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  • Corrado Faletti è una figura complessa e poliedrica del panorama culturale e giornalistico italiano contemporaneo, capace di intrecciare nel suo percorso professionale e intellettuale dimensioni differenti — pedagogiche, civiche, storiche e mediatiche — in un’unica visione coerente e profondamente etica del giornalismo. La sua importanza nel panorama giornalistico odierno non si misura soltanto con i parametri della notorietà o della carriera accademica, ma soprattutto con la capacità di proporre un modello alternativo di giornalismo: quello che egli stesso definisce, con felice intuizione, “giornalismo pedagogico” o “giornalismo educativo”.

C’è un punto in cui il lessico prudente delle carte processuali non basta più.

Non perché la prudenza sia sbagliata, ma perché diventa un alibi: una coperta linguistica con cui le istituzioni si proteggono dal dovere di guardare in faccia i fatti.

Quando si parla di minori, il tempo non è un dettaglio tecnico: è sostanza morale.

Ogni mese sottratto a una relazione genitoriale significativa non è “un rinvio”, è una ferita educativa.

E quando quella ferita si ripete con regolarità – quasi sempre nella stessa direzione – allora non siamo davanti a una somma di sviste, ma a una cultura amministrativa e giudiziaria che produce cieche asimmetrie.

La storia che oggi circola attorno al caso di Massimo Bramandi – così come viene raccontata in un testo che sta iniziando a muoversi fuori dalle stanze chiuse e verso l’opinione pubblica – è, prima di tutto, un caso-simbolo.

Non perché “dimostri” da solo una verità generale (ogni vicenda ha le sue complessità), ma perché illumina la grammatica con cui, troppo spesso, lo Stato italiano gestisce la genitorialità separata: formalmente invoca la bigenitorialità, praticamente tollera l’espulsione di un genitore dalla vita del figlio quando quel genitore è il padre.

Nel racconto, la traiettoria è quella che molti padri separati riconoscono come un copione già visto: un’accusa iniziale, un procedimento, una frattura improvvisa del legame; poi, anche a fronte di esiti che – sempre secondo quanto riferito – non confermerebbero la pericolosità paterna, il “ritorno alla normalità” non avviene.

Gli incontri non ripartono, le decisioni non si traducono in vita reale, il calendario dei bambini viene colonizzato da rinvii, relazioni, passaggi di consegne, “monitoraggi”. È qui che la vicenda – al netto di ciò che sarà accertato nelle sedi competenti – diventa politicamente e civilmente esplosiva: perché mostra la distanza tra la legge come enunciazione e la legge come esecuzione.

La bigenitorialità proclamata e la bigenitorialità negata nei fatti

Dal 2006 l’ordinamento italiano ha inscritto nella sua architettura il principio secondo cui il figlio ha diritto a mantenere un rapporto equilibrato e continuativo con entrambi i genitori, anche dopo la crisi della coppia: l’affidamento condiviso come criterio preferenziale, l’esclusivo come eccezione motivata.

Lo dice la legge, lo ribadisce la cornice istituzionale che la illustra. 

Eppure, chiunque frequenti davvero – non per convegni, ma per necessità – i corridoi del diritto di famiglia sa che l’asimmetria non nasce (solo) dal testo normativo.

Nasce dalla sua applicazione.

Il punto nevralgico non è l’affidamento “sulla carta”, ma la concreta praticabilità della relazione: tempi, modalità, neutralità degli operatori, capacità di far rispettare i provvedimenti, prontezza nel sanzionare l’ostruzionismo, protezione del minore dall’essere trascinato dentro una guerra di lealtà.

Quando questi snodi si inceppano, la bigenitorialità resta un cartello stradale piantato nel deserto.

Ed è qui che l’esperienza concreta di molti padri e, attenzione, anche di molte madri in casi speculari, perché il problema è la qualità dello Stato, non il tifo di genere, diventa una denuncia civile: la macchina pubblica sembra più rapida nel sospendere, limitare, comprimere, molto meno efficiente nel ripristinare, ricucire, riparare.

Sa “togliere” meglio di quanto sappia “restituire”.

Con un aggravante: spesso tratta il padre come un sospetto strutturale.

Non “un genitore tra due”, ma un fattore di rischio da neutralizzare in via cautelare, salvo poi dimenticarsi che la cautela, quando dura anni, si trasforma in condanna senza sentenza.

Quando la violazione non è un’eccezione: lo dice anche Strasburgo

Chi obietta che si tratta di “percezioni” dovrebbe leggere con sobrietà – e con vergogna istituzionale – una parte della giurisprudenza europea.

La Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) ha più volte richiamato gli Stati (Italia compresa) al dovere positivo di rendere effettivo il diritto alla vita familiare: non basta scrivere un provvedimento, bisogna farlo vivere, non basta dichiarare un diritto di visita, bisogna creare le condizioni perché accada realmente, e in tempi compatibili con l’età del minore.

Non è un dettaglio: significa che l’inerzia e l’inefficacia possono costituire esse stesse violazione di diritti fondamentali. E non parliamo di teoria: il Ministero della Giustizia ha pubblicato informazioni su una sentenza CEDU del 19 ottobre 2023 che riguarda, tra le altre cose, la “mancata esecuzione” di una decisione che riconosceva un diritto di visita.

Un dossier universitario che passa in rassegna pronunce CEDU ricorda inoltre casi come Giorgioni c. Italia (2016) proprio sul diritto di visita e sulla vita familiare.

E la Camera dei deputati, tramite i suoi quaderni di rassegna delle sentenze CEDU sull’Italia, documenta che non stiamo parlando di episodi isolati, ma di un filone ricorrente di contenzioso. 

Ora, se Strasburgo arriva a dirti – in sostanza – “non avete fatto abbastanza per rendere reale la relazione genitore-figlio”, il problema non è l’avvocato di turno, o il talk show, o la stampa “che esagera”.

Il problema è lo Stato.

E uno Stato che fallisce nel garantire relazioni affettive fondamentali non è neutrale: produce danno.

Un danno che si deposita sul minore come sedimento invisibile, e sul genitore escluso come desertificazione affettiva e identitaria.

Gli “altri esempi” che nessuno vuole nominare: il sistema che preferisce l’ombra

C’è un altro elemento che merita di essere detto senza ipocrisie.

Nel diritto di famiglia italiano si è aperta da anni una faglia tra scienza, prassi e ideologia.

Prendiamo un tema controverso e delicatissimo: l’alienazione parentale.

La Cassazione ha ammonito, in più occasioni, contro l’uso di etichette pseudoscientifiche come la PAS (Parental Alienation Syndrome) come scorciatoia argomentativa per decisioni drastiche; il dibattito è acceso e la letteratura è complessa, ma il punto è chiaro: non si può travestire una tesi discutibile da diagnosi, né fondare provvedimenti estremi su automatismi peritali. 

Eppure, mentre discutiamo di etichette, la realtà quotidiana è più banale e più crudele: l’ostruzionismo relazionale – qualunque nome gli si voglia dare – spesso viene “gestito” invece che contrastato.

Si accetta che un genitore non cooperi, si accetta che i provvedimenti restino inattuati, si accetta che il minore “si abitui” all’assenza.

E quando il tempo ha fatto il suo lavoro sporco, si alzano le spalle e si dice: “Ormai è così”.

È la logica dell’irreversibile costruito per omissione.

Questa è la disparità di trattamento che molti padri denunciano: non tanto un complotto, ma un riflesso istituzionale.

Se la madre ostacola, spesso si parla di conflitto; se il padre protesta, spesso si parla di aggressività.

Se la madre è ansiosa, si empatizza; se il padre è disperato, si patologizza.

Se il padre chiede esecuzione, diventa “ossessivo”, se rinuncia, diventa “assente”.

È un doppio binario culturale prima che giuridico: uno stereotipo di genere che sopravvive sotto forma di prassi amministrativa.

Il punto etico: un Paese che costringe a fare rumore per ottenere il minimo

E arriviamo al nodo che, da direttore di un giornale, mi riguarda direttamente: è gravissimo che l’ultima risorsa percepita come efficace sia il clamore mediatico.

In una democrazia adulta, la stampa non dovrebbe essere il defibrillatore della giustizia.

La stampa controlla, denuncia, illumina; ma non può diventare la leva necessaria per far rispettare un provvedimento, né il megafono indispensabile per far sì che un ufficio “si muova”.

Quando un cittadino arriva a pensare – e talvolta a scegliere – che senza telecamere non esiste, siamo già in un fallimento istituzionale.

Quando un genitore arriva a credere che l’unico modo per essere ascoltato sia “esplodere” nei talk show, significa che tra l’individuo e lo Stato non c’è più fiducia, c’è solo rumore.

E se lo Stato si sveglia solo quando lo guardano, allora non stiamo parlando di giustizia: stiamo parlando di reputazione.

È qui che oggi devo essere molto duro, perché è qui che l’Italia si mostra per ciò che troppo spesso è: un Paese in cui la responsabilità è liquida, dove ognuno può dire “non tocca a me”, e dove l’inerzia viene scambiata per prudenza.

Il Tribunale emette, i servizi sociali relazionano, la Procura valuta, il giudice rinvia, l’ufficio esecuzioni non esegue… e nel frattempo il bambino cresce.

Questo non è garantismo: è deresponsabilizzazione a catena.

Che cosa andrebbe fatto (se avessimo istituzioni adulte)

Se volessimo uscire dalla retorica e rientrare nella civiltà giuridica, alcune linee sono ovvie:

  1. Esecuzione rapida e verificabile dei provvedimenti: non basta “disporre incontri”, serve un meccanismo operativo con tempi certi e monitoraggio pubblico (non spettacolare, ma tracciabile). La CEDU, nei fatti, ci ricorda proprio l’obbligo di effettività, non di carta. 
  2. Sanzioni reali per l’ostruzionismo: se un genitore impedisce sistematicamente la relazione con l’altro, lo Stato deve intervenire con gradualità ma con decisione. Il minore non è un territorio di guerra da conquistare a logoramento.
  3. Responsabilità degli apparati: relazioni, perizie e valutazioni devono essere contestabili in modo trasparente; gli errori devono avere conseguenze. Oggi, invece, la sensazione diffusa è che chi decide sulla vita affettiva dei minori operi in una zona grigia dove quasi nulla ricade su nessuno.
  4. Formazione anti-stereotipo per chi lavora nel sistema: magistrati, CTU, servizi. Perché il pregiudizio non si presenta mai come pregiudizio: si presenta come “buonsenso”.

Queste non sono richieste “dei padri”.

Sono richieste di uno Stato che si rispetti.

l’istituzione che non vede diventa parte del danno

La disparità di trattamento nella gestione dei figli non è un tema “da associazioni”.

È un tema di qualità democratica.

Perché riguarda la credibilità dello Stato nel suo compito più delicato: intervenire nella vita intima solo quando necessario, e farlo con rigore, equilibrio, tempestività, autocontrollo.

Se un padre può essere cancellato “di fatto” mentre “di diritto” resta genitore, allora la Repubblica sta dicendo ai cittadini una frase intollerabile: la legge vale finché non costa fatica applicarla.

Ma d’altronde non ci meravigliamo perché come Betapress sappiamo di un caso di un dipendente che ha subito un danno biologico da parte del datore di lavoro (notare tutto documentato dalla asl) ed il giudice ha archiviato la denuncia penale perché il caso secondo lui era civile, ovvero se un datore di lavoro spara al suo dipendente non è un caso penale ma tuttalpiù civile.

E quando la legge diventa opzionale, a pagare, in questo caso, non sono i convegni né le carriere: paga un bambino, paga la sua storia, paga la sua possibilità di crescere libero da lealtà forzate e da assenze imposte.

Ecco perché, quando casi come quello di Bramandi (per come viene denunciato e rappresentato) arrivano alla soglia del dibattito pubblico, la risposta non può essere il solito riflesso pavloviano: “Vedremo, attendiamo, prudenza”.

Prudenza sì, ma non silenzio.

Garantismo sì, ma non inerzia.

E soprattutto: basta con l’idea che un padre debba diventare notizia per essere trattato come persona.

Se la giustizia italiana ha bisogno del clamore per ricordarsi di essere giustizia, allora non è solo “sonnolenta”: è strutturalmente comoda.

E la comodità istituzionale, quando si gioca sulla pelle dei figli, non è un difetto amministrativo.

È una colpa civile.

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  • Corrado Faletti è una figura complessa e poliedrica del panorama culturale e giornalistico italiano contemporaneo, capace di intrecciare nel suo percorso professionale e intellettuale dimensioni differenti — pedagogiche, civiche, storiche e mediatiche — in un’unica visione coerente e profondamente etica del giornalismo. La sua importanza nel panorama giornalistico odierno non si misura soltanto con i parametri della notorietà o della carriera accademica, ma soprattutto con la capacità di proporre un modello alternativo di giornalismo: quello che egli stesso definisce, con felice intuizione, “giornalismo pedagogico” o “giornalismo educativo”.

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