11 Settembre, la Diada
… quando Barcellona ricorda se stessa
Da buon veneto, nella convinzione che il mio lavoro dovesse iniziare sempre prima degli altri, arrivavo in ufficio all’alba, così da “portarmi avanti”.
Nei miei primi mesi a Barcellona di tanto in tanto succedeva che incomprensibilmente le scrivanie continuassero a restare vuote anche nelle ore successive.
Chiamavo uno dei miei collaboratori, e la risposta era immancabile: “Sai… oggi è festa”.
All’inizio pensi che i catalani avessero un talento notevole nel moltiplicare le festività ma poi ho smesso di stupirmi e ho iniziato a viverle scoprendo che prendersi una pausa non significa perdere tempo, ma imparare a godersi la vita.
Appresi così dell’esistenza della Diada nel mio primo fine estate in Spagna.
Ogni 11 settembre Barcellona cambia ritmo.
Le bandiere compaiono sui balconi, le strade del centro si riempiono di persone, le istituzioni depongono fiori, le associazioni organizzano iniziative culturali e nelle piazze tornano musica, tradizioni e simboli che appartengono alla memoria più profonda della Catalogna.
È la Diada Nacional de Catalunya, la festa nazionale catalana, una giornata nella quale storia, identità e vita quotidiana si incontrano in modo quasi impossibile da separare.
La data non celebra una vittoria, ma ricorda una sconfitta.
L’11 settembre 1714 Barcellona cadde dopo un lungo assedio, al termine della Guerra di successione spagnola.
La città che aveva resistito per mesi all’esercito borbonico in quel giorno, con la breccia nelle mura e l’assalto finale, dovette capitolare.
Il ricordo di quella giornata è rimasto legato alla perdita delle istituzioni e dell’autogoverno catalani, successivamente ridimensionati dai decreti di Nueva Planta.
Eppure la Diada non nacque subito dopo il 1714. La sua trasformazione in festa nazionale appartiene soprattutto all’Ottocento, quando la Renaixença iniziò a recuperare lingua, letteratura, storia e altri simboli della cultura catalana.
La memoria della resistenza di Barcellona divenne allora uno strumento per costruire una coscienza collettiva moderna. Rafael Casanova, il Conseller en Cap ferito durante la battaglia, divenne uno dei suoi principali simboli; il Fossar de les Moreres, dove la tradizione colloca la sepoltura di numerosi difensori caduti, divenne un luogo della memoria.
Alla fine dell’Ottocento e all’inizio del Novecento si consolidò anche l’usanza delle offerte floreali davanti al monumento di Casanova.
È una caratteristica essenziale della cultura catalana. La memoria non rimane confinata nei libri, ma prende possesso della città. Una statua, una piazza, una chiesa, una canzone, una danza possono diventare parte di un racconto collettivo.
Accanto alla senyera, la bandiera dalle quattro bande rosse su fondo dorato, entrano così nel patrimonio simbolico anche Els Segadors, l’inno nazionale catalano, e la sardana, la danza tradizionale che la cultura locale ha trasformato in uno dei propri segni identitari.
A Barcellona il percorso della memoria ha luoghi precisi. Al Fossar de les Moreres, accanto a Santa Maria del Mar, dove il ricordo dei caduti assume una dimensione quasi sacrale. In Ronda de Sant Pere, dove il monumento a Rafael Casanova diventa ogni 11 settembre il punto di riferimento delle commemorazioni ufficiali.
Infine il Born, con il suo patrimonio urbano, che permette ancora oggi di comprendere quanto profondamente il conflitto del 1714 abbia inciso sulla città.
La Diada ha attraversato poi periodi nei quali celebrarla pubblicamente non era possibile. Dopo la dittatura franchista, la ricorrenza tornò alla luce e l’11 settembre 1977 Barcellona fu teatro di una delle più grandi manifestazioni della Catalogna democratica, in una stagione nella quale le parole d’ordine erano libertà, amnistia e autonomia.
Da allora la festa è diventata una presenza stabile del calendario civile catalano ed è ufficialmente riconosciuta come giornata nazionale.
Nel XXI secolo il significato della Diada si è ulteriormente trasformato. A partire dal 2012 le grandi manifestazioni indipendentiste hanno portato nelle strade di Barcellona centinaia di migliaia di persone, trasformando l’11 settembre in uno dei più importanti appuntamenti politici e sociali della Catalogna contemporanea.
Dopo il 2017, tuttavia, quella stagione ha progressivamente perso la dimensione di mobilitazione oceanica che l’aveva caratterizzata. La Diada è rimasta, ma la sua forma e la sua intensità hanno cominciato a cambiare.
Le edizioni successive hanno mostrato una società catalana più articolata. La grande partecipazione non è scomparsa completamente, ma le dimensioni delle manifestazioni si sono ridotte e la ricorrenza ha assunto una natura più plurale.
Nel 2024, per esempio, la giornata è nuovamente iniziata con l’offerta floreale al monumento di Casanova, confermando un rituale che costituisce ormai una parte stabile della tradizione civile barcellonese.
Nel 2025 la manifestazione di Barcellona si è svolta sotto la pioggia e ha posto particolare attenzione alla lingua catalana, confermando quanto il tema linguistico sia diventato uno dei principali elementi dell’identità contemporanea.
Ed è proprio qui che si trova il significato sociale più interessante della Diada di oggi. Non è soltanto una manifestazione politica e non è nemmeno semplicemente una rievocazione storica. Per molti catalani è una giornata nella quale riaffermare un’appartenenza culturale: una lingua, una tradizione letteraria, una musica, una cucina, un modo di vivere lo spazio pubblico, una memoria condivisa.
Per altri è soprattutto una festa civile da trascorrere con la famiglia o con gli amici. Nei quartieri e nei paesi della Catalogna si tengono concerti, sardane, spettacoli, attività per bambini, incontri culturali e iniziative popolari.
Le bandiere adornano balconi e finestre; le piazze diventano luoghi di incontro. Le associazioni locali partecipano alla giornata accanto alle istituzioni.
A Barcellona, tuttavia, tutto assume una dimensione particolare. È una metropoli cosmopolita, abitata da persone provenienti da molte parti della Spagna e del mondo, e proprio per questo la Diada diventa anche una rappresentazione della complessità catalana contemporanea.
L’identità non è necessariamente un concetto chiuso: può essere linguistica, culturale, familiare, territoriale, affettiva. Per chi è nato a Barcellona può coincidere con ricordi d’infanzia e tradizioni familiari; per chi vi è arrivato da lontano può diventare progressivamente una forma di appartenenza acquisita.
Questo spiega perché l’11 settembre non sia semplicemente una giornata “politica”. La politica è certamente presente, soprattutto nelle grandi manifestazioni, ma sotto di essa esiste una dimensione più profonda e duratura, ovvero il desiderio di riconoscersi in una storia.
La Diada contemporanea sembra così tornare, almeno in parte, alla sua natura originaria di grande rito della memoria. La dimensione politica rimane, ma accanto ad essa convivono cultura, lingua, tradizioni e sentimento di appartenenza. E forse proprio per questo la ricorrenza continua a essere importante anche dopo la stagione delle grandi mobilitazioni.
La mattina dell’11 settembre una corona di fiori viene deposta davanti a Rafael Casanova, un gesto dura solo pochi minuti. Ma dentro quel gesto sono racchiusi più di tre secoli di storia.
Quando una sardana comincia a girare in una piazza, quando una senyera appare a una finestra, quando una famiglia attraversa il centro di Barcellona per assistere alle celebrazioni, il passato torna a dialogare con il presente.
La forza della Diada sta precisamente nel fatto di non celebrare soltanto ciò che la Catalogna è stata, ma quello che continua a sentire di essere.
Barcellona, l’11 settembre, non si limita dunque a ricordare quella giornata del 1714. Per un giorno mette in scena la propria memoria, la propria cultura e il proprio modo di percepirsi. È una città europea e mediterranea, moderna e cosmopolita, ma anche profondamente consapevole di possedere una storia particolare.
E forse è questa la ragione per cui la Diada continua a essere così intensa. Perché una comunità non vive soltanto nei confini amministrativi o nelle istituzioni. Vive nelle parole che usa, nelle feste che conserva, nei luoghi che riconosce, nei propri morti che ricorda e nei simboli attraverso i quali, generazione dopo generazione, continua a raccontare se stessa.
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