Appalti pubblici, la grande recita del ribasso: così lo Stato finge di risparmiare e prepara il banchetto degli amici degli amici
C’è una bugia che in Italia viene chiamata efficienza.
Una bugia elegante, vestita da procedura amministrativa, imbellettata con sigle, determine, CIG, capitolati, piattaforme telematiche, commissioni, verbali e formule matematiche.
È la bugia del ribasso negli appalti pubblici.
Una bugia che tutti conoscono, tutti recitano, tutti sopportano, e che alla fine pagano sempre gli stessi: i cittadini.
Il meccanismo è noto anche a chi finge di non vederlo.
La pubblica amministrazione deve realizzare un’opera.
Conosce, o dovrebbe conoscere, il costo vero dei materiali, della manodopera, della sicurezza, dei noli, dei trasporti, degli oneri di cantiere, delle lavorazioni specialistiche, dei tempi tecnici, delle forniture e perfino dei rischi prevedibili.
Non siamo più nell’Ottocento, non si costruisce una strada interrogando gli astri.
Esistono prezzari regionali, tabelle ministeriali sul costo del lavoro, progettazioni tecnico-economiche, computi metrici, quadri economici, analisi dei prezzi e strumenti digitali.
Eppure, dopo avere teoricamente conosciuto il costo dell’opera, la stessa amministrazione mette tutto a gara e spesso finisce per premiare chi promette di farla a meno.
A meno di che cosa?
A meno del mercato?
A meno del costo reale?
A meno della dignità del lavoro?
A meno della sicurezza?
A meno della qualità dei materiali?
A meno della verità?
Il nuovo Codice dei contratti pubblici, D.Lgs. 36/2023, almeno sulla carta, non dice affatto che l’amministrazione debba inseguire il prezzo più basso come un mendicante dell’efficienza.
L’articolo 1 parla di principio del risultato.
Non di principio del risparmio apparente.
Non di principio del taglio cieco.
Non di principio della gara suicida.
Dice che l’affidamento e l’esecuzione devono perseguire il miglior rapporto possibile tra qualità e prezzo, nel rispetto di legalità, trasparenza e concorrenza.
La concorrenza, dunque, non è una religione.
È uno strumento.
Se produce opere ferme, cantieri abbandonati, varianti, riserve, contenziosi e rifinanziamenti, allora non è concorrenza, è teatro.
La norma più importante, però, è forse quella che molti fingono di non avere letto davvero.
L’articolo 41 del Codice impone che il costo del lavoro sia determinato in base alle tabelle ministeriali fondate sulla contrattazione collettiva e che, per i lavori pubblici, il costo dei prodotti, delle attrezzature e delle lavorazioni sia calcolato facendo riferimento ai prezzi correnti e ai prezzari aggiornati.
Tradotto in lingua civile: la pubblica amministrazione non può fare la gara partendo da un numero inventato, sottostimato o politicamente comodo.
Deve partire dalla realtà.
E allora la domanda diventa brutale.
Se la realtà dice che un’opera costa cento, perché si applaude chi promette di farla a settanta?
E soprattutto, perché quando a metà dell’opera quel settanta torna magicamente verso cento, o magari verso centoventi, tutti fingono stupore?
Lo schema è vecchio.
Si parte con una base d’asta discutibile.
Arriva un’offerta aggressiva.
La stazione appaltante la guarda, la misura, la verifica, chiede spiegazioni, riceve giustificazioni scritte con il linguaggio liturgico dei consulenti, e alla fine aggiudica.
Poi il cantiere comincia.
O meglio, dovrebbe cominciare.
Perché da quel momento la matematica amministrativa incontra la fisica del cemento, del ferro, del bitume, degli operai da pagare, dei camion da muovere, delle cave da raggiungere, dei subappalti da controllare, degli imprevisti da affrontare.
E lì la finzione finisce.
A quel punto arrivano le varianti.
Arrivano le riserve.
Arriva la revisione prezzi.
Arrivano le sospensioni.
Arrivano i ritardi.
Arrivano le perizie suppletive.
Arriva l’eterna frase italiana: “servono ulteriori fondi per completare l’opera”.
Ma allora diciamolo con onestà.
Non servono ulteriori fondi.
Serviva verità all’inizio.
L’articolo 60 del Codice prevede la revisione prezzi quando intervengono variazioni oggettive dei costi.
Ed è giusto.
Nessuna impresa sana può essere obbligata a lavorare in perdita se il mercato cambia davvero.
L’articolo 120 disciplina le modifiche del contratto in corso di esecuzione.
Anche questo è fisiologico, perché nessun progetto può prevedere ogni singola circostanza del mondo reale.
Ma una cosa è correggere l’imprevisto, altra cosa è sanare la menzogna originaria.
Una cosa è affrontare l’aumento reale dei materiali, altra cosa è usare le varianti come lavatrice del ribasso impossibile.
Il paradosso italiano è questo: si chiama risparmio ciò che spesso è solo debito rinviato.
Si chiama gara ciò che talvolta diventa selezione del più spregiudicato.
Si chiama concorrenza ciò che può trasformarsi in espulsione delle imprese serie dal mercato pubblico.
Perché l’impresa solida, patrimonializzata, rispettosa dei contratti, della sicurezza e dei tempi, davanti a una base d’asta irrealistica e a ribassi temerari può fare solo due cose: non partecipare, oppure perdere.
A vincere, troppo spesso, resta chi sa giocare nel sottobosco.
Ed eccoci al punto che nessuno ama pronunciare.
Questo sistema non favorisce il mercato.
Favorisce gli amici degli amici.
Favorisce chi conosce la strada per entrare, chi sa promettere l’impossibile, chi sa poi bussare alla porta giusta, chi sa trasformare l’anomalia in variante, il ribasso in riserva, la carenza progettuale in occasione, il subappalto in zona grigia, il cantiere in mercato parallelo.
Non è un’accusa generica.
È una dinamica descritta da anni dagli organismi che combattono la criminalità organizzata.
La DIA monitora gli appalti pubblici proprio perché quello dei lavori pubblici è un settore strutturalmente appetibile per le mafie.
Non solo con la vecchia intimidazione, ma con il volto moderno dell’impresa apparentemente legale.
La mafia del nostro tempo non ha sempre bisogno della lupara.
A volte le basta una società, un prestanome, un subappalto, un nolo a caldo, una fattura, una cordata, una consulenza, un ribasso impossibile e un funzionario distratto, o peggio, disponibile.
Il cosiddetto “metodo del tavolino”, emerso nelle analisi antimafia, racconta perfettamente il punto.
Le imprese si accordano, ruotano, decidono chi deve vincere, presentano ribassi concordati, si spartiscono i lavori.
È il contrario del mercato, ma ha l’apparenza del mercato.
È il contrario della legalità sostanziale, ma può nascondersi dietro la legalità formale.
A vedere le carte sembra una gara.
A vedere il sistema sembra una processione ordinata verso la spartizione.
Poi ci sono le “cartiere”, società esistenti solo sulla carta, prive di reale struttura, usate per simulare subappalti, generare costi fittizi, drenare denaro, abbattere il peso fiscale e contributivo, confondere la tracciabilità dell’opera e del lavoro.
Anche qui il problema non è folcloristico.
È tecnico, economico, criminale.
La società sana lavora, paga, assume, compra materiali, rispetta i contratti.
La società fittizia compare, fattura, sparisce.
Nel frattempo il prezzo basso diventa sostenibile solo perché qualcuno non paga davvero tutto ciò che dovrebbe pagare.
Non paga i lavoratori come dovrebbe.
Non paga il fisco come dovrebbe.
Non paga la sicurezza come dovrebbe.
Non paga la legalità.
Nel luglio 2024 la DIA di Milano ha comunicato che in un’indagine su due vi sono imprenditori ritenuti contigui a Cosa nostra, con riferimento a società edilizie con sede a Milano che, secondo le risultanze investigative allora disponibili, avrebbero consentito l’operatività di realtà imprenditoriali riconducibili al sodalizio mafioso dei “barcellonesi”.
Il dato più inquietante non è soltanto la contiguità ipotizzata.
È il meccanismo: società aggiudicatarie di appalti pubblici sull’intero territorio nazionale, alcuni di ingente importo e alcuni finanziati con fondi PNRR, con l’ipotesi di intestazioni fittizie finalizzate anche a evitare misure interdittive prefettizie.
Naturalmente, fino a sentenza definitiva, nessuno può essere considerato colpevole.
Ma il quadro investigativo racconta ciò che un Paese adulto dovrebbe vedere: gli appalti pubblici sono uno dei luoghi dove l’economia legale e quella criminale si sfiorano, si annusano, talvolta si fondono.
E allora basta con l’ingenuità.
Quando lo Stato costruisce bandi deboli, basi d’asta incoerenti, controlli formali, verifiche dell’anomalia ridotte a un esercizio di stile e subappalti non realmente presidiati, non sta semplificando.
Sta apparecchiando la tavola.
Il Codice contiene già gli strumenti per evitare questa deriva.
L’articolo 108 consente che il costo assuma la forma di prezzo fisso, facendo competere gli operatori solo sulla qualità.
Ecco la via seria.
L’amministrazione stabilisca il prezzo vero dell’opera, non il prezzo da comunicato stampa.
Poi scelga, con procedura trasparente, chi ha la migliore capacità tecnica, patrimoniale e organizzativa per realizzarla.
Chi ha uomini veri, mezzi veri, bilanci veri, certificazioni vere, storia vera, cantieri veri.
Chi non deve vincere perché ha promesso il miracolo, ma perché può dimostrare la capacità di consegnare l’opera nei tempi, nei costi, nella qualità e nella legalità.
L’articolo 110 sulle offerte anormalmente basse non deve essere un rito burocratico.
Deve diventare una lama.
Se un’offerta è incompatibile con i costi reali, con i minimi salariali, con la sicurezza e con l’organizzazione necessaria, deve essere esclusa.
Non coccolata.
Non interpretata.
Non salvata con la solita indulgenza amministrativa che in Italia viene chiamata prudenza e spesso è solo paura del ricorso o disponibilità verso il potente di turno.
La pubblica amministrazione deve tornare a essere committente autorevole, non spettatrice confusa.
Deve sapere quanto costa un’opera e avere il coraggio di dirlo.
Deve smettere di premiare il ribasso che diventa poi supplica di rifinanziamento.
Deve smettere di confondere la concorrenza con la corsa al massacro.
Deve smettere di consegnare il mercato pubblico a chi vive meglio nell’opacità che nella trasparenza.
Il punto non è abolire le gare.
Sarebbe una follia e aprirebbe altri abissi.
Il punto è abolire la farsa.
La gara deve selezionare il migliore, non il più temerario.
Deve premiare la qualità, non la scommessa.
Deve garantire il risultato pubblico, non il titolo provvisorio sul presunto risparmio.
Deve impedire agli amici degli amici di travestirsi da campioni del mercato mentre preparano il conto da presentare a metà cantiere.
La vera riforma degli appalti non è scrivere un altro Codice ogni cinque anni.
È applicare con serietà quello che già abbiamo.
Prezzi veri.
Progetti veri.
Verifiche vere.
Requisiti veri.
Controlli veri.
Responsabilità vere.
Perché un’opera pubblica non è un affare tra amministrazione e impresa.
È un patto con i cittadini.
Quando quel patto viene costruito su una base d’asta falsa, su un ribasso impossibile e su una variante già annunciata, non siamo più davanti a una gara.
Siamo davanti a una truffa morale legalizzata dalla burocrazia.
E la cosa più grave è che, come spesso accade in Italia, tutti lo sanno prima.
Solo il cittadino lo scopre dopo, quando il cantiere si ferma, il costo aumenta, l’opera non arriva e il conto, puntuale come una tassa, finisce ancora una volta sulla sua schiena.
Il controllo dei cittadini: se lo Stato non vede, deve vedere il popolo
A questo punto, però, la denuncia non basta più.
Non basta dire che il sistema degli appalti pubblici è spesso una macchina perfetta per produrre ribassi impossibili, varianti prevedibili, cantieri eterni e costi finali superiori a quelli inizialmente dichiarati.
Non basta nemmeno invocare ANAC, Corte dei conti, prefetture, procure, responsabili unici di progetto, direttori dei lavori e organismi interni di controllo.
Tutto questo serve, naturalmente.
Ma evidentemente non basta.
Se bastasse, non avremmo da decenni la stessa liturgia nazionale: gara, ribasso, aggiudicazione, cantiere, sospensione, variante, rifinanziamento, ritardo, contenzioso, opera incompleta, cittadini traditi.
Occorre allora introdurre una figura nuova, dura, semplice e profondamente democratica: il Comitato civico triennale di controllo sugli appalti pubblici.
Ogni amministrazione che affida lavori, servizi o forniture dovrebbe essere affiancata da una struttura civica indipendente, composta da cittadini selezionati con criteri pubblici, rinnovata ogni tre anni, incompatibile con incarichi politici, rapporti economici con imprese appaltatrici, parentele rilevanti con amministratori e dirigenti dell’ente, partecipazioni societarie sospette o conflitti di interesse anche potenziali.
Non un tribunale popolare.
Non una commissione di vendetta.
Non un gruppo di urlatori da social chiamati a sostituire tecnici, magistrati o funzionari.
Al contrario, un presidio civile, documentale, trasparente, formato e responsabile.
Una struttura capace di leggere gli atti, controllare le pubblicazioni, verificare le basi d’asta, seguire l’evoluzione dei costi, segnalare le anomalie, chiedere chiarimenti, pubblicare relazioni periodiche, attivare ANAC, Corte dei conti, Prefettura e Procura quando emergano elementi gravi.
Il punto è elementare.
Se l’appalto viene pagato con denaro pubblico, il cittadino non può essere spettatore pagante.
Deve diventare controllore democratico.
Questo Comitato civico dovrebbe avere accesso a tutti gli atti ostensibili dell’appalto, nel rispetto della privacy, del segreto tecnico e commerciale realmente motivato e delle esigenze investigative.
Dovrebbe poter consultare il quadro economico, il computo metrico, il capitolato, la determina a contrarre, i verbali di gara, l’offerta aggiudicataria, le giustificazioni dell’eventuale offerta anomala, il contratto, le varianti, gli stati di avanzamento lavori, i certificati di pagamento, i subappalti autorizzati, i tempi di esecuzione, le sospensioni, le penali applicate o non applicate, i collaudi e gli atti finali.
Tutto questo non per intralciare l’amministrazione, ma per impedirle di nascondersi.
Il Comitato dovrebbe essere rinnovato ogni tre anni proprio per evitare che diventi una piccola casta locale.
Tre anni sono sufficienti per acquisire competenza, seguire i principali appalti, costruire memoria amministrativa e produrre relazioni serie.
Ma non sono abbastanza lunghi da trasformare il controllo civico in rendita, clientela o anticamera di carriera politica.
Nessun componente dovrebbe poter restare in carica per più di un mandato consecutivo.
Chi controlla il potere non deve diventare potere.
La composizione dovrebbe essere mista.
Una parte dei membri potrebbe essere sorteggiata tra cittadini residenti che abbiano requisiti minimi di onorabilità e assenza di conflitti di interesse.
Una parte potrebbe essere individuata tra professionisti iscritti ad albi, esperti contabili, ingegneri, architetti, giuristi, revisori, docenti, rappresentanti del terzo settore e cittadini formati sui temi della trasparenza.
Una quota dovrebbe essere riservata ai giovani sotto i trentacinque anni, perché educare alla legalità non significa fare convegni sulla Costituzione, ma mettere le nuove generazioni davanti ai luoghi reali in cui il denaro pubblico viene deciso, impegnato, speso e talvolta tradito.
Il Comitato non dovrebbe avere il potere di bloccare un appalto con un gesto arbitrario.
Sarebbe pericoloso.
Ma dovrebbe avere un potere molto più temibile per chi vive nell’opacità: il potere di rendere pubbliche le anomalie.
Ogni appalto dovrebbe avere una scheda civica di controllo, consultabile online, scritta in linguaggio comprensibile.
Non soltanto codici, sigle e documenti sepolti in amministrazione trasparente.
Il cittadino deve capire quanto costava l’opera all’inizio, chi ha vinto, con quale ribasso, con quali requisiti, quanti subappalti sono stati autorizzati, quante varianti sono intervenute, quanto è aumentato il costo, quanto è slittata la consegna, quali penali sono state applicate, quali responsabilità sono state accertate.
Questa sarebbe la vera rivoluzione.
Non l’ennesima riforma annunciata in conferenza stampa.
Non l’ennesimo Codice scritto come se il precedente fosse stato il problema e non la sua mancata applicazione.
La rivoluzione sarebbe mettere il cittadino davanti al bilancio morale dell’opera pubblica.
Perché oggi il sistema protegge troppo spesso la nebbia.
Dentro la nebbia prosperano gli amici degli amici.
Dentro la nebbia il ribasso diventa variante.
Dentro la nebbia il subappalto diventa scatola cinese.
Dentro la nebbia la società senza mezzi diventa impresa vincitrice.
Dentro la nebbia il funzionario pavido diventa complice involontario.
Dentro la nebbia il politico locale può dire di non sapere.
Dentro la nebbia il cittadino paga e tace.
Il Comitato civico servirebbe proprio a togliere la nebbia.
Ogni tre mesi dovrebbe pubblicare una relazione sugli appalti in corso.
Ogni sei mesi dovrebbe presentare una relazione pubblica in consiglio comunale, provinciale, regionale o davanti all’organo competente dell’ente.
Ogni anno dovrebbe trasmettere un rapporto ad ANAC, Corte dei conti e Prefettura.
Ogni volta che emergano anomalie gravi, dovrebbe poter inviare una segnalazione qualificata agli organi di vigilanza.
Anomalie quali? Ribassi manifestamente incompatibili con i costi del lavoro.
Varianti ripetute e non chiaramente motivate.
Subappalti concentrati sempre sugli stessi soggetti. Ritardi sistematici senza penali.
Aumenti di costo prevedibili fin dall’origine. Imprese prive di reale struttura operativa.
Rotazioni sospette tra concorrenti.
Frazionamenti artificiosi degli affidamenti.
Ricorso eccessivo agli affidamenti diretti.
Mancata pubblicazione degli atti obbligatori. Scostamenti tra progetto e realizzazione.
Cantieri formalmente aperti e sostanzialmente fermi.
Chi ha paura di un Comitato civico di questo tipo deve spiegare di che cosa ha paura.
Se l’appalto è corretto, il controllo civico lo rafforza.
Se l’impresa è sana, il controllo civico la tutela dalla concorrenza sleale.
Se il dirigente è onesto, il controllo civico lo protegge dalle pressioni politiche.
Se l’amministratore è pulito, il controllo civico gli offre una prova pubblica della propria correttezza.
A temerlo resterebbero soltanto gli altri.
Quelli che vivono di ribassi impossibili e recuperi successivi.
Quelli che si presentano poveri alla gara e ricchi alla variante.
Quelli che perdono nei documenti ciò che guadagnano nei corridoi.
Quelli che chiamano flessibilità ciò che il cittadino chiama presa in giro.
Quelli che si indignano per la burocrazia solo quando la burocrazia impedisce loro di fare affari.
Naturalmente, questo Comitato dovrebbe essere formato.
Non basta mettere dieci cittadini in una stanza e consegnare loro un capitolato.
Servono corsi obbligatori su Codice dei contratti pubblici, trasparenza amministrativa, accesso civico, anticorruzione, antimafia, lettura dei bilanci, basi d’asta, subappalti, varianti, sicurezza del lavoro e open data.
Serve una piattaforma pubblica nazionale, collegata ai dati ANAC, dove ogni Comitato possa caricare osservazioni, relazioni e indicatori.
Serve un linguaggio comune.
Serve un metodo.
Questo avrebbe anche un valore pedagogico immenso.
Perché un popolo abituato soltanto a lamentarsi resta suddito.
Un popolo educato a controllare diventa cittadinanza.
La democrazia non è mettere una croce ogni cinque anni e poi attendere che qualcuno rubi meglio o peggio del precedente.
La democrazia è presenza.
È controllo.
È fatica.
È competenza diffusa.
È fastidio civile verso l’opacità.
La pubblica amministrazione italiana non ha bisogno solo di semplificazione.
Ha bisogno di occhi.
Occhi tecnici, occhi giuridici, occhi contabili, occhi investigativi.
Ma anche occhi civici.
Perché dove il potere sa di essere guardato, spesso diventa più prudente.
Dove il potere sa di non essere guardato, prima o poi trova sempre qualcuno disposto a vendergli una scorciatoia.
E allora la proposta è semplice: ogni appalto pubblico deve avere il suo fascicolo digitale, la sua tracciabilità amministrativa, il suo responsabile tecnico e il suo controllo civico.
Ogni opera deve avere un prezzo vero, un’impresa vera, un cronoprogramma vero e cittadini veri che possano controllare se la promessa iniziale corrisponde alla realtà finale.
Altrimenti continueremo con la solita commedia.
Il politico annuncia.
Il dirigente firma.
L’impresa ribassa.
Il cantiere rallenta.
Il costo aumenta.
Il cittadino paga.
E gli amici degli amici, come sempre, brindano lontano dalle telecamere.
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