccia domande scomode, devono contribuire a dargli forza.»
Marta arricciò il bordo di un foglio tra le dita.
«Detta così, qualcuno potrebbe sentirsi chiedere un’altra appartenenza.»
«Allora spieghiamolo meglio. Chi ci legge deve conservare il proprio giudizio. Può sostenerci e contestarci. Può aiutarci a verificare una notizia e non condividere una nostra opinione. Quello che proponiamo deve reggere anche al dissenso.»
Lembo si piegò in avanti.
«Ma sostenerci deve voler dire qualcosa. Leggere un’inchiesta anche quando è lunga. Farla circolare spiegando perché conta. Mettere a disposizione una competenza. Segnalare un documento. Difendere il diritto di porre una domanda anche quando la risposta potrebbe dare fastidio.»
Paolo distribuì i bicchierini. Ne appoggiò uno sopra una bozza e Lucia lo spostò immediatamente.
«Le fonti le conserviamo senza macchie», disse.
Poi guardò Faletti.
«Una voce pubblica può spegnersi anche circondata da persone che le vogliono bene. Tutti dicono che serve. Nessuno trova cinque minuti per aiutarla a servire davvero.»
Lembo prese il caffè, lo assaggiò e decise di lasciarlo raffreddare.
«Poi c’è il problema del contentino. Il cittadino che capisce tutto, condivide tutto, ma a un certo punto ti dice “però quello con me è stato gentile”.»
Paolo appoggiò il fianco al mobile.
«Una telefonata. Una pratica sbloccata. Un appuntamento trovato.»
«E la gentilezza privata cancella il giudizio sulle responsabilità pubbliche», proseguì Lembo. «Magari una persona sostiene decisioni che ti danneggiano per anni, ma tu continui a difenderla perché una volta ti ha fatto passare davanti a una porta.»
Marta scosse la testa.
«Dobbiamo stare attenti anche qui. Chi riceve un aiuto economico necessario non sta necessariamente vendendo il proprio consenso.»
«Certo», rispose Faletti. «Un sostegno dovuto, un servizio ricevuto, una misura utile vanno valutati seriamente. La trappola scatta quando un diritto viene presentato come una concessione personale e la concessione pretende riconoscenza politica. Ti fanno sentire debitore per averti restituito qualcosa che ti spettava.»
Lucia si alzò e raggiunse una lavagna sulla parete. Cancellò con il palmo una vecchia annotazione che aveva resistito al cancellino, poi cercò un pennarello.
«Questa immagine mi sembra più chiara», disse. «Ti tengono chiuso il portone e poi vogliono essere ringraziati perché ti aprono uno spiraglio.»
Faletti annuì.
«E tu finisci per difendere chi controlla l’accesso, invece di domandare perché gli altri siano rimasti fuori.»
Lembo raccolse il bicchierino.
«Il capolavoro arriva quando vieni tu stesso a spiegarci che quel portone deve restare chiuso. Altrimenti il tuo favore perderebbe valore.»
Nessuno parlò per qualche secondo.
Marta smise di piegare il foglio.
«Per spezzare questa cosa, però, una persona deve sentire che può ottenere ascolto anche senza il favore. Altrimenti le chiediamo di rinunciare a una protezione concreta in cambio di un principio.»
Faletti spostò le bozze e liberò uno spazio davanti a sé.
«Bene. Adesso siamo arrivati alla parte che l’articolo deve saper raccontare.»
Lucia stappò il pennarello con un piccolo scatto.
«Qual è la proposta?»
«Scegliere un problema concreto», rispose Faletti. «Uno sul quale i lettori possano portare elementi verificabili. Raccogliere le testimonianze, ricostruire i fatti, capire chi ha competenza per intervenire.»
Lucia scrisse poche parole sulla lavagna.
Lembo si alzò e le si avvicinò.
«E formulare domande alle quali sia possibile rispondere. “Fate qualcosa” consente a tutti di dichiararsi disponibili. “Quale decisione avete preso, con quali risorse e con quali tempi?” richiede un lavoro diverso.»
«Poi?» chiese Marta.
«Poi torniamo a chiedere conto», disse Faletti. «Pubblichiamo le risposte. Se mancano, lo segnaliamo. Se viene assunto un impegno, ne seguiamo gli sviluppi. Se arriva un risultato, lo riconosciamo.»
Paolo indicò la lavagna con il bicchierino vuoto.
«Scrivete anche chi torna sul posto.»
Lucia si voltò.
«In che senso?»
«Nel senso che una promessa mantenuta o disattesa bisogna andarla a vedere, quando è possibile. Una foto dell’inaugurazione ce la mandano volentieri. Tre mesi dopo può essere utile fare un altro giro.»
Lembo prese il pennarello che Lucia gli porgeva e aggiunse un’annotazione.
Marta si era alzata anche lei.
«E i cittadini?»
«Partecipano secondo quello che possono fare», rispose Faletti. «Chi possiede documenti li segnala. Chi ha una competenza ci aiuta a comprenderli. Chi segue una seduta pubblica riferisce ciò che è stato discusso e ci indica dove verificarlo. Chi ha poco tempo può leggere, diffondere il lavoro, collegarci con altre persone coinvolte.»
Lucia tornò alla sedia, ma invece di sedersi spostò il portatile al centro del tavolo.
«Possiamo immaginare uno spazio del giornale che permetta di seguire queste vicende nel tempo. Il problema, le domande, le risposte ricevute, il prossimo aggiornamento. Prima di annunciarlo dobbiamo capire quanto lavoro siamo in grado di garantire.»
Faletti tirò verso di sé il taccuino.
«Questo è già un impegno più serio di promettere che cambieremo il Paese entro venerdì.»
Il telefono di Marta vibrò sul tavolo. Lei lesse il messaggio, scrisse una breve risposta e lo ripose.
«La persona di prima chiede se può mandarci alcuni documenti.»
«Sì», disse Faletti. «Poi li esaminiamo e valutiamo insieme a lei quali dettagli potrebbero renderla riconoscibile. Deve sapere come intendiamo lavorare.»
Marta annuì e si spostò verso la propria postazione.
Lembo la seguì con lo sguardo.
«Ecco il punto. Una redazione non sostituisce un tribunale, un’amministrazione o un’associazione. Però può aiutare una persona a non restare isolata dentro un problema. Può collegare casi simili. Può rendere pubblica una domanda che, fatta individualmente, veniva ignorata.»
Paolo riprese la macchina fotografica e controllò lo sportello della batteria.
«Purché domani qualcuno risponda ancora al telefono.»
Faletti scrisse qualcosa sul taccuino.
«Questa è la nostra parte del patto.»
Lucia tornò al computer e riaprì la bozza.
«E quella del lettore è accettare che partecipare richieda anche pazienza. Che un documento possa smentire quello che pensava. Che il risultato non arrivi subito. Che una risposta sgradita possa essere fondata.»
Lembo si fermò accanto alla sua sedia.
«La tastiera può fare un lavoro prezioso. Il problema comincia quando serve soltanto a dichiarare la propria superiorità morale. Si insulta uno sconosciuto, si chiude l’applicazione e ci si sente cittadini esemplari.»
«O quando ci si abitua a considerare traditore chiunque provi a proporre un passo possibile», aggiunse Faletti. «Perché il passo è piccolo, perché non risolve tutto, perché è meno gratificante della condanna universale.»
Lucia rilesse una frase sullo schermo.
«Quindi dobbiamo chiedere ai lettori che cosa sono disposti a fare dopo averci dato ragione.»
«E consentire loro di chiederlo a noi», rispose il direttore.
La pioggia aveva rallentato. Paolo andò alla finestra e la aprì di pochi centimetri. Entrarono aria fresca e il rumore di un’automobile sull’asfalto bagnato.
Dal cortile arrivava una luce obliqua che si fermava sul pavimento, poco prima del tavolo.
Faletti si alzò per chiudere un cassetto rimasto aperto. Sul fondo c’erano vecchi taccuini. Ne spostò uno, cercando il cappuccio della matita, poi lasciò perdere, continuò:
«La cosa da dire ai cittadini è questa. Chi vi concede un piccolo vantaggio non ha acquistato il diritto di sottrarsi alle vostre domande. Potete riconoscere un gesto utile e continuare a giudicare tutto il resto. La gratitudine non comporta la rinuncia alla libertà.»
Lembo raccolse finalmente la giacca.
«E chi vi chiede di sostenere un giornale deve essere disposto allo stesso esame. Stare dalla nostra parte significa aiutarci a rendere le responsabilità visibili, comprese le nostre.»
Marta, dalla scrivania, intervenne senza voltarsi.
«Questa la terrei nella conclusione.»
Lucia annuì e cominciò a scrivere.
«Allora il patto è reciproco», disse Faletti. «Noi ci assumiamo il lavoro della verifica, delle domande e della continuità. I lettori ci aiutano a portare fatti, attenzione e partecipazione. Insieme proviamo a sottrarre spazio al favore che rende dipendenti e al silenzio che lascia tutto com’è.»
Paolo chiuse la finestra.
«E se qualcuno risponde che tanto non cambia niente?»
Lembo infilò un braccio nella giacca, poi si fermò.
«Gli chiediamo quale cambiamento si aspetta dal continuare esattamente come prima.»
Lucia rilesse ad alta voce alcuni passaggi. Si fermò su un aggettivo, lo cancellò. Marta suggerì una frase più precisa. Paolo si avvicinò per guardare lo schermo e Faletti gli spostò una sedia con il piede.
Per alcuni minuti lavorarono così, interrompendosi, correggendosi, cercando una formulazione che reggesse alle obiezioni appena emerse nella stanza.
Poi comparve una notifica.
Sotto un articolo qualcuno aveva scritto.
“Avete perfettamente ragione.”
Lembo la indicò.
«Eccolo. È arrivato puntuale.»
Questa volta risero.
Faletti prese la sedia rimasta accanto alla propria scrivania e la portò al tavolo centrale.
«Sapete che cosa potrebbe scrivere un potere soddisfatto di cittadini eternamente indignati?»
Paolo sollevò la macchina fotografica, inquadrò per un istante le sedie raccolte intorno al tavolo e la riabbassò.
«“Grazie per la collaborazione”?»
«Quasi», rispose Faletti. «“La vostra indignazione è molto importante per noi. Vi preghiamo di rimanere comodamente seduti”.»
Lucia batté la frase sulla tastiera, poi si fermò.
«E noi come chiudiamo?»
Lembo guardò il posto che il direttore aveva appena liberato accanto alla scrivania.
«Potremmo cominciare da qui.»
Prese un’altra sedia dalla parete e la sistemò al tavolo. Per farcela stare dovette spostare una pila di giornali.
Marta alzò gli occhi.
«Aspettiamo qualcuno?»
Faletti guardò lo spazio che avevano fatto.
«I lettori.»
Poi si rivolse a Lucia.
«Scrivi così. Se pensate che questo lavoro serva, venite a farne parte. Portate quello che sapete, quello che avete visto, le domande rimaste senza risposta. Aiutateci a verificare e a insistere. Sosteneteci quando lavoriamo bene, chiedeteci conto quando sbagliamo.»
Lembo appoggiò una mano sulla sedia vuota, Faletti continuò:
«E soprattutto non lasciate che un favore di oggi compri il vostro silenzio di domani.»
Lucia arrivò al punto. Rilesse la conclusione, quindi tolse le mani dalla tastiera.
La sedia rimase lì.
Quella sera avevano trovato un titolo. Ma, finalmente, avevano cominciato anche a fare posto.
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