Papà Francesco: deriva di destra?

Ma cosa sta succedendo a Papa Francesco?

Svolta a destra?

Torna ai “valori non negoziabili” che aveva quasi disprezzato?

Diventa di colpo “ratzingeriano”?

Si è reso conto che dopo “Fiducia Supplicans”, sulle benedizioni alle coppie irregolari e coppie gay, sta rischiando di perdere la stima e il seguito di milioni di fedeli?

Sono le domande legittime che in molti si sono posti dopo l’uscita, qualche giorno fa, del nuovo documento “Dignitas Infinita” che affronta diversi temi etici e sociali attorno ai quali si sviluppa la contesa politica in ogni parte del mondo: parliamo di aborto, maternità surrogata, teoria del “gender”, suicidio assistito, eutanasia, transessualismo, insieme a temi più “sociali” quali guerra, povertà, migranti, violenza alle donne, tratta di esseri umani, discriminazioni etniche, religiose ecc.

Conoscendo Papa Francesco come lui stesso si è fatto conoscere da undici anni a questa parte, suscita una certa curiosità questa uscita magisteriale a firma del prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, card. Victor Manuel Fernandez, nella quale sembra di essere tornati “quasi” all’epoca di Papa Ratzinger che insisteva nell’annuncio di quei valori della dignità umana che venivano e vengono ancora oggi (anzi oggi più che mai) contrastati dal pensiero “progressista”: la vita che si pretende di interrompere e manipolare a piacimento, il sesso che non è più considerato un dato biologico nativo immodificabile, ma si ritiene che possa essere considerato una variabile sostituibile col “desiderio” di essere nel sesso opposto (vedi leggi che puniscono chi rifiuta di chiamare al femminile un maschio che “si sente donna”, o viceversa, tipo la recente legislazione scozzese).

Insomma, siamo entrati nel regno della totale ambiguità e dell’oscuramento delle sicurezze che per millenni avevano garantito la stabilità del genere umano: i maschi sono maschi, le femmine sono femmine, si nasce da un uomo e una donna, la morte è un fenomeno (purtroppo) iscritto nella natura e nessuno può e deve provocarla, favorirla, ispirarla perché – lo dicono la quasi generalità delle culture religiose – la vita appartiene in ultima analisi a Dio che ce la ha donata e solo Lui può decidere quando togliercela.

Questo nuovo documento “Dignitas infinita” può essere facilmente ritrovato nel sito internet del Vaticano (vatican.va) e ognuno potrà leggere quanto il Papa pensa sull’aborto, sul gender, sul suicidio assistito e via discorrendo.

Verrebbe da dire che – finalmente! – il Papa torna a fare il Papa, dice “cose cattoliche” invece che inseguire – come ha fatto sin dalla sua elezione con le prime intervista a Scalfari su “Repubblica” (le ricordate?) – la cosiddetta “agenda progressista” pompata dagli ambienti di sinistra di mezzo mondo, Italia compresa.

Occorre però stare attenti: il Papa argentino non è un personaggio che tanto facilmente cambia idea.

Possibile che voglia rinunciare alle sue posizioni espresse sin da subito, tipo “chi sono io per giudicare?” alla domanda se il comportamento gay sia da condannare?

Che non intenda arretrare, lo dimostrano le dichiarazioni del card. Fernandez proprio riguardo al catechismo e alla definizione dell’atto omosessuale come “intrinsecamente disordinato” e quindi gravemente peccaminoso.

Fernandez ha glissato, di fatto confermando che sulla omosessualità non si torna indietro e si va verso una progressiva “normalizzazione” (cioè che sia un fenomeno naturale da accettare, e non più un grave peccato da condannare).

Francesco, del resto, con questo nuovo documento non ha rinnegato la dichiarazione “Fiducia supplicans” sulla benedizione delle coppie gay, ma più semplicemente ha “corretto il tiro” per ingraziarsi quella ampia fetta di dignitari vaticani (cardinali, vescovi, teologi) che avevano rumoreggiato all’uscita del primo documento che pareva distruggere duemila anni di insegnamenti morali della Chiesa.

Il Papa sa bene che non può tirare troppo la corda, ha capito che lo aveva fatto e che la sollevazione popolare dei fedeli, guidati da preti e vescovi che hanno deciso di uscire allo scoperto, poteva diventare per lui troppo pericolosa.

Il suo pontificato, proseguendo su quella via così “disruptive” (direbbero gli americani) avrebbe potuto passare alla storia come una sorta di grande eresia da dimenticare o addirittura poteva spaccare in due la Chiesa con uno scisma (vedi protesta di tutti gli episcopati africani) lasciando di lui un ricordo triste e deplorevole, quasi una specie di novello “Papa Borgia” dei nostri tempi, proclive a benedire tutti i peccati, specie i più gravi perché condannati dai Dieci Comandamenti.

Insomma, il consiglio è di leggere questo documento, meditarlo e vedere se i “valori non negoziabili” di sempre vi sono davvero contenuti.

Quello che tutti i fedeli sinceri esigono da Papa e Vescovi è che non siano ambigui: se dicono “sì” sia “sì”; se dicono “no” sia “no” … perché il Vangelo prosegue: “… tutto il resto viene dal demonio”.

E allora avanti con la chiarezza delle posizioni, se questo è lo spirito del documento, senza piegarsi alle attese e alle pressioni del mondo!

Il Credente


Per consultare il documento vedere:

vatican.va

oppure Ecco “Dignitas infinita” – Aldo Maria Valli




PERSONA E COMUNITA’

 

L’uomo persona

 

Certamente l’individuo è sostanza, cioè realtà completa esistente e chiusa in se stessa, incomunicabile nel suo essere concreto, distinto da ogni altro.

Fra tutte le altre sostanze, gli individui di natura razionale ricevono il nome di persona “per sé una”, “hypostasis”, soggetto sussistente, e insomma, sostanza individuale di natura razionale. L’individualità, nella definizione di persona, designa il modo particolare di essere che conviene alla persona, cioè l’esistere conseguentemente l’agire autonomo.

La persona è dunque una sostanza individua, cioè una realtà interiormente indivisa e distinta da ogni altra (altrimenti l’uomo non sarebbe un essere uno, ma un aggregato di elementi, facoltà e atti, che resterebbero slegati tra di loro), ma allo stesso tempo, per la comunanza di natura tra gli individui umani, per la solidarietà istintiva che si forma tra di loro, per l’ordinamento di tutti a una finalità comune, si rivela come eminentemente sociale. Anzi la persona, qualunque sia la ricchezza del proprio essere e delle proprie facoltà, ha una connaturale tendenza ed esigenza di associarsi con gli altri allo scopo di potenziare l’azione e l’efficienza propria ed altrui.

Vi è una tendenza naturale, quasi incontenibile degli esseri umani, che li porta ad associarsi per il raggiungimento di obiettivi che pur essendo da ciascuno desiderati superano la capacità di cui possono disporre i singoli individui.

L’uomo, nella storia, non si presenta mai come un solitario, nemmeno agli albori della sua esistenza quali ci risultano dalla preistoria.

Anzi la Bibbia, nell’offrire un racconto popolare della creazione, dice che Dio, vedendo l’uomo solo, come era uscito dalle sue mani, ritenne che ciò non era bene e cominciò a dargli una compagna simile a lui: primo germe della società.

Questa tendenza ad associarsi, che deriva dalla sua stessa natura e si sviluppa su ogni piano dell’esistenza, ha una duplice molla: a) il bisogno di reciproco aiuto, in quanto la persona, da sola, è normalmente incapace di soddisfare alle proprie necessità anche più elementari e inderogabili (società di necessità); b) il bisogno di espandersi e comunicare con i propri simili, nei quali l’uomo scopre la stessa natura e le stesse esigenze, per aiutarli a comunicare loro il proprio bene (società di amicizia). Anche quest’ultimo istinto, generalmente meno considerato, è una spinta alla società.

Purtroppo in questo naturale processo di espansione comunitaria interviene l’egoismo che contrasta con le istanze della socialità e della comunione, ma il senso più profondo e autentico della natura umana resta quello sociale.

Il messaggio, l’opera Redentrice di Cristo e l’azione del Cristianesimo intervengono nel dinamismo sociale dell’essere umano per ristabilire l’equilibrio, ricomporre l’unità e liberare gli uomini dalla tirannia dell’egoismo, dando nuovo vigore alle forze della società.

 

I raggruppamenti sociali

 

La vita associativa si articola pertanto in un certo numero di comunità e società (per ora non spieghiamo la distinzione di questi due termini): la società familiare; la società civile e politica, in seno alla quale si formano le associazioni professionali, economiche, culturali che perseguono fini particolari: scientifici, artistici, letterari, assistenziali, caritativi, industriali, sindacali ecc.; la società religiosa, che tende ad avere un suo rilievo distinto da quella politica, specialmente nel mondo cristiano, dove la Chiesa, comunità di origine e finalità soprannaturale, è fondata per riunire i credenti in Cristo e condurle al loro destino ultraterreno, trascendente ogni altra formazione di società umana, anche politica.

L’individuo umano integrandosi in queste varie forme di società, esce dalla propria solitudine, vince il proprio egoismo e stabilisce rapporti di collaborazione in una sinfonia di persone componenti la comunità. Questo processo di socializzazione nulla toglie alla persona umana, che nel suo associarsi e integrarsi conserva intatta la propria vocazione, il proprio essere, la propria autonomia di esistenza e di coscienza.

Essa non viene assorbita né soggiogata dalla società, ma conserva il suo primato sulle strutture e gli organi che la società, che non può mai prevalere sull’uomo, crea e impiega a suo servizio.

 

Persona e società

 

Il rapporto persona-società è sempre stato un punto critico dell’organizzazione e della vita della comunità politica. Per risolverlo nel mondo moderno si sono affrontate due correnti opposte: individualismo e socialismo (in senso generico), caratterizzate, come risulta dagli stessi nomi, dalla estrema affermazione o dall’individuo o della società, in senso esagerato ed esclusivista, come avviene in ogni forma di estremismo.

Le due posizioni hanno basi filosofiche che toccano la stessa natura dell’uomo.

Secondo la teoria individualista, l’essere sociale non è dovuto allo sviluppo di una virtualità insita nella natura umana, ma è il risultato di un contratto stipulato dai cittadini o per uscire da uno stato di egoismo e di guerra, conseguenza delle passioni di natura cattiva dell’uomo (Hobs), o per porre un freno alle funeste condizioni createsi tra gli uomini con l’allontanarsi dallo stato di bontà della natura, col progresso della cultura e delle scienze (Rousseau).

A questo gruppo individualista appartengono le teorie evoluzioniste, il liberalismo, sorto da una reazione all’assolutismo, e come posizione-limite, l’anarchismo, che intende realizzare l’ordine sociale su un terreno sgombro da ogni potere attualmente esistente.

Sulla sponda opposta, un accentuato e a volte esasperato sociologismo, che per varie vie deriva dal monismo evoluzionistico hegeliano, porta alla negazione dell’individuo in favore del primato della società, specialmente nel totalitarismo e nel collettivismo (a cui è legato il marxismo).

La società si organizza allora secondo le leggi di un meccanismo duro e oppressivo, dal quale l’uomo, ridotto quasi solo o principalmente ad agente economico, viene mortificato nelle sue esigenze e aspirazioni di ordine spirituale e specialmente nella sua libertà.

Da ricordare anche l’esistenzialismo, che partendo dall’affermazione dell’assoluta indipendenza della persona, del tutto libera al di sopra di ogni norma esterna, concepisce la vita sociale come una conseguenza del conflitto delle coscienze e delle concupiscenze degli individui, fino al punto di asserire: “gli altri ecco l’inferno” (Sartr).

 

Il personalismo cristiano

 

Contro l’individualismo ad oltranza e contro ogni concezione sociologica e totalitaria, si è sempre sviluppata la dottrina del personalismo cristiano, che getta le sue radici nell’antropologia di San Tommaso d’Aquino.

Ogni singolo uomo è per rapporto alla comunità come la parte verso il tutto, e dunque a questo titolo è subordinato al tutto; come persona, ha in se stesso una vita e dei beni, dei valori, che oltrepassano la sua ordinazione alla società: così la vita interiore, la vocazione, la libertà, i diritti fondamentali derivanti dalla stessa natura dell’uomo.

Il bene comune, che è oggetto e scopo del “tutto” sociale, non potrà mai risolversi in una sopraffazione o lesione del bene autenticamente umano della “parte”, anche se esige la cooperazione delle attività sociali di tutti i membri della comunità.

Così il personalismo contrappone all’idealismo e al materialismo astratti un nuovo realismo astratti un nuovo realismo, come appello alla pienezza spirituale dell’uomo singolo, punta e strumento della storia universale ma anche appello alla pienezza dell’umanità come un tutto da realizzare in ogni momento e atto, sicchè nessun problema può essere pensato e affrontato senza questo doppio riferimento.

Vita personale, vita privata e vita pubblica, senza confondersi in una volgarizzazione generale di ogni esistenza, devono offrire a tutti le loro diverse possibilità, senza intossicarsi nel proprio isolamento, ma fortificandosi mutuamente con l’intercomunicazione, rompendo quindi l’egocentrismo della vita individuale

Jacques Maritain a sua volta, contrappone un umanesimo integrale, alle varie forme di umanesimo carente dell’individualismo e del socialismo come messaggio e sistema che tende a rendere l’uomo integralmente umano e promuovere lo sviluppo delle capacità originali della sua natura, le sue forze creative, facendo partecipe di tutto ciò che può arricchirlo col patrimonio della cultura, della spiritualità e della civiltà umana con l’impiego delle forze del mondo fisico come strumenti della sua libertà.

E’ l’umanesimo plenario di cui parla Paolo VI nella Enciclica “Populorum Progressio”.

Oggetto ne è lo sviluppo di tutto l’uomo e di tutti gli uomini.

 

Oggettività di base

 

La dottrina sociale della Chiesa sul rapporto tra persona e società deriva dalla visione oggettiva dell’uomo, considerato come persona che mantiene tutto il suo proprio valore autonomo anche a far parte della società umana.

L’uomo per sua natura è ordinato alla vita sociale, ma non subordinato alla società in tutto se stesso.

La società pur avendo una sua finalità superiore agli interessi dei singoli individui deve servire all’uomo come mezzo per il raggiungimento del suo scopo ultimo.

La vita sociale non si svolge necessariamente sul filo di un antagonismo insolubile tra individuo e società, ma tende piuttosto all’armonizzazione di tutti i rapporti in un “tutto” che permetta il massimo incremento delle virtualità operative in ordine al progresso e all’elevazione della persona umana.

Don Walter Trovato




Islamizzazione: Vescovi e Cardinali se ci siete, e non avete abbandonato la Vostra missione Pastorale, battete un colpo.

E’ da poco trascorsa la Santa Pasqua, che annuncia la resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo, dopo il Suo martirio, la passione e la morte.

Una festività che dalla sua origine è stata uno dei capisaldi, insieme alla natività, della religione Cristiana e Cattolica, in particolare in Italia ed a Roma sede scelta dall’Apostolo Pietro indicato proprio da Gesù per fondare la Sua Chiesa.

Una festività che ha subito una trasformazione, pochissimi anni fa e che per la prima volta nel corso dei due millenni, ha svuotato le chiese, fino a proibire la partecipazione ad i fedeli, nei propri luoghi di culto.

Tra le cause di tutto, e che hanno favorito un ulteriore allontanamento dalla fede, alcune disposizioni sanitarie imposte da “politicanti”, oggi assai discusse, che hanno proibito ad i fedeli di recarsi nei loro luoghi di culto a pregare, senza che Vescovi e Cardinali intervenissero, lasciando addirittura soli, e senza difesa, quei pochi preti che officiavano, senza sottrarsi alla loro funzione pastorale.

Chi non ricorda gli interventi nelle chiese, imposti alle forze dell’Ordine, che interrompevano le Sacre Funzioni, perchè costretti a far rispettare leggi di cui forse ne avrebbero fatto a meno?

A questo poi, si è andato ad aggiungere a quella crisi di fede dell’occidente ed in particolare in Italia, accompagnata da una progressiva e sempre più insistente immigrazione sconsiderata, forse anch’essa politicamente imposta e indotta.

Chi non ricorda ancora, con grande tristezza e sgomento, la Funzione officiata da Francesco, in quella chiesa, simbolo del Cattolicesimo, vuota e priva della linfa vitale rappresentata dai suoi fedeli?

Lontani quindi i tempi in cui Vescovi e Cardinali, riunivano nelle Chiese i propri fedeli per benedirli e pregare, al fine di scacciare il maligno, in quei casi rappresentato dalle Pandemie.

Vescovi e Cardinali che rispettavano la missione pastorale che volontariamente avevano scelto.

Oggi quelle discutibili imposizioni politiche sono terminate, ma sembrano aver lasciato il posto ad altre che portano alla “islamizzazione”, fenomeno causato da una indiscriminata e sconsiderata immigrazione irregolare di persone che professano l’islamismo.

Una immigrazione che non fa rispettare le più elementari regole di accoglienza, dove chi viene accolto si adegua alle regole, gli usi, i costumi e la religione di chi accoglie.

Significative le parole di Vittorio Feltri, sul “il Giornale” del 30 Marzo, tratte dall’articolo “l’occidente si sta arrendendo all’Islam” dove dice: “il rispetto nei riguardi di ciò che è diverso è uno dei valori essenziali del nostro ordinamento, che stabilisce che nessuno può essere discriminato per il genere, la religione, la razza, le idee politiche, eccetera.

Essere rispettosi significa accettare tali differenze culturali o religiose. Il rispetto non implica, tuttavia, la rinuncia alle proprie tradizioni allo scopo di non offendere in qualche modo coloro che coltivano altre usanze. Il rispetto non comporta un adeguamento remissivo alla cultura altrui.”

Forzata, e quanto mai ambigua quindi volontà unilaterale di integrazione di questi immigrati, infatti sta provocando contrapposizioni nelle nostre comunità cittadine e scolastiche che potrebbero avere gravi ripercussioni nel futuro.

Un conto poi, è il potere Temporale, diverso dal potere spirituale.

Le polemiche in ambito scolastico- istituzionale, avvenute nei giorni precedenti la Santa Pasqua, che vede quest’anno la concomitanza con il Ramadan, sono solo uno delle evidenze più tangibili, e da cui stanno via via per scaturirsi sempre più casi, simili all’effetto domino, che innescano inevitabilmente tensioni.

Modificare i giorni di chiusura delle scuole, per soddisfare minoranze islamiche, crea disagio a tutta la comunità che ha pianificato lavoro, studio, servizi ecc. oltre che alterare tradizioni plurisecolari del popolo ospitante.

Così come il costringere gli alunni di qualche scuola a non consumare la merenda, per non turbare il digiuno di qualche bambino cui i genitori impongono l’osservanza del Ramadan che impone il digiuno in determinate ore.

O ancora, il permettere agli islamici di pregare nelle chiese e negli oratori, nonostante le profonde differenze, non ultima la denigrazione della donna, considerata essere inferiore ed indegno.

Stride in maniera forte che Vescovi e Cardinali non si pronuncino intervenendo. Forse hanno dimenticato il significato del loro porporato, che ricorda la carità e il sangue versato da Cristo?

Ricordiamo che, in un concistoro del 2001, Papa San Giovanni Paolo II ha fatto riferimento all’importanza del fatto che i cardinali usino il rosso dicendo ai nuovi porporati:

“Per poter affrontare validamente i nuovi compiti è necessario coltivare una sempre più intima comunione con il Signore. È lo stesso colore purpureo delle vesti che portate a ricordarvi questa urgenza.

Non è forse, quel colore, simbolo dell’amore appassionato per Cristo?

In quel rosso acceso non è forse indicato il fuoco ardente dell’amore per la Chiesa che deve alimentare in voi la prontezza, se necessario, anche alla suprema testimonianza del sangue?”

Silenzio, quello dei Vescovi e dei Cardinali, che “nasconde” la Pasqua dei perseguitati Cristiani, come riporta un articolo de “Il Giornale” del 31 Marzo a firma di Marco Leardi, che inizia:” Per oltre 365 milioni di Cristiani nel mondo la risurrezione è ancora impossibile. In Africa, in Asia e finanche nella nostra Europa, questi credenti vivono sulla loro carne una costante Via Crucis”.

Principio di Integrazione, quello che qualcuno vuole avvenga in Italia, sede del Cattolicesimo, che non tiene in considerazione dell’Odio Islamista, come osserva con apprensione Alessandro Monteduro, direttore della fondazione pontificia Aiuto alla Chiesa che Soffre (Acs).

Già in passato, la Pasqua era stata funestata dall’odio islamista, che ancora oggi è una delle principali cause della persecuzione contro i cristiani. Era accaduto nel 2019 in Sri Lanka, con tre attentati rivendicati dall’Isis, e prima ancora – nel 2016 – in Pakistan, dove un kamikaze si fece esplodere in mezzo ai fedeli che festeggiavano la Pasqua.

Oggi, a patire la morsa dell’orrore sono in particolare i cristiani del Burkina Faso, dove imperversano gruppi terroristici che vogliono imporre l’islam radicale alla popolazione.

Alla luce di tutti questi avvenimenti all’estero, Europa inclusa, oltre che in Italia, e pur se nell’ultima settimana, non di così grave entità secondo quanto asserito da Mattarella, riferendosi all’episodio di modesto rilievo del giorno di “vacanza” per la fine del Ramadan, barattato con due giorni di festività predisposti dal Ministero competente, che molti percepiscono come abbandono, coloro i quali, Vescovi e Cardinali, hanno il dovere di intervenire.

Se non hanno perduto la loro “vocazione Pastorale” liberamente scelta, da non ribattere nemmeno alla “sbattezzazione” (rinuncia al Sacramento del Battesimo dopo che è stato dato), articolo stranamente proposto da RomaToday, nell’edizione della città eterna, proprio il giorno della Santa Pasqua, Cardina e Vescovi, facciano sentire la Loro Autorevole voce.

Ettore Lembo




Lettera di un mobbizzato al suo aguzzino

Caro 

mi trovo a dover mettere nero su bianco pensieri e sentimenti che da troppo tempo mi gravano l’animo, nella speranza che queste parole possano non solo alleggerire il mio cuore, ma anche illuminare una realtà forse a te oscura.

Da sei mesi a questa parte, ho sopportato in silenzio le tue continue vessazioni, le tue parole taglienti non solo verso il mio operato professionale ma, cosa ancor più dolorosa, verso la mia persona.

Inizialmente, ho cercato di comprendere le tue azioni come espressioni di un rigore professionale forse troppo zelante, o come il risultato di pressioni esterne che io stesso non ero in grado di vedere.

Con il trascorrere del tempo, tuttavia, è diventato chiaro che le tue scelte non erano dettate da nessuna di queste motivazioni.

Le tue azioni, piuttosto, sembrano radicarsi in una profonda incapacità di gestire il tuo ruolo con la maturità e la responsabilità che questo richiede.

Nonostante il dolore e l’umiliazione che le tue azioni mi hanno inflitto, voglio che tu sappia che il mio spirito rimane intatto.

La mia indipendenza di pensiero e la mia libertà dell’anima non sono state scalfite dalle tue continue aggressioni.

Queste qualità, radicate nel profondo del mio essere, sono state il faro che ha illuminato i miei giorni più bui, ricordandomi chi sono e per cosa sto lottando.

È forse questa indomabilità dello spirito che ti ha spinto a intensificare i tuoi attacchi, nel vano tentativo di piegare ciò che percepisci come una sfida alla tua autorità.

Tuttavia, è proprio questa resistenza che dovrebbe servirti da specchio, riflettendo non solo la mia forza ma anche la tua debolezza.

La tua scelta di ricorrere al mobbing come strumento di controllo è la testimonianza più eloquente della tua incapacità di esercitare il potere in maniera costruttiva e del tuo fallimento nel riconoscere il vero valore delle persone che ti circondano.

Riconosco che il cammino per comprendere e ammettere questi errori può essere lungo e arduo. La stoltezza delle tue azioni, tuttavia, non deve diventare una catena che ti lega perennemente a questi comportamenti.

Anche tu hai la capacità di cambiare, di crescere oltre le tue attuali limitazioni e di imparare a valorizzare e rispettare gli altri non per quello che possono darti, ma per quello che sono.

Ti lascio quindi con una riflessione: ogni individuo ha il potenziale per influenzare positivamente la vita delle persone che lo circondano.

La vera grandezza non risiede nell’esercizio del potere su gli altri, ma nella capacità di elevarli, di ispirarli e di contribuire al loro benessere e alla loro crescita personale.

Spero che un giorno tu possa intraprendere questo cammino di trasformazione e scoprire la soddisfazione che deriva dal contribuire in modo positivo alla vita altrui.

In aggiunta a quanto già espresso, ritengo fondamentale sottolineare un aspetto che mi preme particolarmente: l’utilizzo dell’abuso di potere per sopprimere o eliminare colleghi che dimostrano competenza e bravura superiore è non solo moralmente riprovevole, ma denota anche una visione miope della leadership e del successo collettivo.

Questo modo di agire, purtroppo adottato da te nei miei confronti, riflette una concezione di potere estremamente riduttiva e, a dirla tutta, di basso livello. In un contesto lavorativo sano e produttivo, la presenza di individui talentuosi e competenti dovrebbe essere vista non come una minaccia, ma come una risorsa preziosa.

La vera abilità di un leader non risiede nella capacità di sovrastare o eliminare la concorrenza interna, ma nel saper riconoscere, valorizzare e sviluppare i talenti di ciascuno per il bene comune dell’organizzazione.

L’abuso di potere a fini personali o per la mera eliminazione della “concorrenza” interna è una dimostrazione di debolezza e di insicurezza.

Implica una mancanza di fiducia nelle proprie capacità di guidare e ispirare, ricorrendo invece a metodi coercitivi per mantenere una posizione di dominio.

Questo comportamento non solo danneggia individualmente chi ne è vittima, ma erode le fondamenta stesse dell’ambiente lavorativo, compromettendo la coesione di squadra, la motivazione e, in ultima analisi, la produttività e l’innovazione.

Riflettendo su queste dinamiche, è evidente che l’uso dell’abuso di potere per “eliminare” colleghi capaci sia un’autentica strategia perdente.

Non solo pregiudica il benessere e la crescita professionale dei singoli, ma limita gravemente il potenziale collettivo dell’organizzazione.

Una leadership veramente efficace è quella che sa riconoscere e coltivare i talenti di tutti, creando un ambiente in cui ciascuno può eccellere e contribuire al successo comune.

Solo così si può aspirare a costruire una realtà lavorativa che sia non solo produttiva, ma anche giusta e stimolante per tutti.

In conclusione, spero che queste riflessioni possano offrirti una nuova prospettiva su ciò che significa essere un leader e su come l’esercizio del potere dovrebbe sempre essere guidato da principi di giustizia, equità e rispetto reciproco.

È mio sincero auspicio che tu possa riflettere su queste parole e, magari un giorno, adottare un approccio più costruttivo e inclusivo, per il bene di tutti coloro che lavorano al tuo fianco.

 

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Betapress invita tutte le persone soggette ad atti di mobbing sul lavoro a ribellarsi ed a non soccombere, alzate la testa e scrivete a direttore@betapress.it, vi aiuteremo a reagire, anche tramite un supporto legale.

 




“Cambia le tue frequenze e tutto cambierà!”

"Onde Sonore": immagine di Mohammad Usman
Immagine di Mohammad Usman

In principio era il Suono

E se davvero la creazione avesse avuto origine da un suono?

E se la voce umana avesse il potere di “plasmare” il nostro destino, nel male o nel bene?

E se potessimo, grazie ad apposite frequenze, curare o addirittura guarire le malattie?  

È interessante notare come a queste domande si trovi risposta nelle Sacre Scritture, laddove si parla del Verbo per mezzo del quale tutto è stato fatto e, senza di lui, nulla è stato fatto di ciò che esiste.

Riguardo al potere creativo della voce umana, nel libro dei Proverbi è detto che “morte e vita sono in potere della lingua” mentre, sull’argomento salute, è scritto che “C’è chi, parlando senza riflettere, trafigge come spada, ma la lingua dei saggi procura guarigione.”

A quanto pare, nella dimensione spirituale si è sempre saputo che sono le frequenze a creare e trasformare il mondo che esperiamo.

Nel tempo anche la scienza è riuscita a dimostrare l’indissolubile legame tra le frequenze e la realtà che ci circonda. Oggi sappiamo che tutto è frequenza e non soltanto ciò che percepiamo come suono, musica, rumore o parola: immagini, pensieri e simboli hanno una loro propria vibrazione e così gli animali, i minerali, gli esseri umani… Ogni cosa, visibile o invisibile, ha il proprio suono. Insomma: il Creato è una magnifica, immensa Orchestra e noi, ne siamo i più o meno consapevoli strumenti.

 

Nella foto: Krisztina Nemeth

La voce che guarisce

Krisztina Nemeth, laureata all’Università di Musica ed Arti Rappresentative a Graz in Austria, dopo 23 anni di esperienza come cantante lirica internazionale, abbraccia la propria vocazione di “Healing Voice” e di “Intuitive Coach”.

È autrice di tre libri, dei quali il primo porta la prefazione del Dott. Masaru Emoto, lo scopritore della memoria dell’acqua. 

Come “Voce che guarisce”, la studiosa viene invitata a molti congressi internazionali ed è un punto di riferimento in diversi Paesi negli Stati Uniti, in Sud Africa, Svizzera, Austria, Grecia, Italia, Spagna, Tibet, India, Bali, Mauritius, Hawaii. 

Il Frequencies Congress

Affascinata dall’argomento, Krisztina ne promuove la divulgazione ideando e organizzando il “Frequencies Congress”. L’Evento, giunto quest’anno alla sua quarta edizione, riunisce i maggiori esperti di frequenze nei rispettivi campi di applicazione.

All’immancabile appuntamento previsto per domenica 13 aprile ad Ascona interverranno medici, ricercatori, musicisti e musico-terapeuti, operatori olistici, esperti in numerologia, artisti. Alcuni presenteranno i risultati delle loro ricerche, altri terapie e concetti innovativi, altri ancora coinvolgeranno il pubblico con video e immagini suggestive. Al termine dell’Evento si terrà un concerto meditativo per innalzare le frequenze dei partecipanti.

L’obiettivo è evidenziare l’importanza delle frequenze, del suono, delle energie e il loro impatto su tutto ciò che esiste.

I relatori

Sul palcoscenico del Teatro del Gatto si succederanno, nell’arco di un’intera giornata esperienziale: 

Mirto Ferrandino (Italia), specialista in Bio-Cimatica e presidente della International Cymatic Association. Nel corso del suo intervento mostrerà al pubblico come il suono crea forme nella materia. 

Winfried Leipold e Gudrun Wiesinger, maestri del suono terapeutico, ci faranno ascoltare le pietre sonore e l’impiego di altri strumenti musicali terapeutici.

Il Dottor Ulrich G. Randoll (Germania): medico, ricercatore e inventore della terapia “Matrix Rhythm”, ha ottenuto notevoli successi nel trattamento di una grande varietà di malattie e ha formato migliaia di partner “Matrix Health” in tutto il mondo.

Il Dottor Roberto Ostinelli (Svizzera), medico internista e studioso di medicina integrativa, terapie bioenergetiche e frequenziali, dal 2008 cura i suoi pazienti con innovative tecnologie biofisiche e un approccio psicoanalitico emotivo.

Ing. Rasmus Gauss Berghausen (Austria): per quindici anni collaboratore del Dott. Masaru Emoto e ricercatore in idroscienze. Oggi il suo lavoro è legato alla HRV (variabilità della frequenza cardiaca) e alla sua traduzione in suono e colore.

Alessandro Puccia (Italia): artista fotografico di gocce d’acqua congelate e osservate al microscopio, accompagnerà il pubblico in un viaggio nel profondo di un mondo invisibile a occhio nudo.

Niko Caruso e Michela Pivato (Italia): operatori olistici, ricercatori e divulgatori di frequenze a uso terapeutico, usano le frequenze dei Numeri e l’intuizione per supportare e potenziare l’evoluzione delle anime in cammino.  

Beatrice Lafranchi (Svizzera): terapeuta e organizzatrice di workshop ed eventi su argomenti nell’ambito della crescita personale, mindfulness, consapevolezza e connessione del cuore.   

Jasmine Laurenti (Svizzera): giornalista internazionale e scrittrice, nota al grande pubblico come doppiatrice cine televisiva, parlerà dell’impatto delle parole cariche di intenzioni ed emozioni sul livello qualitativo del dialogo interiore.

Come anticipato, a conclusione dell’Evento i partecipanti potranno immergersi nel concerto meditativo dei musicisti e terapeuti Krisztina Nemeth (Svizzera), pianoforte e voce, e Antonio Testa (Italia), artista che innesta la propria espressività su conoscenze approfondite di etnomusicologia e musicoterapia, oltre che autore e produttore musicale di fama internazionale.

Il “Frequencies Congress” avrà luogo ad Ascona, in Svizzera, il 13 aprile prossimo, al Teatro del Gatto in via Muraccio 21. L’evento inizierà alle 09:45 e terminerà alle 18:45.

Gli ultimi biglietti rimasti sono acquistabili entro il 31 marzo a un prezzo scontato (CHF 157) visitando il sito: www.frequenciescongress.com

 




Cattolicesimo o Islam, dove va l’Italia?

 

E’ appena trascorsa la domenica delle Palme che celebra il festoso ricordo dell’ingresso di Gesù a Gerusalemme, accolto in maniera trionfante dai presenti che, per omaggiarlo, stendevano in terra i mantelli e sventolavano i rami tagliati dagli alberi.

Gesù, consapevole di andare incontro alla morte, ma fiero di quella accoglienza.

Una domenica, simbolo della pace, rappresentata dall’ulivo trasportato dalla colomba, che ricorda il racconto della Bibbia e, che vede Noè protagonista.

Questo racchiude la domenica delle Palme.

Ma, una strana domenica delle Palme, quella appena trascorsa, dove spirano forte i venti che vogliono allargare quelle guerre in atto allontanando sempre più la pace.

Sembrano lontani i tempi in cui le famiglie, con i bambini al seguito affollavano le chiese per far benedire i rami di ulivo e delle palme.

Oggi invece, non si riempiono le chiese, e nemmeno Piazza San Pietro a Roma, invasa forse da turisti mordi e fuggi, ma da pochi fedeli.

Poche le Palme e gli Ulivi benedetti.

Chissà se avrà influito a Roma quel blocco della circolazione, che appare e scompare a piacimento di chi ha deciso di dover limitare gli spostamenti delle genti.

Sarà causale o casuale la scelta della domenica delle Palme?

Che strana coincidenza.

E’ di sicuro una coincidenza, dovuta alla cagionevole salute di “Francesco” che per la prima volta, così asseriscono alcune fonti, non è stata letta l’Omelia alla fine del vangelo della Messa delle Domeniche delle Palme.

Ci ritroviamo così nella ricorrenza settimana della Passione e Morte di Gesù Cristo, che porterà alla Sua Resurrezione, domenica prossima.

Una settimana che dovrebbe concentrarsi, per fede, cultura, storia e tradizione, in quegli avvenimenti che hanno dato luce alla Cristianità ed al Cattolicesimo, e che, fino a qualche anno fa vedeva coinvolte famiglie, giovani, anziani, bambini, scuole ed istituzioni, pur nel rispetto della laicità dello Stato, come previsto dalla nostra Costituzione.

In tanti si chiedono dove son finiti quei momenti di riflessione che in questo periodo, iniziando già dalla scuola, venivano dedicati attraverso gli esercizi spirituali.

Si iniziava con il Segno della Croce e la Preghiera, rivolgendosi verso il Crocifisso.

Crocifisso che era presente in tutte le aule delle scuole e in ogni ufficio…

Ma qualcuno ha deciso che così non doveva essere, con il silenzio complice di chi sarebbe potuto intervenire, avendo gli opportuni titoli.

Sparito il Crocifisso, simbolo del Martirio e della Morte di Cristo, sparito il Presepe, simbolo della Nascita di Cristo, spariti gli esercizi Spirituali, sparite le festività Cristiane, sparita la Nostra cultura, per non offendere chi professa altre religioni, nella discutibile cultura di una inclusione forzata, unilaterale e forse non gradita.

Probabilmente, anche al più laico dei laici, la domanda verso dove sta andando l’Italia e non solo, nasce spontanea.

A rafforzare le ovvie domande che tanti, non strumentalizzati da ideologie, si pongono, questi fatti accaduti:

E’ di questi giorni, la notizia che a Pioltello, comune Italiano della città di Milano, il preside di una scuola, decide di chiuderla per la fine del Ramadan; regola musulmana, i cui adepti devono astenersi dal bere, mangiare, fumare, ascoltare musica, dal praticare attività sessuali e le donne non devono truccarsi.

Non entriamo nel merito, per cui già tanto si è scritto, se non per rilevare quanto asserito dall’arcivescovo di Milano Mario Delpini: “un legittimo provvedimento dell’istituto” e, continua: “Non mi pare il caso di far diventare la cosa un problema”.

Riportiamo anche la posizione di Don Fabio Landi: “Rispettare i musulmani è un modo per capire l’altro” e, continua: “una delle cose più importanti della vita è la religione. Non so come sia il regolamento delle scuole, si sospende anche a carnevale”. In oltre, al “Il Giorno”, un suo collaboratore, don Fabio Landi, responsabile della Pastorale scolastica per la Diocesi di Milano, chiarisce: “Sono sorpreso dal cancan sollevato da una vicenda che credo non solo assolutamente normale, ma addirittura auspicabile. Rispettare la festa dei musulmani è un modo per capire l’altro. Le scuole tengono in considerazione le settimane bianche, figuriamoci un appuntamento come questo. È un ottimo esempio davanti a una realtà complessa, se usciamo dalla logica di conquista e ci mettiamo in quella dell’incontro”.

A rendere ancora più complessa e dubbiosa la posizione dell’Arcivescovo e del Monsignore, la lettera firmata da tre parroci, e letta nelle chiese di Poiltello al termine della messa prefestiva:

“La decisione del Consiglio di Istituto è nata da una seria e attenta capacità di leggere il tessuto sociale della nostra città che, come sappiamo, ha una percentuale di presenza di popolazione musulmana molto alta.

Non accettiamo in alcun modo i toni aspri e violenti con cui in questi giorni si è manifestato il dissenso, trasformando una scelta ponderata in una battaglia politica o ideologica. Che cosa avranno pensato di noi adulti i ragazzi che, quando entrano in classe, vedono solo compagni di classe con cui crescere e amici con cui giocare senza guardare alla nazionalità o alla religione?

La realtà di Pioltello è molto complessa e di certo non servono le chiusure e il disprezzo. Serve invece la capacità di darsi la mano e lavorare insieme.

Anche il responsabile dell’Ufficio per l’Ecumenismo e il Dialogo interreligioso della Diocesi di Milano ha espresso apprezzamento per questa «bella iniziativa di dialogo tra religioni»

Riteniamo che la decisione, presa in modo collegiale, di chiudere la scuola in occasione della fine del Ramadan sia nata dal buon senso di chi opera ogni giorno in una realtà multietnica con passione e cura per ogni persona e per la sua identità. Per questo esprimiamo piena solidarietà al Preside e a tutto il Consiglio di Istituto dell’Istituto Comprensivo Iqbal Masih

Siamo sicuri di una cosa: quando le polemiche saranno finite (di solito bastano pochi giorni) a Pioltello resteremo noi, resteranno le persone; uomini, donne e bambini di buona volontà che vogliono vivere insieme, che vogliono una città bella e serena e, anche se costa fatica e non è scontato, ogni giorno si sporcano le mani, costruiscono ponti e inventano iniziative per incontrarsi, accogliersi e aiutarsi.

Firmato: Don Andrea, Don Giacomo e Don Marco”

Posizioni, quella dell’Arcivescovo, del Monsignore e dei tre Don, che potrebbero indurre molti fedeli a porre dubbi sulla loro missione pastorale.

A ciò che sta accadendo a Poiltello, sempre negli ultimi giorni, dobbiamo aggiungere quanto denunciato dal Sindaco di Monfalcone, dove un oratorio, intitolato all’Arcangelo San Michele, di pertinenza della parrocchia, è stato prestato ai musulmani, come moschea, all’insaputa del sindaco.

Fenomeni, questi, che trovano sempre più spazio nel tessuto Italiano, e registrano uno strano cedimento verso non la laicità dello Stato, come in origine ci si era impropriamente orientati, rinunciando, per di più, alla cultura ed alla tradizione Italiana, orientando tutto verso una vera e propria islamizzazione.

Togliere progressivamente ma puntualmente ogni forma culturale cristiana e cattolica, che ha caratterizzato la nostra vita di sempre, e sostituirla con la cultura islamica, assai lontana dalla nostra, per di più, con la complicità di coloro i quali preposti per Loro volontà a difenderne ogni principio, rende fortemente dubbioso il futuro delle nostre generazioni.

Ettore Lembo




A. è ancora con noi…

Qualche giorno fa A. ha tentato di andarsene da questo mondo, una difficile malattia ed un posto di lavoro ostile presso una importante Università Italiana le hanno fatto credere di non essere adatta a vivere.

Le abbiamo scritto queste due righe come comitato di redazione:

 

Ciao A. abbiamo saputo e siamo contenti di poterti scrivere ancora, vedi, per favore, di non fare favori agli altri, in questi casi è meglio combattere e perdere che arrendersi.

Volevamo scriverti ieri ma abbiamo preferito prima sentire Ch. per avere un quadro completo.

Permettici alcune considerazioni: il tuo gesto avrebbe solo generato tristezza nelle persone che ti vogliono bene, facendo invece contenti gli altri, ma ti pare logico!!?? Meglio allora combattere aiutata da chi ti vuol bene.

Noi siamo disposti ad aiutarti come possiamo, scriviamo un bell’articolo su di te che parla di come si difficile combattere tra lavoro e malattia e di come sia importante avere un supporto anche dai colleghi, falli stare di merda, falli sentire le merde che sono o almeno fai capire a tutti gli altri le merde che sono (infatti chi è una merda di solito non ne è consapevole).

A. ti capiamo e ti siamo vicino e lo sai, ma non posso accettare che una persona bella ed intelligente come te la dia vinta a degli ignoranti colossali.

Capiamo che tu creda di avere solo due possibilità ovvero andartene lasciando indietro tutta questa sofferenza o rimanerci dentro, quasi in un profondo nero di dolore.

Pensiamo invece che Tu non veda il sole che tu sei per gli altri, perché di solito chi lo è non se ne accorge.

Quindi hai una terza strada, forse la migliore, mettiti davanti ad uno specchio e guardati con gli occhi di chi ti vede realmente: in questo modo ti renderai conto che questa vita, seppur difficile, contiene dei valori e delle bellezze, e nessuno ha il diritto di privare il mondo della bellezza, nemmeno Tu.

E se tu pensi che andartene allieverebbe la tua sofferenza, beh, non è così.

E non lo diciamo seguendo un ragionamento religioso, anche se anche lì ci sarebbero delle ragioni valide, ma parliamo da un punto di vista egoistico.

La tua presenza su questa terra è un messaggio, un messaggio di bellezza, di generosità, di forza, di armonia, come pensi di arrogarti tu il diritto di spegnere per gli altri questo messaggio? ricordati che spegneresti una luce per chi la vede non per chi non la vede, e questo ti sembra logico, ti allieverebbe la tua sofferenza? te ne andresti contenta di aver reso tristi le persone che ti volevano bene? saresti così felice di chiudere gli occhi sapendo che il mondo che lasceresti dietro di te diventerebbe, almeno per noi che ti vogliamo bene, un poco più brutto? sei circondata da teste di cazzo?

Embè, sai quante ce ne sono nel mondo ed in qualsiasi posto credici, ma la tua vittoria è rimanere continuando a dimostrare che loro sono delle teste di cazzo, e questo si riesce a fare con il confronto, con la presenza di anime gentili, altrimenti se ci fosse solo il buio senza la luce chi capirebbe che è buio?

Questa è la tua terza via, continua a godere fino all’ultimo dei beni che questo mondo ti ha dato e che sono dentro di te e negli occhi di chi ti vuol bene, non farti guidare nelle tue azioni dal male negli occhi degli altri, ricordati sempre che raglio d’asino non giunge in cielo.

E poi calcolando anche solo che la tua presenza gli da fastidio, ma noi non ce ne andremmo mai!!!!

A. lascia che sia la vita a decidere per te, non tu per la vita, segui la tua anima luminosa, vivi ogni giorno per custodire quei beni che hai dentro di te affinché siano guida per gli altri, e pensa sempre che anche se la malattia ti rende difficile vivere, l’universo ti ha dotato di tanta bellezza, di un’anima buona, di una mente Brillante, gli altri intorno a te avranno la salute, ma sono delle perenni teste di cazzo, nel mondo c’è un bilanciamento.

A., vivi per vivere hai troppi doni per abbandonarli.

 

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Socialità e egoismo, sentimenti e forze in contrasto

La metafisica della persona e della società fonda una psicologia e un’etica, che presiedono allo svolgersi della vita sociale. Ogni uomo che nasce entra nell’universo e vi si armonizza come termine di relazione con Dio e gli altri uomini e le cose. Per questo è una persona in sè consistente, ma essenzialmente relazionata, cioè inserita in un complesso di rapporti con altri-da-sè.

Il senso sociale, o senso della socialità, è dato dalla coscienza dei rapporti con gli altri uomini, del comune legame di ideali e di interessi, della solidarietà che, sola, rende possibile ad ognuno la pienezza del vivere. Esso si traduce nella tendenza della persona umana a comunicare con gli altri, cioè a far parte agli altri di ciò che è proprio, come a ricevere dagli altri quanto è necessario per il bene proprio e comune.

Per esempio, nel conoscere la verità, per naturale tendenza l’uomo rifugge dal tenerla prigioniera dentro di sè, ma la offre agli altri. Di qui le molteplici forme di comunicazione interpersonale: dalla semplice trasmissione di una notizia, alla partecipazione di nozioni, idee, giudizi, valori fino alla comunicazione dei più intimi pensieri. Nell’amare, l’uomo espande sè negli altri diffondendo, nel contempo, gioia e felicità. Di qui tutta la gamma di espansioni umane: dall’amicizia in senso comune, a quella coniugale e familiare, al patriottismo, allo spirito comunitario nazionale e internazionale, alla comunione religiosa ed ecclesiale, fino al sacrificio supremo della propria vita per il bene degli altri.

Con questo senso sociale, purtroppo, contrasta l’istinto egoistico che di fatto pullula in ognuno, come sopravalutazione di sè e tendenza a rinchiudersi nel proprio io egocentrico, per pascersi di sè e possibilmente degli apporti degli altri, considerati e sentiti come “altri”, cioè estranei all’ “io” e alla sintesi dell’io e del tu nell’unico “noi” comunitario.

Nell’uomo dunque si agitano due forze contrastanti, tali da renderlo nello stesso tempo estremamente comunicante ed estremamente impenetrabile. Perciò ognuno, a seconda della prevalenza di una inclinazione o dall’altra, della socialità o dell’egoismo, diventa un operatore di comunione o di disgregazione, tende a unirsi con gli altri in un comune intento di comune beneficio oi ad esercitare su di essi un dominio dispotico.

Secondo gli psicologi appartengono alla sfera della socialità l’altruismo, la tolleranza, la socievolezza, l’affettività, ecc.; mentre l’aggressività, l’ambizione, la vanità, il delirio di grandezza ecc., appartengono alla sfera dell’egoismo. I sociologi a loro volta fanno derivare dal senso sociale tutte le forme di raggruppamento, dai semplici aggregati di gruppi e associazioni, fino alla società globale, che si attua nella comunità civile e religiosa, nazionale o universale; ogni sorta di deviazione della tendenza comunitaria – asocialità, anarchia, criminalità ecc. – è invece attribuita all’egoismo.

L’educazione alla comunione sociale

Perchè l’uomo possa attuare ed esprimere compiutamente le virtualità sociali della propria personalità, occorre educarlo a vivere in comunione con gli altri. E’ questione di sensibilità, di razionalità, anzi soprattutto di spiritualità…

L’educazione in generale comporta un elemento formale: diciamo che se una persona è ben educata se osserva delle regole di comportamento esteriore stabilite dall’uso ed è capace di un certo autocontrollo; ed un elemento sostanziale che si attua con l’acquisizione dei valori fondamentali per la vita sociale, quali l’onestà, la bontà, la serietà, la generosità, la modestia, la fedeltà ai propri doveri, il senso di responsabilità.

Naturalmente e soprattutto in questo secondo senso che va intesa ed impartita l’educazione al senso sociale, da attuarsi sotto una triplice forma:

a) a livello sentimento, l’educazione del senso sociale porta l’individuo a dividere con gli altri i propri stati affettivi, alla gioia di vivere insieme, alla compassione (nel senso etimologico di patire con gli altri), e quindi intercomunicare in emozioni gradevoli nel campo estetico morale, intellettuale, religioso, ecc.;

b) a livello di razionalità, si tratta di innestare nello spirito i motivi ideali della comunione sociale, come idee-forza che determinano giudizi e decisioni, propensioni ed azioni di per sè tendenti alla socialità per una consapevole maturazione interiore.

c) a livello di spiritualità, si tratta di formare una superiore comunione degli animi nella luce, nella bontà, nella passione per i grandi ideali di verità e di vita: ma qui subentra la Chiesa, o un’altra forma di religione organizzata, o qualche gruppo solidale di ispirazione mistica ed etica comune, che abbia vivo il senso della socialità. Per la Chiesa si tratta di fondare la comunione tra gli uomini sul riconoscimento di Dio come Padre comune e di illuminarla all’eterna comunione di Dio con se stesso, da cui deriva la comunione mistica degli uomini con Dio, il corpo mistico fondato sul presupposto dell’universale solidarietà umana nella natura, nel bene e nel male, attuato storicamente con l’ incarnazione del Verbo e col sacrificio del Calvario, e aperto all’attesa della redenzione integrale nel compimento finale della vita e della storia, ad opera di Cristo.

La socialità come dimensione naturale della persona autentica

In ogni caso la socialità non è solo un “di più” della persona, ma una sua dimensione psicologico-etica, una sua piena realizzazione, una vittoria sull’isolamento (egoismo) e una espansione che le permette di sviluppare nella comunione con gli altri il proprio essere morale. Perciò la socialità è di sua natura un valore etico, spirituale.

L’egoismo è deleterio perchè chiude l’uomo in sé e lo divide dagli altri, rende impossibile i rapporti umani e perciò ha conseguenze fatali in ogni campo: familiare, professionale, politico, religioso. Si direbbe che l’egoismo è l’inferno dell’io chiuso in se stesso, diventato incapace di comunicazione: un inferno antropologico e psicologico, a cui l’uomo si autocondanna nella misura in cui fa di se stesso il polo esclusivo di se, della vita, del mondo: una concentrazione sul nulla.

La comunione invece è l’espansione e insieme arricchimento. Ma per essere reale, essa non può consistere solamente in una vicinanza o in una coesistenza, bensì risolversi in un mutuo accoglimento, in una reciproca donazione, per cui tra realtà ontologicamente incomunicabili, come sono gli individui, si costituisce una simbiosi spirituale che non può non riflettersi sul piano della collaborazione sociale. Ma intanto la persona stessa, nel comunicare, si afferma e perfeziona. Il valore profondo di un uomo si misura nella sua capacità di comunione, che non è data solo da un insieme di qualità esteriori (amabilità, spigliatezza ecc.) e nemmeno è solo il frutto di qualità interiori (sensibilità, raccoglimento, delicatezza, bontà, attenzione), ma è essenzialmente commisurata alla disponibilità interiore, al dono che uno sa fare di se stesso per colmare l’altro seguendo, in fondo, anche qua, la legge evangelica del dare senza pretendere di ricevere, del donarsi spontaneamente e gratuitamente raggiungendo così la beatitudine dell’amore. La comunione, cioè la vittoria sull’egoismo, porta dunque a tale perfezionamento dell’individuo da renderlo veramente persona.

Se personalità significa uno sviluppo delle energie e capacità dell’uomo, che si consolidi in una condizione permanente di dominio e di controllo dei principi operativi, ossia nella maturità psicologica-etica, radice e coefficiente ne è la socialità.

E’ un dato acquisito per la psicologia moderna che ha definitivamente abbandonato il termine “individualità” preferendovi quello di “personalità”, sotto gli influssi degli studi e delle esperienze che hanno messo in rilievo l’importanza dei fattori sociali nella formazione dell’Io.

Oggi per individualità si intende l’originalità ad ogni costo, l’insofferenza per ogni forma di cosiddetto conformismo, l’egocentrismo che può portare all’isolamento e all’anarchia, quasi sempre per un certo infantilismo che implica una mancanza di integrazione e quindi di maturità umana; personalità significa invece sviluppo di sé fino all’auto-dominio mediante l’integrazione del soggetto nel contesto sociale secondo le istanze della stessa natura dell’uomo, che è aperta agli altri e ne richiede un supplemento di cultura e di vita nello stesso darsi e donarsi.

La vita sociale effettivamente aiuta l’uomo, riempie la sua solitudine, lo integra, lo corregge, lo libera dal narcisismo e dalle frustrazioni che così spesso si determinano in lui quando è isolato e asociale.

L’individuo antico e moderno

La tendenza naturale dell’uomo alla socialità non trova la sua adeguata interpretazione o è addirittura negata nelle filosofie e mistiche dell’isolamento, antiche e recenti.

L’antica sofistica, per esempio, è la espressione culturale forse più tipica della crisi spirituale e politica del mondo ellenico. L’uomo dei sofisti è l’uomo solo, chiuso nel cerchio delle sue sensazioni e delle sue opinioni mutevoli. Non ha senso sociale. La sua stessa parola non è comunicazione, dialogo, ma monologo e il rapporto a cui essa dà luogo è come un incontro e anzi un urto fatale di uomini soli.

Così pure lo stoicismo celebra la dignità del saggio che in aristocratica solitudine si erge libero e imperturbabile di fronte agli eventi esterni, anche se l’etica stoica, egocentrica e raffinatamente individualistica, non dimentica tuttavia di fare appello alla solidarietà di tutti gli uomini fondata sull’unità del logos divino che determina l’unità cosmica.

L’epicureismo nella sua dimensione etica è la celebrazione dell’individuo che si chiude nel breve cerchio della sua esistenza finita eri trova la sua felicità nell’armonioso equilibrio del corpo e dell’intelligenza, lontano dagli affanni e dalle responsabilità della vita sociale e politica.

Anche le varie forme di solipsismo, individualismo, egotismo che si sono espresse nei tempi moderni sul piano culturale, con riflessi su quello sociale, partono tutte dalla mi-sconoscenza del valore che ha la società per la formazione dell’uomo integrale, o addirittura dall’asserzione della sua negatività in relazione al bene dell’individuo (pessimismo di Hobbes, per esempio,).

Non è neppure da ignorare il rilievo che nel nostro tempo ha preso la patologia degli asociali e antisociali, che costituiscono un fenomeno di ordine psico-sociologico che ha grandi riflessi su tutta la comunità. Si sa quali ne siano la ragione e la genesi.

Fenomeni patologici e pedagogia della società

In ogni momento della sua vita l’uomo costruisce e nutre la propria personalità in e attraverso contatti con gli altri; normalmente non può accettare o desiderare di comparire socialmente, ma invece sperimenta e manifesta un bisogno intimo degli altri, cioè il bisogno di contatti e di scambi, di comunicazione e di simpatia, di collaborazione e di donazione di sé. perciò chi si sente ignorato o trascurato, sperimenta tale condizione come una perdita della sua esistenza insieme personale e sociale. Chi non riesce ad essere qualcuno al livello psico-sociale della sua esistenza, “scompare”. Niente è per lui così conturbante, così esiziale alla vita psichica quanto alla sensazione di essere un derelitto o un isolato.

Ora questo può avvenire per una condizione psico-patologica, per ragioni costituzionali o a causa di frustrazioni subite: si hanno così gli asociali, che vivono in contatto con gli altri, ma sperimentano questo contatto negativamente: perdono fiducia, la capacità di comunicazione, il senso della vita di comunione, rinchiudendosi in sé stessi; oppure assumono atteggiamenti di aggressione e di rivolta contro la società, e diventano pertanto anti-sociali.

Una sapiente pedagogia della socialità dovrebbe prevenire e curare tali forme di vera patologia, per ridare a questi individui la normalità e recuperarli alla società.

Una dottrina sana e solida della società è la base per tale opera educativa.

Don Walter Trovato




“Nato con la valigia”

Intervista all’Autore del libro “La conquista della lontananza – Viaggi, incontri, scoperte”

 

Ho avuto il piacere di conoscere il Prof. Brevini alla Radio Svizzera, in occasione della registrazione di “Laser”, la rubrica di “cultura e società” da lui condotta e curata.

Gli argomenti trattati, sempre di vibrante attualità, vengono esplorati dal prof. Brevini con l’entusiasmo e l’expertise del colto viaggiatore che, attingendo al suo nutrito archivio di ricordi e conoscenze, riconosce il fil rouge a unire fra loro esperienze dirette, scoperte, opere d’arte, capolavori letterari e dotte conversazioni, in una caleidoscopica multidisciplinarietà.  

“Professore, vorrei intervistarla.” Gli ho confessato un giorno. Ha annuito e sorriso, proponendomi di recensire il suo ultimo libro “La Conquista della Lontananza – Viaggi, incontri, scoperte” pubblicato con “il Mulino”.

Non gli ho detto che sono stata rimandata in geografia a settembre con un quattro secco, alle superiori. Ho accettato la sfida.

Note sull’Autore

Franco Brevini è professore associato di Letteratura italiana all’Università degli Studi di Bergamo. Collabora come scrittore ed editorialista con il Corriere della Sera. È critico letterario di altissimo livello, saggista, commentatore, ricercatore.

Ha partecipato alla realizzazione delle maggiori storie della letteratura degli ultimi anni, fra le quali la “Letteratura italiana” curata da Alberto Asor Rosa, pubblicata da Einaudi (1982-2000). Inoltre è considerato il maggior esperto italiano di poesia dialettale contemporanea. Sua è la collana in tre volumi La poesia in dialetto. Storia e testi dalle origini al Novecento (Mondadori 1999), ad oggi il contributo più sistematico dedicato alla produzione poetica nei dialetti italiani.  

Nell’ultimo decennio, pur mantenendo un vivo interesse per la letteratura come risorsa interpretativa dei fenomeni sociali e culturali osservati, il prof. Brevini ha privilegiato le scienze umane. 

Una piccola enciclopedia del Viaggio

“La conquista della lontananza” è il frutto maturo di un lavoro di minuziosa analisi del “viaggio” in tutte le sue possibili accezioni, sfumature e implicazioni.

Pagina dopo pagina, Brevini accompagna per mano il suo lettore a scoprire, dei viaggi, i motivi che li hanno ispirati, dagli albori della storia umana al giorno d’oggi, in ogni parte del mondo.

Certo, lasciare il noto per l’ignoto richiede un valido motivo e una visione: così è più facile affrontare l’impervietà dei sentieri montani, la pericolosità degli oceani, il senso di incertezza dovuto alla fragilità e all’inadeguatezza dei mezzi di trasporto… E poi i disagi del pernottamento in luoghi ostili, i climi avversi, gli animali selvatici, i briganti, gli osti truffatori, le popolazioni inospitali… 

Comunque, quale sia l’interesse, l’obiettivo o la fede che li muove, ad accomunare i viaggiatori è il fardello delle proprie origini, il dolore più o meno intenso delle proprie radici. Nei loro cuori, c’è sempre la speranza che ne sia valsa la pena, di lasciare i loro cari e il loro piccolo mondo.

A tutto questo si aggiunge lo struggimento di chi parte e avverte il pericolo più grande, tanto maggiore quanto più è lungo il periodo trascorso lontano da casa: quello di perdere la propria identità. La feroce nostalgia delle persone amate e non raggiungibili, come oggi, con un semplice tocco sullo schermo del device.

I Protagonisti del Viaggio sono gli esploratori, i naturalisti, i meteorologi, i cartografi, gli scienziati, i letterati, i diplomatici, i pellegrini, gli studenti, i rampolli di famiglie aristocratiche, i regnanti, gli artisti, i soldati, i turisti, gli esuli, i politici, i nomadi, i coloni, i mercanti, gli emigranti, gli studiosi, i profughi, i pittori, i religiosi, i geografi…  e i rispettivi domini disciplinari fra i quali la letteratura, la geografia, la storia, l’antropologia, le scienze, la filosofia, la psicologia e la politica.

In ambito specificamente letterario, Brevini giunge alla conclusione che il Viaggio è il fil rouge culturale che attraversa, senza soluzione di continuità, tutte le narrazioni del mondo: ed ecco passare in rassegna i racconti mitici, i poemi eroici e cavallereschi, le descrizioni di viaggi immaginari, i resoconti, i diari, i “travel books”, le cronache, i romanzi avventurosi e fantascientifici, i reportages giornalistici.

In questa piccola enciclopedia del Viaggio non possono mancare i viaggi simbolici, metaforici e spirituali: i viaggi introspettivi dell’Uomo alla scoperta di Se Stesso e della propria vocazione, i viaggi interiori alla ricerca delle Risposte alle grandi domande della vita, i viaggi evolutivi alla conquista dell’età adulta.

Ciliegina sulla torta: al termine di ciascun capitolo, Brevini ci racconta di sé e dei suoi viaggi in giro per il mondo. Sono proprio questi a suscitare in me il desiderio di saperne di più su chi, come lui, è nato con la valigia.

L’intervista

J.L.: Nel prologo Lei accenna al “viaggio” come a qualcosa che il nonno, il papà e gli zii hanno infuso nel suo DNA. Agli illustri precedenti in famiglia si aggiunge un curioso particolare: l’essere stato concepito dai suoi genitori durante un viaggio. A quanto pare lei è nato viaggiatore. Ma… lo si può anche diventare? Se sì, quali sono i fattori che ispirano l’uomo del nostro tempo a voler viaggiare?

F.B.: Credo che la molla sia la stessa di sempre: il desiderio della lontananza. Io l’ho chiamata così, ma si potrebbe dire in molti altri modi: il fascino dell’esotico, la spinta verso la scoperta, l’interesse per tutto ciò che è diverso. Oggi il turismo solo in parte vi corrisponde, perché ci propone ai tropici copie delle confortevoli realtà in cui viviamo a casa. Anche l’incontro con l’altro è molto edulcorato nelle forme del tipico, del caratteristico, del folclorico.

J.L.: Qual è, di tutte le esperienze che ha vissuto, quella che l’ha fatta innamorare del viaggio al punto da farne il leitmotiv della sua vita?

F.B.: Sono i racconti sull’India dello zio salesiano. Mi parlava della tigre che lo aveva inseguito mentre fuggiva in bicicletta nella giungla o dell’apparizione degli ottomila himalayani dai primi contrafforti del subcontinente. Fu lui a deporre un seme, che poi mio padre ha cresciuto con gli infiniti viaggi in cui mi ha coinvolto fino dai primi giorni di vita. Il nomadismo era inscritto fino da subito nella mia vita.

J.L.: Quali sono i momenti più belli trascorsi in viaggio coi suoi genitori?

F.B.: Sono numerosissimi i momenti belli trascorsi con loro in giro per il mondo. Ne posso ricordare uno che menziono anche nella piccola introduzione autobiografica del mio libro. Durante un viaggio con mio padre nel Triangolo d’Oro, su all’estremo confine settentrionale della Thailandia, tra Birmania e Laos, lo vidi trascinare per giorni due scatoloni di cartone. Neppure a me volle rivelare cosa contenessero. Il giorno di Pasqua navigavamo su delle piroghe lungo uno di quei fiumi nella giungla, di cui avevo letto nei romanzi malesi di Salgari. A mezzogiorno la piccola flottiglia approdò a una radura fra altissimi alberi. Mio padre aprì i due scatoloni e ciascuno dei partecipanti ricevette un piccolo uovo di Pasqua.

J.L.: Professore, ho saputo che è padre di tre figli ormai adulti, e marito felice di Tiziana con cui ha avuto altri cinque bellissimi bambini: Elia, Giacomo, Vittorio, Tommaso e l’ultima arrivata, Beatrice, in omaggio alla nonna materna. Quali sono i viaggi che i suoi figli le chiedono più spesso di raccontare?

F.B.: Loro mi chiedono sempre di raccontare i miei incontri con gli animali selvaggi. Sono incantati dall’orso polare giunto fino a pochi metri della motoslitta, che avevo prudentemente tenuto accesa.  O dalla fulminea caccia del ghepardo, che per una trentina di secondi aveva lasciato incustoditi i suoi tre cuccioli. Strabuzzano gli occhi quando mi vedono in una foto sfiorare con la mano una balena in Baja California. Ma nulla vale l’emozione dei video girati durante le interminabili giornate con i cani da slitta su nel nord del Canada. E vorrebbero essere accanto a mia moglie quando nuota nelle acque del Borneo insieme alle grandi tartarughe marine.

J.L.: Di tutti i viaggi che ha intrapreso, quali rifarebbe e perché?

F.B.: Rifarei quelli in cui ho avvertito intorno a me lo sgomento primordiale dell’uomo perduto nel mezzo della natura selvaggia. È una sensazione che per me è associata alla banchisa polare o alla traversata sull’Inlandsis, il ghiacciaio continentale della Groenlandia. Ma ricordo anche la potenza del mare a Capo Horn, sulla punta estrema del Sud America, davanti all’Antartide. O le giornate nella giungla, grondante di sudore, ridotto a uno straccio, tormentato dalle sanguisughe, ma alla fine gratificato dall’apparizione di un branco di elefanti pigmei che avevamo inseguito per ore. E come esprimere l’emozione delle stellate nel cuore del Sahara, mentre il tuareg che mi accompagnava recitava il Corano e il pane stava cuocendo sotto la sabbia?

J.L.: C’è invece un viaggio che non rifarebbe mai più? E perché?

F.B.: Quelli, fortunatamente pochi, che ho fatto con le persone sbagliate, a conferma che il viaggio deve essere condivisione.

J.L.: Di tutte le popolazioni che ha incontrato, qual è la più chiusa e diffidente? E la più ospitale?

F.B.: Dovunque ci sia una vita popolare, c’è gioia di vivere, anche tra infinite durezze. Tornavo dall’India. Avevo lasciato da poche ore i quartieri affollati di quelle città, dove la gente ti guardava quasi sempre con un sorriso. Ero sbarcato per il transito a Francoforte. In quell’aeroporto tutti erano vestiti e nutriti, presumibilmente benestanti, mangiavano cose buonissime e portavano ingombranti sacchetti del duty free. Ma mi colpì un particolare: nessuno rideva.

J.L.: Cos’è la “lontananza” per Franco Brevini Uomo?

F.B.: È quando tutti i tuoi riferimenti sono saltati, quando fai fatica a orientarti, quando sei vigile, preoccupato, incuriosito, quando capisci che potrebbe succederti qualcosa. Per me la frase rivelatrice è: ma sai che non me lo immaginavo così grande? 

J.L.: Quali sono le risorse che potrebbero esserci di aiuto e di conforto, in questi momenti?

F.B.: Umiltà e pazienza, prima di tutto. E poi un po’ di capacità di tenere duro. «To strive, to seek, to find and not to yeld» («Lottare, cercare, trovare e non arrendersi») sono i versi dell’Ulysses di Tennyson scolpiti sulla croce di legno piantata davanti al Mare di Ross, a Capo Evans, nel punto da cui il capitano Scott era partito per la sua disastrosa spedizione verso il Polo Sud. 

J.L.: Nel suo ultimo libro traspare l’idea della Nostalgia della Lontananza che spinge a ritornare nei luoghi già visitati, come ricetta per la felicità. Ha mai sofferto di nostalgia? Se sì, in quale dei numerosissimi luoghi da lei visitati vorrebbe ritornare?

F.B.: Per me la vista dei grandi spazi si è sempre accompagnata a un sentimento di malinconia. È la frustrazione per ciò che ogni giorno perdiamo nelle nostre quotidianità arrese ai loro prudenti orizzonti. C’è quello splendore che rifulge là fuori e noi ci accontentavamo dei nostri torpidi esîli. Talvolta a casa mi sveglio che è ancora notte e penso a quante volte a quell’ora sono partito dai bivacchi con la frontale sul casco. Richiusa la portina, eccoci proiettati in un altro mondo. Sopra la testa ruotano lentamente tutte quelle stelle e il cielo è fosforescente. Davanti si stagliano le masse acquattate delle montagne, che fra poco sfolgoreranno al primo sole. La neve scricchiola, il ghiacciaio è blu come l’acciaio temprato. Un bagliore a oriente annuncia che sta iniziando il più sconvolgente e insieme il più prevedibile degli spettacoli. Si replica da milioni di anni, ma quasi sempre senza testimoni, come il fiore del deserto di Manzoni, che spande la sua corolla per l’imperscrutabile Dio delle solitudini.

J.L.: Di tutti i viaggi che ha fatto, quale ha lasciato in lei il segno più profondo, la lezione più importante?

F.B.: Ogni viaggio mi ha consegnato un insegnamento, ma, se c’è un comune denominatore che li abbraccia tutti, è il senso del limite. Ho capito fin dove potevo arrivare, ho sperimentato dove correva la linea che non avrei dovuto superare. Mi sono fermato in tempo e non mi sono mai pentito. Espressioni come «lanciare il cuore oltre l’ostacolo» o «i limiti sono fatti per essere superati» lasciamole dire a chi sta in poltrona. 

J.L.: Qual è il souvenir più evocativo da lei acquistato?

F.B.: Lo cito nella Conquista della lontananza. È una statua in bronzo della divinità indiana Shiva, che tengo nel mio studio. L’ho acquistata in un negozio di oggetti artistici di una cittadina del Tamil Nadu. Questa rappresentazione della divinità indiana è denominata Shiva Nataraja, che significa «Signore della danza». Il gesto del danzatore cosmico è contemporaneamente di creazione e di distruzione. È quello che i viaggi hanno fatto nel corso della loro storia millenaria: hanno aumentato le nostre conoscenze, ma hanno lasciato una scia di violenza e hanno devastato il Pianeta. La danza cosmica di Shiva Nataraja è anche una delle metafore più felici del best–seller Il Tao della Fisica dello scienziato austriaco Fritjof Capra. E dal 2004 una statua di due metri di altezza di Shiva Nataraja donata dal governo indiano è stata collocata al Cern di Ginevra.

J.L.: Qual è l’incontro più interessante che ha avuto? È ancora in contatto con queste persone?

F.B.: Direi quello con Robert Peroni, un italiano che da alcuni decenni vive nella Groenlandia orientale, promuovendo iniziative a favore delle comunità inuit. È nata una grande amicizia, sono tornato più volte in Groenlandia, siamo andati insieme in villaggi remoti, su ghiacciai e su montagne, abbiamo vagabondato fra gli iceberg, abbiamo incontrato cacciatori e sciamani. Robert mi ha rivelato una dimensione della vita, che senza di lui mi sarebbe stata preclusa.

J.L.: Ha mai intrapreso un viaggio interiore e se sì, quale dei suoi viaggi le ha offerto questa particolare prospettiva?

F.B.: Ogni viaggio inizia dentro di noi. Faccio un solo esempio: la mia passione per il Grande Nord. C’è un nome che fa la guardia all’ingresso: Jack London. Le ore dell’adolescenza passate su Zanna bianca e sul Richiamo della foresta hanno seminato nel mio animo il fascino per gli spazi sconfinati. È stato il mio «sogno di una cosa».

J.L.: Ha mai fatto un pellegrinaggio? Se sì, in che modo ne è stato arricchito?

F.B.: Sono stato ad Allahabad, nello stato indiano dell’Uttar Pradesh, a metà strada fra Calcutta e Delhi. La città sacra sorge alla confluenza di tre fiumi mitologici, il Gange, lo Yamuna e il misterioso Saraswati, citato negli antichi testi in sanscrito del Rigveda. Ogni dodici anni trenta milioni di persone accorrono a Allahabad per celebrare il più grande pellegrinaggio religioso del mondo: il Kumbh Mela. 

Ricordo una coppia di anziani che veniva calata nelle acque limacciose. Sorretti dalle braccia dei barcaioli, vi affondavano per alcuni secondi fino a sparire completamente. Riemersi, riempirono due taniche di plastica di quella torbida acqua color caffelatte, capace di risanare ogni malattia. Evidentemente la fede poteva più della chimica.

J.L.: Ha in programma la pubblicazione di un libro interamente dedicato ai suoi viaggi?

F.B.: L’ho fatto con La conquista della lontananza, in cui il viaggiatore offre le sue esperienze allo studioso, che le ordina nella prospettiva della cultura, cercando di rintracciare un senso nella millenaria avventura del viaggio. Ora sto scrivendo un libro sulla paternità. Anche in questo campo, mi sono detto, qualche esperienza l’ho fatta.

 

 




A CHE PUNTO È IL GIORNO

 

Oggi parliamo di un argomento storico poco conosciuto, ma forse è meglio dire dimenticato.

Si tratta di una storia per certi versi analoga a tante altre, accadute in Europa nei secoli passati, ma che in questo caso riguarda il nostro Paese, l’Italia, e la sua bellissima isola, la Sicilia, e già solo per questo vale la pena che sia conosciuta e divulgata.

Si tratta di una storia di Convivenza e, contemporaneamente, di Discriminazione sull’isola del Mediterraneo e riguarda la storia degli ebrei in Sicilia.

La storia della presenza millenaria degli Ebrei in Sicilia, per secoli rimasta nell’oblio, torna ora ad affascinare e interessare storici, archeologi e antropologi che stanno riportando alla luce l’importante ruolo che ebbero gli Ebrei nello sviluppo economico e culturale dell’isola.

La rimozione c’è stata ed è motivata probabilmente dal pudore di dover narrare tutto ciò che gli Ebrei siciliani dovettero patire secolo dopo secolo, conquista dopo conquista, per mano di coloro che ne furono i potenti e spesso spietati dominatori, ma anche dal rammarico per tutte quelle risorse umane, culturali ed economiche che l’isola e tutto il sud d’Italia persero per sempre, dopo la loro espulsione nel 1493.

La storia giudeo-siciliana suscita ora nuovo interesse grazie alle recenti pubblicazioni che hanno avuto per oggetto la riscoperta di antica documentazione, rimasta sepolta per secoli negli archivi storici comunali e in quelli notarili di molte città siciliane.

Anche importanti e recenti scoperte archeologiche stanno accrescendo le nostre conoscenze della storia ebraica siciliana, lasciando intravedere possibili rivisitazioni dei fatti accaduti tra il III e il XVI secolo.

Si tratta di resti di siti sinagogali e cimiteri, disseminati un po’ ovunque sul territorio, dove numerose sono le pietre tombali rinvenute, sulle quali campeggiano epigrafi bilingui in greco, ebraico o latino con i tipici simboli ebraici della Menorah, dello shofar e della foglia di palma.

Sono stati anche ritrovati numerosi bagni rituali (mikvè), uno su tutti, quello commovente di Ortigia a Siracusa, di recentissima e casuale scoperta, considerato il più antico d’Europa, ricoperto di detriti dagli esuli ebrei prima del suo definitivo abbandono, forse per un senso di pudore o forse perché era ancora viva tra loro la speranza di un ritorno.

Ed ancora più affascinante è la storia del Kior (vasca per lavaggio delle mani) di Siculiana nell’agrigentino (sec. XV), proveniente con verosimile probabilità dalla Sinagoga o dal Cimitero di tale cittadina ed in epoca più tarda trasferito nel Battistero locale per divenirne la fonte battesimale.

Il suo donatore aveva voluto ricordare l’evento facendovi scolpire una scritta in ebraico, rimasta coperta per più di cinque secoli e dove oggi si può leggere: «Nell’anno 1475: Samuele figlio di Rabbì Yona Sib’on, riposi in Paradiso».
Posti ai due lati della scritta gli stemmi reali di Castiglia e di Aragona in onore dei sovrani spagnoli regnanti in quel periodo e che, ironia della sorte, solo diciassette anni dopo decretarono l’espulsione di tutti gli Ebrei oltre che dalla Spagna anche dalla Sicilia.

 

La storia è lunga, e non è certo questo il luogo per narrarla nella sua interezza, ma si può certamente affermare che non ci sia stato angolo della Sicilia in cui la presenza ebraica non fosse già ben radicata ancor prima dell’avvento del cristianesimo e soprattutto durante i quattro secoli precedenti l’espulsione, decretata dall’infame editto di Granada, siglato nel Gennaio del 1492 dai reali di Spagna, Isabella di Castiglia e da suo marito Ferdinando d’Aragona. Su incitamento del domenicano Torquemada, essi non dettero scampo agli Ebrei spagnoli e poco dopo anche a quelli siciliani, obbligandoli alla dolorosa scelta dell’esilio o alla conversione forzata.

C’era stato un tempo, tuttavia, in cui la vita degli Ebrei, nello specifico in Sicilia, era stata molto migliore e sicuramente diversa.

Ciò avvenne, nei due secoli di dominazione degli Arabi, i quali, seppur inizialmente considerassero gli Ebrei alla stregua di schiavi sui quali era lecito da parte loro qualsiasi abuso e sopruso, via via col passare degli anni, per motivi puramente economici, iniziarono ad instaurare con loro rapporti sufficientemente sopportabili.

Agli Ebrei, infatti, come pure ai Cristiani, venne concesso di poter professare liberamente la propria Fede e di costruire Sinagoghe e Chiese, anche se questa concessione non prescindeva dal pagamento di onerose gabelle.
Considerati dhimmi, cioè «protetti», gli Ebrei erano ritenuti una sorta di risorsa tributaria ed economica, situazione che li obbligava a pagare una tassa pecuniaria aggiuntiva, la gesìa. Questa loro condizione sarà poi, nei secoli seguenti, costantemente mantenuta anche dai successivi dominatori, per i quali non c’era alcun motivo di rinunciare a queste provvide, ma inique entrate fiscali.
Allo scopo di dare ulteriore impulso all’economia dell’isola, agli Ebrei, riuniti nelle loro Comunità dette Aliama, fu lasciata la possibilità di svolgere attività divenute con il tempo a loro peculiari, soprattutto quelle di tintori, conciatori, fabbri, artigiani, commercianti e armatori. 

D’altronde gli Ebrei, avvezzi a convivere con gli Arabi, come lo erano già in Spagna e nel Nord Africa, avevano con questi, oltre che la lingua, molteplici affinità come la comune conoscenza degli studi scientifici di medicina, astronomia e matematica e soprattutto delle materie teologiche e filosofiche.
Ciò che inoltre rendeva culturalmente simili le due etnie, era l’uso corrente della scrittura, motivo non sottovalutabile, che, di fatto, le poneva entrambe in una posizione più elevata rispetto al resto della popolazione, per lo più retrograda ed analfabeta.

 

Oggi sappiamo quanto esteso e vivace fosse il rapporto tra le varie comunità ebraiche in quell’area alla fine e dopo l’inizio del primo millennio e quanto, per questo, fosse divenuto essenziale il ruolo della Sicilia grazie al continuo prosperare e alla nascita in quei due secoli di numerosissime imprese manifatturiere e di altrettante piccole comunità ebraiche che le gestivano.

Cartiere, filature e tessiture della seta e del cotone, concia delle pelli, tintorie, fonderie siderurgiche, commercio delle stoffe, del grano e del formaggio (rigorosamente kosher) e il trasporto di queste e di altre mercanzie, furono solo alcune delle attività di appannaggio quasi esclusivo degli Ebrei siciliani, i quali, nei secoli seguenti, ne acquisirono naturalmente il monopolio, divenendo di fatto i più ricercati produttori, trasformatori ed esportatori di manufatti e di prodotti agricoli.
La Sicilia, posta in maniera strategica al centro del Mediterraneo, divenne, di fatto, uno snodo nevralgico per lo scambio di mercanzie di ogni tipo che, dall’isola, riprendevano poi la strada per il resto d’Italia e d’Europa.

Quanto vediamo oggi della Sicilia, lo si deve in buona parte ai due secoli di questa dominazione illuminata ed al suo intelligente sfruttamento, del quale gli Ebrei furono una parte essenziale.

 

Questa lunga premessa, assolutamente non esaustiva della memorabile storia della presenza e dell’attività degli Ebrei siciliani, ci è tuttavia utile per fare alcune considerazioni storiche attuali e contingenti, relative alla città di Catania ed alla recente costituzione ufficiale di una Comunità Ebraica e di una Sinagoga nel suo seno.

A volte la Storia viene riscritta dai posteri e ciò che sembrava dimenticato riaffiora dall’oblio, grazie al lavoro scrupoloso e appassionato di studiosi e di accademici, e anche di uomini leali e di buona volontà che, come nel caso di Catania, ne hanno ripreso in mano il bandolo riportando alla luce ciò che sembrava dimenticato per sempre.
Una Storia, quella della Sicilia ebraica e di Catania – ma non solo, verosimilmente somigliante per molti dei suoi aspetti a tante altre storie vissute e patite, anche in tempi recenti, dagli Ebrei di molti altri Paesi, storie esaltanti ma allo stesso tempo spesso dolorose, storie di persecuzioni, di morte, di esili, di abbandoni, storie rese simili dal pregiudizio e dall’invidia, dove la bramosia, infine, ne è stata sempre il rovinoso epilogo.

Accade, dunque, che alla Catania ebraica non venga – attualmente – riconosciuto il diritto di ridare vita ad una propria Comunità, al proprio culto, alla preghiera nella propria Sinagoga.

Sembra che si sia verificato un corto circuito di comunicazione con le autorità centrali della Penisola.

Come se queste non capissero gli Ebrei di Catania.

È sicuramente un momento non semplice per chi crede nell’importanza e nel valore di queste relazioni e, rispetto al passato, rispetto alla Storia, sembra che ci siano stati dei significativi passi indietro, ma proprio per questo sarebbe opportuno andare avanti, confidando nella possibilità che il confronto riesca a dare nel tempo i suoi frutti.

E forse ciò ha origine, anche, dalla profonda crisi attraversata da un Occidente che ha smarrito la propria identità, e che a volte non riesce a ben riconoscere quali siano i propri valori di riferimento. Tuttavia, si potrebbe andare oltre quell’ambito e slegarsi da ciò che spesso appare, purtroppo, come un secolarismo effimero – anche in campi religiosi.

 

  • Riassumendo in maniera essenziale e omettendo valutazioni halachiche, che sono di stretta competenza rabbinica, la sequenza dei fatti avvenuti a Catania è comunque tanto distopica da sfiorare i limiti del grottesco, posto che stiamo parlando di: 1) Laicità dello Stato; 2) Libertà religiosa; 3) Libertà di organizzazione ed azione; 4) Libertà di aprire luoghi di culto.
  • La Comunità Ebraica di Catania e il suo Istituto di Cultura Ebraica esercitano il culto ebraico all’interno della propria Sinagoga dal 17 ottobre 2018, nei locali concessi in comodato d’uso dal Comune di Catania e siti nel Castello di Leucatia; tale concessione ha la durata di sei anni e scadrà il 16 ottobre 2024.
  • Il 28 ottobre 2022 la Comunità Ebraica di Catania consacra ufficialmente al culto la propria Sinagoga, alla presenza di Rabbini giunti da Israele e da Whashington – essendosi dotata di un Sefer Torah e disponendo di un Rabbino e di un Tribunale Rabbinico di riferimento. Si tratta di un evento storico, religioso e culturale del massimo rilievo, sia per Catania – che fino al 1492 aveva due Sinagoghe – sia per l’Italia ebraica, che da Napoli in giù sembra si sia fermata nel (quasi) nulla.
  • In contemporanea, la signora Noemi Di Segni – nella sua veste di Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (di seguito: UCEI, Associazione di carattere privatistico) – inizia un attacco e una dura lotta di screditamento nei confronti della Comunità Ebraica di Catania, dichiarando e asserendo che essa non ha diritto di esistere né tantomeno di chiamarsi «Comunità Ebraica», né ancor più di avere titolo di appartenenza all’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane.
  • L’anno 2023 si apre dunque con un pesante carteggio su carta bollata tra la predetta Presidente UCEI e l’Avv. Baruch Triolo, Presidente dell’Istituto Internazionale di Cultura Ebraica e Presidente della Comunità Ebraica di Catania – il quale ribatte alla Presidente Di Segni punto per punto, nello specifico: a) domandando dove fosse scritto che Catania non poteva usare la denominazione «Comunità Ebraica» (nemmeno si trattasse di un formaggio o di un vino d.o.p.) e b) ribadendo che la Comunità Ebraica di Catania sin da subito si era dichiarata disgiunta e non legata all’UCEI.
  • Emerge sin da subito la totale mancanza di possibilità di dialogo, di disponibilità al chiarimento reciproco, da parte della Presidente UCEI – che appare rispondere a ogni legittima comunicazione da parte dell’Avv. Baruch Triolo con quelli che si possono definire “argomenti fantoccio”, cioè utilizzando una fallacia logica che consiste nel confutare un argomento proponendone una rappresentazione errata o distorta.
  • Poi, da parte della Presidenza UCEI, si giunge all’intimidazione e infine alla citazione in Tribunale davanti al Tribunale Civile di Catania (prima udienza 08 febbraio 2024), inoltre convincendo (o meglio, tentando di convincere) con una sua personale visita, il Sindaco di Catania a revocare la concessione dei locali a suo tempo concessi a titolo gratuito (per sei anni, dal 2018 al 2024), destinati a uso Sinagoga e Uffici del Rabbino e siti presso il Castello di Leucatia.
  • La situazione diviene, a questo punto, orwelliana per tutta una serie di motivi: 1) l’UCEI è una associazione privata che, secondo il Codice Civile, può imporre le proprie regole statutarie solo ai propri iscritti e a nessun altro; 2) la Comunità Ebraica di Catania non aderisce e non vuole aderire all’UCEI, come sempre dichiarato; 3) una Associazione privata non dispone del potere di segnalare o accusare altre Associazioni per danneggiarle, né può imporre la propria volontà a una Pubblica Amministrazione (la città Metropolitana di Catania); 4) l’art.2 della legge 101/89 garantisce ad ebrei e comunità in genere il diritto, costituzionalmente garantito, della «libertà di esercizio del culto ebraico in forma sia individuale che associata»; 5) l’art.15 della legge 101/89 sancisce che «gli edifici destinati all’esercizio pubblico del culto ebraico, anche se appartengono a privati, non possono essere sottratti alla loro destinazione, neppure per effetto di alienazione, fino a che la destinazione stessa non sia cessata con il consenso della comunità competente».
  • Tutto ciò predetto, l’UCEI non si presenta alla prima udienza in Tribunale davanti al Tribunale Civile di Catania (08 febbraio 2024), costringendo il Giudice a rimandare la prima udienza al 24 gennaio 2025, nonostante la procedura preveda la presenza di entrambe le parti per un tentativo, obbligatorio, di conciliazione e impedendo la richiesta di chiarimenti. Sottraendosi in sostanza al contraddittorio. La Comunità di Catania era rappresentata dall’Avv. Giuseppe Sciacca, membro della Comunità, dal Presidente della Comunità di Catania, Avv. Baruch Triolo, e dal Vice Presidente Alessandro Y.N. Scuderi.
  • La minaccia di sfratto dai locali del Castello di Leucatia ha un esito altrettanto surreale: il 15 febbraio 2024, data fissata dal Comune di Catania per un sopralluogo dei locali, propedeutico alla riconsegna dei locali, i tecnici del Comune non si presentano. Ed è notizia di questi giorni che la Municipalità di Catania si è premurata di rivolgere le proprie scuse alla Comunità Ebraica di Catania.

 

E dunque?

A che punto è il giorno?

Cui prodest tutto questo folle, insensato, dispendio di mezzi e di energie?

Perché questo cortocircuito, terribile, proprio in ambito ebraico, proprio in questo periodo di tensioni e di guerre?

Questa realtà distopica si inserisce nel momento storico che stiamo vivendo che, dopo il 7 ottobre, è sicuramente estremamente complesso e di difficile interpretazione – e in cui le tensioni non si limitano purtroppo al solo Medioriente.

Nessuno ha verità assolute da proporre e in questo momento molti di noi sono più capaci di porre domande che di dare risposte, tuttavia, cercando di essere analitici e obiettivi, nonostante tutto, continuiamo a sperare: a sperare nel Dialogo e nel Confronto.  

Pena la morte, la dispersione dell’egregore – e questo non deve avvenire: quando un certo numero di persone si raduna intorno a un’idea, i pensieri e i desideri di quelle persone creano un’entità vivente; è una legge del mondo spirituale.

E anche se quell’entità non è fatta di particelle sufficientemente materiali da far sì che la si possa vedere e toccare, essa esiste.

Questa entità collettiva viene chiamata «egregore» ed è un’entità vivente e operante, ogni paese, ogni religione e ogni corrente di pensiero possiede un’egregore e tutti i suoi membri, i fratelli e le sorelle che si riuniscono attorno alla stessa idea di pace e di luce, non smettono di alimentarla e rafforzarla.

Così, non solo essa può agire sulle altre egregore nel mondo per influenzarle beneficamente, ma contribuisce anche, e soprattutto, all’evoluzione di quegli esseri che lavorano per formarla.

Ma anch’essa è soggetta all’entropia – che dà la misura del disordine presente in un sistema fisico e, quando l’entropia sarà massima, nessuna trasformazione sarà più possibile, e sarà così la cosiddetta «morte fredda» dell’universo, in un sistema disordinato e a energia minima.

 

Barbara de Munari

Torino, 08 marzo 2024

 

[Si ringrazia per la disponibilità delle Fonti Storiche: Ariel Arbib, Storia degli Ebrei di Sicilia fino al XVI secolo – Convivenza e discriminazione sull’isola del Mediterraneo, in Joimag, febbraio 2022]