Settembre 13, 2026
7b603e72-d272-4a7b-90a5-25869a7060d2

 

La figlia di Lea Garofalo è morta a 35 anni dopo avere denunciato suo padre e vissuto sotto protezione. La Procura indaga per istigazione al suicidio. Nessun colpevole, per ora. Ma molte domande sul prezzo imposto a chi rompe con la mafia

Denise Cosco aveva vent’anni quando pronunciò parole che oggi suonano come un testamento civile: «Non è facile costituirsi parte civile contro il proprio padre». Lo fece ugualmente, definendo quella decisione «una scelta di libertà interiore per ripartire con la vita».

Quel padre era Carlo Cosco, l’uomo successivamente condannato all’ergastolo per avere organizzato l’omicidio di Lea Garofalo, madre di Denise ed ex compagna dello stesso Cosco. Lea aveva sfidato la cultura della ’ndrangheta per sottrarre sé stessa e sua figlia a un destino già scritto. Nel novembre 2009 venne attirata a Milano con il pretesto di discutere proprio del futuro di Denise. Da quell’incontro non tornò più.

Diciassette anni dopo, Denise è morta a 35 anni: la stessa età che aveva sua madre quando fu assassinata.

È una coincidenza impressionante. Ma, almeno per ora, è soltanto una coincidenza. Trasformarla nella prova di una trama significherebbe sostituire la suggestione ai fatti. I fatti, tuttavia, sono sufficientemente gravi da richiedere risposte.

La Procura di Velletri ha aperto un fascicolo contro ignoti per istigazione al suicidio. Il pubblico ministero Domenico Vicario ha disposto l’autopsia e il sequestro del telefono cellulare della donna. Gli investigatori stanno ricostruendo le sue ultime ore e ascoltando le persone che le erano vicine, a cominciare dal compagno.

L’apertura del fascicolo non significa che sia stato commesso un reato. Non significa neppure che il compagno sia sospettato o indagato. È lo strumento attraverso il quale la magistratura può accertare se dietro la morte di Denise vi siano state pressioni, minacce, condizionamenti o comportamenti capaci di influire sulla sua decisione. Al momento non è emersa pubblicamente alcuna responsabilità individuale.

Il telefono potrebbe diventare il centro dell’inchiesta: chiamate, messaggi e contatti serviranno a ricostruire gli ultimi giorni di una donna che, per gran parte della vita adulta, era stata costretta a non lasciare tracce.

La figlia che non volle credere al padre

Il 24 novembre 2009 Lea Garofalo scomparve a Milano. Carlo Cosco sostenne che la donna si fosse allontanata dopo avere ricevuto del denaro. Denise non gli credette e denunciò la scomparsa della madre. Quel gesto contribuì a mettere in moto le indagini.

In seguito Denise collaborò con gli investigatori, si costituì parte civile e testimoniò al processo. Dovette farlo contro suo padre, contro uomini appartenenti alla famiglia paterna e dentro una vicenda nella quale compariva anche Carmine Venturino, il suo ex fidanzato. Fu proprio la collaborazione di Venturino a permettere il ritrovamento dei resti di Lea.

La scelta di Denise non ebbe nulla di automatico. Denunciare un padre significa spezzare uno dei legami più profondi attorno ai quali si costruisce un’identità. Farlo in un contesto mafioso significa anche infrangere la regola dell’appartenenza familiare, esporsi al giudizio dell’ambiente d’origine e accettare che la propria vita venga organizzata attorno alla sicurezza.

Denise disse di non essere riuscita a odiare suo padre. Provava pena per lui, perché non aveva compreso che cosa avesse perduto: «Una famiglia, una figlia, l’amore che avrebbe potuto avere».

Queste parole non dimostrano, però, che negli ultimi anni avesse riallacciato i rapporti con Carlo Cosco. Non esiste, allo stato delle informazioni pubbliche, una fonte che documenti una recente riconciliazione. Confondere l’assenza di odio con il recupero di una relazione sarebbe una forzatura.

A riallacciare i rapporti con Cosco, prima del delitto, era stata Lea. Dopo anni difficili, segnati dall’entrata e dall’uscita dal sistema di protezione, accettò di incontrare l’ex compagno a Milano per parlare del futuro scolastico della figlia. Era una trappola.

Protetta, ma fino a che punto?

Dopo il processo Denise visse nascosta. Cambiò nome, identità, casa e riferimenti. Rimase nel programma di protezione fino al 2018 e cercò di costruire una vita autonoma: un lavoro, un compagno, un bambino che oggi ha quasi quattro anni.

Secondo le ricostruzioni pubblicate da ansa, rainews, e avvenire, non sarebbe mai stata completamente abbandonata dalle strutture dello Stato e avrebbe continuato a ricevere l’aiuto di don Luigi Ciotti, di Libera e delle persone che negli anni le erano rimaste vicine.

Ma “essere seguiti” può voler dire molte cose. È qui che la cronaca deve smettere di commemorare e cominciare a verificare.

Quale assistenza psicologica continuativa ricevette Denise dopo il 2018? Chi aveva la responsabilità concreta di intercettare eventuali situazioni di grave vulnerabilità? L’uscita formale dal programma di protezione modificò la qualità e la frequenza del sostegno? Esiste un protocollo specifico per accompagnare nel lungo periodo i figli delle vittime di mafia che hanno testimoniato contro un genitore?

Sono domande, non accuse. Non è possibile affermare che lo Stato abbia abbandonato Denise; le informazioni disponibili indicano anzi la permanenza di una rete di sostegno. Ma non basta elencare le istituzioni che le furono vicine. Bisogna capire quale protezione possa realmente essere offerta quando il pericolo non è soltanto quello di una vendetta criminale, ma il peso accumulato da una vita trascorsa nella paura, nel lutto e nella cancellazione della propria identità.

Che cosa cerca la Procura

L’ipotesi investigativa è quella prevista dall’articolo 580 del codice penale: istigazione o aiuto al suicidio. Il procedimento è contro ignoti.

Per capire se qualcuno abbia esercitato pressioni su Denise, gli investigatori dovranno ricostruire almeno tre livelli della sua vita recente: i rapporti personali, le comunicazioni digitali e le condizioni nelle quali trascorse gli ultimi giorni. L’ascolto del compagno rientra in questa ricostruzione e non autorizza, da solo, alcun sospetto nei suoi confronti.

L’autopsia servirà a definire con precisione le cause e la dinamica della morte. L’analisi del cellulare potrà invece stabilire se vi siano messaggi, chiamate o contatti rilevanti. Fino al completamento di questi accertamenti, sostenere che Denise sia stata spinta da qualcuno o collegare direttamente la sua morte alla ’ndrangheta sarebbe privo di fondamento.

Esiste anche un’altra possibilità, quella che più facilmente sfugge ai titoli: che l’indagine non individui alcun responsabile. Anche in quel caso, tuttavia, la vicenda lascerebbe aperta una questione pubblica.

Che cosa accade a una ragazza dopo che ha consegnato alla giustizia suo padre? Che cosa resta della libertà conquistata, quando per salvarsi bisogna cambiare nome, nascondere il proprio volto e recidere quasi ogni legame con la vita precedente?

Il prezzo della libertà

Lea Garofalo disse di avere parlato per amore di sua figlia. Denise raccolse quella scelta e la portò in tribunale, pagando un prezzo che nessuna sentenza avrebbe potuto cancellare.

Don Luigi Ciotti, ricordandola, ha chiesto di non giudicarla, non innalzarla e non compatirla. È un’indicazione che dovrebbe valere anche per chi racconta questa morte. Denise non può essere ridotta all’ultima decisione della sua vita, né trasformata nell’appendice tragica della storia di sua madre.

L’inchiesta giudiziaria dovrà stabilire se qualcuno abbia avuto un ruolo nella sua morte. Quella giornalistica dovrebbe andare oltre il fascicolo: ricostruire, con documenti e testimonianze, quali strumenti lo Stato offra davvero a chi denuncia la propria famiglia mafiosa e che cosa avvenga quando le telecamere si spengono, i processi finiscono e la persona protetta deve tornare a vivere.

Denise aveva cercato la libertà rompendo il vincolo più difficile, quello con suo padre. La domanda più dura non è se abbia avuto abbastanza coraggio. È se, dopo averle chiesto quel coraggio, il sistema sia stato capace di sostenerne fino in fondo il peso.

 

 

Fonti consultate

  • ANSA, «La figlia di Lea Garofalo si toglie la vita, anche lei si ribellò ai boss», 10 settembre 2026.
  • ANSA, «Morte di Denise, gli inquirenti ascolteranno il compagno», 11 settembre 2026.
  • RaiNews, «Si è tolta la vita Denise, figlia di Lea Garofalo», 10 settembre 2026.
  • Avvenire, Antonio Maria Mira, «Una scia di dolore senza fine: Denise, la figlia di Lea Garofalo, si è tolta la vita a 35 anni», 10 settembre 2026.
  • Corriere della Sera, Federico Berni, «Chi era Denise Cosco, la figlia di Lea Garofalo che come la mamma si era ribellata alla mafia», 10 settembre 2026.
  • Corriere della Sera – Roma, Erica Dellapasqua e Ilaria Sacchettoni, «Denise Cosco, ascoltato il compagno: disposta una perizia sul cellulare», 11 settembre 2026.
  • Dichiarazione di don Luigi Ciotti, presidente di Libera e Gruppo Abele, diffusa il 10 settembre 2026 e ripresa dalle principali agenzie.
  • Articolo 580 del Codice penale, «Istigazione o aiuto al suicidio».
  • Sentenze relative all’omicidio di Lea Garofalo: processo di primo grado, giudizio d’appello del 2013 e pronuncia definitiva della Corte di cassazione del 2014.

Nota importante: le informazioni sull’inchiesta derivano da fonti giornalistiche qualificate; non abbiamo ancora un comunicato ufficiale della Procura né gli atti del fascicolo.

Autore

  • Katiuscia Vella è professionista nel settore della ricerca clinica e della gestione sanitaria. Clinical Research Coordinator presso l’Istituto Nazionale Tumori Regina Elena – Istituto Dermatologico San Gallicano e Direttore Scientifico ANAMEL, si occupa di ricerca, prevenzione, formazione e divulgazione scientifica. È autrice di articoli e del libro L’altra parte della storia.


Scopri di più da Betapress

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Rispondi