Settembre 14, 2026

Quando stare male non fa rumore, Corrado Faletti racconta il libro che chiede agli adulti di imparare a vedere prima

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Un testo necessario sul disagio giovanile, sull’ascolto e sulla responsabilità educativa di famiglie, scuola e comunità che sarà disponibile su Amazon da fine maggio.

Ci sono libri che non chiedono semplicemente di essere letti. Chiedono di fermarsi. Chiedono di abbassare il rumore del mondo adulto, quello delle urgenze, delle verifiche, delle prestazioni, delle sentenze rapide, e di tornare a una domanda essenziale: siamo ancora capaci di accorgerci quando un ragazzo sta male prima che il suo dolore diventi esplosione, ritiro, frattura?

Il nuovo volume di Corrado Faletti, Quando stare male non fa rumore, nasce esattamente in questo punto fragile e decisivo. Già il sottotitolo chiarisce la natura dell’opera: “Una guida per ragazzi, famiglie e docenti per riconoscere il prima possibile il disagio e costruire empatia”. Non un manuale freddo, non un repertorio di diagnosi, non l’ennesimo testo che parla dei giovani dall’alto di una distanza adulta, ma una guida civile, pedagogica e profondamente umana, pensata per restituire parole là dove spesso regnano confusione, paura e silenzio.

Il libro si apre con una prefazione di Ettore Lembo, che coglie subito il cuore dell’opera: alcuni libri documentano un lavoro, altri interpretano un fenomeno, altri ancora assumono una responsabilità pubblica. Questo volume appartiene a questa terza categoria, perché trasforma un’esperienza maturata sul campo in uno strumento di comprensione condivisa. Il tema è il disagio giovanile prima che diventi frattura, prima che si trasformi in silenzio stabile, ritiro, perdita di fiducia, solitudine opaca.

Faletti parte da un’esperienza concreta, il Quaderno Bianco del progetto Scuola in Ascolto, ma compie un passaggio ulteriore. Non si limita a restituire dati, procedure e osservazioni. Porta quel patrimonio dentro una lingua accessibile, educativa, vicina alla vita reale di ragazzi, genitori e docenti. È qui che il libro acquista la sua forza: non rinuncia al rigore, ma rifiuta la distanza. Non semplifica il disagio, ma lo rende leggibile. Non promette soluzioni facili, ma indica una postura adulta più matura.

Direttore, perché questo libro? Perché ora?

Perché oggi molti ragazzi stanno male senza fare rumore. E quando una sofferenza non fa rumore, il rischio è che gli adulti arrivino tardi. Arriviamo tardi come genitori, come insegnanti, come educatori, come comunità. Ci accorgiamo del disagio quando è già diventato crisi, quando ha già modificato il corpo, il rendimento, il sonno, le relazioni, la fiducia. Questo libro nasce per dire una cosa semplice ma urgente: non possiamo più permetterci di ascoltare soltanto quando il dolore esplode.

Nel testo, Faletti insiste su una distinzione fondamentale. Esistono sofferenze che si impongono subito allo sguardo, perché interrompono l’ordine quotidiano e obbligano gli adulti a intervenire. Ma ce ne sono altre più silenziose, più intermittenti, più difficili da nominare. Sono quelle che si annidano nella stanchezza, nel ritiro, nell’irritabilità, nella perdita di slancio, nella fatica di stare con gli altri o nella fatica di stare con se stessi. È proprio in questa zona delicata che il libro colloca il suo compito.

Nel libro lei parla di ascolto non come gesto generico, ma come infrastruttura educativa. Che cosa significa?

Significa che l’ascolto non può essere considerato un ornamento della scuola o della famiglia. Non è la frase gentile detta ogni tanto, non è la disponibilità improvvisata, non è l’intervento tardivo quando ormai il ragazzo non regge più. L’ascolto deve diventare una struttura, un modo organizzato di stare accanto. Deve avere tempi, luoghi, linguaggi, figure, continuità. Una scuola che ascolta non è una scuola meno seria. È una scuola più intelligente, perché capisce che uno studente non è soltanto rendimento, voto, comportamento. È una persona in crescita.”

Questa è forse una delle intuizioni più importanti del volume. L’ascolto viene sottratto alla retorica della buona intenzione e riportato alla sua natura più esigente. Ascoltare, nel libro di Faletti, non significa lasciare che tutto accada. Significa creare le condizioni perché ciò che accade possa essere nominato, compreso e orientato. Significa dare forma a un patto educativo nel quale famiglia, scuola e comunità smettono di rimbalzarsi responsabilità e provano finalmente a costruire una grammatica comune.

I dati del progetto Scuola in Ascolto rendono questa prospettiva ancora più concreta. La rete richiamata nel volume coinvolge 5 istituzioni formative, 1.857 studenti e 6 spazi di consulenza e formazione. All’interno di questa platea, 456 studenti sono entrati in presa in carico individuale. Il libro ricorda inoltre che circa il 40% degli studenti dichiara difficoltà di sonno o concentrazione, il 35% segnala problemi in famiglia, il 25% riferisce maltrattamenti subiti e il 70% riconosce l’utilità di un supporto psicopedagogico. Non siamo davanti a un bisogno marginale, ma a una domanda educativa strutturale.

Questi numeri colpiscono molto. Che cosa dicono davvero?

Dicono che il disagio non abita soltanto nei casi estremi. Dicono che il malessere attraversa la quotidianità. Dicono che molti ragazzi funzionano, vanno a scuola, rispondono, fanno i compiti, sorridono anche, ma dentro portano una fatica che nessuno ha ancora aiutato a nominare. Il dato più importante, però, non è solo quanti ragazzi chiedano aiuto. È che quando la scuola costruisce un accesso credibile, i ragazzi lo usano. Questo significa che non è vero che non vogliono parlare. Spesso non trovano il luogo giusto per farlo.”

Qui il libro assume un valore che va oltre il perimetro scolastico. Non parla solo di sportelli di ascolto. Parla del modo in cui una società decide di trattare la fragilità dei suoi giovani. La questione è culturale prima ancora che organizzativa. Una comunità educante, sembra dirci Faletti, non si misura soltanto dalla capacità di gestire l’emergenza, ma dalla capacità di creare contesti nei quali la richiesta di aiuto non venga vissuta come vergogna, fallimento o cedimento.

Uno dei passaggi più forti del libro riguarda gli adulti. Lei sembra dire che il problema non è solo il disagio dei ragazzi, ma anche la difficoltà degli adulti a leggerlo.

È così. Gli adulti spesso oscillano tra due errori. Da un lato minimizzano, dicendo che è solo una fase, che passerà, che bisogna essere più forti. Dall’altro drammatizzano, trasformando ogni fatica in emergenza. Entrambe le posture rischiano di fare danni, perché impediscono una comprensione autentica. Il ragazzo non ha bisogno né di essere liquidato né di essere travolto dalla paura adulta. Ha bisogno di essere visto con lucidità, con misura, con presenza.

Nel volume questa terza via è continuamente cercata. Non c’è indulgenza generica, ma nemmeno colpevolizzazione. Non c’è patologizzazione automatica dell’adolescenza, ma nemmeno la solita pigrizia interpretativa di chi riduce tutto a capriccio, debolezza, svogliatezza. Faletti costruisce una pedagogia dello sguardo. Invita gli adulti a riconoscere i segnali, ma anche a interrogarsi sui propri linguaggi. Perché ci sono parole che aprono e parole che chiudono. Ci sono domande che avvicinano e domande che mettono sotto processo. Ci sono silenzi da rispettare e silenzi che chiedono attenzione.

Il sommario del volume mostra la ricchezza dell’impianto: dalla fatica di essere visti davvero al disagio che non fa rumore, dalla scuola come luogo di prova e possibilità ai segnali che gli adulti vedono tardi, dalle parole che chiudono e aprono al tema del controllo, dallo sportello di ascolto alla famiglia, dagli insegnanti alla nuova alleanza educativa. La struttura non è soltanto teorica, perché ogni parte è accompagnata da schede operative pensate per tradurre la riflessione in osservazione concreta.

Il libro si rivolge anche ai ragazzi. Non è frequente che un testo pedagogico riesca a farlo senza risultare paternalistico. Come ha lavorato su questo equilibrio?

Ho cercato di non parlare dei ragazzi come se fossero un problema da aggiustare. I ragazzi non sono una categoria da classificare. Sono persone che attraversano una fase complessa della vita in un tempo storico molto difficile. Molti di loro non chiedono adulti perfetti. Chiedono adulti che sappiano restare. Chiedono qualcuno che non li riduca al voto, all’errore, alla crisi, al silenzio, al comportamento del momento. Il libro parla ai ragazzi perché vuole dire loro che stare male non significa essere rotti.

Questa frase potrebbe diventare una delle chiavi dell’intero volume. Stare male non significa essere rotti. Chiedere aiuto non significa essere deboli. Non riuscire a spiegare tutto subito non significa non avere diritto a essere ascoltati. Sono messaggi semplici solo in apparenza, perché nella vita di un adolescente possono segnare la differenza tra il chiudersi e il tentare di parlare, tra il sentirsi difettoso e il sentirsi ancora degno di relazione.

Non a caso, nella sezione finale il libro raccoglie le domande che ragazzi e genitori si fanno davvero. Domande nude, vere, quotidiane: “Perché mi sento così stanco?”, “Se continuo a fare tutto, vuol dire che non sto davvero male?”, “Perché davanti agli altri sembro normale e poi da solo crollo?”, “E se non stessi abbastanza male per meritare aiuto?”. E poi le domande dei genitori: “Come faccio a capire se è una fase oppure una sofferenza reale?”, “Se insisto troppo lo soffoco, se lascio stare arrivo tardi”, “Come posso parlargli senza farlo sentire sotto processo?”.

Quella parte finale è molto potente. Sembra quasi un confessionale laico della fatica educativa contemporanea.

Perché molte delle domande più importanti non vengono poste nei convegni. Vengono poste in camera, in macchina, davanti a una porta chiusa, dopo un brutto voto, dopo un pianto, dopo una risposta aggressiva, dopo una notte in cui un genitore non dorme. Ho voluto dare dignità a quelle domande. Non sempre possiamo dare risposte perfette, ma possiamo creare un luogo in cui le domande non facciano più paura.”

Ed è qui che il libro diventa emozionante. Non perché cerchi la commozione facile, ma perché restituisce dignità a ciò che spesso resta disordinato, imbarazzato, sospeso. Il suo valore sta nella capacità di tenere insieme dimensione educativa e dimensione umana. Parla ai docenti senza chiedere loro di diventare terapeuti. Parla ai genitori senza colpevolizzarli. Parla ai ragazzi senza infantilizzarli. E parla alla società senza assolverla.

Che ruolo ha la scuola in tutto questo?

La scuola non cura, ma può fare la differenza. Questo punto va compreso bene. Non dobbiamo caricare i docenti di compiti impropri, né trasformare la scuola in un ambulatorio. Ma la scuola è uno dei luoghi in cui il disagio si vede prima, se qualcuno sa osservare. È il luogo in cui cambiano il rendimento, la partecipazione, lo sguardo, la relazione con i pari, il rapporto con l’autorità, il corpo. Un docente non deve diagnosticare. Deve poter riconoscere, orientare, segnalare, restare dentro una rete educativa.”

Questa posizione è equilibrata e molto importante nel dibattito attuale. Troppo spesso si pretende dalla scuola tutto e le si dà pochissimo. Le si chiede di educare, istruire, contenere, vigilare, motivare, includere, prevenire, compensare fratture sociali e familiari, ma poi la si lascia sola, sovraccarica, burocratizzata. Faletti non cade nell’errore di trasformare i docenti in salvatori. Al contrario, restituisce loro una funzione più vera: non curare, ma vedere. Non sostituirsi agli specialisti, ma non voltarsi dall’altra parte. Non risolvere ogni ferita, ma partecipare alla costruzione di una rete.

E la famiglia?

La famiglia non deve essere perfetta. Deve restare presente. Molti genitori si sentono in colpa perché non capiscono subito, perché reagiscono male, perché hanno paura di sbagliare. Ma l’educazione non è l’arte dell’impeccabilità. È l’arte della presenza sufficientemente buona. Il figlio non ha bisogno di un genitore onnisciente. Ha bisogno di un adulto che non scappi, che non trasformi ogni difficoltà in processo, che sappia chiedere scusa quando sbaglia, che sappia dire: non capisco tutto, ma ci sono.”

In queste parole c’è forse una delle dimensioni più persuasive del libro. Faletti non scrive da moralista, ma da pedagogista. Non distribuisce colpe, prova a costruire possibilità. Sa che gli adulti sono fragili a loro volta, che spesso arrivano alla fatica dei figli già stanchi, impauriti, disorientati, pieni di informazioni ma poveri di orientamento. Per questo il testo non umilia la famiglia, ma la accompagna. Non le chiede di diventare perfetta, le chiede di non abdicare.

Lei insiste molto sul fatto che la prevenzione comincia prima del problema. È forse questa la tesi più politica del libro?

Sì, perché una società che interviene solo dopo la rottura ha già perso una parte della sua responsabilità. La prevenzione non è una parola da progetto, non è una formula amministrativa. È una scelta culturale. Vuol dire organizzare la presenza prima che il ragazzo cada. Vuol dire formare gli adulti prima che si trovino soli. Vuol dire creare accessi prima che la vergogna diventi muro. Vuol dire capire che l’ascolto non è un costo accessorio, ma un investimento sulla tenuta umana di una comunità.”

Questa è la ragione per cui Quando stare male non fa rumore va letto come un testo importante. Non solo utile, ma importante. Utile perché offre schede operative, domande, criteri di osservazione, indicazioni per genitori e docenti. Importante perché sposta il discorso pubblico sul disagio giovanile fuori dalle secche dell’allarmismo e della banalizzazione. Importante perché restituisce centralità alla comunità educante in un tempo in cui tutti parlano dei giovani, ma pochi sembrano davvero disposti ad ascoltarli.

Il volume non è un libro sulla debolezza dei ragazzi. È un libro sulla responsabilità degli adulti. Non è un libro sulla fragilità come destino. È un libro sulla possibilità di intercettare, comprendere e accompagnare. Non è un libro che promette di eliminare il dolore dalla crescita, cosa impossibile e forse nemmeno desiderabile, ma chiede che quel dolore non venga lasciato solo, non venga ridicolizzato, non venga scambiato per pigrizia, non venga riconosciuto soltanto quando ormai ha fatto troppo rumore.

Direttore, che cosa vorrebbe che restasse al lettore dopo l’ultima pagina?

Vorrei che restasse una convinzione: vedere prima è già cominciare a prendersi cura. Vorrei che un ragazzo potesse pensare: forse posso dirlo. Vorrei che un genitore potesse pensare: non sono solo e posso imparare a leggere meglio. Vorrei che un docente potesse pensare: non devo salvare tutti, ma posso essere parte di una rete che fa la differenza. E vorrei che la comunità adulta smettesse di chiedersi soltanto perché i ragazzi stanno male, e iniziasse a chiedersi quali luoghi, quali parole, quali presenze stiamo offrendo loro per non restare soli dentro quel male.”

Nelle ultime pagine del libro, il senso del percorso si chiarisce con particolare intensità. Lo scopo non è offrire risposte perfette, ma restituire dignità alle domande. Far capire ai ragazzi che non sono strani perché se le pongono. Far capire ai genitori che non sono inadeguati solo perché non possiedono subito tutte le chiavi. Far capire a entrambi che molte questioni difficili non chiedono una formula immediata, ma una relazione sufficientemente vera in cui poter essere pensate insieme.

Ed è forse proprio questa la bellezza più profonda del libro di Faletti. In un tempo che pretende soluzioni rapide, prestazioni continue, sorrisi obbligatori e adolescenze efficienti, Quando stare male non fa rumore compie un gesto controcorrente. Chiede di rallentare. Chiede di ascoltare. Chiede di guardare meglio.

Perché il dolore dei ragazzi non sempre urla.

A volte abbassa lo sguardo.

A volte dorme male.

A volte prende un brutto voto e sembra solo svogliatezza.

A volte ride con gli amici e poi crolla da solo.

A volte non sa dire “sto male” e allora dice “lasciami stare”.

A volte continua a funzionare così bene che nessuno si accorge di quanto gli costi restare in piedi.

Questo libro nasce per quel momento lì. Per il prima. Per il quasi. Per il segnale piccolo. Per la parola non detta. Per il genitore che teme di sbagliare. Per il docente che intuisce qualcosa ma non sa come avvicinarsi. Per il ragazzo che pensa di non stare abbastanza male da meritare aiuto.

E allora sì, questo è un libro necessario. Perché in una società che spesso misura i giovani da ciò che producono, Corrado Faletti ricorda che educare significa prima di tutto riconoscere ciò che attraversano. E che l’ascolto, quando è serio, strutturato e umano, non è un gesto accessorio, ma una delle forme più alte della responsabilità educativa.

L’autore ringrazia coloro che hanno partecipato, a vario titolo, alla realizzazione di questo libro:

L’Assessore Simona Tironi – Assessorato all’Istruzione, Formazione e Lavoro – Regione Lombardia che ha fortemente voluto la realizzazione del progetto scuola in ascolto.

Il dott. Marco Filisetti, Direttore Generale di Ok School Accademy, che ha gestito in qualità di responsabile di progetto la rete Scuola in Ascolto zona Brescia.

Nicola Orto e Roberto Tosi, Board di Ok School Accademy, per la lungimiranza dimostrata nell’attenzione continua ai ragazzi ed alle famiglie.

Graziella Morico, gestore dell’Aurora Lyceum College, per l’importante e continuo supporto alla filosofia dell’ascolto dei ragazzi con il progetto La Pedagogia Aurora che è fonte ispirativa di alcuni capitoli del libro.

Autore

  • Rosario Salvatore Lupo Migliaccio di San Felice è avvocato ecclesiastico, dottore in Diritto Canonico presso la Pontificia Università Lateranense, mediatore civile e commerciale e studioso di genealogia, araldica e diritto nobiliare. È autore di pubblicazioni specialistiche, relatore in convegni di settore e collaboratore di diverse testate giornalistiche. Coautore del libro Fascismo nessuno è perfetto, docente nella scuola di formazione della Fondazione Alma Verba, alla formazione giuridica unisce un articolato percorso culturale e professionale, sviluppato tra attività forense, ricerca storica e impegno istituzionale.

     

     

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