The Black Keys all’Alcatraz: il blues attraversa le generazioni
C’era una volta Akron, Ohio: era il 2001 e Dan Auerbach e Patrick Carney avevano a disposizione una chitarra, una batteria e una comune passione per il blues. Da quell’inizio essenziale sono arrivati dischi ruvidi come The Big Come Up e, più tardi, il successo internazionale di Brothers ed El Camino. Giovedì 10 settembre i The Black Keys sono saliti sul palco dell’Alcatraz di Milano davanti a spettatori molto giovani e fan di lunga data.
Prima di loro si è esibito Robert Finley, cantante della Louisiana prodotto da Auerbach per la Easy Eye Sound. Ex militare e carpentiere, Finley ha intrapreso la carriera discografica in età matura, dopo aver quasi completamente perso la vista a causa di un glaucoma.
All’Alcatraz ha alternato blues, gospel e soul, mettendo in mostra una voce ruvida, capace di aprirsi in un sorprendente falsetto, e una presenza scenica spontanea. Ha parlato con il pubblico, ha scherzato e ha saputo gestire anche i momenti più raccolti senza forzare la partecipazione della sala. Non tutti sembravano conoscerlo, ma con il passare dei brani l’attenzione è aumentata e gli applausi finali sono stati convinti. Più che un semplice artista di apertura, Finley ha avuto lo spazio per presentare la propria musica e il proprio modo di stare sul palco.
Dopo il cambio di palco è arrivato il momento dei The Black Keys. Auerbach e Carney, accompagnati dagli altri musicisti della formazione dal vivo, hanno costruito il concerto attraversando stagioni differenti della loro carriera. Accanto alle canzoni più note hanno trovato posto brani meno immediati, legati alle radici blues e garage rock del duo.
Carney ha suonato con il consueto stile asciutto e diretto, mantenendo compatto il concerto senza ricorrere a gesti spettacolari. La sua batteria ha accompagnato con regolarità i riff di Auerbach, lasciando alla chitarra il compito di aprire e chiudere molti dei passaggi più intensi della serata.
Una parte dell’attenzione era rivolta alle condizioni di Auerbach, soprattutto dopo la cancellazione del concerto previsto a Berna il 7 settembre. A Milano il cantante e chitarrista ha gestito la voce con attenzione, concedendosi brevi pause tra alcuni brani.
Questa cautela non ha compromesso la qualità dell’esibizione. Auerbach ha cantato e suonato con intensità, trovando nella chitarra alcuni dei momenti più coinvolgenti della serata. Non ha fatto riferimenti espliciti alle proprie condizioni e, in assenza di comunicazioni ufficiali, è corretto limitarsi a quanto osservato sul palco.
La risposta più immediata del pubblico è arrivata con le canzoni più note: sono bastate poche note per far alzare i telefoni e partire i cori. Anche i brani meno celebri, tuttavia, sono stati ascoltati con attenzione, in particolare dagli spettatori che seguono il gruppo fin dai primi album.
Nel bis, Little Black Submarines ha accompagnato la sala da un inizio più raccolto alla successiva esplosione elettrica. Subito dopo, l’inconfondibile riff di Lonely Boy è stato riconosciuto fin dalle prime battute e ha coinvolto tutto l’Alcatraz.
Dopo l’ultima canzone, mentre i musicisti lasciavano il palco, sotto le luci ancora accese c’era chi continuava a ripetere il ritornello di Lonely Boy.
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