Settembre 13, 2026

Amministrative 2026: quando la democrazia diventa un ufficio di collocamento

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Liste civiche, partiti svuotati e candidati in moltiplicazione permanente. La politica locale rischia di trasformarsi da luogo della rappresentanza in mercato delle poltrone

La domanda, per quanto scomoda, nasce spontanea: la candidatura a sindaco, assessore o consigliere comunale sta diventando il nuovo ufficio di collocamento della politica italiana?

A guardare l’inverosimile proliferazione di liste civiche, simboli personali, microcoalizioni e aggregazioni improvvisate, il dubbio non appare più una semplice provocazione giornalistica. Appare, semmai, come una fotografia amara del presente. Accanto ai partiti tradizionali, sempre più spesso privi di identità riconoscibile, nascono liste che promettono una generica risoluzione di tutto, senza spiegare con chiarezza né il metodo, né gli obiettivi, né la visione complessiva della città che vorrebbero amministrare.

Tutti parlano di rilancio, partecipazione, ascolto, sicurezza, decoro, futuro, giovani, famiglie e territorio. Parole dignitose, certo. Ma quando ogni lista dice le stesse cose, con le stesse formule e con lo stesso vocabolario consumato, il cittadino ha il diritto di chiedersi se dietro quella moltiplicazione di offerte politiche esista davvero un progetto pubblico, oppure soltanto una ricerca affannosa di posizionamento.

Il sospetto, sempre più diffuso nell’opinione pubblica, è che l’obiettivo reale non sia sempre quello di governare meglio, ma quello di entrare nel circuito del potere locale, occupare spazi, distribuire incarichi, alimentare reti di influenza e presidiare quei luoghi nei quali la decisione amministrativa diventa anche occasione economica. Non serve immaginare necessariamente illeciti. Basta osservare il meccanismo. Taluni bandi, pur formalmente ineccepibili, possono essere costruiti con requisiti talmente selettivi da restringere in modo significativo la platea dei possibili concorrenti. Talune scelte amministrative, pur legalmente corrette, possono apparire politicamente opache. Talune carriere civiche, nate sotto il nobile segno del servizio alla comunità, finiscono poi per somigliare a una ordinata scalata personale.

La politica, che dovrebbe essere responsabilità, diventa così opportunità. La rappresentanza, che dovrebbe essere sacrificio, diventa mestiere. La candidatura, che dovrebbe essere disponibilità verso la città, diventa investimento.

Ciò che non riesce più a fare il vecchio ufficio di collocamento, oggi chiamato centro per l’impiego, sembra talvolta riuscire alla tornata elettorale. In un Paese nel quale mancano industrie, attività artigianali, commercio stabile, lavoro qualificato e prospettive per intere generazioni, la politica diventa per molti l’unico ascensore sociale ancora funzionante. Non sempre sale verso il merito, ma spesso sale. E questo, in un sistema impoverito, basta già a renderla appetibile.

Le elezioni assumono così l’aspetto di un grande concorso generale.

Un concorso anomalo, naturalmente, perché non valuta competenze tecniche, esperienza amministrativa, capacità progettuale o cultura istituzionale. Valuta consenso, appartenenza, fedeltà, visibilità, reti personali, capacità di portare voti. E quando i concorsi pubblici ordinari vengono percepiti come rari, lenti, ipertecnici, scarsamente remunerativi e spesso incapaci di selezionare davvero i migliori, la politica finisce per presentarsi come una scorciatoia. Non sempre dichiarata.

Non sempre consapevole. Ma spesso molto concreta.

Vincere una tornata elettorale, o anche solo entrare stabilmente in un sistema di relazioni politiche, significa accedere a un universo di indennità, incarichi, visibilità, potenziali progressioni e possibilità future. Gli amministratori locali hanno responsabilità serie e spesso complesse, nessuno lo nega. Ma proprio per questo il problema non è che la funzione pubblica venga retribuita. Il problema è che, nella percezione collettiva, la politica appaia sempre meno come servizio e sempre più come sistemazione.

La vera patologia non è lo stipendio dell’amministratore. La vera patologia è la perdita del senso della funzione. Una città non è una carriera. Un Comune non è un trampolino personale. Un Consiglio comunale non è un parcheggio per aspiranti professionisti della politica.

Fatte queste premesse, arrivano le amministrative del 2026. Secondo il quadro richiamato dal Ministero dell’Interno, sono centinaia i Comuni chiamati al voto, con milioni di cittadini interessati dal rinnovo dei rispettivi consigli comunali.

Il Dipartimento per gli Affari Interni e Territoriali del Ministero dell’Interno ha pubblicato l’elenco degli enti al voto nel primo semestre del 2026, confermando la portata ampia della consultazione amministrativa. 

Normali elezioni, si dirà. Anzi, emblema di una democrazia che funziona. In teoria è così. In pratica, il meccanismo appare sempre più logoro. Tra impreparazione, approssimazione, mancanza di fondi, assenza di visione, personalismi e programmi spesso intercambiabili, il cittadino rischia di trovarsi davanti a un’offerta politica pletorica ma non necessariamente migliore.

La quantità non coincide con la qualità. Una scheda piena di simboli non garantisce più democrazia. Può anche indicare frammentazione, confusione, trasformismo, debolezza dei partiti e incapacità di costruire una classe dirigente riconoscibile.

Il fenomeno è tanto più evidente se si osservano alcune città chiamate al voto.

A Marsala, in provincia di Trapani, risultano quattro candidati sindaco, diciotto liste e oltre quattrocento candidati al Consiglio comunale per ventiquattro seggi disponibili. 

A Prato, città ben più popolosa e complessa, si registrano sei candidati sindaco, dodici liste e poco meno di quattrocento candidati per trentadue scranni. 

A Venezia, infine, la competizione assume dimensioni quasi monumentali: otto aspiranti sindaco, venti liste per il Consiglio comunale e settantadue liste per le Municipalità. 

Sono numeri che meritano una riflessione non superficiale. È davvero vitalità democratica o è inflazione della rappresentanza? È partecipazione o occupazione dello spazio pubblico? È pluralismo o è polverizzazione organizzata?

Naturalmente, nessuno può negare il valore delle liste civiche quando nascono da esperienze autentiche di territorio, da comitati, associazioni, gruppi di cittadini, battaglie concrete e bisogni reali. La lista civica, in sé, non è un male.

Può essere una risposta positiva alla crisi dei partiti. Può portare competenze nuove, volti non consumati, sensibilità locali che i grandi apparati ignorano. Il problema nasce quando la forma civica diventa una maschera tattica, quando il civismo è solo un’etichetta pulita appiccicata sopra vecchi meccanismi, quando dietro il simbolo nuovo si muovono gli stessi interessi, gli stessi capibastone, gli stessi professionisti del riposizionamento permanente.

Vi è poi un altro dato, ancora più inquietante. Molti candidati e molte liste sembrano muoversi con sorprendente disinvoltura da un’area all’altra, da uno schieramento all’altro, da una coalizione all’altra.

Ciò che ieri era incompatibile oggi diventa alleanza. Ciò che ieri era avversario oggi diventa compagno di percorso. Ciò che ieri veniva denunciato come male assoluto oggi viene accettato come necessità amministrativa.

L’elettore osserva, spesso in silenzio. E quel silenzio non è consenso. È stanchezza. È disincanto. È la percezione di trovarsi davanti a una politica che cambia parole, simboli e colori, ma conserva intatto il proprio istinto di sopravvivenza.

Le città italiane offrono esempi continui di decisioni amministrative contestate da una parte rilevante della cittadinanza. Zone a traffico limitato percepite come punitive, abbattimenti di alberi vissuti come ferite urbane, piste ciclabili progettate in modo discutibile, cantieri interminabili, provvedimenti calati dall’alto, raccolte firme ignorate, proteste ascoltate con sufficienza e poi archiviate con la consueta formula della “necessità tecnica”.

Roma, Milano, Venezia, Prato, Marsala e molte altre realtà non sono uguali tra loro, naturalmente. Ogni città ha la propria storia, i propri problemi, le proprie responsabilità amministrative.

Ma un tratto comune sembra emergere: il cittadino viene invocato prima del voto e spesso sopportato dopo il voto. Prima è sovrano, dopo diventa fastidio. Prima è comunità, dopo diventa ostacolo procedurale. Prima è popolo, dopo è utenza.

Il paradosso è ancora più evidente se si osserva il comportamento delle opposizioni. A parole, quasi tutte dichiarano di stare dalla parte dei cittadini. Nei consigli comunali rumoreggiano, contestano, denunciano, protestano, rilasciano dichiarazioni indignate.

Poi, quando governano altrove, approvano provvedimenti simili, impongono logiche analoghe, usano lo stesso linguaggio tecnico e amministrativo che avevano contestato quando sedevano dall’altra parte dell’aula.

Questa simmetria dell’ipocrisia è uno dei grandi mali italiani. La maggioranza difende il potere quando ce l’ha. L’opposizione lo critica finché non lo conquista. Il cittadino, invece, resta sempre nella stessa posizione: sotto.

Non stupisce allora la crescente disaffezione al voto. Molti cittadini non si recano più alle urne perché non vedono alternative reali. Altri votano per appartenenza, amicizia, conoscenza personale, paura del peggio o semplice abitudine.

Altri ancora annullano la scheda, gesto spesso liquidato come marginale ma che meriterebbe invece una lettura politica molto più seria.

L’astensione, infatti, viene facilmente interpretata come disinteresse, pigrizia civica o delega implicita a chi vota. Ma una forte presenza alle urne accompagnata da un alto numero di schede nulle o bianche aprirebbe uno scenario ben diverso. Direbbe che il cittadino non è assente. È presente, ma rifiuta l’offerta.

Non diserta la democrazia. Contesta ciò che la democrazia gli sta proponendo.

Ed è forse proprio questo il punto che la politica teme di più. Un cittadino che non vota può essere liquidato. Un cittadino che va al seggio e annulla consapevolmente la scheda diventa un problema interpretativo. Non è apatia. È protesta ordinata. Non è fuga. È giudizio.

In questo quadro, le liste civiche possono avere anche un effetto psicologico preciso. Coinvolgono famiglie, amici, conoscenti, reti associative, gruppi professionali, ambienti di quartiere.

Moltiplicano i candidati, quindi moltiplicano i potenziali elettori indiretti. Ogni candidato porta con sé un piccolo bacino di relazioni. Ogni lista diventa una macchina minima di mobilitazione. Il risultato è che il sistema riesce a trascinare al voto una parte di cittadinanza non necessariamente convinta da un progetto, ma coinvolta da un legame personale.

Anche questo non è illecito. Ma è politicamente significativo. Perché una democrazia sana dovrebbe convincere con idee, programmi e credibilità, non soltanto attraverso reti di prossimità personale.

E qui il discorso diventa quasi kafkiano. Il cittadino si trova dentro una macchina amministrativa che promette partecipazione, ma spesso produce impotenza. Regolamenti, delibere, bandi, piani urbani, vincoli, consultazioni, conferenze, osservazioni, pareri, tavoli tecnici.

Tutto sembra formalmente corretto. Tutto sembra proceduralmente giustificabile. Eppure, alla fine, la decisione appare già presa, il dissenso appare tollerato ma ininfluente, la partecipazione appare concessa ma non determinante.

È la burocrazia alienante. Quella in cui le regole sono talmente complesse da diventare una barriera. È la perdita di controllo. Quella in cui il cittadino può protestare, firmare, scrivere, partecipare, ma raramente incidere davvero. È il senso di angoscia civile. Quello di chi vive dentro una democrazia formale, ma percepisce una distanza crescente tra voto e decisione, tra rappresentanza e ascolto, tra legalità e giustizia sostanziale.

La domanda finale, allora, è inevitabile: questa è ancora democrazia piena o è una democrazia amministrata, guidata, compressa, resa formalmente impeccabile e sostanzialmente distante?

Forse non siamo davanti a una dittatura, parola che va usata con prudenza e rispetto della storia. Ma siamo certamente davanti a un deterioramento democratico. Una democrazia può svuotarsi anche senza carri armati, senza censura dichiarata, senza sospensione delle elezioni.

Può svuotarsi lentamente, trasformando il voto in rituale, il cittadino in spettatore, il dissenso in rumore di fondo e la politica in professione autoreferenziale.

Il problema vero è che gli interessi in gioco sono troppi, mentre l’interesse dei cittadini appare sempre meno centrale. Servirebbe una politica capace di parlare di obiettivi comuni, sviluppo integrato, qualità urbana, lavoro, servizi, sicurezza reale, ambiente, scuola, sanità territoriale, mobilità ragionevole e coesione sociale.

Servirebbe una visione che colleghi il Comune alla Provincia, la Provincia alla Regione, la Regione allo Stato, lo Stato all’Europa. Servirebbe una classe dirigente che non consideri la città come una scacchiera di incarichi, ma come una comunità vivente.

Invece prevalgono troppo spesso operazioni spot, personalismi, interventi frammentari, misure simboliche, cantieri di consenso e sprechi mascherati da progettualità. Non c’è organicità nazionale. Non c’è vera continuità amministrativa. Non c’è una cultura della responsabilità che sopravviva alla campagna elettorale.

Così la democrazia dei propri affari continua a chiamarsi democrazia. Le liste aumentano, i candidati si moltiplicano, i simboli si accavallano, gli slogan si assomigliano, i cittadini si stancano. E chi può, spesso, cerca altrove lavoro, dignità, prospettiva e normalità.

A quel punto la battuta amara diventa quasi inevitabile: forse un giorno qualche cittadino italiano finirà davvero per chiedere asilo politico a una nazione che noi definiamo con superiorità “meno democratica”, ma che almeno dà ai propri cittadini la sensazione di essere governati e non soltanto convocati alle urne.

Sarebbe una provocazione, certo.

Ma le provocazioni, quando nascono da una realtà troppo evidente, smettono di essere battute e diventano diagnosi.

 

Considerazioni del Direttore

L’articolo di Ettore Lembo coglie un nervo scoperto della nostra democrazia locale: l’eccesso ormai patologico di liste, sigle, simboli, micro-partiti, cartelli civici e candidature costruite più per occupare uno spazio che per offrire una visione.

La politica italiana, soprattutto nella sua dimensione amministrativa, sembra aver smarrito la nobiltà della rappresentanza e assunto sempre più spesso le sembianze di un ufficio di collocamento parallelo, dove il consenso non serve soltanto a governare, ma a sistemare, ricollocare, compensare, fidelizzare.

Il problema non è la partecipazione, che resta il fondamento di ogni democrazia viva.

Il problema è la sua deformazione.

Quando ogni tornata elettorale diventa una fiera di liste improvvisate, quando ogni candidato sembra portare con sé un piccolo pacchetto di voti, quando il civismo diventa maschera elegante di vecchie appartenenze e nuove convenienze, allora non siamo più davanti al pluralismo, ma alla polverizzazione interessata della rappresentanza.

Si moltiplicano i nomi, ma non le idee.

Si moltiplicano i manifesti, ma non i progetti.

Si moltiplicano le promesse, ma resta immobile il Paese.

È il solito malcostume italiano, sempre presente, sempre capace di cambiare abito senza cambiare natura.

Ieri si chiamava clientelismo, oggi si chiama rete territoriale.

Ieri era distribuzione di favori, oggi è valorizzazione delle competenze.

Ieri era occupazione del potere, oggi è partecipazione civica.

Le parole si modernizzano, la sostanza resta antica.

E in questa antichissima arte nazionale del trasformare il pubblico in occasione privata, il cittadino viene convocato come sovrano e trattato come comparsa.

La politica dovrebbe selezionare responsabilità, preparazione e spirito di servizio.

Invece troppo spesso sembra selezionare disponibilità, appartenenza e utilità elettorale.

Il Comune, che dovrebbe essere la casa prossima del cittadino, rischia così di diventare il primo sportello di un sistema nel quale non si cerca il bene comune, ma una collocazione personale dentro il grande mercato delle poltrone.

Non sempre grandi, non sempre decisive, ma comunque appetibili, perché in un Paese che offre sempre meno lavoro vero, anche la più piccola posizione politica può apparire come un approdo.

Forse è proprio qui che l’articolo colpisce più duramente.

Non denuncia soltanto l’eccesso di liste, ma il vuoto che quell’eccesso nasconde.

Perché una democrazia forte non ha bisogno di mille sigle per sembrare viva. Ha bisogno di idee riconoscibili, responsabilità verificabili e cittadini rispettati.

Quando invece la politica diventa collocamento, la rappresentanza diventa mestiere e il voto diventa procedura di accesso a un sistema di convenienze, allora il problema non è più soltanto elettorale.

È morale.

E, come spesso accade in Italia, il malcostume non entra dalla porta principale facendo rumore.

Si accomoda, sorride, cambia simbolo e si candida.

Autori

  • Vice Direttore Betapress.it

    Giornalista pubblicista iscritto all’Ordine dei Giornalisti, Ettore Lembo è una voce autorevole nell’ambito dell’attualità, della politica, della storia e della geopolitica. Con un percorso ricco di esperienze come editorialista, opinionista e moderatore di convegni, ha diretto la testata indipendente Betapress e collaborato con numerose realtà giornalistiche tra cui “La Notizia.net” e “Ettore Lembo News”. Ha ricevuto importanti riconoscimenti giornalistici, come il Premio “Le Voci della Libertà – Omaggio a Oriana Fallaci” (2025), il Premio “Ciao Federico” (2022) e il Premio Internazionale “Angeli di Luce” (2019).

  • Direttore responsabile Betapress.it

    Corrado Faletti è una figura complessa e poliedrica del panorama culturale e giornalistico italiano contemporaneo, capace di intrecciare nel suo percorso professionale e intellettuale dimensioni differenti — pedagogiche, civiche, storiche e mediatiche — in un’unica visione coerente e profondamente etica del giornalismo. La sua importanza nel panorama giornalistico odierno non si misura soltanto con i parametri della notorietà o della carriera accademica, ma soprattutto con la capacità di proporre un modello alternativo di giornalismo: quello che egli stesso definisce, con felice intuizione, “giornalismo pedagogico” o “giornalismo educativo”.


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