La banda bassotti che ci ruba nelle tasche!
Cari Lettori se vi accingete a leggere questo articolo vi preghiamo di leggerlo fino in fondo, abbandonarlo alle prime righe potrebbe essere un errore.
Nei primi sette mesi del 2026 il gettito IVA ha superato i 100 miliardi di euro.
I rincari possono favorire le entrate pubbliche nell’immediato, mentre impoveriscono chi acquista.
Alla pompa di benzina questa contraddizione diventa particolarmente evidente.
Quando aumenta il prezzo di ciò che compriamo, c’è una presenza silenziosa accanto alla cassa. È il fisco.
Il cittadino deve decidere a cosa rinunciare, il commerciante deve difendere i propri margini, una famiglia deve rifare i conti.
Lo Stato, sui beni soggetti a IVA, applica la propria percentuale a un prezzo diventato più alto.
A parità di quantità acquistate e di aliquota, incassa di più.
È da questo meccanismo che dovrebbe partire una discussione seria sul carovita. Perché le istituzioni chiamate a proteggere il potere d’acquisto ricevono anche una parte dell’aumento dei prezzi.
Il problema politico nasce quando la necessità di finanziare il bilancio prevale sulla necessità di difendere chi quel bilancio lo finanzia.
Le stime preliminari dell’Istat per agosto 2026 indicano un’inflazione annua del 3,3%, rispetto al 2,9% di luglio. I prezzi energetici crescono del 17% su base annua. Il cosiddetto carrello della spesa registra invece un aumento dell’1%. Sono andamenti differenti, che vanno distinti.
Ma un rincaro più moderato non restituisce automaticamente il potere d’acquisto perduto negli anni precedenti. Prezzi che crescono più lentamente restano prezzi che crescono.
Quanto vale, dunque, l’IVA per lo Stato? Il bollettino relativo a gennaio-luglio 2026 riporta 100,267 miliardi di euro di entrate IVA, con un incremento di 3,649 miliardi, pari al 3,8%, rispetto allo stesso periodo del 2025. Parliamo di sette mesi e di dati di competenza giuridica, non del totale annuale.
Quei 3,649 miliardi aggiuntivi non possono essere attribuiti interamente all’inflazione. Sul gettito incidono anche quantità vendute, composizione degli acquisti, importazioni, adempimento fiscale e tempi dei versamenti. Il totale dell’IVA non è il guadagno prodotto dai rincari.
Confondere queste grandezze offrirebbe un facile alibi a chi volesse liquidare tutta la questione. Il meccanismo fiscale, però, resta chiarissimo.
Consideriamo un bene soggetto all’aliquota ordinaria del 22%. Se il prezzo prima dell’imposta passa da 100 a 110 euro, l’IVA passa da 22 a 24,20 euro. Il consumatore spende 12,20 euro in più per acquistare la stessa cosa. Di questo aumento, 2,20 euro costituiscono maggiore IVA.
Non ha ricevuto un prodotto migliore, non ha comprato una quantità maggiore, non è diventato più ricco. Eppure paga più imposta.
L’aliquota può restare immobile mentre il prelievo in euro aumenta. È questa la ragione per cui proclamare che le tasse non sono state aumentate non basta a descrivere quello che accade nelle tasche dei cittadini.
Qui si comprende anche perché ridurre il carovita possa incontrare una resistenza di bilancio.
Se i prezzi scendono, a parità delle altre condizioni diminuisce l’IVA per unità venduta. Se il governo interviene abbassando le imposte, rinuncia direttamente a una parte delle entrate previste. Deve quindi trovare altre risorse, rivedere la spesa oppure accettare, nei limiti consentiti, un maggiore disavanzo.
Lasciare invariato il prelievo è contabilmente più semplice.
Da questa struttura deriva un possibile incentivo politico a conservare il maggior gettito. È un’inferenza economica, non la prova che un governo provochi deliberatamente l’inflazione.
La formulazione corretta è che può esistere un interesse di cassa a non restituire tutti i benefici fiscali dei rincari. La tutela del Paese richiede invece una valutazione molto più ampia.
La benzina rende visibile questa contraddizione. Il prezzo alla pompa comprende la componente industriale e commerciale, l’accisa e l’IVA. L’accisa è un importo per litro. Non aumenta automaticamente quando cresce il petrolio.
L’IVA, invece, viene applicata in percentuale anche sull’accisa, secondo la struttura della base imponibile prevista dalla normativa europea. Il risultato è che il consumatore paga IVA anche sulla componente fiscale del carburante.
Per misurare l’effetto, consideriamo tre prezzi ipotetici della benzina, mantenendo l’accisa ordinaria di riferimento del 2026 a 0,6729 euro per litro e l’IVA al 22%. I prezzi della tabella sono esempi di calcolo, non rilevazioni odierne.
| Voce | Benzina a 1,80 €/litro | Benzina a 2,00 €/litro | Benzina a 2,20 €/litro |
|---|---|---|---|
| Accisa per litro | 0,6729 € | 0,6729 € | 0,6729 € |
| IVA compresa nel prezzo per litro | 0,3246 € | 0,3607 € | 0,3967 € |
| Totale imposte per litro | 0,9975 € | 1,0336 € | 1,0696 € |
| Costo di un pieno da 50 litri | 90,00 € | 100,00 € | 110,00 € |
| Imposte comprese nel pieno | 49,87 € | 51,68 € | 53,48 € |
Elaborazione aritmetica. L’IVA inclusa nel prezzo finale si ricava moltiplicando il prezzo per 22/122. Gli importi sono arrotondati.
Passando da 1,80 a 2,20 euro al litro, il pieno costa 20 euro in più. La quota fiscale aumenta di circa 3,61 euro, interamente per effetto dell’IVA.
Nell’esempio centrale, su 100 euro pagati per fare benzina, circa 51,68 euro sono imposte.
Questo è il prelievo incorporato nell’acquisto del consumatore finale, non una stima del saldo fiscale netto dell’intero settore.
È quindi sbagliato attribuire ogni aumento alle accise. È altrettanto incompleto raccontare i rincari come se il fisco ne fosse un osservatore esterno. L’accisa mantiene una componente rigida nel prezzo.
L’IVA amplifica in valore assoluto ogni aumento della componente industriale.
E quando si riduce l’accisa di dieci centesimi al litro, il beneficio teorico diventa di 12,2 centesimi, includendo l’IVA, purché la riduzione venga trasferita integralmente al consumatore.
Anche il rapporto fra petrolio e prezzo alla pompa va spiegato seriamente.
Il greggio è soltanto una componente del costo finale. Contano il cambio euro-dollaro, le quotazioni dei prodotti raffinati, la lavorazione, la logistica e i margini della filiera.
Una diminuzione percentuale del barile non può tradursi automaticamente nella stessa diminuzione percentuale della benzina, sulla quale pesa anche un’accisa fissa.
Questo giustifica l’analisi delle differenze. Non giustifica l’assenza di controlli su concorrenza, margini e tempestività degli adeguamenti.
Il carburante, inoltre, entra nel costo di trasportare merci, consegnare prodotti e raggiungere il lavoro.
Quando queste spese vengono trasferite sui prezzi finali, la pressione si estende agli acquisti quotidiani.
L’IVA sugli acquisti delle imprese è normalmente detraibile, secondo le regole applicabili, e non va sommata come una nuova imposta definitiva a ogni passaggio.
Ma se aumenta il prezzo imponibile del bene acquistato dalla famiglia, cresce anche l’IVA finale.
Per chi usa il carburante per lavorare, il rincaro può comprimere direttamente il reddito.
Autotrasporto, agricoltura e pesca hanno regimi fiscali e agevolazioni differenti, che impediscono di applicare indistintamente a tutti il conto della benzina privata.
Rimane però una domanda politica concreta.
Quanto può reggere un’attività quando il costo necessario a produrre o a spostarsi cresce più rapidamente del compenso che riesce a ottenere?
C’è poi un altro lato del carovita che merita una critica altrettanto severa.
Quando l’energia rincara, una parte della maggiore spesa dei consumatori può tradursi in maggiori ricavi e, per alcuni operatori, in un forte aumento dei profitti.
La stessa crisi che restringe il bilancio di una famiglia può migliorare quello di chi vende l’energia di cui quella famiglia non può fare a meno.
Questa divergenza dovrebbe essere al centro della responsabilità politica.
Ricavi e utili, naturalmente, vanno distinti. Un fatturato più alto può riflettere anche maggiori costi di approvvigionamento.
La questione più rilevante è quanto resta alle imprese dopo quei costi, da quali attività proviene e quanto dipende da investimenti, efficienza o condizioni eccezionali del mercato.
I dati offrono esempi concreti. Nel primo semestre 2026 il business Enilive riporta ricavi per 11,674 miliardi di euro, in aumento del 22%, e un utile operativo proforma adjusted, cioè rettificato secondo i criteri del gruppo, di 433 milioni, in crescita del 93%.
Eni attribuisce il miglioramento soprattutto alla bioraffinazione e a uno scenario di mercato più favorevole (da ridere solo a sentirla).
Nel secondo trimestre l’utile netto adjusted di competenza degli azionisti dell’intero gruppo raggiunge 2,333 miliardi, con un aumento del 106%.
Sono risultati di attività anche internazionali, che non possono essere attribuiti integralmente ai rincari pagati dai consumatori italiani.
Non tutte le compagnie presentano lo stesso andamento.
Enel registra nel semestre ricavi in aumento appena dello 0,3% e segnala una contrazione dei margini commerciali in Italia, anche per la diminuzione dei prezzi medi applicati ai clienti. Il suo bilancio contabilizza inoltre 68 milioni di effetti fiscali negativi collegati al Decreto Bollette italiano.
Questi elementi impediscono di sostenere sia un’esplosione generalizzata dei ricavi sia un’assoluta assenza di interventi pubblici.
Resta però una questione distributiva enorme. Quando il prezzo di vendita cresce più del costo necessario a produrre o procurarsi l’energia, si può formare un margine aggiuntivo legato alla scarsità e alla congiuntura.
Il consumatore ha spesso possibilità limitate di ridurre rapidamente i propri bisogni. Può cambiare fornitore, dove trova un’offerta conveniente, ma non può rinunciare indefinitamente a riscaldarsi, illuminare casa o raggiungere il lavoro.
Un bisogno essenziale rende particolarmente pesante lo squilibrio fra chi può beneficiare del rincaro e chi deve subirlo.
Il profitto remunera anche investimenti e rischi reali. Proprio per questo bisogna verificare quale parte dei maggiori risultati finanzi nuove capacità produttive, sicurezza degli approvvigionamenti e servizi migliori, e quale venga destinata alla remunerazione del capitale.
Nel luglio 2026 Eni ha portato la previsione del proprio programma annuale di riacquisto di azioni a 3,4 miliardi di euro, dai precedenti 2,8 miliardi, collegando l’aumento al miglioramento dei risultati.
È una scelta societaria legittima, che rende concreta la domanda politica sulla distribuzione dei benefici dello scenario energetico.
Per lo Stato italiano la responsabilità è ancora maggiore, perché alla funzione di legislatore e percettore delle imposte si aggiunge quella di azionista.
Il Ministero dell’Economia partecipa a Enel e a Eni.
In quest’ultima il controllo di fatto viene esercitato attraverso la partecipazione diretta e quella detenuta tramite Cassa Depositi e Prestiti.
La sfera pubblica può quindi beneficiare anche dei dividendi distribuiti dalle società partecipate.
Questa sovrapposizione di interessi esige trasparenza e responsabilità.
Chi governa deve dimostrare che l’interesse alle entrate fiscali e ai rendimenti delle partecipazioni non prevalga sulla tutela degli utenti.
Considero politicamente grave tollerare che eventuali rendite eccezionali prodotte da una crisi restino concentrate nelle imprese, mentre il costo sociale viene lasciato prevalentemente alle famiglie e alle attività produttive.
È un giudizio sulla distribuzione dei sacrifici. L’esistenza di illeciti o di abusi richiede invece accertamenti specifici, che un aumento degli utili, da solo, non sostituisce.
La risposta pubblica dovrebbe misurare i margini lungo la filiera, contrastare gli abusi accertati, valutare contributi proporzionati sulle rendite straordinarie effettivamente identificate e verificare che gli aiuti si traducano in sollievo per chi paga.
Se un sussidio sostiene la capacità del cliente di saldare la bolletta lasciando intatto un eventuale margine eccessivo, una parte dell’intervento pubblico finisce per sostenere anche quel margine. Per questo tutela del consumatore e controllo del mercato devono procedere insieme.
Non basta chiedere alle famiglie di essere resilienti mentre agli azionisti si promette una remunerazione crescente. Lo Stato deve spiegare quali sacrifici pretende da ciascuno e quali privilegi di fatto è disposto a correggere.
Esistono strumenti per restituire una parte del maggior gettito, e sarebbe scorretto tacerli.
Il decreto del 4 settembre 2026 ha destinato 60,4 milioni di euro di maggiori entrate IVA alla copertura della riduzione dell’accisa sul gasolio allora prevista per il periodo dal 6 al 10 settembre. È un caso documentato in cui le maggiori entrate vengono utilizzate per attenuare il rincaro.
Proprio questa possibilità rende necessaria la trasparenza.
Quanto gettito aggiuntivo è effettivamente riconducibile ai rincari?
Quanto è stato restituito?
A quali consumatori?
Con quali effetti sui prezzi?
Quei 60,4 milioni riguardano una specifica misura e un diverso periodo contabile. Non possono essere confrontati meccanicamente con l’intero incremento IVA dei primi sette mesi per ricavare una presunta percentuale di restituzione.
Naturalmente anche lo Stato subisce l’inflazione.
Aumentano i costi delle forniture, possono crescere le prestazioni indicizzate e, secondo le condizioni finanziarie e la struttura del debito, gli oneri per interessi.
Le famiglie riducono gli acquisti, le imprese possono perdere vendite e altri gettiti possono diminuire. Se una persona continua a spendere complessivamente la stessa somma su beni con la stessa aliquota, comprando però meno quantità, l’IVA totale incorporata in quella spesa non aumenta.
Più IVA su un singolo acquisto non significa automaticamente più risorse nette per l’intero bilancio pubblico.
Queste precisazioni rendono più esigente la critica.
Un governo responsabile deve impedire che la comodità delle entrate immediate prevalga sui danni economici e sociali che maturano nel tempo.
Dovrebbe rendere verificabile il maggior gettito legato ai prezzi energetici, rendere prevedibili le compensazioni e concentrare il sostegno sulle famiglie vulnerabili e sugli impieghi indispensabili.
Dovrebbe inoltre verificare che gli sgravi arrivino ai prezzi, invece di essere assorbiti dai margini.
La fiscalità finanzia ospedali, scuole, sicurezza e servizi. La sua legittimità dipende anche dall’equità con cui distribuisce il sacrificio.
Un bilancio pubblico può registrare entrate nominali crescenti mentre una famiglia perde la possibilità di vivere dignitosamente. Scambiare il primo risultato per il benessere della seconda sarebbe un fallimento politico.
Quando aumenta il prezzo della vita, lo Stato prende la sua parte. Chi governa deve spiegare quanta ne restituisce e perché ritiene giusto trattenere il resto.
Se questa storia diventasse un fumetto, la Banda Bassotti avrebbe finalmente trovato il modo di lavorare alla luce del sole.
Via il piede di porco, dentro il consiglio di amministrazione. Via il sacco con la refurtiva, dentro il rendiconto trimestrale.
Sulla maglia di uno ci sarebbe scritto “Erario”, su quella dell’altro “Dividendo”. Entrambi elegantissimi, entrambi molto preoccupati per le difficoltà delle famiglie.
Il primo ti infilerebbe una mano in tasca spiegandoti che lo fa per il bene comune. Il secondo cercherebbe nell’altra, ricordandoti che bisogna remunerare il capitale.
Tu proveresti a osservare che lì dentro c’è il tuo stipendio, ma verresti subito corretto. Nel loro linguaggio, quello è ancora denaro disponibile.
La trovata davvero geniale sarebbe il Bassotto dello Stato, capace di partecipare alla scena in tre ruoli. Scrive le regole, riscuote le imposte e, dove possiede azioni, aspetta anche il dividendo.
Un talento amministrativo che a Topolinia avrebbe risolto parecchi problemi alla banda.
Per quale motivo rischiare di scassinare il deposito di Paperone, quando milioni di cittadini sono costretti a presentarsi spontaneamente alla pompa e a pagare le bollette?
Poi arriverebbe il momento della solidarietà.
Dopo averti alleggerito le tasche, i nostri personaggi ti restituirebbero qualche moneta davanti alle telecamere.
Fotografia, comunicato, ringraziamenti. E guai a domandare quanto abbiano trattenuto. Rovinerebbe la cerimonia.
In questa vignetta nazionale, il cittadino avrebbe persino una parte nel consiglio di amministrazione. Farebbe il portafoglio.
I Bassotti dei fumetti, almeno, dopo il colpo scappavano.
Quelli della nostra satira resterebbero comodamente in televisione a spiegarti che, per arrivare alla fine del mese, devi imparare a spendere meno.
Ma sai che giramento di zebedei con la loro mano ancora nella nostra tasca …
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