Settembre 12, 2026

Lorena Isceri e il diritto di andarsene

420ba193-1411-441c-8e7d-081bf12fff34

 

Educare al rispetto e garantire protezione devono procedere insieme. La sicurezza delle donne non può dipendere soltanto dalla loro capacità di riconoscere il pericolo e chiedere aiuto.

 

Lorena Isceri ha cercato di salvarsi. Chiusa nel bagagliaio di un’automobile, è riuscita a telefonare al 112 e a riferire di essere stata sequestrata. Quel gesto ha consentito di avviare le ricerche. È il particolare da cui partire per raccontare la sua morte, perché restituisce la volontà di una donna che, anche in una condizione estrema, ha provato a trovare una via d’uscita. La ricostruzione della chiamata su Sky TG24.

Il 3 settembre 2026 Lorena è stata uccisa. Originaria di Lecce, viveva a Firenze e lavorava come dirigente d’azienda. Secondo la ricostruzione investigativa riportata da Sky TG24, l’ex compagno Federico Vella l’avrebbe attesa nel garage di casa, sequestrata e rinchiusa nell’auto, per poi raggiungere l’autostrada A1. L’avrebbe quindi gettata da un viadotto nel territorio di Barberino di Mugello, prima di togliersi la vita. Sulla dinamica e sulle cause esatte della morte la Procura ha disposto accertamenti, compreso l’esame autoptico. Il resoconto di Sky TG24 del 3 settembre.

La vicenda riguarda una donna che aveva concluso una relazione e un uomo indicato come responsabile della sua uccisione. Definirla una “storia d’amore finita male” significa confondere la fine di un rapporto con la violenza di chi pretende di impedirla. Anche la parola “raptus”, impiegata come spiegazione autosufficiente, rischia di sottrarre attenzione ai comportamenti precedenti. L’agguato e il sequestro riferiti dalle ricostruzioni richiedono di esaminare una successione di azioni, senza improvvisare diagnosi sul loro autore.

Un “no” non è una provocazione. Interrompere una relazione significa esercitare una libertà che continua ad appartenere a ciascuno anche dopo anni trascorsi insieme. Il dolore di una separazione può essere profondo, ma non attribuisce alcun potere sulla vita dell’altra persona. Nessuno deve ottenere il consenso del partner per potersene andare.

La madre di Lorena ha raccontato che la figlia aveva paura dell’ex compagno e che non aveva presentato denuncia. È una testimonianza da ascoltare con rispetto, senza ricavarne certezze su ciò che Lorena pensava o avrebbe potuto fare diversamente. La testimonianza raccolta da Sky TG24.

Trasformare l’assenza di una denuncia in un rimprovero alla vittima è inaccettabile. La responsabilità della violenza appartiene a chi la esercita. Ma proprio per tutelare chi si trova in pericolo dobbiamo domandarci quali ostacoli rendano difficile chiedere aiuto. Quanto pesa la paura delle conseguenze? Quali possibilità concrete ha una donna che teme di perdere la casa o il sostegno economico? A chi può rivolgersi se non si sente pronta a denunciare, ma ha bisogno di essere ascoltata e protetta?

Queste domande riguardano l’accessibilità dei servizi e la qualità delle risposte. Vanno affrontate senza attribuire automaticamente tali condizioni a Lorena e senza pretendere che ogni donna segua un percorso identico. L’invito a denunciare deve essere accompagnato dalla possibilità di comprendere cosa accadrà dopo e da un sostegno che prosegua nel tempo.

La sicurezza delle donne non può dipendere esclusivamente dalla loro capacità di difendersi. Riconoscere segnali di pericolo e conoscere i servizi disponibili può aiutare. Nessuna informazione, però, deve diventare un obbligo di prevedere la violenza altrui, né il criterio con cui giudicare chi non è riuscita a sottrarvisi. La protezione richiede risposte professionali e responsabilità pubbliche.

Occorrono centri antiviolenza accessibili e finanziati con continuità, disponibilità di accoglienza sicura, assistenza legale e sostegno all’autonomia economica. Chi riceve una richiesta d’aiuto deve essere formato a riconoscere minacce, persecuzioni e controllo, senza liquidarli come normali conflitti di coppia. La valutazione del rischio deve tradursi in interventi tempestivi e nel coordinamento fra i soggetti incaricati della tutela.

Le eventuali omissioni devono essere accertate sulla base dei fatti. Nel caso di Lorena, le informazioni qui richiamate non consentono di attribuirne alle istituzioni. Questo rigore non impedisce di chiedere, in generale, verifiche sull’efficacia dei percorsi di protezione. La responsabilità dell’aggressore e quella di chi eventualmente non adempie ai propri compiti devono essere esaminate ciascuna per ciò che è.

Accanto alla tutela immediata serve un lavoro educativo continuativo. Chi vive oggi sotto minaccia ha bisogno di protezione oggi. La formazione delle nuove generazioni deve procedere nello stesso tempo, con obiettivi riconoscibili e adulti capaci di assumersene il compito.

Educare al rispetto significa insegnare, in famiglia e a scuola, che l’altra persona conserva desideri, relazioni e scelte proprie. Significa affrontare il consenso, i confini personali e la gestione della frustrazione attraverso esperienze adeguate all’età. Anche i comportamenti quotidiani degli adulti hanno un valore educativo. Un ragazzo al quale si parla di libertà deve poter vedere quella libertà rispettata nei rapporti che ha davanti.

In questo lavoro è necessario coinvolgere gli uomini e interrogarne i modelli di relazione, senza attribuire una colpevolezza indistinta. Ciascuno risponde dei propri comportamenti. Gli amici, i colleghi e i familiari hanno però il compito di prendere sul serio ciò che vedono e ascoltano. Giustificare un controllo ossessivo come gelosia, incoraggiare l’insistenza dopo un rifiuto o minimizzare una minaccia significa lasciare spazio alla sopraffazione.

Per chi ha già manifestato comportamenti violenti occorrono interventi specialistici orientati all’assunzione di responsabilità, con una valutazione rigorosa dei risultati e la sicurezza della persona offesa come priorità. Questi percorsi devono affiancare le misure di tutela e l’accertamento delle responsabilità. La promessa di cambiare, da sola, non offre una garanzia di protezione.

Anche il giornalismo ha un compito. Deve ricostruire i fatti, distinguere gli elementi accertati dalle ipotesi e rispettare la dignità della persona uccisa. Le dichiarazioni di sofferenza dell’aggressore non possono occupare il racconto fino a far scomparire la donna e la sua libertà. Ogni parola che presenta il possesso come una forma eccessiva d’amore rende più difficile riconoscere la violenza per ciò che è.

Lorena aveva un lavoro, legami familiari e una vita che le apparteneva. La telefonata dal bagagliaio racconta il suo tentativo di conservarla. Ricordarla ci impegna a chiedere che l’educazione al rispetto abbia continuità e che ogni richiesta di aiuto trovi ascolto competente e protezione concreta.

Una donna deve poter lasciare una relazione e continuare a vivere. Garantire questa libertà è il compito sul quale misurare la serietà delle nostre risposte.

Chi subisce violenza o stalking può contattare il 1522, servizio pubblico gratuito attivo 24 ore su 24, anche attraverso la chat del sito ufficiale. In caso di pericolo immediato, chiamare il 112.

Autore

  • Direttore responsabile Betapress.it

    Corrado Faletti è una figura complessa e poliedrica del panorama culturale e giornalistico italiano contemporaneo, capace di intrecciare nel suo percorso professionale e intellettuale dimensioni differenti — pedagogiche, civiche, storiche e mediatiche — in un’unica visione coerente e profondamente etica del giornalismo. La sua importanza nel panorama giornalistico odierno non si misura soltanto con i parametri della notorietà o della carriera accademica, ma soprattutto con la capacità di proporre un modello alternativo di giornalismo: quello che egli stesso definisce, con felice intuizione, “giornalismo pedagogico” o “giornalismo educativo”.


Scopri di più da Betapress

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Rispondi