La morsa sull’Arabia Saudita
Droni dall’Iraq e Houthi sullo stretto: l’Arabia Saudita nella morsa delle rotte del petrolio
Colpito l’oleodotto che permette a Riad di aggirare Hormuz, mentre i ribelli yemeniti avanzano verso Bab el-Mandeb. Mohammed bin Salman chiede aiuto a Trump, ma Washington non vuole aprire un nuovo fronte
L’Arabia Saudita è sotto pressione ai due estremi della propria strategia energetica. A est, lo stretto di Hormuz è condizionato dal conflitto con l’Iran. A ovest, l’avanzata degli Houthi lungo la costa dello Yemen minaccia Bab el-Mandeb, la porta meridionale del Mar Rosso. Nel mezzo, l’oleodotto costruito da Riad per aggirare proprio queste strozzature è stato colpito da droni partiti dall’Iraq.
La notizia dell’attacco all’oleodotto Est-Ovest è stata comunicata dal ministero degli Esteri saudita. Secondo Riad, i velivoli senza pilota sono stati lanciati dal territorio iracheno. L’Arabia Saudita ha deciso di non rispondere militarmente, almeno per il momento, accogliendo una richiesta del primo ministro dell’Iraq. Il regno ha tuttavia avvertito di riservarsi il diritto di adottare tutte le misure necessarie per proteggere la propria sovranità, la sicurezza nazionale e le infrastrutture strategiche.
L’attacco non è stato attribuito agli Houthi e, nelle prime comunicazioni ufficiali, non è stata indicata con certezza l’organizzazione responsabile. La provenienza irachena dei droni apre però un altro fronte politicamente delicato. In Iraq operano milizie vicine a Teheran, inserite in un sistema di alleanze regionali che comprende anche il movimento libanese Hezbollah e gli Houthi yemeniti. Stabilire chi abbia materialmente ordinato l’operazione sarà decisivo; collegarla automaticamente ai ribelli dello Yemen sarebbe invece prematuro.
La scelta saudita di non reagire mostra quanto Riad tema un allargamento del conflitto. Una rappresaglia in territorio iracheno metterebbe in difficoltà il governo di Baghdad, potrebbe rafforzare le fazioni più vicine all’Iran e rischierebbe di aprire una nuova spirale di attacchi. Mohammed bin Salman tenta quindi di conservare libertà d’azione: minaccia una risposta, ma lascia aperto uno spazio alla mediazione irachena.
Il valore dell’obiettivo colpito spiega la gravità dell’episodio. L’oleodotto Est-Ovest attraversa l’Arabia Saudita per circa 1.200 chilometri e trasporta il greggio dai giacimenti orientali fino al porto di Yanbu, sul Mar Rosso. Può movimentare fino a sette milioni di barili al giorno e rappresenta la principale alternativa saudita alla rotta di Hormuz. Dopo gli attacchi, il flusso sarebbe stato sospeso in via precauzionale.
Quella che doveva essere la via di sicurezza del petrolio saudita si trova così esposta a una doppia minaccia. I droni provenienti dall’Iraq possono colpire l’infrastruttura terrestre; gli Houthi, avanzando verso Bab el-Mandeb, possono mettere sotto pressione la rotta marittima che parte da Yanbu. Non occorre distruggere l’oleodotto o chiudere fisicamente lo stretto: può bastare rendere entrambi abbastanza insicuri da spingere armatori e assicuratori ad aumentare i prezzi o rinunciare al transito.
La caduta della costa yemenita
Sul fronte yemenita, l’avanzata è stata rapida e, per le forze sostenute dall’Arabia Saudita, traumatica. Nel giro di pochi giorni gli Houthi hanno conquistato il porto di Mokha, raggiunto la zona di Dhubab e preso posizione nelle isole Hanish e a Perim, chiamata anche Mayun, al centro dello stretto di Bab el-Mandeb.
Fonti del governo yemenita riconosciuto dalla comunità internazionale hanno ammesso il ritiro da gran parte delle posizioni sulla costa occidentale. Gli Houthi hanno rivendicato la conquista di 5.400 chilometri quadrati e annunciato di avere provocato un numero imprecisato di morti, feriti e prigionieri tra le forze avversarie. Questi dati, diffusi dal portavoce militare del movimento, non sono stati verificati in modo indipendente.
L’offensiva ha già ottenuto un risultato politico: ha messo in evidenza la debolezza del fronte anti-Houthi. Il governo yemenita sostenuto da Riad è diviso tra forze con interessi territoriali e alleanze differenti. La perdita di Mokha e delle isole strategiche mostra quanto sia difficile trasformare il sostegno saudita in un apparato militare locale stabile e coordinato.
Va inoltre evitata la confusione tra Mokha e Hodeida presente in alcune prime ricostruzioni. Hodeida si trova più a nord ed era già da tempo sotto il controllo degli Houthi. La novità non è dunque la conquista di quella città, ma l’espansione verso l’estremità meridionale della costa yemenita e verso le posizioni che dominano l’ingresso del Mar Rosso.
Bab el-Mandeb collega il Golfo di Aden e l’Oceano Indiano alla rotta di Suez e al Mediterraneo. Attraverso questo passaggio viaggiano petrolio, gas e merci diretti verso l’Europa. Un’interruzione prolungata costringerebbe molte navi a circumnavigare l’Africa, aumentando tempi di percorrenza, consumi, premi assicurativi e costi di trasporto.
Gli Houthi assicurano che la libertà di navigazione e il commercio internazionale non sarebbero in pericolo e sostengono di colpire soltanto obiettivi selezionati. Ma le precedenti campagne nel Mar Rosso hanno dimostrato che anche pochi missili o droni possono produrre conseguenze globali. La percezione del rischio, per le compagnie di navigazione, può contare quasi quanto il controllo militare effettivo.
Il dilemma di Mohammed bin Salman
La crisi investe direttamente la strategia del principe ereditario saudita. Mohammed bin Salman ha cercato negli ultimi anni di ridurre il coinvolgimento nella guerra yemenita, ricomporre almeno in parte i rapporti con l’Iran e concentrare le risorse sulla trasformazione economica del regno. La ripresa delle ostilità riporta invece Riad dentro un conflitto dal quale sperava di allontanarsi.
Secondo Axios, il principe ereditario avrebbe telefonato due volte a Donald Trump mentre le difese yemenite cedevano lungo la costa, chiedendo attacchi americani contro gli Houthi. Il presidente statunitense avrebbe respinto la richiesta di un intervento diretto, offrendo però intelligence e informazioni utili all’individuazione degli obiettivi.
Il rifiuto americano rivela un problema più ampio. Washington vuole garantire la libertà di navigazione e proteggere gli alleati del Golfo, ma non intende disperdere le proprie forze aprendo un altro fronte contro un movimento sostenuto dall’Iran. Per gli Stati Uniti, colpire direttamente gli Houthi significherebbe rischiare una nuova escalation regionale senza la certezza di eliminare la minaccia.
Per Riad, invece, la prudenza americana può essere interpretata come il segnale di una protezione meno automatica. Il regno si trova a dover difendere contemporaneamente il territorio, gli impianti petroliferi, l’oleodotto verso Yanbu e la navigazione nel Mar Rosso. La decisione di non rispondere subito all’attacco partito dall’Iraq indica che la leadership saudita vuole evitare di moltiplicare i nemici, ma mostra anche i limiti della sua capacità di deterrenza.
La leva di Teheran
L’Iran non ha bisogno di controllare direttamente ogni operazione per ricavare un vantaggio politico dalla crisi. La presenza di gruppi alleati o ideologicamente vicini lungo più fronti costringe l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti a distribuire risorse, difese e attenzione su un territorio vastissimo.
Gli Houthi non sono semplicemente esecutori degli ordini iraniani. Dispongono di una propria struttura politica e militare e perseguono obiettivi legati al controllo dello Yemen. La convergenza strategica con Teheran è però evidente: entrambi hanno interesse a indebolire la posizione saudita, aumentare il costo della presenza americana e ottenere maggiore peso in un eventuale negoziato.
La pressione simultanea su Hormuz, sull’oleodotto Est-Ovest e su Bab el-Mandeb crea quella che potrebbe essere definita una tenaglia energetica. Non prova l’esistenza di un unico comando operativo, ma produce un risultato coerente con gli interessi iraniani: dimostrare che la sicurezza delle esportazioni del Golfo dipende anche dalle decisioni di Teheran e dei suoi alleati regionali.
Le conseguenze sono già visibili. Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, l’offerta saudita arrivata sul mercato è scesa ai livelli più bassi da oltre trent’anni. L’andamento risente degli attacchi contro infrastrutture energetiche, raffinerie, navi e rotte di esportazione. Anche la chiusura precauzionale dell’oleodotto verso Yanbu accresce l’incertezza sul mercato.
L’allarme delle Nazioni Unite
La dimensione geopolitica rischia intanto di oscurare quella umanitaria. Le Nazioni Unite hanno segnalato decine di migliaia di sfollati, nuove vittime civili e crescenti difficoltà nella distribuzione degli aiuti. Il sistema umanitario yemenita era già gravemente sottofinanziato prima della nuova offensiva.
Davanti al Consiglio di sicurezza, l’inviato speciale Hans Grundberg ha parlato di una «nuova e più pericolosa fase» della guerra. La relativa calma seguita alla tregua del 2022 appare compromessa. Il pericolo non è soltanto il ritorno della guerra civile su vasta scala, ma la trasformazione definitiva dello Yemen in un campo di battaglia della competizione tra Iran, Arabia Saudita e Stati Uniti.
La giornata restituisce così un’immagine precisa dei nuovi equilibri regionali: gli Houthi avanzano sullo stretto, i droni raggiungono il cuore della rete petrolifera saudita e Mohammed bin Salman cerca di evitare una guerra con l’Iraq mentre chiede agli Stati Uniti di intervenire nello Yemen.
Il controllo completo di Bab el-Mandeb non è ancora dimostrato e la responsabilità dell’attacco all’oleodotto resta da accertare. Ma il messaggio politico è già arrivato a Riad: tutte le vie costruite per mettere al sicuro il petrolio saudita possono diventare, nello stesso momento, linee del fronte.
Fonti
- Reuters, 10 e 11 settembre 2026: attacco all’oleodotto Est-Ovest, posizione del governo saudita, avanzata degli Houthi e andamento dell’offerta petrolifera.
- Ministero degli Esteri dell’Arabia Saudita, 11 settembre 2026: provenienza irachena dei droni e decisione di sospendere una rappresaglia immediata.
- Financial Times, 11 settembre 2026: sospensione precauzionale dell’oleodotto e implicazioni per le esportazioni attraverso Yanbu.
- Associated Press, 11 settembre 2026: conquista di Perim, ritirata delle forze governative e conseguenze umanitarie.
- Axios, 11 settembre 2026: telefonate tra Mohammed bin Salman e Donald Trump.
- Nazioni Unite, 8 e 10 settembre 2026: sfollamenti, vittime civili e intervento di Hans Grundberg.
- Agenzia internazionale dell’energia, settembre 2026: andamento dell’offerta petrolifera saudita.
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