IL MITO DELLA CYBERSECURITY
Il telefono in tasca è una porta aperta
Intervista al dott. Riccardo Benzi Cipelli, medico chirurgo, a cura di Giulio
Maniscalco
Dottore, cosa significa davvero che qualcuno può spiare il nostro telefono?
Significa leggere i vostri messaggi, anche su WhatsApp e Signal, quelli che credete
cifrati e al sicuro. Ascoltare le conversazioni attraverso il microfono con lo schermo
spento, vedere dalle fotocamere, sapere sempre dove siete, con chi parlate, cosa
cercate. Tutto questo senza che abbiate aperto un link, scaricato un allegato, o fatto
qualsiasi cosa di sbagliato. Senza che il telefono mostri il minimo segnale. È
sorveglianza totale, silenziosa, invisibile, documentata in tribunale, in decine di paesi,
su decine di migliaia di dispositivi.
Sembra fantascienza. È davvero possibile?
È la descrizione tecnica di Pegasus, lo spyware sviluppato dal 2011 dall’israeliana
NSO Group e documentato con prove forensi in almeno 45 paesi. Ma Pegasus è solo
il capostipite di una famiglia. Oggi esistono almeno altri sette o otto sistemi analoghi
ed anche più avanzati, venduti a governi di tutto il mondo, usati sistematicamente
contro giornalisti, avvocati, attivisti, oppositori politici. Tutte queste aziende si
chiamano aziende di cybersecurity. Nessuna esclusa. Sono le stesse aziende che
vendono protezione a vendere intrusione. Spesso agli stessi governi, spesso sugli
stessi cittadini.
Come entrano nei telefoni senza che l’utente faccia nulla?
Attraverso i cosiddetti zero-click exploit: vulnerabilità che non richiedono nessuna
azione della vittima. Lo spyware sfrutta falle nel modo in cui il sistema operativo
elabora dati in arrivo, messaggi, chiamate, i pacchetti di rete, prima ancora che
l’utente possa vederli. Il software si installa, accede a tutto, trasmette in silenzio. Il
bersaglio non lo scopre da solo: lo scopre, forse, anni dopo, quando un ricercatore
analizza il dispositivo con strumenti forensi. Nel frattempo ha trasmesso tutto.
Ci sono esempi concreti?
Nel 2019, WhatsApp scoprì che Pegasus sfruttava una falla nelle videochiamate:
bastava riceverla, anche senza rispondere. Circa 1.400 persone in 51 paesi. Nel 2021,
Apple rilasciò una patch d’emergenza per ForcedEntry, una vulnerabilità capace di
aggirare BlastDoor, il sistema progettato esplicitamente per prevenire questo tipo di
attacco. Nel 2025, Paragon usava Graphite per infettare telefoni attraverso iCloud,
con punteggio di rischio 9.8 su 10. Ogni volta che una vulnerabilità viene chiusa, la
versione successiva è già pronta. Il ciclo non si interrompe mai.
Chi acquista questi strumenti, e con quali risultati?
Tra il 2011 e il 2023, almeno 74 governi. Carnegie Endowment li ha contati: 44
autocrazie e 30 democrazie, Grecia, Spagna, Polonia, India, Messico, Italia. In Grecia
è stato spiato il leader dell’opposizione e un giornalista investigativo. In Polonia il governo precedente ha monitorato Donald Tusk prima che tornasse al potere. In Italia
il COPASIR ha confermato nel 2025 l’uso di Graphite contro sette persone: due
giornalisti di Fanpage.it, i fondatori di Mediterranea Saving Humans e di Refugees in
Libya. Tutti critici delle politiche migratorie del governo in carica.
Paragon ha interrotto i rapporti con l’Italia parlando di “uso improprio”. Che
ne pensa?
Che è una formula costruita per spostare la responsabilità senza assumerla. Il governo
italiano non aveva usato Graphite in modo diverso da quello per cui è progettato: lo
aveva usato esattamente per sorvegliare chi disturba chi governa, senza mandato
giudiziario, senza che le vittime lo sapessero. Questo agli occhi del mercato non è un
uso improprio: è il caso d’uso tipico. Paragon ha rescisso il contratto per tutelare sé
stessa, non le vittime. I procuratori italiani hanno chiesto spiegazioni per via
diplomatica all’inizio del 2025. A un anno di distanza, Paragon non ha ancora
risposto. NSO non risponde sul Messico, Paragon non risponde sull’Italia, Cytrox non
risponde sulla Grecia. Questo non è imbarazzo, è architettura!
Come si è evoluta questa industria nel tempo?
Prima di Pegasus c’erano FinFisher, venduto nel 2010 a governi in Bahrain, Egitto,
Etiopia, Vietnam, e il Remote Control System di Hacking Team, azienda milanese
che spiava per Sudan, Arabia Saudita, Marocco, Kazakistan. Il suo erede RCS Lab ha
prodotto Hermit, documentato in Italia e Kazakhstan nel 2022. Poi Candiru, spyware
israeliano su Windows, sei milioni di euro per cento dispositivi simultanei. Poi
Predator, che sopravvive al riavvio del dispositivo: una volta dentro, rimane. Nel
2026 sono arrivati DarkSword e Coruna, già in uso presso il crimine organizzato, con
il codice pubblicato su GitHub. Il mercato non si è democratizzato: si è proletarizzato
verso il basso.
Che ruolo ha oggi l’intelligenza artificiale?
Cambia la natura del problema, non solo la scala. Prima erano necessari operatori
altamente qualificati per ogni fase: scegliere il bersaglio, analizzarne il dispositivo,
selezionare il vettore di attacco, gestire l’estrazione. Costoso, lento, limitato nella
scala. L’AI ha smantellato questo collo di bottiglia: i sistemi moderni automatizzano
l’intera ricognizione, sistema operativo, versione, app installate, e selezionano
autonomamente l’exploit più efficace, in tempo reale, senza intervento umano, su
migliaia di bersagli in parallelo. È una pipeline a ciclo chiuso che opera a velocità-
macchina: nessun collo di bottiglia umano, nessuna esitazione, nessun errore di
stanchezza. I numeri lo confermano: +29% di attacchi su smartphone nel primo
semestre 2025. Circa 100 paesi con capacità commerciali di spyware. Nel 2025, i
principali acquirenti di vulnerabilità zero-day sono stati i fornitori di spyware
commerciali, davanti agli stessi attori statali cinesi.
L’AI non ha inventato lo spyware. Ha fatto qualcosa di più pericoloso: ha trasformato
uno strumento artigianale in un sistema industriale, capace di operare su scala di
massa senza supervisione umana.
Lei contesta anche il termine “cybersecurity”. Perché?
Perché il nome non è neutro: è il prodotto più raffinato che queste aziende abbiano
mai sviluppato. NSO Group si descriveva come “cyber-intelligence contro il
crimine”. Paragon come l’alternativa “etica”. Hacking Team vendeva “lawful
interception”. Ogni entità in questa genealogia ha usato il linguaggio della sicurezza
per vendere strumenti di attacco. Chiamarla cybersecurity non è imprecisione: è
architettura del consenso, un alone positivo che copre un’industria il cui prodotto
principale è l’intrusione. La linea tra cybersicurezza e cyberspionaggio non è sottile:
semplicemente non esiste. Sono le due facce allo specchio della stessa industria.
Perché cita il caso Cyberealm e il gruppo MaticMind?
Cyberealm ha mostrato come questo ecosistema sia già dentro le nostre istituzioni.
L’inchiesta di Report del 2023 ha rivelato che il senatore Gasparri presiedeva, senza
averlo dichiarato al Parlamento, una società collegata all’italo-israeliano Leone
Ouazana, con un prodotto chiamato Achille: un trojan iOS e Android per
“profilazione di intelligence completa”. Struttura funzionale identica a Pegasus.
Cliente potenziale: la Pubblica Amministrazione italiana. MaticMind controlla SIO
S.p.A., che dal 1992 sviluppa sistemi di monitoraggio per intercettazioni “legali”
destinati ad agenzie della PA e Dipartimenti Speciali. Tutto “legale”. Ma la distanza
tra ciò che è legale e ciò che è lecito, in questo settore, è spesso sottile quanto una
firma su un contratto governativo.
E il Fascicolo Sanitario Elettronico 2.0: quale pericolo rappresenta?
Il FSE 2.0 è il dispositivo di controllo sociale più pervasivo mai costruito in Italia, e
lo stiamo installando da soli, convinti di modernizzare la sanità. Il PNRR ne impone
la piena operatività entro giugno 2026. Raccoglie l’intera storia clinica di ogni
cittadino: diagnosi, terapie, vaccinazioni, ricoveri. Il decreto istitutivo del 2022 lo
definisce esplicitamente “il mezzo principale di sorveglianza del sistema
sanitario“. Sorveglianza: parola di legge, non mia interpretazione. Il medico di
medicina generale, nelle Case della Salute, diventa terminale di un sistema
centralizzato in cui compliance del paziente, adesione alle terapie, alle
vaccinazioni, ai protocolli, è visibile, classificabile, confrontabile con i parametri
attesi dalla politica sanitaria del momento. Prima il medico viene affiancato dall’AI
come supporto decisionale. Poi sostituito dall’AI come decisore. La relazione
fiduciaria tra medico e paziente, fondata su riservatezza e autonomia clinica, si
dissolve in un nodo di raccolta dati la cui governance appartiene a chi scrive i
parametri del sistema.
Uno spyware come Pegasus colpisce un bersaglio alla volta. Il FSE2.0 integrato con
AI opera su cinquantotto milioni di cittadini in simultanea, senza autorizzazioni caso
per caso, senza tracce visibili. È la stessa pipeline a ciclo chiuso, ma applicata
all’intera popolazione attraverso il sistema sanitario.
Qual è il messaggio finale per i nostri lettori?
Che dare alle cose il loro nome corretto è il primo atto di resistenza. Il nostro telefono
è vulnerabile per costruzione, in un sistema dove la capacità di entrarvi esiste, viene
comprata regolarmente, e diventa ogni anno più economica e automatizzata. La
nostra cartella clinica racconta la stessa storia con altri mezzi. Cybersecurity,fascicolo sanitario, transizione digitale: tutti nomi rispettabili per un unico processo,
la costruzione di un sistema di conoscenza asimmetrica in cui lo Stato sa tutto di noi e
noi non sappiamo nulla di quello che fa con ciò che sa. La consapevolezza non
risolve il problema, ma senza consapevolezza non si comincia nemmeno a porselo.
Conoscere i fatti è il primo passo per poterli valutare criticamente e difendere la
propria libertà. E in un mondo che non prevede certezze la speranza della libertà è già
un grande traguardo.
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