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  • Corrado Faletti è una figura complessa e poliedrica del panorama culturale e giornalistico italiano contemporaneo, capace di intrecciare nel suo percorso professionale e intellettuale dimensioni differenti — pedagogiche, civiche, storiche e mediatiche — in un’unica visione coerente e profondamente etica del giornalismo. La sua importanza nel panorama giornalistico odierno non si misura soltanto con i parametri della notorietà o della carriera accademica, ma soprattutto con la capacità di proporre un modello alternativo di giornalismo: quello che egli stesso definisce, con felice intuizione, “giornalismo pedagogico” o “giornalismo educativo”.

La decisione maturata al Consiglio europeo del 18 dicembre 2025 di predisporre un sostegno all’Ucraina pari a 90 miliardi di euro per il biennio 2026–2027, nella forma di prestito finanziato tramite nuovo indebitamento dell’Unione sui mercati e garantito dal cosiddetto “budget headroom” del bilancio comune, non è soltanto un atto finanziario: è un atto eminentemente politico, che riscrive il perimetro negoziale del conflitto e rischia di comprimere ulteriormente lo spazio, già angusto, di una prospettiva di pace recuperabile.

La cifra, in sé, è un segnale di “capacità di durata” (endurance) più che di emergenza: non copre un singolo shock, ma costruisce un orizzonte pluriennale.

Ed è precisamente qui che il provvedimento diventa problematico rispetto alla pace.

In un conflitto di attrito, in cui la politica internazionale si alimenta di aspettative sulla resistenza dell’avversario, un impegno così imponente tende a funzionare come una dichiarazione implicita: non si cerca una rapida transazione, si accetta l’idea di un confronto prolungato.

Questa traslazione di senso è difficilmente reversibile, perché non riguarda soltanto l’Ucraina, bensì la percezione russa della postura europea e la lettura globale della guerra come teatro di competizione sistemica.

L’aiuto come disincentivo alla trattativa: l’urgenza negoziale viene disinnescata.

Il primo effetto negativo, strutturale, è il disinnesco dell’urgenza negoziale.

La possibilità di un cessate il fuoco nasce spesso, anche cinicamente, quando l’esaurimento delle risorse rende insostenibile la prosecuzione.

Assicurare a Kiev un sostegno finanziario di questa portata per due anni attenua quella pressione.

Reuters sottolinea che, senza nuove risorse, l’Ucraina rischierebbe di trovarsi in carenza di fondi nel 2026: l’UE interviene precisamente per evitare tale scenario. 

Ma, nel farlo, riduce una delle poche leve che possono accelerare un compromesso, trasformando la “finestra di pace” in un orizzonte più lontano e più ipotetico.

C’è poi un elemento ulteriormente corrosivo: la natura di prestito (per quanto qualificato come interesse-free in alcune ricostruzioni) non elimina l’ombra del debito sul dopoguerra, anzi la istituzionalizza. 

Ogni strategia di pace contiene un capitolo di ricostruzione; qui, invece, la ricostruzione viene anticipata come indebitamento, con un potenziale effetto di delegittimazione politica interna: la guerra continua, e il futuro viene ipotecato.

Non è un dettaglio contabile: è una miccia sociale, e le micce sociali indeboliscono la credibilità negoziale e la stabilità della parte sostenuta.

Il segnale strategico a Mosca: irrigidimento e ritorsioni.

Il secondo effetto negativo è la qualità del messaggio inviato a Mosca.

La misura si colloca dentro una dinamica di “commitment”: l’Europa certifica che l’Ucraina non verrà lasciata senza copertura economica nel medio periodo.

Tuttavia, l’impegno finanziario europeo viene inevitabilmente interpretato dall’avversario come parte di una strategia più ampia di contenimento: l’UE non si limita a sostenere, ma si espone e si vincola.

In questi contesti, l’effetto può essere controproducente: l’avversario tende a reagire non “cedendo”, ma adattando la coercizione (militare, ibrida, energetica, informativa) per rendere il sostegno più costoso e politicamente divisivo.

La stessa discussione, poi abortita, sull’utilizzo degli asset russi congelati ha già alimentato una retorica di ritorsione e di attacco alla credibilità occidentale.

Reuters riporta che Vladimir Putin ha definito l’idea di usare quei fondi come “robbery” e ne ha denunciato l’effetto sulla fiducia internazionale: al di là della propaganda, ciò segnala un terreno comunicativo già predisposto all’inasprimento. 

Il fallimento sugli asset russi: un compromesso che indebolisce e destabilizza.

Il terzo elemento, particolarmente critico, è che l’UE non è riuscita a trovare l’unanimità su una soluzione che avrebbe potuto cambiare la narrazione: l’uso degli asset russi congelati (circa 210 miliardi di euro, con una quota rilevante in Belgio) come base per un “reparations loan”.

Il punto, qui, è squisitamente politico: passando dagli asset russi al debito comune, la percezione cambia da “paghi l’aggressore” a “pagano i contribuenti europei”.

Anche laddove l’Unione mantenga gli asset congelati, il fatto che non riesca a trasformarli in leva operativa immediata segnala divisione e timore.

Le obiezioni (in particolare belghe) sono legate a rischi legali e finanziari, inclusa la paura di ritorsioni russe.

Questa cautela, però, produce un risultato politicamente tossico: l’UE sceglie la strada che appare più “semplice” nel breve (emettere debito), ma più vulnerabile nel lungo (polarizzazione interna, contestazione fiscale, crescita dell’euroscetticismo), e dunque meno compatibile con una strategia di pace.

Perché una pace non si costruisce soltanto sul fronte esterno: si costruisce sulla capacità di una coalizione di restare coesa.

Qui, la coesione viene esposta al logoramento.

L’integrazione fiscale per via bellica è un precedente che normalizza il conflitto.

Un ulteriore profilo negativo riguarda l’effetto istituzionale.

La scelta di finanziare su mercati un prestito di questa taglia viene letta da più analisti come un passo ulteriore verso la normalizzazione dell’indebitamento comune europeo. 

I mercati hanno accolto con relativa calma la svolta sul joint borrowing.

Eppure proprio questa “calma” può essere inquietante: significa che il sistema si abitua all’idea che l’Europa costruisca capacità fiscali straordinarie in funzione di una guerra.

Si istituzionalizza un circuito in cui la sicurezza viene finanziata in modalità eccezionale e reiterabile.

È un precedente che, anziché riaprire spazi di de-escalation, tende a consolidare la guerra come orizzonte “gestibile”, amministrabile, perfino routinario.

La pace resta una variabile residuale.

Se la pace è un obiettivo politico, essa richiede una architettura di incentivi che premi il negoziato.

Qui, invece, l’architettura si sposta verso la gestione di lungo periodo del conflitto.

Persino l’argomento della sostenibilità finanziaria, richiamato dal FMI come fattore utile a coprire parte del fabbisogno 2026–2027, implica un paradigma di continuità: la guerra come condizione di base entro cui rendere “sostenibile” il debito, non come emergenza da chiudere rapidamente con un compromesso.

In questo quadro, la mossa europea rischia davvero di incrinare la possibilità di recupero della pace, perché sposta il baricentro dalla “soluzione” alla “sopportazione”.

E quando la sopportazione diventa politica pubblica, la pace tende a diventare un capitolo secondario, evocato nei discorsi ma strutturalmente rinviato.

 

Europa assente alla pace, presente al conflitto!

 

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  • Corrado Faletti è una figura complessa e poliedrica del panorama culturale e giornalistico italiano contemporaneo, capace di intrecciare nel suo percorso professionale e intellettuale dimensioni differenti — pedagogiche, civiche, storiche e mediatiche — in un’unica visione coerente e profondamente etica del giornalismo. La sua importanza nel panorama giornalistico odierno non si misura soltanto con i parametri della notorietà o della carriera accademica, ma soprattutto con la capacità di proporre un modello alternativo di giornalismo: quello che egli stesso definisce, con felice intuizione, “giornalismo pedagogico” o “giornalismo educativo”.

2 thoughts on “90 miliardi per una guerra stabile

  1. una follia!! una decisione per assecondare Zelenscky a proseguire la guerra e battere la Russia!!! una follia conciliata dalla Europa e dalla Meloni… non bastano i morti ????

    1. Condivido il tema esposto. Pare, a chi scrive, inopportuno continuare su un piano divenuto fasullo non solo nei presupposti ma anche ormai nei contenuti. I morti sono vetusti anche come merce di scambio, anzi non si contano più. Credo che chiunque con un poco di cervello avrebbe messo sul tavolo quei soldi ma con un patto di pace immediata cercando di convincere gli attori, che in questo caso ricordiamocelo non sono due come potrebbe sembrare, a smetterla immediatamente pianificando un armistizio che porti alla risoluzione del conflitto. Invece scegliamo di usare le tasche degli europei, e purtroppo anche le nostre di Italiani, per palesemente appoggiare uno dei due contendenti certi della cosiddetta “vittoria finale” . Follia allo stato puro, ma credo che ormai sia una follia collettiva legata a sogni di gloria europei che nessuno (USA, Cina, Russia e non solo) appoggerà mai.

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