Settembre 11, 2026

Vito Zita nel suo ultimo libro racconta le avventure coloniali italiane

La copertina del libro

La copertina del libro

A Siena, è stato presentato il libro di Vito Zita “Il Battaglione Eritreo – Storia operativa dal 1888 al 1941”, che racconta la storia degli ascari, soldati eritrei che furono il nerbo dell’esercito coloniale italiano in Africa Orientale.

L’autore, esperto di storia militare, attraverso documenti d’archivio e bibliografia, analizza l’evoluzione del battaglione, le campagne di guerra e le decorazioni conferite.

Il libro inaugura una collana storica dedicata alle colonie italiane, con l’obiettivo di divulgare la storia dei battaglioni indigeni e dei loro soldati.

A Siena, giovedì 3 settembre alle ore 17,30 presso la sala dell’Associazione Mutilati e Invalidi di Guerra si è tenuta la presentazione del libro di Vito Zita Il I Battaglione Eritreo – Storia operativa dal 1888 al 1941. Relatore della serata Claudio Biscarini.

L’iniziativa è stata promossa da ASSOARMA e dalla Associazione Nazionale Finanzieri d’Italia Sezioni di Siena con la partecipazione dell’Associazione Nazionale Reduci e Rimpatriati d’Africa.

Lo presentazione non è solo di parlare della pregevole opera dello studioso di storia militare Vito Zita, ma anche quello di cementare l’unione di tutti i militari. Sia quelli in servizio sia quelli in congedo, mantenendo vivi, nel culto della memoria, il sentimento patrio, lo spirito di corpo, lo spirito militare ed il senso dell’onore.

Argomenti, questi, validi anche per i militari coloniali che si arruolarono come volontari nel Regio Esercito Italiano, dotati di propri regolamenti di disciplina e istruzioni sulle uniformi, riconosciuti per Decreto Reale, durante il loro servizio, come militari effettivi.

Lo scopo del libro di Vito Zita è far conoscere la storia dei reparti coloniali composti dagli ascari che furono il nerbo dell’esercito coloniale italiano in Africa Orientale.

L’autore, facendo riferimento a documenti di archivio e a una vasta bibliografia d’epoca e contemporanea, analizza le mutazioni organiche del reparto, le campagne di guerra e i combattimenti sostenuti, le decorazioni conferite agli ascari e agli ufficiali italiani lungo tutto il periodo di oltre 50 anni di vita del battaglione.

L’Autore, Vito Zita, e Biscarini, il relatore, in una momento della presentazione del libro.

Le truppe coloniali italiane

Dopo il libro La nascita delle truppe coloniali italiane, dai basci buzuk agli ascari, che rappresenta il prologo alla storia operativa dei battaglioni di fanteria indigena, con questa monografia si inaugura una collana storica di volumi che riguardano l’ Eritrea e le altre colonie possedute dall’Italia.

Il progetto nasce dall’esigenza di divulgare le notizie sui battaglioni indi­geni nei quali militarono gli ascari, le loro varie vicende belliche dalla data di prima costituzione fino alla data di scioglimento definitivo del reparto.

Ma la storia di un reparto non è fatta solo di manovre tattiche, ordini del giorno e aridi specchi numerici.

Essa è, innanzi tutto, la storia degli uomini che ne hanno vestito e onorato la divisa.

Aver recuperato i nominativi dai manoscritti originali del Diario Storico e delle Memori, superando la barriera del tempo e delle grafie spesso incerte, non è solo un’operazione di rigore documentale.

È un atto di restituzione: significa sottrarre all’oblio i volti e le identità di coloro che, pur citati collettivamente come truppa indigena nei rapporti ufficiali, hanno dimostrato un valore individuale altissimo.

Ogni nome rappresenta un soldato, una famiglia e un atto di fedeltà al Battaglione.

Ciò garantisce che il sacrificio dei singoli non rimanga confinato nel silenzio delle statistiche.

La baia di Assab

Tutto cominciò quel giorno del 1867 quando viene inviata la pirocorvetta Ettore Fieramosca, al comando del capitano di fregata Bertelli, per individuare un punto d’approdo adatto alla fondazione di un porto che sarebbe stato punto di partenza per la fondazione di una colonia.

Il comandante Bertelli riferì al Ministero della Marina che tutta la costa africana a sud di Suez era arida e sterile, ritenendo quindi inutile una sua occupazione.

L’accordo segreto

Nonostante questo giudizio negativo, 2 ottobre 1869 fu firmata la convenzione segreta tra il Governo e l’uomo di affari  Sapeto.

Quest’ultimo, testimoni il capitano di vascello F. Martini e il Direttore generale della contabilità della Marina, Tesei, appose la sua firma alla seguente dichiarazione: «Dichiaro primieramente che dal R. Governo italiano ebbi incarico di comperare sulle coste dell’Asia o dell’Africa dei terreni, spiagge, rade, porti o seni di mare che mi sembrino adatti allo scopo indicatomi».

Sapeto aveva già individuato il luogo: era la baia di Assab.

La situazione evolve rapidamente, Sapeto parte il 12 ottobre 1869 da Brindisi per il Mar Rosso accompagnato dall’Ammiraglio Acton ed arrivano ad Aden il 6 novembre 1869.

Comincia così la presenza italiana in Africa il tricolore piantato ad Assab l’11 marzo 1870, in una terra così lontana, e precedette la bandiera innalzata a Roma il 20 settembre 1870 dopo la breccia di Porta Pia.

L’orgoglio dell’ascari

L’orgoglio dell’ascari per la propria condizione di soldato non era un sentimento astratto, ma si cristallizzava in una devozione verso gli elementi tangibili della propria uniforme.

Per il soldato eritreo, la divisa non rappresentava semplicemente un indumento di servizio fornito dallo Stato, ma era il simbolo del passaggio da una condizione sociale ordinaria a quella di guerriero scelto, legato da un vincolo di fedeltà al proprio ufficiale.

Vestire il camicione bianco, il panno grigio-verde o la sahariana coloniale significava appartenere a un’élite che godeva di immenso prestigio presso le popolazioni locali, una distinzione che l’ascari esibiva con un portamento fiero, quasi solenne, e una cura maniacale per ogni dettaglio del corredo.

L’uniforme degli ascari

Vito Zita, ci spiega che  l’ascari considerava la propria fascia come una seconda pelle.

Essa veniva avvolta con un rituale che richiedeva spesso l’aiuto di un commilitone per garantirne la perfetta tensione e l’ordine delle pieghe.

Una fascia sbiadita o mal riposta sarebbe stata, precisa l’autore, un’onta non solo per l’individuo, ma per l’intero reparto.

Il tarbusc, il copricapo in feltro rosso

Altrettanto simbolico era il tarbusc, il caratteristico copricapo in feltro rosso. Tuttavia, l’anima collettiva del reparto risiedeva nel gagliardetto del battaglione.

Nel corso della presentazione è stato illustrato come l’addestramento degli ascari ha rappresentato, per oltre mezzo secolo, un eccezionale esempio di fusione tra la millenaria tradizione guerriera delle genti del Corno d’Africa e la dottrina militare moderna europea.

Questo processo evolutivo non è stato statico, ma si è adattato profondamente ai mutamenti tecnologici e tattici, passando dalle cariche all’arma bianca della fine dell’Ottocento alla complessa cooperazione fra Armi differenti degli anni Trenta.

La fase pionieristica (1889-1896): il guerriero disciplinato

L’autore, a cui abbiamo rivolto alcune domande, ci narra che alla fine dell’Ottocento, l’addestramento era focalizzato sulla trasformazione del guerriero individuale in soldato di reparto.

Il punto di partenza era l’eccezionale attitudine naturale al combattimento degli eritrei, che venivano addestrati principalmente alla disciplina di fuoco e alla manovra in formazione chiusa.

maggiore Domenico Turitto

Il primo Novecento e la Grande Guerra: la specializzazione

Con l’inizio del nuovo secolo e le campagne di Libia, prosegue Zita, l’addestramento divenne più tecnico.

Non bastava più saper sparare e marciare; l’ascari doveva imparare a gestire nuove armi.

Per le mitragliatrici, ad esempio, fu introdotta l’istruzione specifica per i serventi alle armi automatiche, incarico considerato di altissimo prestigio e riservato agli ascari più intelligenti e dotati di sangue freddo.

La guerriglia e il deserto

Nel corso della presentazione sono stati illustrati anche i successi

Roma 1912 arrivo del I Battaglione in viaggio premio

vi periodi storici.

Durante il servizio in Libia (1912-1918), l’addestramento si affinò nella “piccola guerra”: imboscate, colpi di mano notturni e ricognizioni a lungo raggio.

L’ascari imparò a cooperare con la cavalleria e a utilizzare il terreno desertico, integrando le sue capacità di esploratore con le necessità della tattica moderna.

Gli anni Venti: il riordino e l’istruzione formale

Dopo la prima guerra mondiale, l’addestramento assunse una connotazione quasi accademica.

Nei presidi di pace in Eritrea (Asmara, Cheren, Adi Ugri), la giornata del battaglione era scandita da una routine rigorosa.

Maggiore Mattioli passa in rassegna gli ascari del I Battaglione

L’istruzione non riguardava solo le armi, ma anche l’educazione formale: la cura della divisa, la pulizia delle caserme, l’istruzione morale e il cerimoniale militare.

Fu in questo periodo che si consolidò l’immagine dell’ascari “ineccepibile”, il cui addestramento formale era talmente perfetto da essere spesso citato come esempio di eleganza e marzialità superiore a quella di molti reparti nazionali.

Le esercitazioni annuali di brigata permettevano ai battaglioni di manovrare insieme, affinando la catena del comando tra ufficiali nazionali e sciumbasci.

Gli anni Trenta: la modernizzazione e la guerra di movimento

Alla vigilia e durante la guerra d’Etiopia (1935-1936) e le successive operazioni di “Grande Polizia Coloniale”, l’addestramento subì una rivoluzione radicale per adeguarsi alla meccanizzazione e al supporto aereo.

Riguardo alla cooperazione aero-terrestre, gli ascari vennero addestrati a riconoscere i segnali dell’aviazione e a operare in coordinamento con i bombardieri e i ricognitori.

Per l’uso delle armi di accompagnamento, l’istruzione incluse l’uso intensivo di mortai da 45 mm, bombe a mano e fucili mitragliatori.

Il soldato non era più solo un fuciliere, ma un operatore tattico inserito in una squadra complessa.

Per l’autotrasporto, sebbene l’ascari rimanesse un fante “da montagna” insuperabile, l’addestramento si estese anche all’impiego su autocarri per spostamenti rapidi, trasformando alcuni reparti in unità celeri.

Nonostante l’evoluzione tecnologica, alcuni punti rimasero immutati per cinquant’anni.

Ad esempio il  tiro a segno: l’ascari era, per tradizione e addestramento, un tiratore scelto.

La cura per la manutenzione del fucile (dal Vetterli al Carcano Mod. 91) era quasi religiosa.

La vita dell’ascari

La vita dell’ascari rappresentava un modello esistenziale unico nel panorama militare coloniale, fondato su un equilibrio perfetto tra l’identità del guerriero e quella dell’uomo legato alla propria terra.

A differenza della circoscrizione obbligatoria tipica degli eserciti europei, l’arruolamento nei Regi Corpi Truppe Coloniali si basava sulla volontarietà.

L’ascari non veniva chiamato alle armi dal Governo; era lui a scegliere di presentarsi al Comando, spinto da una tradizione guerriera, dal desiderio di ascesa sociale e dalla necessità di integrare l’economia familiare con il soldo militare.

Questo impegno non era percepito, come un abbandono definitivo della vita civile, ma come una ferma volontaria e temporanea.

Le vittorie eclatanti: il mito dell’invincibilità

Le vittorie dei battaglioni ascari non sono state solo successi tattici, ma veri e propri pilastri su cui si è fondata la loro fama di “migliore fanteria del mondo”.

Nella conquista della Libia e la battaglia di Zanzur (1912), in Tripolitania, gli ascari dimostrarono una superiorità schiacciante nella guerra di movimento.

A Zanzur, i battaglioni eritrei caricarono con tale impeto da sbaragliare le forze turco-arabe, stabilendo uno standard di aggressività che sarebbe diventato il loro marchio di fabbrica.

La Libia divenne il teatro dove l’ascari imparò a combattere in spazi aperti, lontano dalle proprie montagne, vincendo non solo contro il nemico ma contro un clima e un terreno a lui estranei.

Riguardo ai Sultanati in Somalia (1925-1927), in territori desertici e ostili come la Migiurtina, i battaglioni condussero una campagna di pacificazione magistrale.

La presa di Bargal in Somalia e l’occupazione di Alula, in Etiopia, furono operazioni dove la rapidità e la capacità di operare in piccole colonne mobili permisero di avere ragione di avversari agguerriti e ben armati, consolidando il dominio italiano in uno dei settori più difficili del Corno d’Africa.

Durante la guerra d’Etiopia, gli ascari furono protagonisti di scontri epici. Al Passo Uarieu, in una situazione di quasi accerchiamento, la tenuta dei reparti eritrei fu decisiva per evitare il collasso del fronte italiano. La successiva vittoria nello Scirè (1936) confermò la capacità degli ascari di condurre offensive in grande stile, operando in perfetta coordinazione con le armi moderne.

Le sconfitte brucianti: il valore nel disastro

Paradossalmente, è nelle sconfitte che il mito degli ascari ha trovato la sua consacrazione più pura. Le disfatte non furono quasi mai dovute a cedimenti dei reparti indigenti, ma a errori di valutazione tattica o a una sproporzione numerica insostenibile.

La tragedia di Adua (1896) è la sconfitta più dolorosa e celebre.

In Eritrea, i battaglioni indigeni rimasero saldi mentre le colonne nazionali ripiegavano nel caos. Gli ascari del II, III e IV battaglione sacrificarono intere compagnie per coprire la ritirata, combattendo fino all’ultima cartuccia e subendo mutilazioni atroci dopo la cattura.

Ascari mutilati dopo la battaglia di Adua

Adua non fu una sconfitta del soldato eritreo, ma il suo “battesimo di sangue” che ne sancì la fedeltà eterna alla bandiera.

La battaglia di Adua, dipinto etiope

La battaglia di Gasr Bu Hadi (1915)

in Libia, durante la grande rivolta senussita seguita allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, i battaglioni eritrei subirono perdite gravissime nel tentativo di mantenere i presidi dell’interno.

La sconfitta della colonna Miani fu il risultato di un isolamento logistico e di un nemico che aveva imparato a colpire le linee di rifornimento, portando alla perdita di reparti storici che preferirono morire sul posto piuttosto che sbandarsi.

Cheren e la caduta dell’Impero (1941)

La fine dell’Africa Orientale Italiana ebbe il suo culmine nella battaglia di Cheren, in Eritrea.

Qui, per cinquantasei giorni, gli ascari affrontarono le truppe britanniche e indiane.

Nonostante la superiorità tecnologica nemica e i massicci bombardamenti aerei, i battaglioni eritrei tennero le vette delle montagne con una ferocia che sbalordì gli stessi inglesi. La sconfitta finale non fu un crollo morale, ma un esaurimento fisico e materiale: gli ascari smisero di sparare solo quando non vi furono più munizioni, chiudendo la loro storia militare con una dignità che trasformò la disfatta in una leggenda storiografica.

Le ricompense individuali nella vittoria

Durante le fasi offensive e vittoriose, le decorazioni singole (Medaglie d’Argento, di Bronzo e Croci di Guerra al Valor Militare) venivano solitamente conferite per atti di iniziativa e audacia.

In Libia o in Somalia, l’ascari veniva premiato per aver catturato una posizione nemica, per aver recuperato armi automatiche sotto il fuoco o per aver guidato con successo una pattuglia in territorio ostile. In queste circostanze, la motivazione della medaglia sottolineava spesso la “baldanza”, lo “sprezzo del pericolo” e la capacità di trascinare i compagni verso l’obiettivo. La vittoria forniva la cornice ideale per celebrare l’eroismo inteso come spinta vitale e forza d’urto.

Nelle sconfitte e nei ripiegamenti, la natura delle decorazioni individuali mutava radicalmente, spostandosi verso il concetto di abnegazione e fedeltà estrema.

Moltissime delle oltre 21.000 decorazioni censite riguardano atti compiuti mentre la situazione volgeva al peggio. In questi contesti, l’ascari veniva premiato per essere rimasto all’arma dopo che l’ufficiale era caduto, per aver protetto la ritirata dei commilitoni feriti o per aver rifiutato la resa pur essendo circondato. Un numero altissimo di queste ricompense è stato concesso “alla memoria”.

Gagliardetto I Btg

Il riconoscimento postumo nelle grandi disfatte (come il 1941) serviva a sancire che, nonostante il crollo di un impero, il valore del singolo soldato era rimasto integro.

La sconfitta non sminuiva il merito; al contrario, lo rendeva più fulgido perché privo della speranza del successo finale.

La Croce al Merito di Guerra

Oltre alle medaglie per atti di valore specifico, la Croce al Merito di Guerra rappresentava il riconoscimento per il servizio prestato in zona di operazioni per un periodo minimo o per ferite riportate.

Sia nella vittoria che nella sconfitta, questa decorazione sanciva la partecipazione del soldato alla storia d’Italia.

Se la Medaglia al V.M. premiava il “lampo” dell’eroismo, la Croce al Merito riconosceva la costanza del soldato, la sua capacità di resistere alle fatiche di anni di campagne, rendendo onore alla sua vita di combattente indipendentemente dall’esito finale della guerra.

Questo equilibrio tra premi per il successo e premi per il sacrificio ha fatto sì che il sistema delle decorazioni agli ascari fosse percepito come profondamente equo.

Il valore era misurato sulla base del comportamento del soldato di fronte al pericolo, rendendo il petto di un ascari sconfitto a Cheren onorato tanto quanto quello di un vincitore a Coatit.

Considerazioni conclusive

Il bilancio tra vittorie e sconfitte dal 1888 al 1941 rivela una costante: l’ascari non ha mai tradito. Nelle vittorie era la lancia che spezzava il fronte nemico; nelle sconfitte era lo scudo che proteggeva il ripiegamento dei compagni e dei nazionali.

MBVM di un ascari del I Battaglione

Ogni battaglia, afferma l’autore, da quelle minori in Somalia alle grandi offensive in Etiopia, ha contribuito a stratificare un’identità guerriera dove l’onore contava più del risultato finale dello scontro.

Emerge con forza nel corso della presentazione del libro di Vito Zita, che la loro storia non è una cronaca di successi territoriali, ma un testamento di fedeltà militare.

Numerose le Autorità presenti alla presentazione.

Tra le numerose Autorità che hanno presenziato alla cerimonia si ricordano il Questore di Siena dott. Ugo Angeloni, il Comandante Provinciale della Guardia di Finanza colonnello Benedetto Labianca, il vice comandante del Comando Provinciale dei Carabinieri di Siena tenente colonnello Gennaro Nasti e il capitano Antonio Chillotti in rappresentanza del 186° Reggimento Paracadutisti “Folgore”, l’Arcirozzo dell’Accademia dei Rozzi di Siena, dott. Stefano Mandarini.

Autorità militari presenti alla cerimonia

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