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Quando si pensa alla figura dell’artista viene spontaneo il riferimento al suo stile di vita.

Cos’è lo stile di vita?

Ognuno di noi è caratterizzato da un suo proprio stile di vita che come affermava il medico e psicologo Alfred Adler – vissuto ai tempi di Freud e Jung e con loro esploratore di  quelle dinamiche dell’inconscio che favoriranno lo svilupparsi della corrente psicodinamica – “è unico ed irripetibile”.

È pur vero che possiamo affermare che sussistono stili di vita che potremmo definire affini.

Vogliamo occuparci a questo proposito dello stile di vita dell’artista che si esprime nei diversi campi della scrittura, della musica, del canto, del teatro, della pittura, della scultura e capire come mai la creatività che esprimono nelle loro opere d’arte sia spesso accompagnata ad uno stile di vita orientato alle dipendenze.

Dipendenze da alcol e da droghe caratterizzano spesso queste persone geniali che, conducendo il più delle volte una vita isolata, si affidano alle sostanze per trovare una modalità di comunicazione espressiva attraverso la realizzazione di un prodotto che deve essere unico.

Ma è vero che si può stimolare la creatività solo se si fa accesso a quello  che  viene comunemente definito “paradiso artificiale”?

Se prendiamo come esempio i luoghi di cultura per eccellenza tra ‘800 e ‘900, come Parigi e Vienna, l’elenco degli artisti che utilizzavano sostanze è elevato e ne è poi  conferma anche la loro morte prematura.

Già i poeti maledetti  quali Baudelaire, Rimbaud e Verlaine assumevano sostanze e pittori come Van Gogh, Toulouse Lautrec, Picasso, Modigliani, Ligabue, Basquiat utilizzavano alcol e/o droghe per poter esprimere le loro emozioni che, alterate dalle sostanze, producevano l’effetto  artistico unico ed irripetibile.

Vittima di alcolismo furono ad esempio scrittori come Poe, Fitzgerald, Hemingway, Bukowsky, Kerouac per citarne solo alcuni.

Non dimentichiamoci poi i musicisti del Club 27 che sono tutti morti in giovane età.

Lo stretto legame tra dipendenza e arte sembra una condanna per quel genio che sopravvive solo se riesce ad alimentare la sua creatività con un carburante tossico. 

Un carburante talmente tossico che lo potrà condurre alla follia.

La storia di alcuni di questi artisti è attraversata anche dalla sofferenza di ricoveri in psichiatria perché,  quando gli effetti delle droghe e dell’alcol non trovano più la canalizzazione dello  sfogo delle emozioni in senso creativo, attivano la mente in senso dissociativo.

Se prendiamo come esempio Van Gogh che manifestava fasi allucinatorie e fasi depressive, possiamo ritenere che si trattasse di disturbi provocati e talvolta amplificati dall’abuso di alcol e di assenzio.

Ci troviamo nel caso del grande artista di  fronte ad una  dipendenza che caratterizza uno stile di vita all’insegna del disagio psichico.

Ai giorni nostri l’artista sembra essere più a rischio che nel passato in quanto può  accedere a nuove forme di dipendenza quali quella legata all’utilizzo di internet.

A dipendenza si aggiunge spesso dipendenza e si crea così un vortice che può arrivare, se si supera una certa soglia, a danneggiare la creatività.

L’artista che assume uno stile di vita – in termini psicologici – finzionale, ricercando la via delle dipendenze, crea un prodotto scollato dalla realtà dove porge al fruitore una visione distante da quell’autenticità creativa che può emergere nell’eseguire un’opera in uno stato di  non alterazione.

La dipendenza è nemica della creatività autentica e per questo è utile nutrire la propria parte creativa con stimoli costruttivi e non distruttivi.

Si può produrre anche senza l’utilizzo di droghe e di  alcol in quanto la vera arte la si trova dentro di sé e non nel fondo di una bottiglia o nel fumo di uno spinello consumati in solitudine.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Arte: cura o espressione della follia?

 

 

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