Incontro Pillino Donati a Camogli

Sabato 8 novembre 2025, alle ore 10:30, al Teatro Sociale di Camogli, ho avuto il privilegio di vivere due Eventi in uno: la presentazione del mio libro “Suor Soubrette” e la donazione di alcune opere, da parte dell’Artista Pillino Donati, al Teatro della sua Città natale.

L’incontro letterario, moderato dallo stesso Donati, si è svolto alla presenza del sovrintendente Giuseppe Acquaviva e del consigliere comunale delegato alla cultura Paolo Terrile. Dopodiché, il pubblico si è trasferito negli uffici al piano superiore per apprezzare l’esposizione dei quadri donati al Teatro da Pillino.

Pillino è un Artista a tutto tondo. Lo si percepisce al primo incontro, per il carisma personale e per il look inconfondibile, fatto di accostamenti cromatici tutt’altro che casuali. 

I suoi esordi d’Artista

Nato a Camogli nel 1948, Giuseppe Donati in arte “Pillino” esordisce nel 1961 con un’esposizione legata alle celebrazioni dell’Unità d’Italia. 

Dalla fine degli anni settanta, di ritorno dal suo lungo soggiorno parigino nel quartiere di Montmartre, allestisce mostre personali in varie città della sua Liguria. 

Per venticinque anni dipinge paesaggi marini e ombrelloni colorati, ma questo è solo l’inizio di un percorso di ricerca che lo porterà dal mare, al muro.

Ma andiamo per gradi.

I suoi Mentori

Come in ogni Arte che si rispetti, Pillino prende ispirazione dai grandi: Fontana per la tridimensionalità, Burri per la pittura materica, Rotella per il manifesto. 

“Per arrivare a un terreno incolto, bisogna imboccare un sentiero che attraverserà terreni altrui. È comunque l’unico modo per addentrarsi in un qualche cosa che puoi considerare anche tuo.” Dice.

Eppure, pur calcandone le orme, Pillino si distingue dai suoi Maestri per concettualità, ed è già pronto a volare con le proprie ali. 

Il muro

Pillino proviene da un’esperienza politica piuttosto impegnativa, ribellandosi a ogni forma di corruzione. Un giorno, dopo aver strappato tutte le sue tessere di appartenenza a vari associazioni, gruppi e partiti, decide di scrivere sui muri i suoi messaggi di protesta. E qui entra in gioco la sua originalità: anziché dipingere sui muri delle strade, inizia a comporre dei quadri con muri artificiali.

“Dalle grotte dell’uomo preistorico in avanti, tutto quello che noi conosciamo della nostra storia ci è stato trasmesso attraverso i muri. Il muro è la spugna della memoria della vita dell’uomo. Se non ci fossero stati i muri, noi non avremmo conosciuto nulla del nostro passato. Inoltre, l’uomo ha sempre voluto affidare la memoria delle proprie imprese al muro. Uno degli esempi più eclatanti sono i geroglifici degli antichi egizi, dove tutti i fatti storici venivano rappresentati sui muri. Quando qualcuno compiva un atto malsano e veniva allontanato o ucciso, non c’era peggior disonore che cancellare gli scritti dal muro a suo riguardo, come a cancellarne per sempre l’esistenza. Le targhe poste sui muri in onore delle persone alle quali sono dedicate, hanno la stessa funzione: affidare al muro la memoria della persona cui la targa appesa si riferisce.” Racconta Pillino.

E prosegue: “Il muro parla, molte volte urla in maniera drammatica. Bisogna saperlo leggere e vedere. Nel muro ci sono tutte le contraddizioni dell’Uomo di oggi. Il muro protegge, ma può anche limitare la libertà. C’è un muro che ti impedisce di vedere, ma proprio perché ti impedisce di vedere diventa quella famosa siepe di leopardiana memoria che ti fa andare oltre con la fantasia, facendoti passare dall’immanente al trascendente. Il muro infine è lo specchio dell’anima, perché ci si può dipingere non solo quello che si vede, ma anche quello che si sente. Ed ecco che ciascuno può catturare, dell’opera d’arte, ciò che più risuona con la propria interiorità.” 

E all’improvviso, la spaccatura…

Dal muro, durevole memoria delle gesta dell’Uomo, alla spaccatura: elemento tridimensionale infinito che rompe il muro fittizio del quadro di Pillino per creare un collegamento con il muro reale retrostante al quadro, offrendo alla mente umana mutevoli possibilità di lettura dell’opera pittorica. 

Ed è proprio questa la differenza fra Pillino e Fontana: l’opera di Pillino cambia al mutare del muro reale sul quale viene sovrapposta. 

Di questo essenziale, caratteristico elemento, l’Artista spiega: 

“Prima della spaccatura ho lavorato sempre sul muro come pagina della memoria. Poi è arrivata la spaccatura che, nei miei primi quadri, era aperta e lasciava intravedere il muro sottostante. Era interessante far entrare il muro vero nell’opera, che da statica diveniva dinamica, cambiando la sua cromia a seconda del muro sul quale veniva di volta in volta appoggiata. La spaccatura è stata un pretesto per inserire la fantasia. La memoria infatti, essendo una cosa che finisce a oggi, limitava le mie argomentazioni pittoriche nel riprodurre sempre le stesse cose. Con la fantasia invece, elemento di ispirazione illimitato, puoi andare dove vuoi. A un certo punto quindi il muro, attraverso la spaccatura, è diventato un sipario sulla fantasia. Le persone, poi, tendono a riempire quella frattura con la propria immaginazione. Ed ecco che l’opera diventa molto più coinvolgente e interattiva. Nella spaccatura, poi, ho inserito delle immagini prese da manifesti che hanno già vissuto la loro esperienza uomo – muro. In questo modo, le immagini vengono immerse in un’altra contestualità artistica. Poi ho chiuso la spaccatura inserendo nel retro un altro fondo, e questo mi ha permesso di approfondire ulteriormente la mia ricerca.” 

 

 

J: Com’è iniziata la sua passione per la pittura?

P: “Nonostante abbia iniziato prestissimo, non ho mai pensato che la pittura potesse diventare un lavoro. Era il mio grande hobby. Quando partivo per le ferie, portavo con me il cavalletto, le tele e i colori. A un certo punto ho cominciato a fare delle mostre via via sempre più importanti, e la passione per la pittura ha prevalso sul lavoro che svolgevo in ambito finanziario, che mi dava un reddito elevatissimo. Avevo un lavoro splendido, penso che nessuno al posto mio avrebbe avuto il coraggio di abbandonare. Io l’ho fatto per amore della pittura. Oggi sono contento, comunque, di aver fatto questa scelta. Potendo dedicarmi totalmente alla mia arte, mi si sono aperti degli orizzonti… Non sarebbe stato lo stesso, se avessi relegato la pittura al tempo libero, nei fine settimana.”

J: Nella sua pittura i colori sono come le parole per un poeta e le note per un musicista. Esiste, per Pillino artista e uomo, un rapporto fra i colori, le parole e le note?

P: “Certo che c’è un rapporto fra colori, parole e note. Per noi che siamo credenti poi, sono cose che elevano il nostro spirito e ci uniscono, proiettandoci verso la dimensione spirituale del Signore. Devo dire che riconosco nella parola e nella nota musicale quell’eternità che non ha il colore. Perché la parola e la nota musicale rimangono inalterate per sempre. La parola è sufficiente che uno prenda il libro e lo legga, e la musica, basta suonarla e ascoltarla, è sempre quella. Mentre invece il quadro col tempo ahimè è destinato a deteriorarsi, non c’è niente da fare… Vediamo come le grandi opere dei grandi maestri sono soggette a continui restauri. Ovviamente questo fa sì che un quadro anche importante restaurato oggi, restaurato domani… Col tempo del lavoro primitivo rimane l’idea… La pennellata che ha fatto Michelangelo nella Cappella Sistina piano piano col tempo non c’è più. Su quelle pennellate si saranno sovrapposte tutte le pennellate dei restauratori che nel tempo avranno agito su quell’opera. Comunque certamente il colore è un elemento importantissimo nella mia pittura, specialmente negli ultimi quadri che sono diventati monocromatici. Qui il colore serve a mettere in risalto la spaccatura, che diventa l’essenza di tutto ciò che il muro rappresenta.” 

J: Ho notato che, nella sua arte, un posto di rilievo è occupato anche dalla poesia…

P: “Tanti anni fa ho realizzato dei quadri su Abdulah Sidran (scrittore, poeta e sceneggiatore bosniaco scomparso lo scorso 23 marzo 2024 ndr), considerato il grande poeta di Sarajevo. Sidran ha scritto un libro di poesie meraviglioso, tradotto in Italiano da Silvio Ferrari. Ne ho inserite alcune nei miei quadri, che poi sono stati esposti a Portofino in varie occasioni. In una di queste ha presenziato il Poeta, che ho avuto il piacere e l’onore di conoscere personalmente. Mi ha detto: “Vedi Pillino. Le parole riempiono il vuoto che separa le persone, ma non le uniscono.””

J: “… Come la nube sospinta dal vento s’avvolge e nera s’addensa e finalmente libera la pioggia a dissetare l’arsa terra, così Mandela libero disseta chi di speranza vive”.  È lei l’Autore di questa bellissima poesia, trascritta nell’opera che oggi fa parte di una collezione privata in Sudafrica?

P: “Sì, sono io che ho scritto questa poesia, in occasione della liberazione di Mandela nel febbraio del 1990. Questo quadro è stato consegnato a Genova, in occasione della visita dell’ambasciatrice del Sudafrica, la Signora Nomatemba Tambo, figlia maggiore di Olivier Tambo, compagno di università e di battaglie politiche di Nelson Mandela. È stato emozionante, perché quando ho consegnato il quadro ho tenuto un discorso e condiviso la mia fede nel Signore. L’ambasciatrice si è commossa alle lacrime, è scesa dal posto dove era seduta ed è venuta ad abbracciarmi. È stata un’esperienza commovente e bellissima. E pensare che non avevo preparato nessun tipo di discorso! Avevo solo chiesto al Signore di darmi le parole giuste. In effetti, le parole che mi ha dato hanno sortito l’effetto che Lui voleva.”  

J: Di tutti i temi che ha affrontato nel suo percorso artistico e che hanno contraddistinto i suoi “periodi”, ce n’è uno che le sta particolarmente a cuore?

P: “Di argomenti che mi stanno a cuore ce ne sono tanti. Ovviamente io mi esprimo attraverso la pittura… Il lavoro che sto portando avanti tuttora è quello della Parola del Signore. I miei quadri tentano di spiegare come la fede possa modificare l’arte, il pensiero, la vita di una persona. Lo fanno mettendo in risalto il concetto della Parola. I concetti di quello che il Signore ci ha insegnato. In molti dei miei quadri, addirittura, ci sono i versetti della Bibbia. È quello che conta. Rispettare e fare la volontà del Signore.” 

J: Come riesce a conciliare spiritualità e “successo”?

“È indubbio che la fede abbia costituito un punto di svolta importantissimo nel mio lavoro, dandomi anche obiettivi diversi. Se prima infatti correvo dietro al successo a ogni costo, adesso il successo per me è già poter fare quello che sto facendo. Se poi sarà riconosciuto e quando, non è una cosa che mi preoccupa più di tanto.” 

J: Ha avuto anche un certo riscontro a livello internazionale…

P: “Ho avuto occasione di fare mostre a Hong Kong, a New York, a Parigi, a Roma, a Milano e anche in Sudafrica. Insomma, sono stato un po’ in tutto il mondo. Uno dei miei quadri è in un museo a Bruxelles, altri sono esposti in musei in Sudafrica, così come quello che ho fatto in occasione della liberazione di Nelson Mandela.”

J:  L’aver partecipato a eventi e mostre in giro per il mondo avrà certamente contribuito a valorizzare le sue opere… E non solo da un punto di vista prettamente artistico…

P: “Devo dire che nella mia carriera artistica ho avuto notevoli riscontri rispetto al valore del mio lavoro. Ora si tratta di riuscire a entrare nel circuito commerciale che conta… E questo è l’aspetto più difficile, perché tocca l’aspetto speculativo dell’arte, un aspetto che non mi interessa molto. Ed è anche il motivo per il quale solitamente gli artisti diventano importanti quando muoiono. Quelle gallerie che oggi non fanno proposte a determinati artisti, perché non hanno degli specifici interessi economici a farli crescere, un domani, quando muore un artista, vanno sul mercato e cercano di appropriarsi del maggior numero possibile delle sue opere, così da determinarne anche il valore. Ed ecco che l’artista cresce.”

J: So che un altro tema che le sta a cuore, oltre alla fede, è quello della pace… Le va di parlarne?

P: “Stiamo vivendo momenti drammatici, in cui le guerre si fanno sempre più vicine alle nostre frontiere e i nostri governanti europei pare siano incuranti dei pericoli che stiamo correndo. Questo progetto sulla pace, oltre a impegnare numerosi artisti con le loro opere, vuole raccogliere le firme dei cittadini sensibili a questo tema. L’opera che propongo fa riferimento al detto di Tacito tratto dal De vita Iulii Agricolae: Desertum fecerunt et pacem appellaverunt, cioè Fecero un deserto e lo chiamarono pace. Questo progetto verrà proposto in tutte le principali città svizzere e italiane e le firme saranno inviate alla Comunità Europea per sollecitare la fine di ogni ostilità.” 


Scopri di più da Betapress

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Rispondi