Settembre 13, 2026

Al Pavoncelli di Cerignola una nuova didattica

foto-1

Secondo un documento di progettazione curricolare messo a punto dai docenti dell’Istituto Professionale G. Pavoncelli Cerignola (FG)  guidato dal Dirigente Scolastico Pio Mirra (indirizzi Enogastronomia e Ospitalità Alberghiera, Industria e Artigianato per il Made in Italy, Manutenzione e Assistenza Tecnica), l’insegnamento di Lingua e Letteratura italiana viene ripensato come un vero dispositivo pedagogico di inclusione, motivazione e crescita critica: non un “programma” da svolgere, ma un curricolo che rende la letteratura nuovamente utile—nel senso più alto—alla formazione umana e professionale degli studenti.

Una scelta di campo: competenze, laboratorio, senso

Il primo elemento che colpisce è la chiarezza dell’impianto: il curricolo assume come asse portante la didattica per competenze, dichiarandone la coerenza con PECUP e Linee Guida 2018 e con la natura “laboratoriale e attiva” propria dell’istruzione professionale. Questa affermazione, che potrebbe sembrare formale, in realtà è una presa di posizione culturale: significa riconoscere che l’italiano—lingua e letteratura insieme—non è un territorio separato dalla vita, ma una cassetta degli attrezzi per leggere il mondo, abitare relazioni, lavorare meglio, interpretare conflitti, dare parole ai vissuti.

In questa cornice, l’educazione linguistica e quella letteraria non vengono concepite come binari paralleli: il documento esplicita l’obiettivo di integrare conoscenze letterarie, competenze linguistiche e capacità critiche, dunque di formare studenti capaci di comprendere testi complessi, argomentare, comunicare in modo efficace e anche riconoscere—nei testi e fuori dai testi—le strutture profonde delle esperienze umane.

Il cuore innovativo: la “comparazione inversa”

La parte più originale e pedagogicamente feconda del progetto è il principio cardine indicato come “comparazione inversa”. Invece di partire dai classici e “scendere” faticosamente verso l’attualizzazione, il percorso si avvia da stimoli contemporanei (testi, saggi, articoli, discorsi pubblici, TED Talk) che permettono agli studenti di riconoscere subito il tema, attivare lessico e comprensione, sentirsi chiamati in causa perché i contesti sono vicini al loro vissuto. Solo dopo, con un lavoro graduale di astrazione e approfondimento, si arriva ai classici, che vengono “rifunzionalizzati”: non più come prova iniziatica di decodifica, ma come strumento di trasferimento cognitivo e continuità culturale.

Questa scelta ha un alto contenuto didattico perché risponde a una questione cruciale dell’educazione contemporanea: la soglia di accesso. Molti studenti dell’istruzione professionale—per storia scolastica, fragilità linguistiche, distanza socio-culturale dal canone—possono percepire il classico come oggetto estraneo, “non per loro”. L’inversione proposta non banalizza i classici: li protegge dall’incomprensione e li rende finalmente incontrabili, collocandoli dentro un orizzonte di senso condiviso. Non a caso, il documento lega questo metodo a obiettivi concreti: motivazione emotiva e partecipazione, accesso ai testi complessi tramite esperienze significative, consolidamento della competenza interpretativa, sviluppo di abilità di confronto e problematizzazione (anche in vista dell’Esame di Stato).

In altre parole: qui non si “abbassa” il livello; si cambia la rampa di ingresso, lasciando intatta—anzi rafforzando—l’ambizione culturale.

Macroaree tematiche: la letteratura come antropologia della vita quotidiana

Il curricolo rifiuta esplicitamente l’organizzazione meramente cronologica tipica della “storia della letteratura” e adotta un impianto tematico-comparativo strutturato in macroaree capaci di intercettare bisogni educativi, cognitivi e valoriali degli studenti.

Ogni macroarea affronta nodi antropologici che oggi sono anche nodi di cittadinanza: identità, alterità, conflitto, linguaggio, affettività, memoria, società, stereotipi di genere.

Qui sta l’elevata densità pedagogica dell’iniziativa: la letteratura non viene trattata come museo di autori, ma come palestra di umanizzazione.

Il testo, classico o contemporaneo, diventa un “terzo oggetto” che permette agli studenti di parlare di sé senza esporsi in modo improprio, di discutere temi delicati con mediazione simbolica, di imparare il rispetto delle interpretazioni e il rigore delle prove testuali.

È una didattica che, se ben condotta, ha effetti anche sul clima di classe: perché l’argomentazione sostituisce la reazione impulsiva; la parola prende il posto dell’aggressività; la complessità riduce il fanatismo delle certezze.

Un esempio chiarissimo è la macroarea sull’identità: il documento prevede un percorso in cui i ragazzi partono da conflitti del presente (apparenza, reputazione, social, giudizio) e risalgono a Dante, Petrarca e Boccaccio come radici simboliche e universali di quelle domande.

È un modo intelligente di dire agli studenti: tu non sei un caso isolato, ciò che vivi ha una genealogia culturale; e se ha una genealogia, può essere pensato, narrato, trasformato.

Metodologie attive e inclusive: non solo “cosa” si fa, ma “come” si apprende

Un curricolo, per essere davvero didattico, non può limitarsi ai contenuti.

Qui, invece, l’impostazione metodologica è esplicita e coerente: lettura comparata, cooperative learning, circle time e discussioni guidate, scrittura riflessiva (autobiografie brevi, commenti, microtesti argomentativi), compiti autentici e prodotti multimediali, uso consapevole del digitale per mappe, presentazioni e portfolio.

Questo passaggio merita attenzione perché segnala un’idea moderna di apprendimento: la competenza linguistica non nasce dalla sola esposizione a regole o nozioni, ma da una pratica guidata della lingua in contesti significativi.

Il circle time e la discussione regolata educano all’ascolto e alla turnazione; il cooperative learning trasforma la classe in comunità di lavoro; la scrittura riflessiva costruisce metacognizione (capire come si pensa, come si argomenta, come si migliora); i compiti autentici avvicinano la lingua alle situazioni reali della vita e del lavoro; il portfolio rende tracciabile la crescita e restituisce agli studenti la percezione del proprio progresso.

In un Istituto Professionale, tutto questo è doppiamente importante: perché l’identità scolastica di molti studenti è fragile e spesso segnata da insuccessi precedenti. Metodologie di questo tipo—se ben accompagnate da criteri di valutazione trasparenti—possono restituire fiducia, senso di autoefficacia, disponibilità a perseverare.

Continuità verticale e canone “abitabile”: i classici restano, ma cambiano funzione

Il documento non rinuncia ai pilastri della tradizione: garantisce una progressione verticale che assicura familiarità con autori e testi fondamentali (Dante-Petrarca-Boccaccio in terza; dal Settecento alla metà dell’Ottocento in quarta; dall’Unità al secondo Novecento in quinta), integrati con voci contemporanee per rafforzare l’attualizzazione dei temi e preparare gradualmente alla prova d’italiano dell’Esame di Stato.

Anche qui, la qualità pedagogica non sta solo nell’elenco degli autori, ma nella loro funzione didattica: il classico diventa ciò che dovrebbe sempre essere—un grande “compressore di senso”, capace di dare forma complessa a esperienze che altrimenti restano confuse.

La tradizione, insomma, non è un altare: è un attrezzo, una lente, una grammatica dell’umano.

Perché questa iniziativa è “bella” (e perché parla a tutta la scuola)

C’è un aspetto, spesso sottovalutato, che rende iniziative come questa non solo didatticamente valide, ma anche civilmente preziose: ricuciono la frattura tra scuola e mondo senza trasformare la scuola in addestramento.

Un curricolo così concepito rispetta la vocazione professionale dell’istituto (laboratorio, concretezza, operatività), ma non cede alla tentazione di ridurre l’italiano a “scrivere bene una mail” o “fare un curriculum vitae”.

Quello viene dopo, e viene meglio, se prima c’è stata educazione alla parola come forma di pensiero.

In controluce, si intravede una visione alta: riportare la letteratura alla sua funzione originaria di strumento conoscitivo e formativo, capace di guidare alla costruzione di pensiero critico, identità consapevole, competenza linguistica trasferibile nella vita, nello studio e nel lavoro.

È qui che l’iniziativa dei docenti diventa notizia: perché in un tempo in cui la scuola rischia di oscillare tra burocrazia e slogan, un curricolo così progettato mostra professionalità didattica, cura pedagogica e coraggio culturale.

E soprattutto lancia un messaggio semplice ma decisivo: gli studenti dell’istruzione professionale non hanno bisogno di meno cultura; hanno bisogno di cultura accessibile, viva, agganciata al presente e capace di condurli, con metodo, verso l’altezza dei classici.

Autore

  • Direttore responsabile Betapress.it

    Corrado Faletti è una figura complessa e poliedrica del panorama culturale e giornalistico italiano contemporaneo, capace di intrecciare nel suo percorso professionale e intellettuale dimensioni differenti — pedagogiche, civiche, storiche e mediatiche — in un’unica visione coerente e profondamente etica del giornalismo. La sua importanza nel panorama giornalistico odierno non si misura soltanto con i parametri della notorietà o della carriera accademica, ma soprattutto con la capacità di proporre un modello alternativo di giornalismo: quello che egli stesso definisce, con felice intuizione, “giornalismo pedagogico” o “giornalismo educativo”.


Scopri di più da Betapress

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Rispondi