Israele, la spirale senza fine. Difendersi per esistere
Dalla fondazione dello Stato ebraico alla crisi di Gaza, dagli attentati olimpici a quelli nelle strade di Londra: l’eterna condizione di un popolo sotto assedio — e le ambiguità di chi lo giudica.
C’è qualcosa di tragicamente circolare nella storia di Israele. Quasi ogni volta che lo Stato ebraico si difende, lo fa in modo talmente visibile, talmente “sproporzionato” agli occhi di chi osserva da lontano, da trasformare la vittima in imputato. È la logica del capovolgimento: chi è costretto ad alzare un muro, viene accusato di costruire una prigione.
Dal 14 maggio 1948, giorno in cui David Ben Gurion proclamò l’indipendenza dello Stato di Israele, i figli di questo popolo non hanno conosciuto un solo anno di pace assoluta. Quasi subito dopo la dichiarazione, cinque eserciti arabi attaccarono il neonato Stato. Era l’inizio di una spirale che non si è mai chiusa.
La storia di un popolo che sembra scritta con il sangue
Le guerre araboisraeliane del 1948, del 1956, del 1967, del 1973, i conflitti in Libano, le due Intifade, i missili di Hamas e di Hezbollah, gli attacchi missilistici iraniani del 2024: ogni decennio ha prodotto il suo capitolo di violenza. Ogni guerra ha lasciato ferite che alimentano la successiva. In mezzo, il terrorismo — metodico, capillare, globale.
Monaco 1972: undici atleti israeliani sequestrati e assassinati nel cuore delle Olimpiadi, davanti al mondo intero. Buenos Aires 1994: l’attentato al centro culturale ebraico, fa 85 morti. Parigi, Berlino, Bruxelles, Istanbul: sinagoghe incendiate, rabbini aggrediti, bambini ebrei colpiti nelle loro scuole. Il filo rosso è sempre lo stesso: l’essere ebrei come crimine sufficiente. Purtroppo dobbiamo riconoscere che uno dei pensieri che traversano la nostra cronaca e il nostro subconscio è il seguente (anche se non sempre viene esplicitato negli articoli e nei dibattiti politici): essere ebrei è diventato, in certi contesti del mondo contemporaneo, un rischio quotidiano — non una condizione storica superata.
E il filo non è spezzato. Pochi giorni fa, a Londra, un uomo ha accoltellato due ebrei ortodossi nel loro quartiere mentre tornavano dalla sinagoga. La polizia ha parlato di uno “squilibrato”, ma le vittime scelte non erano di certo casuali. Pochi giorni prima, a Milano, durante le celebrazioni del 25 aprile — la festa della Liberazione dal nazifascismo — qualcuno ha urlato alla Brigata Ebraica che sfilava in corteo: «Dovevate diventare saponette». Una frase che evoca i forni crematori, pronunciata in piena luce del giorno, sotto gli occhi di migliaia di persone. L’antisemitismo in Italia non è uno spettro del passato. Cammina per le strade con noi.
Le conseguenze del 7 ottobre 2023
Il 7 ottobre 2023 Hamas ha lanciato l’attacco più sanguinoso contro civili ebrei dai tempi della Shoah: 1.200 morti, oltre 250 ostaggi rapiti nei kibbutz, bambini bruciati nelle loro case, donne violentate. La risposta militare israeliana a Gaza è stata devastante: decine di migliaia di morti palestinesi, la Striscia ridotta a macerie.
Israele ha perseguito un obiettivo dichiarato: smantellare la struttura militare di Hamas, che non occupa caserme ma si annida in centinaia di chilometri di tunnel sotterranei, costruiti sotto ospedali, scuole e moschee. La distinzione tra combattente e civile, in quella geografia, è difficile, se non praticamente impossibile. Del resto, sembra che con grande cinismo e disumanità, i miliziani di Hamas siano stati consapevole di difendersi usando la propria popolazione come scudo.
Il governo Netanyahu ha scelto la via della guerra totale, convinto — non senza ragioni — che qualsiasi soluzione che lasci Hamas strutturalmente intatto sia una condanna a morte per il popolo ebraico israeliano soltanto rinviata. I critici, anche dentro Israele, obiettano che questa strategia produce più terroristi di quanti ne elimini, e che il prezzo pagato dai civili di Gaza è eticamente insostenibile. È un dibattito reale, serio, dalle tinte drammatiche.
La sinistra e il “doppio standard” verso Israele
Ma c’è un problema con buona parte della critica internazionale a Israele: non è bilanciata. Questa critica appare infatti talmente selettiva e in modo così sistematico da assumere i contorni di un vero pregiudizio.
La stessa sinistra, che non ha mai organizzato una manifestazione di protesta per i cristiani perseguitati in Nigeria o per gli uiguri nei campi cinesi, scende in piazza quasi ogni settimana per Gaza. La stessa opinione pubblica, che ha ignorato i 500.000 morti siriani, definisce Israele «Stato genocida» per una guerra che — nelle sue atrocità reali — va comunque misurata con il metro che si applica agli altri conflitti del pianeta.
Il risultato è paradossale: Hamas, organizzazione che nel suo statuto fondativo nega il diritto all’esistenza di Israele e pratica il terrorismo come metodo politico dichiarato, viene trattata con più comprensione geopolitica di quanto non venga trattata la democrazia israeliana. Questa democrazia reale, magari imperfetta, controversa, è tuttavia l’unica nel Medio Oriente allargato che garantisce elezioni, diritti, pluralismo e libertà di stampa. Potremmo usare – per descrivere questa “ipocrisia politica”, attribuibile soprattutto alla sinistra occidentale,un pensiero sintetico come quello che segue: Difendere i diritti dei palestinesi è giusto e necessario. Ma farlo ignorando sistematicamente chi li opprime di più — Hamas incluso — è ipocrisia, non solidarietà.
Il cosiddetto “asse iraniano” e la crisi di Hormuz
Dietro Hamas, Hezbollah e gli Houti yemeniti — che hanno colpito le rotte marittime nel Mar Rosso con decine di attacchi a navi commerciali — sembra esserci un’unica regia: quella di Teheran. Su questo concordano la quasi totalità dei governi occidentali. L’Iran finanzierebbe, armandoli e addestrando questi movimenti con un obiettivo strategico esplicito: la distruzione
di Israele. Non è retorica: è scritto nei discorsi ufficiali della Repubblica Islamica, è il presupposto del suo programma nucleare. Sono queste le ragioni che hanno indotto il presidente Trump alla escalation militare verso Teheran.
La recente escalation ha riportato al centro dell’attenzione mondiale lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita circa il 20% del petrolio mondiale. Un’eventuale chiusura — anche parziale — avrebbe (e in realtà come ben sappiamo) sta avendo effetti immediati sui prezzi dell’energia globale, con conseguenze a catena su inflazione e crescita economica in Europa come in Asia. La guerra in Medio Oriente non è mai solo mediorientale.
La recente operazione israeliana contro la cosiddetta «Freedom Flotilla», intercettata al largo di Creta, ha sollevato nuove polemiche: le imbarcazioni sono state danneggiate, gli attivisti a bordo arrestati. Israele sostiene di avere prove che la Flotilla fosse finanziata, in larga parte, da organizzazioni e centri di cultura riferiti all’estremismo islamico internazionale e che trasportasse materiale utilizzabile militarmente da Hamas. I promotori dell’iniziativa parlano di violazione del diritto internazionale. La verità — come quasi sempre in questo conflitto — richiede un’istruttoria approfondita, che la propaganda di entrambe le parti non è disposta ad attendere.
Una domanda scomoda sul “destino” di Israele
C’è una tentazione, che affiora ciclicamente nelle riflessioni di matrice religiosa: quella di leggere la persecuzione degli ebrei attraverso una lente biblica. Il riferimento alla Sacra Scrittura in particolare si rifà alle parole pronunciate dalla folla a Gerusalemme, secondo il Vangelo di Matteo (27,25), «Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli». È una domanda antica, che ha attraversato i secoli come una corrente sotterranea: la sofferenza del popolo ebraico è forse il segno di una maledizione scritturale?
La risposta, dal punto di vista della fede cattolica, è stata data con chiarezza definitiva dal Concilio Vaticano II, nella dichiarazione Nostra Aetate del 1965: tale risposta è “no”.
La Chiesa ha riconosciuto esplicitamente che, come afferma la Nostra Aetate (1965), «…tuttavia quanto è stato commesso durante la sua passione (di Gesù, ndr) non può essere imputato né indistintamente a tutti gli Ebrei allora viventi, né agli Ebrei del nostro tempo», e quindi non esiste alcuna responsabilità collettiva e trans-storica del popolo ebraico per la morte di Gesù. Giovanni Paolo II, durante la storica visita alla Grande Sinagoga di Roma nel 1986, chiamò gli ebrei «fratelli maggiori» nella fede. Papa Francesco e anche Papa Leone in alcuni discorsi hanno ribadito che l’antisemitismo è incompatibile con il cristianesimo.
Usare un versetto evangelico per spiegare — o addirittura e peggio, per giustificare — la violenza contro gli ebrei non è teologia: diverrebbe una strumentalizzazione sacrilega di un testo sacro. Per secoli, quella frase è stata usata da parte di “teologie politiche” (sic!) distorte e strumentali come base per pogrom, espulsioni, ghetti, Inquisizione. Gli storici sembrano non avere dubbi sul fatto che questa interpretazione avrebbe contribuito a costruire il clima culturale che ha reso possibile l’Olocausto. La storia ci impone di non ripetere questo errore.
La minaccia che grava sugli ebrei nel mondo contemporaneo ha cause politiche, ideologiche e geopolitiche identificabili e analizzabili. Va combattuta con gli strumenti della ragione, del diritto e della solidarietà — non spiegata con categorie teologiche che la storia ha già condannato.
Ma Israele e gli ebrei nel mondo hanno o no il diritto di esistere tranquilli?
Partiamo da una constatazione che è possibile fare in praticamente quasi ogni stato occidentale del pianeta: gli ebrei presenti, piccole comunità molto attive in vari settori di punta (finanza, tecnologie, cultura, università, giornalismo ecc.) da sempre vivono sotto l’incubo di attentati e minacce varie. Se guardiamo poi allo stato di Israele in quanto tale, la sua storia recente attesta la stessa drammatica condizione “esistenziale”: se non si difende, se non appronta un apparato militare poderoso e in grado di intimorire i “vicini”, verrebbe spazzato via in poco tempo, perché numericamente i 9 milioni di ebrei in Israele sono una piccola cosa rispetto alle centinaia di milioni di persone dei paesi arabi che lo circondano.
Quindi occorre riaffermare un fatto. Israele ha il diritto di esistere e anche quello di difendersi. Il problema è che poi, come è stato per Gaza, sembra che questo piccolo stato (sostenuto dagli USA, apertamente) si difenda magari eccedendo nella ritorsione, di fronte ad avversari che lo odiano e mettono nelle loro costituzioni proprio la “distruzione dello stato di Israele”.
Il fatto che Israele abbia il diritto di difendersi significa, a nostro avviso, che abbia anche il dovere — come ogni democrazia — di farlo nei limiti del diritto internazionale e con il minimo danno possibile ai civili. Questi tre principi non si escludono a vicenda, anzi dovrebbero convivere non solo nei dibattiti, ma soprattutto nelle argomentazioni diplomatiche per arrivare alla pace.
La condizione degli ebrei nel mondo — in Israele e fuori da Israele — rimane una cartina di tornasole della salute morale delle nostre società. Quando un rabbino viene accoltellato a Londra senza che ci sia un’ondata di indignazione paragonabile a quella che avrebbe suscitato un’aggressione ad altri, abbiamo un problema. Quando si urla «saponette» a dei sopravvissuti o ai figli di sopravvissuti alla Shoah, e questo non provoca uno scandalo nazionale, abbiamo un problema.
Il problema non è Israele. Il problema siamo noi, popoli occidentali un tempo “cristiani”, che forse non sanno leggere il mistero di questa storia che attinge fino alle sorgenti bibliche. Siamo sempre lì, alla contesa millennaria sulle terre della Palestina, che ebrei e – appunto – palestinesi rivendicano esclusivamente come proprie. Se ne uscirà e i popoli potranno vivere finalmente in pace, soltanto quando si arriverà a trattative di pace vera, senza abusi reciproci che invocano vendetta. La spirale di violenza degli ultimi decenni è la prova che occorre soltanto lavorare per la pace, altrimenti il sangue scorrerà ancora a lungo.
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