Safer Internet Day

Dal 2004 il 9 febbraio di ogni anno si celebra in Europa il Safer Internet Day (SID), evento nato con il Safer Internet Action Plan che fu elaborato per il periodo 1999-2004.

Il piano aveva l’obiettivo di incoraggiare la creazione di un ambiente favorevole allo sviluppo dell’industria connessa ad Internet promuovendo l’uso sicuro di Internet e lottando contro i contenuti illegali e nocivi.

Il programma (1999) si articolava su tre piani:

  • creazione di un ambiente più sicuro mediante l’istituzione di una rete europea di linee dirette (hotline), incoraggiamento dell’autoregolamentazione e dell’elaborazione di codici di condotta;
  • sviluppo di sistemi di filtraggio e di classificazione;
  • iniziative di sensibilizzazione.

Nel corso degli anni, l’Europa ha comunque continuato a promuovere iniziative (Safer Internet Plus) con la finalità di realizzare Internet come un luogo sicuro per i ragazzi.

Anche quest’anno, quindi, il 9 febbraio si celebra il Safer Internet Day 2021, giunto alla sua 18ma edizione, e il tema è “Together for a better internet” (insieme per un internet migliore).

L’iniziativa è gestita dai Safer Internet Centres esistenti in ciascuno Stato membro.

L’iniziativa è finanziata dall’Unione Europea e la giornata viene celebrata online in più di 170 paesi del mondo.

Mariya Gabriel, Commissario europeo per l’innovazione, la ricerca, la cultura, l’istruzione e la gioventù, ha dichiarato: “I giovani hanno bisogno di sentirsi sicuri e responsabilizzati quando navigano nel mondo online per poter godere appieno del mondo digitale. Con il Piano d’azione europeo per l’alfabetizzazione digitale, mettiamo l’alfabetizzazione digitale al centro del panorama educativo europeo, promuovendo l’alfabetizzazione digitale per combattere la disinformazione online, sostenendo educatori e insegnanti e assicurando un e-learning di qualità“.

Il Commissario europeo per il mercato interno Thierry Breton ha dichiarato: “La crisi del coronavirus ci ha costretti a spostare la maggior parte delle nostre attività quotidiane online e quando lasciamo i nostri figli navigare in internet, vogliamo che siano protetti. Siamo determinati a garantire che la trasformazione digitale porti benefici a tutti in modo sicuro. Ciò che è illegale offline dovrebbe essere illegale online. Ora ci aspettiamo che l’industria tecnologica faccia la sua parte nel rendere internet più sicuro senza indugio e in linea con le regole dell’UE“.

La Commissione europea con il comunicato stampa dell’8/2/2021 precisa che la Direttiva sui servizi di media audiovisivi (Audiovisual Media Services Directive – AVMSD) richiede alle piattaforme di condivisione video online di limitare l’accesso dei bambini a contenuti dannosi e le regole per le piattaforme digitali.

Inoltre, la legge sui servizi digitali e la legge sui mercati digitali, proposte nel dicembre 2020, includono obblighi specifici per le grandi piattaforme per affrontare rischi significativi per il benessere dei minori.

Il Safer Internet Day, comunque, è l’occasione per evidenziare quanto la protezione dei dati personali e la privacy siano importanti unitamente, ovviamente, agli aspetti di sicurezza informatica.

Le piattaforme digitali online, quali titolari del trattamento, sono obbligate al rispetto delle norme in materia di protezione dei dati personali e precisamente del Regolamento UE 2016/679 e del codice privacy italiano (D.Lgs. 196/2003, così come modificato dal D.lgs. 101/2018).

Per la Repubblica di San Marino la disciplina in materia di protezione delle persone fisiche con riguardo al trattamento dei dati personali è la L. 171/2018 che è in vigore dal 5/1/2019.

Tuttavia, quando si parla di minori non si può fare riferimento unicamente alle norme.

La famiglia è il nucleo primario della società e resta il principale contesto all’interno del quale i minori si relazionano con i propri genitori.

I genitori, da parte loro, esercitano la responsabilità genitoriale sui figli minori e sono tenuti a svolgere il controllo sebbene senza una profonda interferenza sulla loro sfera personale.

Tale controllo dovrebbe essere esteso anche alle attività che i minori compiono online.

Del resto, ciò è espressamente indicato nel citato GDPR, ove si fa riferimento al consenso “prestato o autorizzato dal titolare della responsabilità genitoriale” sul minore di anni 13 (questa l’età minima per quanto riguarda l’offerta diretta di servizi della società dell’informazione, ma dipende dal singolo Paese; in Italia è fissata a 14 anni).

La questione può apparire semplice, ma in realtà non lo è affatto in quanto è molto difficile controllare l’età effettiva e, ancora di più, la vera identità di colui che chiede l’accesso ad una risorsa online.

Sarebbe necessario un intervento legislativo sulla identità digitale che – al di là dello SPID italiano – sia valida quanto meno a livello europeo e anche interoperabile tra gli Stati membri.

Sono allo studio alcune proposte sulla identità digitale, ma il problema, comunque, per i minorenni resta.

Il discorso è ampio e meriterebbe maggiori spazi di approfondimento.

Bisogna investire su campagne di informazione e sensibilizzazione per accrescere nei minori la consapevolezza del valore che hanno dati personali.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nicola Fabiano




sdidatticamente parlando e non solo

Prendo spunto dall’articolo che abbiamo pubblicato qualche giorno fa, sdidatticamente parlando… ovviamente a distanza, della nostra cronista Antonella Ferrari professoressa in una secondaria di primo grado per fare alcune riflessioni con la calma necessaria.

La didattica digitale ha dimostrato chiaramente che non eravamo preparati, inutile alzare muri di orgoglio nazionale o locale, non lo eravamo ed ancora non lo siamo.

Il Paese non era preparato, le infrastrutture sono comunque non all’altezza, in alcuni territori non esiste fibra ottica, le connessioni non reggono, il wifi è scarso, le linee telefoniche sono inadeguate, in altre zone invece tutto bene tutto funziona.

In alcune zone esistono scuole che da anni hanno sperimentato sistemi di didattica digitale in altre è già bello se ci sono i computer o i tablet, alcune scuole hanno avuto i soldi per potersi adeguare altre no, in alcune zone i comuni e le regioni o provincie hanno fatto investimenti in altre no.

Ci sono professori che sanno di cosa parlano altri no, ci sono i maghetti superfighi e quelli che “ma manco se me pagano”, ci sono professori che sanno cos’è edmondo e professori che pensano che sia un attore argentino (che peraltro è un nome di origine anglosassone).

Non fraintendetemi, hanno ragione i professori, nessuno gli aveva detto prima che dovevano imparare perfettamente la didattica digitale  e le piattaforme collegate, nessuno ha impostato un progetto nazionale di trasformazione della didattica verso un impianto digitale.

Non mi dite che non è vero perché altrimenti non saremmo in questa situazione, al limite se c’era è clamorosamente fallito, alla prova dei fatti.

Nemmeno le scuole hanno avuto negli anni i soldi per poter avviare progetti in tal senso (alcune si ma molto poche) e non parlatemi dei PON, perché con quelli si sono utilizzati soldi per i progetti più disparati ma a pioggia e senza costrutto nazionale.

Un progetto di didattica nazionale a distanza, non la giungla che troviamo adesso, richiede alcuni elementi minimi:

la scelta di una piattaforma di riferimento (assurdamente il ministero ne ha consigliate tre o quattro)

un processo organizzativo uguale per tutti (oggi i professori sono tutti volontari)

la formazione dei docenti sulle tecnologie (mai avvenuta se non per volontà del singolo)

la riscrittura del patrimonio didattico in chiave digitale (i set informativi digitali non sono la stessa cosa di quelli utilizzati per la didattica frontale)

Nessuno di questi punti è presente oggi.

La didattica digitale non è mandare i pdf via skype o fare la lezione frontale tradizionale in video conferenza, queste sono grandi falsi ideologici, al limite strumenti dell’emergenza, ma non servono nemmeno come palliativo alla mancanza della scuola intesa come dimensione educante.

La Scuola è una dimensione insostituibile perché contiene un elemento che il virtuale non può sostituire contiene la gestione relazionale uno a molti, dimensione che non può essere demandata ad uno switch di videocamera.

Non solo, la Scuola contiene moltitudini, comportamenti, autonomie, responsabilità, immediatezza, praticità, contatto, che nessun mondo virtuale può sostituire.

Ma anche comprendendo l’emergenza, non possiamo perdere questo punto di vista, che riporta la scuola oggi al centro più che mai nella formazione delle nuove generazioni.

Nonostante tutto la didattica a distanza oggi è l’unica soluzione per cercare di mantenere legati gli alunni alla scuola.

Ma non ha funzionato benissimo, molti alunni sono persi e molti altri sono avatar del loro genitori, che sono stati buttati nel pozzo del digitale.

Quindi abbiamo scuole e didattiche a strati, chi riesce benissimo, chi riesce benino, chi non ci riesce, chi attua forme di trasferimento pdf, chi invia compiti via sms.

Questa è la tragedia vera come Stato, non stiamo dando a tutti i ragazzi le stesse opportunità.

Chi ha il professore maghetto o la scuola attrezzata usa piattaforme fantascientifiche, chi invece no deve stampare i compiti pdf che riceve, fotografarli e mandarli via telegram al docente.

Non è colpa di nessuno (magari invece sì), ma la situazione è questa.

La stessa idea del bonus docenti, che si e rivelata anch’essa fallimentare, poteva essere veicolata verso un progetto serio di didattica innovativa dando i soldi alle scuole con indicazioni chiare.

Situazione che inevitabilmente sta allontanando i genitori dalla scuola, perché cari professori, i genitori non fanno il mestiere di professori, sono a casa e devono seguire i loro ragazzi, vero, ma magari devono anche lavorare al computer, fare la cena ed il pranzo, gestire una situazione che spaventa un poco tutti.

Non pensate che il vostro mestiere sia mandare quintali di compiti o di videolezioni con l’idea che tanto sono a casa, probabilmente oggi serve più un contatto umano, qualche domanda simpatica in video, di certo non è utile esasperare i genitori, perché alla fine temo che l’esame di fine anno lo dovrete fare a loro.

Ritengo che questo momento del paese abbia alcune considerazioni fondamentali da tenere come punti fermi:

abbiamo bloccato in casa famiglie intere che prima si vedevano tre, quattro ore al giorno.

c’è una pressione psicologica dei mass media, giustificata dall’emergenza, ma che non può essere sottovalutata.

stiamo costringendo gli individui a vivere in pochi metri quadri, la frase leone in gabbia dovrebbe farci pensare.

la paura è un compagno continuo del popolo, ed un popolo che ha paura non sempre è razionale.

Tutto questo è dentro nella rabbia dei genitori che ulteriormente esplode quando non riescono a capire cosa fare per i loro figli.

Analizziamo inoltre un pochino il fine anno.

I sistemi on line che si stanno utilizzando non possono permettere una valutazione effettiva dei risultati in quanto non sono certificati, quindi quest’anno sarà impossibile valutare gli alunni sull’ultimo quadrimestre, forse è opportuno pensare di cristallizzare i risultati al primo ed avviare corsi intensivi a settembre per tutti.

Sarà obbligatorio il sei politico, perché qualsiasi bravo avvocato in questa situazione sarà in grado di far riammettere qualsiasi bocciato.

Ma soprattutto a settembre, speriamo, la scuola dovrà riaccogliere i suoi pulcini spaventati, sbandati e sicuramente un poco più ignoranti di prima e ridare la sensazione di essere parte di un paese vero, non virtuale, sicuro non infetto, dovrà garantire alle famiglie che ci sarà ancora un futuro per tutti.

La scuola avrà, come sempre, un ruolo importantissimo.

E forse finalmente avremo capito che dobbiamo cambiare come popolo, dobbiamo capire meglio chi siamo e con chi siamo, gli errori fatti nel passato, le quantità pazzesche di soldi buttati dalla finestra e riavviare progetti in linea con il futuro, che, come abbiamo visto, non è mai certo.

Quando usciremo da questa crisi non saremo più gli stessi, non avremo più lo stesso benessere, non avremo più la stessa fiducia, quasi spavalda, dei nostri mezzi, ma certamente saremo più italiani di prima, e questo è sicuramente un grande vantaggio.

 

 




Il riflesso condizionato ai tempi di facebook

“Se mi ami, mettiti nudo”

Il riflesso condizionato ai tempi di facebook: siamo partiti dalla campanella di Pavlov e ora scriviamo Amen sotto ai post.

 

Non so se chi legge ricorda ancora quel vecchio slogan:

“se mi ami, mettiti nudo”.

Era la pubblicità di una marca di preservativi.

Al di là del prodotto reclamizzato, la frase imprimeva nella mente di chi ascoltava uno dei capi saldi della logica occidentale: il principio di causa ed effetto.

Se vuoi che una cosa avvenga, fanne un’altra in qualche modo ad essa collegata.

Erano gli anni ’80.

Non c’erano gli smartphone, non c’erano i social e i reality sembravano ancora una aberrazione della morbosità umana.

A guardarli così potrebbero sembrare anni innocenti dal punto di vista della manipolazione mediatica adesso così di moda e inflazionata.

In realtà, però, già gli inizi del ‘900 avevano dato lustro agli esperimenti di Ivan Petrovič Pavlov famoso per l’induzione del riflesso incondizionato sui suoi cani.

E Pavlov non era certo il solo.

Fate pure un giro su internet per vedere cosa combinavano John Watson, Stanley Milgram, Bibb Latané e John Darley, Harry Harlow o il più recente Philip Zimbardo…

Durante il ‘900 una delle grande domande di chi per dritto o per traverso studiava la mente umana, era perché le persone si comportassero in determinato modo e se fosse possibile riprogrammarle.

Che la risposta fosse è stato subito chiaro.

Le uniche variabili erano il tempo e l’etica.

Persino di strumenti ce n’erano a bizzeffe e, successivamente, lo svilupparsi e capillarizzarsi dei media ha dato una mano in più.

Di certo ci si ricorda degli studi e delle riflessioni sulla propaganda di regime.

In quegli anni, l’arrivo massiccio dei media aveva concentrato molto l’attenzione sui comportamenti umani, il modo di manipolarli e sulle tecniche di propaganda.

Il ‘900 è stato il secolo durante il quale l’uomo si è chiesto come dominare la mente degli uomini.

È stato il secolo durante il quale gli studi sulla mente umana sono nati e fioriti.

Nel ‘900 nasce la psicologia (per noi normalissima ma allora rivoluzionaria).

Più la comunicazione entrava nella vita quotidiana delle persone, più i comunicatori hanno sentito il bisogno di affermare il loro potere a proprio vantaggio.

La propaganda (diventato argomento delicato) si trasformava in pubblicità dicendoci cosa comprare e cosa desiderare.

Poi, col XXI secolo ecco la nuova sfida: insegnarci come pensare e – meglio ancora – insegnarci come reagire agli stimoli emotivi (come osserva spesso il filosofo Umberto Galimberti).

Siamo tutti sotto esperimento, a volte li facciamo noi, altre li subiamo.

Siamo tutti dei cagnolini di Pavlov che reagiscono sincronicamente al suono della campanella; oppure siamo Pavlov che misura l’aumento della salivazione della cavia dopo aver lanciato lo stimolo.

Affascinante a guardarlo da fuori, annichilente se si riuscisse a guardarlo dal di dentro.

E noi che possiamo fare?

Innanzitutto accorgercene è un gran passo avanti.

Questo ci permette di guardare le cose da un passo di distanza.


Fatto questo, prese il possibile le distanze, proviamo a recuperare la più antica delle domande filosofiche: “perché?” e assolviamola dalle paure da benpensanti ben educati ben adattati che negli anni ci hanno impedito di usarla.

Senza cadere nella trappola psicologica del complottismo, proviamo a guardare le cose chiedendoci: “perché?”

Perché penso questo?

Perché desidero quello?

Perché reagisco così?

Perché faccio cosà?
Perché…?

E non sarebbe male neppure condividere queste domande con qualcuno che vuole fare lo stesso esperimento.

Non so se ci si salva del tutto però in compenso di passa il tempo molto gradevolmente e si può anche stare lontani dagli stimoli induttori che, bisogna dirlo, sono naturalmente molto ben fatti.

La prima volta che abbiamo risposto a uno stimolo, è stato perché ci è sembrato molto utile e innocuo.

I social, sotto questo punto di vista, sono un interessantissimo campo di addestramento umano.

Chi sui propri profili social non ha mai fatto degli esperimenti per vedere cosa portava maggiore approvazione?
Chi non si è naturalmente adattato alle regole non scritte che portano ad attirare più “like” o cuoricini?

Fa parte del nostro essere animali social – i 

Proprio sui social ci sono decine di campanelli attivi che ci fanno piegare al volere del nostro Pavlov di turno, che non deve necessariamente essere il sistema, a volte basta anche liberarsi da quello che una sola persona vuole indurci a fare.

Non si chiamano più “campanelli”, si chiamano “call to action” “chiamate all’azione”; ed effettivamente il nome è onesto perché si capisce che, checché se ne dica, non si tratta dell’azione che vorremmo che il nostro interlocutore facesse spontaneamente ma è proprio l’azione che vorremmo che facesse quasi a qualunque costo.

Ovviamente alla call to action reale tipo “compra adesso (anche se non ti serve adesso)” ci si arriva perché ci si è prima allenati.

E come ci si allena?

Con le buone cause: il vantaggio comune.

Chi non ha mai visto (condividendoli o meno) post del tipo “preghiamo per questa povera anima, scrivi amen nei commenti”; oppure “questa cosa è vergognosa, condividila affinché tutti lo sappiano”.

Il passo sucessivo è il vantaggio personale:

Selezioni per fantomatici posti di lavoro (la leva più forte in questo periodo sociale):

“se vuoi essere selezionato fai la giravolta, la riverenza e la scappellenza e sbagli una sola cosa sei escluso”

“compila il seguente form: qualunque candidatura giunta diversamente non verrà tenuta in considerazione”

“se vuoi ottenere del materiale esclusivo scrivi SCEMOCHILEGGE nei commenti”

Abbiamo visto tante volte tutto questo in giro.

Abbiamo fatto anche noi azioni induttive di questo tipo.

Ed è normale.

Il terreno dei social è il campo nel quale siamo più disposti a seguire le indicazioni.

Ma adesso, provando a guardare tutto questo (che è normale, che fa parte della nostra quotidianità e che, comunque, non possiamo del tutto rinnegare), ci viene da pensare “ma PERCHÉ devo fare come dicono loro?
Perché devo abituarmi a parlare, scrivere, procedere come gli altri?

Perché non posso avere un tipo di comunicazione eterogenea e imprevedibile fatta da modi diversi di rapportarsi e reagire?”

Scegliere di uscire dai social per non essere manipolati è quasi come non uscire di casa per paura di essere investiti.

Non dobbiamo orientarci alla sospensione delle attività (a meno che non abbiamo animi da eremita) ma dobbiamo abituarci a chiederci cosa davvero vogliamo fare.

 

Crediti: ?

 

Link Esperimento di Pavlov sui cani: scheda

John Watson: scheda

Stanley Milgram: scheda

Bibb Latané: scheda

John Darley: scheda

Harry Harlow: scheda

Philip Zimbardo: scheda e ancora il mio articolo La bellezza salverà il mondo

 

 

 




Tipi da social

In Italia il 73% della popolazione è presente on line e il 57% è attiva sui social.

Negli ultimi anni 34 milioni di persone hanno registrato un profilo on line e hanno iniziato a somigliargli.

In principio, forse, pensavamo tutti di fare in modo che il profilo creato ci somigliasse: abbiamo inserito i nostri dati e le nostre foto; dapprima con grande discrezione, poi, piano piano, non abbiamo resistito alla seduzione della possibilità di riscatto e abbiamo iniziato a voler somigliare al personaggio caricato.

I profili hanno iniziato a diventare un Avatar o, meglio un Avatara.

Avatara in sanscrito vuol dire “manifestazione”, “discesa sulla terra della divinità”, una sorta di “epifania divina”.

E così sui social abbiamo iniziato a pensare di poter esporre la nostra manifestazione divina, la parte migliore di noi: quella più bella, grazie ai filtri delle foto, quella più intelligente, grazie alle citazioni copiate e incollate on line, più influenti grazie all’auto-celebrazione.

Ma la simbologia delle divinità è alta e raffinata e non sempre facile da incarnare.

L’avatar, l’immagine, la maschera…

“Datemi una maschera e vi dirò la verità” scriveva Oscar Wilde ma questo avviene nello stato embrionale della vita social: quando l’utente muove i suoi primi passi e vive ancora un momento di pudore della personalità, quando pubblica poco e non ama condividere troppe foto, quando ancora il simbolo può trovare spazio. 

Poi, piano piano, prende dimestichezza col mezzo e viene colto dal desiderio della esposizione divina ma, inesperto del raffinato mondo simbolico delle divinità antiche, viene fatto prigioniero da un annichilente, semplice e schematico mondo delle maschere fisse delle fabulae atellanae.

In poco tempo il mondo dei social viene popolato da novelli 

Dossennus il parassita gobbo e scaltro che si atteggia a sapiente.

Pappus il vecchio babbeo lussurioso, rimbambito e avaro.

Maccus quello che “fa il cretino” e mangia di continuo.

Buccus quello con la “bocca grossa”, che parla a vanvera.

Ovviamente i nomi sono cambiati e anche (poco) le caratteristiche.

L’atellana Social moderna è popolata da

Il Guru.
Il Guru ha conquistato una propria notorietà on line, ha un più o meno folto gruppo di accoliti che leggono tutto e si dividono tra quelli che prendono a cuore i loro “insegnamenti” o quelli che le rifiutano nettamente.

Queste due fazioni popolano poi i social combattendo le loro crociate l’una contro l’altra.
La caratteristica principale dei Guru è che non seguono mai i consigli che dispensano.

Ci troviamo così davanti a esperti consulenti aziendali che non hanno aziende, maestri di vita con esistenze a pezzi, esperti di indipendenza finanziaria con buchi di bilancio imbarazzanti.

Però, a loro discolpa, si può dire che sono lì per insegnare, mica per essere coerenti…

Batman: 

Se si legge il suo profilo, si nota che c’è sempre qualcuno con cui è arrabbiato: lettori silenti che lo spiano e tramano contro la sua felicità, nemici invisibili dai quali deve difendersi, terribili ingiustizie subite.

Batman però ha sempre un avvocato dalla parte del manico e lo sguaina al momento opportuno.

Nonostante le tante prove della vita, ha fiducia nel fatto che sconfiggerà tutti grazie alla sua forza e al suo coraggio.

Forza Batman fagliela pagare a tutti!

Grandi prove per grandi uomini!

La Vrenzola

Espressione dialettale napoletana diventata di nota grazie anche ai video dei the jackal (vedi crediti a fine articolo).

Le vrenzole usano le bacheche di facebook per dare risposte pubbliche sulla propria vita privata.

Seguire i discorsi delle vrenzole non è facile perché non sempre si sa contro chi l’abbiano, ma in genere basta guardare tra i commenti dove con discrezione futurista è spiegato dove andare a cercare l’altra voce di questo romanzo epistolare moderno.

La vrenzola si differenziano da Batman perché questo sente il peso dell’essere un super eroe e sa che il suo destino è quello di combattere contro tutti i cattivi aspettando di incontrarli una notte a Gotham, la Vrenzola va dalle galline e le prendere a borsettate.

Seguire le vrenzole è come fare la settimana enigmistica: tiene allenata la mente.

Il Cronista

Con lo zelo e la professionalità dell’inviato di guerra, il cronista ci informa di tutti i suoi spostamenti e delle sue azioni.

Potrebbe cominciare postando il risveglio, poi la colazione, i bambini a scuola, il lavoro, la spesa, il cane, il gatto, il topo e l’elefante…

Di lui sai sempre tutto: quali sono le sue passioni, quale principessa della Disney è, qual è il record a Candy Crush… il suo sogno segreto (che fa di tutto per rendere vero) è avere un reality sulla propria vita privata che si sforza di far apparire perfetta ma vera: ogni tanto anche il cronista ha un problema ma lo supera con filosofia e coraggio. 

In un mondo così falso e incerto, sapere che il cronista pubblicherà ogni mattina la foto del suo caffè, è una certezza da non sottovalutare.

 

Quello intelligente.

Tra le tante certezze di facebook c’è lui: quello intelligente.

Non importa se abbia studiato all’istituto professionale e poi si sia dedicato ad una vita da impiegato al catasto. Tutto questo tempo libero gli ha permesso di informarsi di tutto e di tutti.

L’opinionista sa sempre quello di cui si parla e di cui è importante parlare: dalla trasmissione sul canale privato ai raffinati affari di alta politica.

Se ci fosse lui al potere tutto avrebbe senso.

Se non ci fosse lui on line, non conosceremmo le tendenze di opinione.

Lui ha pensieri profondi, visioni acute e ha sempre ragione anche quando … anzi no, soprattutto quando ha torto.

Tutti vorremmo essere lui.

 

Ma queste sono tutte immagini, piccoli frammenti, deviazioni dell’intero.

Sono riproduzioni semplicistiche alle quali affidiamo noi stessi per piacere di più a chissà chi.

Chissà chi per davvero, perché, in effetti proprio, non si capisce a chi piacciano questi stracci di personalità.

Però sono facili da gestire e per questo ci seducono, perché sui social pare più facile avere una personalità riduttiva e schematica che non cercare confusi la propria identità che potrebbe essere così grande che, da vicino, non riusciamo a metterla a fuoco.

 

Crediti

Fonte dati: grafici

Vrenzole:

video the jackal you tube  

fonte immagine: facebook

 




PEC e Firma digitale

Nel mio precedente articolo, ho parlato di internet e nello specifico della posta elettronica che sempre  più spesso usiamo per inviare documenti di importanza rilevante.

E’ importante avere la certezza che il documento inviato sia leggibile,autentico e immodificabile per evitare un uso improprio dello stesso, a tale fine si ricorre alla firma digitale.

La firma digitale si basa su un certificato qualificato e su sistema di chiavi crittografiche, una pubblica e una privata, correlate tra loro, che consente al titolare tramite la chiave privata e al destinatario tramite la chiave pubblica, di rendendere  manifesta ,rispettivamente , la provenienza e l’integrità di un documento informatico.

E’ importante evidenziare che se stiamo parlando dell’invio di un documento importante e quindi di rilevanza fiscale o legale non ci dobbiamo affidare alla posta elettronica semplice ma alla posta elettronica certificata (PEC).

Quanto è riservata la nostra posta elettronica ?

La riservatezza è abbastanza ma non possiamo essere garantiti al 100%, poiché qualsiasi destinatario potrebbe inoltrarla ad altre persone, tant’è che alcuni indirizzi postali sono vere e proprie mailing list che a loro volta ridistribuiscono i messaggi a diverse e altre persone.

La raccomandazione è quella che ho sempre dato : non inviare nulla che non vorreste vedere appiccicato accanto ala macchinetta del caffè oppure scarabocchiato vicino a un telefono pubblico.

Questa cautela va sempre rispettata anche se nei recenti sistemi di posta elettronica sono inserite caratteristiche di codifica che migliorano la condizione di riservatezza.

La PEC può essere considerato un sistema sicuro perché caratterizzato da una procedura che eleva la percentuale di riservatezza e sicurezza nell’invio dei nostri documenti importanti……….,vediamo perché.

La PEC , pur presentando analogie con la raccomandata A.R., evidenzia il ruolo fondamentale che nel processo di certificazione assume un soggetto terzo rispetto al mittente e destinatario, denominato gestore di posta elettronica certificata.

Il Gestore, una volta ricevuto il messaggio dal mittente , effettua alcuni controlli formali previsti per legge e ove non riscontri una anomalia, predispone la ricevuta di accettazione che fa tenere al mittente.

Tale ricevuta è un documento importante, poiché in essa sono contenuti i dati di certificazione  che costituiscono prova dell’avvenuta spedizione.

A sua volta il Gestore del Destinatario deposita quanto trasmesso nella casella di posta del proprio cliente e invia al mittente la ricevuta di avvenuta consegna che a tutti gli effetti costituisce prova che il messaggio è stato ricevuto con le conseguenti implicazioni giuridiche.

Bisogna, però, precisare che detta attestazione non garantisce che il messaggio è stato letto da parte del Destinatario.

Pertanto è importante tenere presente che la PEC non prevede l’effettiva lettura del messaggio ma sicuramente la prova dell’avvenuta consegna .

Il contenuto di quanto trasmesso a mezzo PEC , sia esso un messaggio o un allegato, non è assistito da alcuna fede probatoria e quindi è improprio affermare che a differenza della raccomandata A.R. , essa certifica di default anche il contenuto dei messaggi trasmessi.

Nelle intenzioni del legislatore la PEC deve rappresentare lo strumento privilegiato per le comunicazioni d’impresa dirette alla Pubblica Amministrazione ma non capita di rado che le imprese trovino difficoltà a comunicare.

Diversamente la PEC rappresenta un mezzo idoneo nei rapporti tra privati e in particolare tra imprese, un esempio su tutti : la cessione del credito di cui all’articolo 1264 cc.

Inoltre la PEC costituisce un valido strumento di compliance aziendale, soprattutto ove occorre garantire trasparenza,tracciabilità e sicurezza nelle comunicazioni.

Una raccomandazione finale nel caso in cui dobbiamo inviare un documento importante: Firmare con la firma digitale il testo oppure l’allegato che devo inviare e utilizzare la PEC come veicolo di trasmissione.

Salvo Esposito




Webeti senior e Webeti Junior

Nel nostro paese (ma non solo) c’è una generazione di persone che è stata anestetizzata dalla televisione commerciale, dalla mancanza di approfondimento per una leggerezza da cercare e proporre a tutti i costi, dall’incapacità della società civile di esprimere un modello fondato sul contraddittorio.

Manca la capacità di confrontarsi e a volte mancano anche le parole per poterlo fare, infatti c’è una povertà di linguaggio, tant’è che le nuove generazioni il più delle volte parla a gesti e con suoni più che con frasi complete e con senso compiuto.

Per meglio chiarire questo stato di fatto, un noto giornalista( Mentana) ha coniato una parola che rende molto bene l’idea : webeti

Il webete, se così vogliamo chiamarlo, è il frutto di anni di questo approccio, una persona che è stata cresciuta ed educata ad assorbire tutto ciò che le veniva proposto senza chiedersi nulla, a prendere tutto per buono. Ecco quindi che “l’ho sentito dire alla tv quindi è vero”, diventa automaticamente “l’ho letto su Facebook quindi è vero.”

Ecco quindi di cosa stiamo parlando, dei figli parlanti di una generazione di tv che ha reso queste persone “webeti” nell’era della rete che per poter parlare d’amore si limitano a scrivere «  TVB ».

Il futuro delle nuove generazioni  dipenderà dalla loro capacità di trovare un equilibrio tra le diverse opinioni, soprattutto avere delle opinioni.

Un ruolo importante lo potranno avere le piattaforme come Facebook o Google o Twitter che non dovrebbero proporre  solo i contenuti simili a quelli su cui clicca Mi Piace,  altrimenti si rischierà l’appiattimento e la crisi dei webeti  non farà altro che aggravarsi.

Il rapporto tra i  giovani di oggi e la precedente generazione è molto conflittuale,  i primi sono accusati dai secondi di essere in qualche modo responsabili della attuale situazione di degrado in cui viviamo perché sono demotivati e non si impegnano abbastanza.

In questa fase della mia riflessione mi  chiedo le ragioni di  questo “astio” nei confronti dei giovani, considerando che ogni cambiamento, ogni trasformazione parte proprio da loro. E’ vero, molti fattori ci fanno ritenere che le nuove generazioni siano un popolo dii sconfitti, a volte la rassegnazione la fa da padrona, eppure la forza di tutti loro insieme può affrontare ogni ostacolo che si presenta davanti. Forse però questo “astio” da parte della generazione passata è dovuto proprio alla paura di cambiamento, a questa presa di distanza dal passato basato su egoismi, sprechi, interessi personali, raccomandazioni e ingiustizia.

I giovani si trovano spesso a dover affrontare prospettive contraddittorie, confuse, in bilico tra fragilità ed esibizione di forza. Bisogna farli riflettere che non devono accettare con passività tutto perché nella storia ci sono stati tanti esempi di persone morte per rivendicare i propri diritti, per cambiare qualcosa che per molti non sarebbe mai cambiato.

Dimostrare alla vecchia generazione che insieme si possono cambiare in meglio le cose facendo tesoro degli errori precedenti.

Chi ha creato la società attuale?

Sicuramente non le nuove generazioni che si trovano semplicemente in un periodo storico difficile, nel quale l’unica cosa che possono, ma soprattutto devono fare è rimboccarsi le maniche e intraprendere lunghi percorsi per rendere questo mondo così ingiusto un posto migliore.

Tutti i giorni, tramite fonti informative di diverso genere percepiamo notizie “flash” su persone che lottano quotidianamente, che siano giovani, adulti, che sia uno studente o un operaio, per cambiare l’esistente ma spesso tutto è avvolto nell’indifferenza.

E questo è inaccettabile, è inaccettabile assistere a queste forme di menefreghismo, di disinteresse, di superficialità.

I giovani sono il futuro, e proprio per colpa della generazione passate ora si ritrovano ad affrontare e lottare per problematiche più grandi di loro, talvolta con un’energia invidiabile.

“ Costi quel che costi”. In una società come quella odierna si ha bisogno di persone che non temono nulla e che siano sempre capaci di lottare per cambiare sempre in meglio.

Cosa c’è di meglio di poter dire un domani:” Ho lottato affinché le cose cambiassero.”

Una generazione può essere vittima dello stesso giudizio che essa dà della generazione precedente, come sarebbe più comodo se i genitori avessero già fatto il lavoro dei figli.

Nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente: chissà cosa avremmo fatto noi se i nostri genitori avessero fatto questo e quest’altro…, ma essi non l’hanno fatto e quindi noi non abbiamo fatto nulla di più.

E’ proprio su questo concetto che le nuove generazioni devono concentrare le proprie riflessioni.

Salvo Esposito




Immagini digitali sempre più di qualità

Una grande e sempre crescente parte di tutti i bit che circolano per le autostrade di internet è costituita da immagini digitalizzate di alta qualità.

Circa il 99,44% delle immagini sono elaborate solo per divertimento,giochi e altre cose indicibili,tuttavia io voglio rivolgermi a quel 0,56% che ne ha bisogno per il proprio lavoro e quindi vorrei fare una panoramica sui vari formati di immagini.

 A COSA SERVE IL FORMATO GIF

GIF( Grafic Interchange Format) si adatta perfettamente alla capacità dello schermo di un personal computer, non più di 256 colori in una immagine e in genere una risoluzione video di 640×480 oppure 1024×768 pixel.

Dozzine di programmi commerciali  possono leggere e scrivere i file GIF, in particolare UNIX , con il  sistema X Window consente l’uso di pacchetti di programmi gratuiti ma il più utilizzato è Image Magick.

UN PO’ DI STORIA

Alcuni anni fa ,alcuni esperti di fotografia digitale si riunirono e decisero che era giunto il momento di avere un formato ufficiale standard per le fotografie digitalizzate in quanto i formati esistenti non erano sufficientemente rispondenti alle esigenze.

Dopo diversi studi e discussioni nacque JPEG( Joint Photographic Experts Group) il cui formato era specifico per memorizzare fotografie digitalizzate a colori e in bianco e nero.

Il Joint Photographic Experts Group è il Comitato misto fondato da Jim Judkins .

Visto che stiamo parlando di immagini digitalizzate forse vi state chiedendo  se gli archivi on-line contengono anche fotografie diciamo un po’ « spinte », rassicuratevi, non esistono.

Questo per due ragioni di cui una politica : le società e le università che danno i fondi alla maggior parte delle  posizioni su internet  non sono interessate ad essere accusate  di occuparsi di pornografia ne a riempire i loro costosi dischi con immagini che nulla hanno a che fare  con qualsiasi lavoro legittimo.

C’è un simpatico aneddoto che racconta che presso un archivio di una nota università americana, quando le immagini di Playboy scomparvero, furono sostituite da un messaggio che diceva : se siete in grado di spiegare perché avete bisogno di queste immagini per una ricerca accademica saremo lieti  di inserirle nuovamente.

La seconda ragione è pratica perché c’è sempre qualcuno che crea una propria  collezione privata di immagini a luci rosse che vengono diffuse in un lampo e con lo stesso lasso di tempo spariscono.

 

Salvo Esposito




Internet

Noi usiamo internet per tante cose nella vita quotidiana: per trovare le risposte alle nostre domande quotidiane, per comunicare con i nostri contatti professionali o per trovare informazioni di ogni tipo.

Parlare di Internet significa attraversare le autostrade della comunicazione , soprattutto non semplice parlarne senza annoiare il lettore. Voglio provarci con questo articolo dando la risposta alle seguenti domande :

  • CHE COSA E’ INTERNET
  • CHE COSA E’ UNA RETE
  • A COSA SERVE INTERNET
  • QUALI SONO LE SUE ORIGINI CHE COSA E’ INTERNET

 

   CHE COSA E’ INTERNET

Internet è la più vasta fonte di informazioni e di servizi a cui accedono milioni di utenti di personal computer, è di semplice accesso ed è alla portata di tutti.

Ma quali sono i comandi da utilizzare, come collegarsi alla rete ,una volta collegati dove trovare le informazioni.

Internet, in effetti, è una vera e propria rete ,ma è una rete di reti,e tutte si scambiano liberamente informazioni.

   CHE COSA E’ UNA RETE

Le reti vanno da quelle grandi e tradizionali, possiamo dire che quelle che hanno segnato la storia sono quelle di AT&T,Digital Equipment e Hewlett-Packard. Poi ci sono le reti piccole e alla buona come quelle che avevo realizzato  nella mia prima azienda di informatica.

Una rete di computer è,principalmente, una serie di computer agganciati insieme e consideratela in teoria come una rete televisiva o radiofonica che collega una serie di stazioni in modo da condividere,ad esempio, gli episodi  di « Beautiful ».

A differenza di una rete televisiva o radiofonica, nelle reti di computer ogni particolare messaggio viene in genere indirizzato a un determinato computer.

Ci sono alcune reti che sono strutturate da un computer centrale e una serie di computer che definiscono stazioni remote  e che fanno riferimento ad esso.

Per esempio, consideriamo un computer centrale per le prenotazioni di Alitalia, con migliaia di terminali presso gli aeroporti e agenzie di viaggio.

   A COSA SERVE INTERNET

Oggi siamo perennemente connessi, a casa, in ufficio, per strada, tramite PC, notebook, tablet e smartphone.

Internet può essere vista oggi come una rete logica di enorme complessità, appoggiata a strutture fisiche di vario tipo e utilizzante collegamenti di vario tipo : doppino telefonico, collegamenti satellitari, fibre ottiche, cavi coassiali, radiofrequenza (Wi-Fi), raggi laser, ponti radio, etc.

Addirittura si può immaginare Internet come una “mente artificiale” perfettamente funzionante “una mente immateriale, ubiqua (ci si accede quasi dappertutto), invisibile”  e con prestazioni addirittura superiori a quelle della mente umana.

Internet soddisfa pienamente la voglia di comunicare ed essere capiti che è insita in ognuno di noi, la consapevolezza della ricezione di ciò che si vuole comunicare può portare ad alleviare quel senso di solitudine che ognuno porta dentro di sé. Avere la voglia di esprimere qualcosa verso gli altri, verso chi può captarci e capirci è un sentimento, una necessità naturale.

POSTA ELETTRONICA

Questo sicuramente è il servizio più ampiamente utilizzato. Si possono scambiare messaggi di posta elettronica con milioni di persone sparse per tutto il mondo.

Prima,però,di utilizzare con frequenza la posta, bisogna comprendere quale sia il proprio indirizzo postale elettronico,in modo da poterlo comunicare alle persone con cui vogliamo metterci in contatto.

Inoltre bisogna conoscere l’indirizzo di tutti coloro con cui vogliamo avere una corrispondenza. Gli indirizzi postali internet sono suddivisi in due parti separate dal simbolo @ .

La parte prima della @ corrisponde alla casella postale, che il più delle volte corrisponde al proprio nome, mentre la parte dopo la @ corrisponde al dominio che in genere corrisponde al nome del computer utilizzato.

   QUALI SONO LE SUE ORIGINI CHE COSA E’ INTERNET

L’antenato di Internet è ARPANET, un progetto avviato dal Dipartimento della Difesa americano nel 1969, sia come esperimento di gestione di una rete affidabile ,sia per collegare il Dipartimento con coloro che avevano un contatto per svolgere ricerche di tipo militare, compreso gli universitari che eseguivano ricerche con i fondi delle forze armate.

La parte di gestione di una rete affidabile comportava anche il re indirizzamento dinamico  che consisteva nel reindirizzare  su altri collegamenti qualora vi fosse una interruzione per un attacco nemico.

ARPANET ebbe un successo enorme tanto da renderlo difficile da gestire , anche perché il numero delle università collegate continuò a crescere.

Per risolvere il problema del super traffico sulla rete si pensò di suddividere la rete in due parti : MILNET ,che aveva le posizioni militari e ARPANET tutte le altre applicazioni.

Le due reti rimasero,tuttavia, collegate grazie a uno schema tecnico denominato IP( Internet Protocol) , che consentiva  che il traffico venisse indirizzato da una rete all’altra a seconda delle necessità.

La rete internet così concepita poteva e può resistere a un attacco nemico infatti si racconta che durante la guerra del Golfo del 1991, i militari USA ebbero considerevoli problemi a eliminare la rete del Comando Iracheno.

Si scoprì alla fine che gli Iracheni stavano utilizzando router di reti disponibili sul mercato con un indirizzamento e una tecnologia di ripristino internet standard. In altri termini, il re indirizzamento dinamico funzionava davvero .

E’ confortante sapere che il re indirizzamento dinamico funziona,anche se forse la guerra non era il metodo più opportuno per scoprirlo, ma questa è un’altra storia.

 

Salvo Esposito

 

 

 

 

 

 

 

 

 

http://betapress.it/index.php/2017/10/06/gesu-hacker-della-comunicazione/

 

http://betapress.it/index.php/2017/10/30/1828/




Bitcoin

Che cosa sono le nuove monete elettroniche meglio conosciute col nome di Bitcoin.

La moneta elettronica è comparsa sul mercato virtuale circa otto anni fa, non ha un organo centrale che la emette ma si serve di un database che circola in rete internet che provvede anche alla tracciabilità delle transazioni.

I Bitcoin disponibili in rete sono 21 milioni mentre quelli effettivamente in circolazione sono circa 9 milioni. Il valore del Bitcoin è passato da 0 (nel 2009) fino a 1200 dollari (il picco dello scorso novembre).

Secondo il Financial Times gli scambi totali hanno raggiunto i 10 miliardi di dollari contro i 150 milioni di un anno prima.

Per poter acquistare Bitcoin è necessario aprire un portafoglio/conto virtuale dopodiché occorre collegarsi ai numerosi siti che offrono la valuta virtuale in cambio di denaro (pagamento attraverso bonifico, carte ricaricabili).

I Bitcoin possono essere scambiati o spesi (sono accettati da numerose attività commerciali sia virtuali che fisiche).

Pro e contro:

Pro

  • utilizzo semplice e veloce

  • costi di transazione bassi

Contro

  • possibile crollo della valutazione
  • affidabilità operatori

Essendo un denaro virtuale il Bitcoin può essere rubato (per esempio da un attacco hacker) o perso (malfunzionamento dell’hard disk del pc).

Per questi motivi è importante assicurarsi  una navigazione sicura usando buoni antivirus e scollegarsi al minimo dubbio durante l’operatività in rete.

C’è chi dice no:

Il governo cinese ha proibito alle banche di usare Bitcoin per i loro scambi, per prevenire i rischi di riciclaggio di denaro e difendere la stabilità finanziaria.

Nessuna restrizione invece per gli scambi tra privati.

La Cina è il primo mercato del Bitcoin con il 35% di tutti i traffici mondiali.

Dallo scorso ottobre il motore di ricerca baidu.com ha deciso di accettare la moneta virtuale come metodo di pagamento per vari servizi di sicurezza online.

Vantaggi a lungo termine:

Pur consapevoli  di rischi di natura legale e in materia di supervisione, il Bitcoin può rappresentare un vantaggio a lungo termine in particolare per quanto riguarda l’innovazione di un sistema di pagamento più veloce, più efficiente e sorprendentemente più sicuro.

Chi la può coniare ?

 Chiunque la può coniare, pur tuttavia esiste un tetto massimo pari a 21 milioni, cifra che secondo le proiezioni analitiche dovrebbe essere raggiunta nel 2140.

L’uso della moneta elettronica garantisce l’anonimato anche se il Bitcoin ha sempre un intestatario  per far si che venga utilizzata una sola volta.

Inoltre la privacy è garantita dal fatto che è unicamente il possessore a decidere se rivelarsi o meno durante la transazione.

Diamo una occhiata alla crescita degli ultimi cinque anni della moneta elettronica

 

 

 

Salvo Esposito




Gesù, hacker della comunicazione

Gesù parlava un linguaggio nuovo,sicuramente un grande esperto della comunicazione ed un innovatore culturale , in pratica potremmo chiamarlo con la terminologia attuale : un esperto hacker …

Non vorrei essere frainteso e neanche blasfemo ma riflettendo bene  l’hacker è colui che “si impegna ad affrontare sfide intellettuali per aggirare o superare creativamente le limitazioni che gli vengono imposte nei propri ambiti d’interesse”, non solo informatico.

In questa ottica, dunque, possono essere considerati hacker  tutti coloro che, ogni giorno, indipendentemente dalla loro professione, dal sesso o dalla loro età, provano ad andare più in là delle forme di conoscenza che appare agli occhi.

A differenza della religione, forse, il mondo hacker non impone l’ immaginazione di qualcosa  completamente astratto: lo sharing, l’open-source, la co-creazione, i processi creativi in crowdsourcing, figlie del Web 2.0, ne sono la prova vivente e visibile tutti i giorni sotto gli occhi di chi vive la Rete, e non solo.

Mi scappa di dire  che la Chiesa non è all’altezza del suo Fondatore perché con i suoi riti secolari e i messaggi ormai “vecchi” di amore, pace, fratellanza, povertà, castità (qualcuno non conosce nemmeno il significato di tali termini) sia lontana dalla società contemporanea, e quindi anche dalla sua espressione più evidente, i giovani, e dovrebbe attualizzarsi, rientrare nelle coordinate temporali.

Gesù storicamente  è divenuto la figura spartiacque della civiltà occidentale  e la sua umanità è stata spesso sottovalutata sia dai contestatori della religione cristiana sia dai difensori dei suoi dogmi.

La comprensione della sua persona e del suo messaggio spirituale, poi, è stata pesantemente condizionata da fattori politici ed economici, mi chiedo quanti Gesù oggi sono ancora vittime di questi due fattori.

Il termine hacker deriva dal verbo “to hack” e da qui, infatti, prende la sua duplice connotazione negativa e positiva: la prima, conosciuta ai più, è quella di colui che  colpisce con violenza” ( la mente ritorna alla cacciata dei mercanti del Tempio da parte di Gesù, la seconda invece, dietro la quale si nasconde un significato più ampio e complesso ed intorno alla quale aleggiano implicazioni etiche e filosofiche, Gesù il Messia…

Vorrei aprire una riflessione su due argomenti molto attuali:

  1. Cultura digitale cattolica

-La prima fase di studi dedicata al fenomeno ha inizio nel 1996, con la pubblicazione del primo articolo scientifico dedicato all’argomento, The Unknown God of the Internet, scritto da Stephen O’Leary e Brenda Brasher. Siamo nella seconda metà degli anni Novanta e i primi studiosi osservano internet come un nuovo spazio attraverso il quale le religioni possono  potenziare il loro messaggio oltre a esperire la propria religiosità.

– La seconda fase di studi ha inizio col nuovo millennio e ha tentato di comporre un’analisi sistematica del fenomeno, categorizzando le differenti comunità religiose apparse in rete.

– La terza e attuale fase di studio, può essere definita la “svolta teorica”. La comunità scientifica si sta infatti interrogando su come si ricostruiscano e negozino le diverse categorie religiose in rete: come si può ricreare una comunità religiosa online? Come si ricostruisce o come viene riconosciuta un’autorità religiosa sul web? Cosa viene definito sacro in rete e come può essere riprodotto un rito online? Come possono essere circoscritti tempi e spazi sacri su internet? Quali trasformazioni subisce la comunicazione religiosa in rete? Quanto può valere la celebrazione di una messa trasmessa on-line ?

Che cosa è la religione digitale?

La  mia  ricerca si concentra sul concetto di autorità nella cultura dei nuovi media. In particolare su come gruppi religiosi o individui costruiscano e rappresentino la loro autorità online e come nello specifico nuove forme di autorità o nuovi leader religiosi emergenti, possano sfidare le tradizionali istituzioni. Ci sono teologi che vogliono rendere il loro lavoro un po’ più pubblico e accessibile, i teologi blogger non fanno altro che riproporre online quella che è la loro autorità offline.

Al contrario ci sono persone che non hanno fatto il seminario, non hanno la dovuta preparazione, ma raccolgono intorno a sé persone con le quali condividono le stesse idee da discutere online.

È una pratica consentita esclusivamente dall’ambiente digitale. Ovviamente tra questi due gruppi si viene a creare tensione soprattutto su argomenti come chi ha l’autorità, i valori e la legittimità per dare certe interpretazioni in questo contesto teologico.

Internet sta cambiando il modo in cui le istituzioni religiose comunicano, ma sta cambiando anche il modo in cui le persone vivono la propria spiritualità?

Internet sta realmente potenziando l’individuo.

Nel campo della religione internet dà accesso a informazioni che un tempo si potevano avere solo frequentando il catechismo, o andando dal prete, o consultando dei libri;veicola insomma tante di quelle informazioni, che non c’è più bisogno di rivolgersi ai tradizionali intermediari.

Questo è ottimo per l’individuo, ma non per la comunità che vorrebbe mantenere i fedeli all’interno dei suoi confini e soprattutto dei confini delle sue idee. Perciò la teologia può diventare problematica, perché internet spinge a trattare tutto equamente e a muoversi in diversi posti, piuttosto che stare in uno solo.

  1. Cultura digitale diversamente cattolica

Vorrei fornire un nuovo e personale contributo che si genera dal pensiero creativo  tra il mondo cristiano e mondo hacker. Si tratta di uno sforzo nell’avvicinare due universi che, a prima vista, distano anni luce uno dall’altro, ma di qualcosa che, invece, è naturalmente presente, ma forse celato, da sempre.

Oggi l’azione pastorale non consiste  nel dare una  connotazione  digitale alla testimonianza cristiana  illudendosi che sia sufficiente adottare qualche nuovo strumento di comunicazione, qualche nuovo linguaggio per rendere l’azione pastorale più accattivante  ma si tratta piuttosto di abilitare questa cultura valorizzando la testimonianza cristiana che offre l’incontro tra la testimonianza storica di Gesù Cristo e una concreta esperienza di vita nella fraternità del suo mondo ecclesiale.

Gesù, a mio parere, era ultramoderno e digital-connesso, ciò nonostante ci ha tramandato l’insegnamento che non possiamo  vivere da soli, rinchiusi in noi stessi ma abbiamo bisogno di amare ed essere amati, abbiamo bisogno di tenerezza. Ci ha tramandato non solo la strategia di essere connessi ma l’dea della bellezza, la bontà e la verità della comunicazione.

Mi piacerebbe che i giovani usassero gli strumenti digitali per approfondire Gesù come primo hacker buono e ricercassero  nelle strade di internet la vera ragione del Suo essere  con una consapevole  riflessione sul fatto  che i social possono essere utilizzati per il bene della « comunità giovani e non solo » e non per alimentare il « Cyberfango mediadico ».

 

Salvo Esposito