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GIOVENTU’ INVISIBILE, SCUOLA E PROMESSE…

              PROSPETTIVE SERIE O SI VA VERSO IL PRECIPIZIO?

La Scuola riprende (o ‘dovrebbe riprendere’) quasi a pieno ritmo, consentendo un parziale ritorno di studenti e docenti nelle aule, così riprendendo la didattica in presenza, pur se con una certa alternanza. Questo, ad ascoltare i proclami lanciati dai compartimenti interessati.

Ma i dubbi sulla concretezza pratica delle misure adottate, non sono pochi: anche perché le perplessità e le voci di contrappunto sono molte e peraltro prossime, quando non interne, proprio a detti compartimenti. Ne faccio un elenco sommario: “sì, si riprenderà di presenza, ma la DAD (didattica a distanza) non sarà accantonata”; “sì, però potrebbero esserci problemi con l’affollamento dei mezzi di trasporto”; “sì, ma i docenti chiedono assicurazioni ai Dirigenti Scolastici: vogliono garanzie perché hanno paura temendo il contagio dagli studenti”; “sì, ma gli studenti hanno paura, temono le ‘verifiche’ dopo tanti mesi a casa e pensano che il rientro possa rappresentare un vero e proprio trauma”.

Notate le ultime due dichiarazioni: sono state rese da un rappresentante sindacale (esistono ancora i sindacati? E gli interessi di chi sostengono?), e sono state dominate dall’utilizzo della parola – e quindi – del concetto di ‘paura’.

Parola e concetto distruttivi, quello della ‘paura’, che vanno a incidere principalmente su studenti già seriamente provati da una DAD priva di contenuti di rilievo e di quella energia propria delle aule scolastiche, e segnati da una limitazione delle proprie libertà personali: di espressione, di socialità, di incontro con i coetanei, di confronto, di critica e di contraddittorio.

E soprattutto una macroscopica menomazione di quei diritti che fanno capo alla Costituzione della nostra Repubblica: diritto allo studio in primis, al pari di altri diritti fondamentali menomati da una ‘emergenza’ sanitaria che, in vigore da oltre 15 mesi, non è più ‘emergenza’ (ossia: situazione negativa improvvisa cui si deve far fronte in modo immediato) ma condizione patologica e sofferta, peraltro marchiata da tesi e antitesi sempre più contrastate, profonde e laceranti, e atroci dubbi sempre più vividi.

E – a distanza di più di 15 mesi – insegnanti, famiglie e studenti ancora una volta devono assistere al teatrino di chi accampa l’alibi dei ‘trasporti’ e dei presunti timori, di fronte a una certa qual ripresa della normalità? Evocare ancora una volta allarmismi e patemi, facendo leva sul facile refrain dell’emergenza, insistere sul nero tasto della paura, è da furbastri ed è cartina di tornasole di quel pernicioso scaricabarile che da troppo tempo segna la PA! Incredibile e persino intollerabile, proprio per la gravità della situazione contingente.

Ma questo non è il solo punto dolente: oggi, le esigenze legate all’insegnamento – da un lato – e all’apprendimento – dall’altro – sono radicalmente mutate, e ritengo che ci sia una forte, e fors’anche interessata, miopia al riguardo.

Lo scenario di tipo pandemico ha messo a nudo discrasie, insufficienze, lacune concettuali e programmatiche, umane e tecniche, il prevalere di pulsioni ideologiche (anche devastanti: quali l’imposizione dell’ideologia gender nelle scuole, con letture e tecniche consone più alla pornografia che alle aule scolastiche) su quella che è sempre stata la corretta missione dell’insegnamento: anche perché il ‘nuovo che avanza’ non sempre è degno di ciò che lo abbia preceduto.

Il problema non è tanto riaprire e iniziare con energia a ripristinare i circuiti virtuosi dell’istruzione, quanto il dover prendere atto che gli studenti hanno perso in termini di apprendimento due anni scolastici, e che quel che avevano appreso prima – non alimentato e incrementato da successivi, progressivi, apprendimenti – ha subìto un notevole depauperamento.

Quindi, fin da subito va impostato a tutti i livelli un programma complessivo che – anche con tempistiche serrate, anche chiedendo aiuto a quegli insegnanti in pensione che sentono di poter ancora mettere a disposizione le loro competenze – possa consentire un consolidamento delle basi pregresse, cucendole ai successivi livelli.

Ma vi è anche un aspetto squisitamente sanitario: in ogni plesso scolastico, e a lungo, dovrà intervenire uno psicologo che incontri tutti i giovani al fine di accertare se la situazione abbia segnato qualcuno, disturbandone la psiche e la personalità specie nella percezione della realtà.

Ovviamente, questo potrà essere fatto nel corso del prossimo anno scolastico, che, con idonei interventi del legislatore, potrebbe coincidere con il prolungamento di un anno di tutti i corsi di studio, di ogni ordine e grado: sempreché si voglia dare seguito allo spirito e alla lettera della Costituzione.

Diversamente, queste generazioni di studenti subiranno danni profondi al loro percorso di acculturamento e crescita.

Ma occorre intervenire subito, perché oggi è già domani.

Già il recuperare giusti e consapevoli livelli di attenzione e di concentrazione, non sarà questione risolvibile con un colpo di bacchetta magica, e anche gli insegnanti – pur mobilitatisi al loro meglio – devono riconvertire ritmi e presenze alla ritrovata ‘normalità’, alle nuove esigenze: anche se per fare ciò dovessero approfondire il loro bagaglio professionale.

Peraltro, si tratta di una ‘normalità’ o pseudo tale che non si sa se e quanto potrà durare, se dovessimo continuare a essere imbottigliati nell’attuale girone infernale, preda di un meccanismo perverso cui pare non volersi dare definitiva soluzione.

Se è vero che la politica intende investire nella ‘transizione ecologica’ (un termine caramelloso e pomposo: ma per ora abbiamo solo un nuovo colossale inquinamento derivato da tutti i supporti sanitari e tecnici adoperati per affrontare la c.d. pandemia, cui segue il nuovo, pesante, inquinamento derivato dalla svolta green nel settore dell’energia e dell’autotrazione, al netto dei milioni e milioni di tonnellate di rifiuti urbani che continuano ad ammucchiarsi),  e nella ‘digitalizzazione’ (altro oggetto misterioso: come si può pensare di digitalizzare – sinonimo di ‘progresso’ – il sistema della PA, che annaspa nei mille lacci e lacciuoli di un procedere farraginoso e sedimentato, e di una burocrazia persino sfrontata arrogante nella propria pachidermica lentezza e inefficienza; prima occorre riformare, disincrostare, eliminare, snellire, rendere agile ed efficace un sistema oggi feudale e incongruo.

Dopo, e solo dopo, si potrà procedere alla digitalizzazione del nuovo, snello ed efficace sistema: diversamente sarà come digitalizzare i pittogrammi rupestri dell’epoca preistorica con gli stessi strumenti che ci consentono di andare sulla Luna o su Marte.

Avremmo una preistoria ammantata di modernità, che farà diventare ferrovecchio anche la modernità stessa); se è vero che si deve investire nella sanità pubblica per recuperare il tempo e l’efficienza perduti (altro non-sense: proprio i distruttori della sanità pubblica, coloro che hanno eseguito gli ordini della UE di chiudere ospedali e ridurre posti letto, vogliono gestire i fondi di tali investimenti…), è altrettanto vero che si deve investire anche in tutti i livelli del comparto dell’istruzione (ma di questo, salvo vaghe enunciazioni, non se ne parla proprio: così che il comparto scuola pare destinato a patire l’ennesimo gap, andando a costituire ulteriore elemento discriminante tra i nostri studenti e gli studenti di altre nazioni), al fine di mettere i nostri giovani in reali condizioni di poter apprendere, di poter acquisire solide basi culturali e tecniche, di poter aspirare a inserimenti nel mondo del lavoro dignitosi e tali da consentire di alimentare quel circuito virtuoso che si chiama ‘progresso sociale ed economico’ di una Nazione, e soprattutto in grado di poter reggere il confronto con i loro coetanei negli altri Stati del mondo.

I giovani, che stanno vivendo lo sfascio – a ogni livello: umano, morale e sociale, economico e finanziario – loro e delle loro famiglie; che sono sottoposti ancor più – essendo ‘lavagne bianche’ – a pressioni e ad un virale, martellante, costante, soffocante e non casuale ‘lavaggio del cervello’; che ascoltano preoccupati e inermi i discorsi preoccupati dei genitori; che non hanno la possibilità oltreché le capacità per poter formulare una pur minima programmazione, avviluppati anch’essi nei tempi scanditi da quelle complesse, indecifrabili, bizzarre, contraddittorie decretazioni che consentono una pseudo-vita con tappe quindicinali o mensili; che si sono visto negare di poter pensare al loro futuro, d’esercitare la fantasie e di sognare senza incubi;  i giovani, dunque, oggi non vedono elementi utili a incoraggiarli, anzi pensano a un futuro colmo di incognite  (il che è proprio l’opposto alla loro indole di ‘giovani’ cui è la Natura stessa a delegare il ruolo generazionale di ‘futuro’ prossimo venturo).

Giovani persi nelle mille pieghe di giochini elettronici perlopiù pericolosi e dove la violenza/il cruento la fa’ da padrone, giovani i cui insegnanti colmi di ideologie e carenti di ideali non sono stati capaci di insegnare come si regge correttamente una penna, di come si debba ‘leggere’, di ‘scrivere’, di ‘come si studia’ stimolando l’attenzione, approfondendo e ricercando attraverso la consultazione di libri, così stimolando la curiosità e l’apprendimento indirizzandolo verso la lettura e l’approfondimento.

Gli insegnanti, in nome di concetti simil-liberali, in realtà da anni hanno lasciato i giovani a sé stessi non insegnando loro un ‘metodo di studio’.

E Internet, direte? Internet è un ottimo strumento di ricerca e quindi di approfondimento, cui poter attingere per rendere più completo e significativo ciò di cui già si abbia nozione. Studiare in rete abbandonando il cartaceo, invece, ha altri e diversi presupposti e mette in ballo altre capacità, di cui la più parte degli studenti è carente.

Loro guardano e copiano ciò che trovano, senza porsi molti problemi: 10 minuti e il compito è fatto, 10 minuti e la ‘ricerca’ è completata! Assurdo!!!

Oggi c’è bisogno di veri professori con esperienza e soprattutto ‘voglia’ di insegnare, dedicando tempo e passione: non un occupato, un impiegato statale.

L’insegnante del dopo-caos deve avere la capacità di informare ed educare allo studio, deve saper incuriosire, affascinare e stimolare con le sue spiegazioni di scienze e conoscenze.

Si deve insegnare ai ragazzi a volare alto, a non avere paura (la paura non esiste; si impossessa solo di chi è insicuro e timoroso anche di sé stesso), a non obbedire a regole di un idealismo coercitivo, ad amare la propria intelligenza perché tramite essa assorbono la cultura nel senso più nobile della sua accezione e tramite la cultura ameranno il mondo: e così se stessi, e così gli altri.

Ricevere un’educazione passa dalle famiglie e dalle scuole: ma mentre la scuola può parzialmente sopperire alle carenze famigliari – sempre che lo studente abbia la volontà di istruirsi, di guardare al futuro -, la famiglia non ha armi per sopperire alle carenze della scuola (salvo il farsi carico di altri oneri oggi difficilmente sopportabili).

I giovani di oggi, sottoposti a limiti inimmaginabili solo un anno fa, sono fragili e impreparati, delusi, confusi, scarsamente motivati allo studio, appiattiti da una cultura monca, da un vocabolario approssimativo e modesto e da una grammatica superficiale non hanno né cercano lavoro (con il cattivo esempio di uno stato che con mance e paghette stimola più l’inoperosità che non la ricerca di un lavoro).

Ma l’equazione è perdente, poiché più sono mantenuti, più accantonano l’idea di cercarsi – o almeno tentare di cercarsi – un (sicuramente più faticoso) posto di lavoro.

I teen agers sono sfiduciati e demotivati, hanno paura di diventare adulti e rimandano le decisioni importanti, quelle che prevedono l’assunzione di una qualche responsabilità; nella migliore delle ipotesi il loro futuro sarà segnato dal precariato, sempre più dilagante, consegnandoli a una vita fatta di incertezze.

Giovani che si ritengono sconfitti già in partenza, carenti di una cultura di base (frammentaria, priva di un quadro organico sulla cui base poter formare un qualche valido costrutto, una qualche loro personale idea, incapaci di partecipare a una cultura collettiva e quindi sociale, carenti della cultura comportamentale e morale (assistono al cattivo esempio di un palese permessivismo e di una sempre più scarsa cultura familiare).

Giovani da recuperare, da stimolare, da incentivare, da non far smarrire e da non consegnare al piattume esistenziale: cui far ritrovare interesse alla vita per poter diventare cittadini, membri di un consorzio civile vivo e pulsante, da sottrarre alla massa degli invisibili.

Una gioventù invisibile – quella dei giovani tra i 15 ed i 29 anni, nullafacenti – che in Italia coinvolge milioni di soggetti e che è destinata a crescere, moltiplicandosi in modo esponenziale, se sono vere le tragiche stime che la crisi sanitario-economico-produttiva lascia intravedere.

Quanto pessimismo, potrà dire il Lettore. No, crudo realismo: mi permetto di sostenere; il male, per poterlo combattere, va chiamato con il suo nome e guardandolo, sfidandolo.

E nel sostenerlo, rendo onore a tutto quel corpo docente che quotidianamente, con competenza, abnegazione e anche sacrificio, svolge con competenza e puntualità la propria missione, il proprio compito.

Vi sarà capitato di leggere dei NEET, ossia, riferito alla popolazione giovane, dei not (engaged) in education, employment or training. Termine che si riferisce a quella massa di giovani (dai 15 ai 29 anni: ormai un vero e proprio esercito di invisibili), improduttiva: c’è chi ha abbandonato qualsiasi tipo di educazione scolastica o universitaria, chi non lavora né cerca lavoro né è inserito in un corso di formazione.

Ma il neologismo anglosassone (in Italia ribattezzato con l’onomatopeico ‘Né-Né’ – né questo, né quello – non fotografa un qualche ‘nuovo fenomeno’: costituisce un semplice trucco dialettico per reinventarsi il concetto di ‘disoccupazione giovanile’, quasi che dandole un nome esotico il problema si edulcorasse!

Tutti costoro sono stati posti su un patibolo dove sarà per loro difficile chiedere clemenza a un possibile giustiziere senza volto. Troppe generazioni hanno subito e subiscono le crisi, spesso piegate su sé stesse e preda di uno sconforto profondo che purtroppo – per pudore o inesperienza – spesso non riesce a superare l’uscio di casa, se non quando esplode in forme di aggressivo autolesionismo o rabbiosa violenza.

Tutto il peso di una società dalle molteplici e lampanti incapacità amministrative e gestionali di vertice sta ricadendo sui veri soggetti più fragili: i giovani e gli anziani, due soggetti che rappresentano il passato e il futuro di una nazione.

Due soggetti senza i quali esisterebbe solo un ‘presente’ grigio e vuoto, dove i peggiori incubi si perderebbero nelle grida mute delle anime urlanti.

È il momento del fare senza attendere che ‘qualcuno’ possa o debba fare: è il momento dei fatti, piuttosto che non delle tante parole, giova una vera e propria ‘rivoluzione interiore’ che liberi la mente e consenta all’animo di risollevarsi.

Dobbiamo far sentire socialmente importanti e seguiti i giovani, dobbiamo accudire il nostro stesso futuro, consegnando loro una ‘casa’ pulita e degna di essere abitata; una casa con un solido tetto e dalle quattro solide mura: FAMIGLIA, GIUSTIZIA, SCUOLA e LAVORO, con al centro il più solido dei pilastri di sostegno, senza il quale tutto sarebbe traballante e incerto.  La LIBERTA’!

Roma, 25 Aprile 2021                                                                                Giuseppe Bellantonio

 




LE MELODIE DEI CANTORI DEL VIRUS

 

 

SEMPRE PIU’ POLITICI, SEMPRE MENO SCIENZIATI, SEMPRE MENO OBIETTIVI E TERZI.

 

In un’intervista di poche ore fa, il virologo Fabrizio Pregliasco dà manforte ai politici non senza aver assicurato che la situazione “è diversa da prima” poiché “ogni giorno riusciamo a fare più tamponi”: ambizione primaria, in uno all’imposizione delle mascherine, al divieto di socializzare, alla fissazione di sottoporci a vaccinazioni.

Ma aggiunge “Penso sia giusto andare nella direzione di una chiusura netta degli ingressi esterni” perché “dobbiamo essere pronti a quella ipotesi” (del lockdownn: situazione già prevista fin da Giugno, poiché era facile fare i maghi con uno spartito governativo già scritto e che si sta materializzando con puntualità).

Soggiunge, l’emulo di Gates e degli amanti del terrore sanitario, di “prepararci psicologicamente a scenari peggiori, ma senza l’ansia e il senso di vuoto di quella notte di pre-lockdown”. 

Bella frase da psico-dramma, che non ci spiega sulla base di quali REALI dati sanitari (numero di ricoverati con sintomi, morti PER coronovirus, se e con quali patologie pregresse, ossia quale complicanza sopravvenuta) e con quali mezzi diagnostici SERI tale diagnosi sia stata formulata (visto che i famosi, anzi ‘famigerati’, tamponi NON sono un mezzo diagnostico e che danno risultati non affidabili al 100%: anzi, forse neanche al 40-50%).

Potrebbe anche spiegare, a noi scientificamente ignoranti, rispetto a lui, come mai due o tre centri di ricerca italiani, a fronte di una specifica ricerca, hanno stabilito che NO: PORTARE LA MASCHERINA NON ARRECA CONSEGUENZE ALLA SALUTE (dato amplificato dalla corte dei cantori del virus attraverso un sistema di comunicazione affatto scrupolosa e accertativa, prima di diffondere una qualche notizia).

Strano che ricerche nella Confederazione Elvetica e in quel CDC negli USA dove il guru Fauci la fa da padrone, sostengano l’opposto.

Portare la mascherina, specie per non brevissimi periodi, espone a rischi consistenti.

L’esperto di scienze mediche Pregliasco (che non nasce scienziato in sociologia, o in etica kantiana o freudiana, oppure esperto dei fenomeni sociali, e che non ha certo frequentato una scuola di politica), sostiene poi l’esigenza che va vada

“sottoscritto un grande patto sociale. Un grande sforzo collettivo per ridurre i contatti al minimo indispensabile. Scuola, lavoro: il resto ora va stornato”.

Un esercizio che esula totalmente dalla sua discrezionalità di sanitario esperto di virologia, che suona come premonizione, ovvero anticipazione di ciò che potrebbe avvenire sabato o domenica o tra qualche giorno.

Forse non un blocco totale, ma tanti blocchi che, in ogni caso, avrebbero la stessa conseguenza: devastare ancor più il tessuto sociale e produttivo di questa nostra amata Italia.

Ma con sofisticata metodologia: non sarebbe il potere centrale a ‘chiudere e bloccare’, ma – guarda caso – le singole Regioni…

L’effetto è lo stesso, ma lo ‘scaricabarile’ è assicurato.

Si dirà, così come è avvenuto fino adesso: lo facciamo per voi, per il vostro bene, per la vostra salute.

Peccato che fino a oggi nessuna risposta sia arrivata ai tanti che hanno sollecitato di avere dati CERTI circa: il numero reale dei deceduti PER coronavirus, se e quali patologie pregresse avessero, perché sia stata data disposizione di non eseguire le autopsie metodo insostituibile per conoscere le vere cause di un decesso, come mai tanta indefettibile volontà circa la necessità di somministrare un vaccino, e perché mai vi sia tanta ostinazione nel procedere così come ad oggi fatto eludendo il confronto aperto e pubblico con chi possa sostenere, e motivatamente, tesi diverse: con ciò seguendo  quel principio di cautela e di opportunità che pur è presidio collaudato e certo specie nei casi di valutazioni e/o interpretazioni tra loro contraddittorie, quando non incerte.

Un medico non potrebbe e non dovrebbe parlare della necessità di un qualche ‘patto sociale’ che possa intercorrere tra ‘carnefice’ e ‘vittima’, ossia tra chi vuole imporre delle misure restrittive e chi tali misure deve subire: quasi che chi dovesse/potesse subirle possa egli stesso sollecitarle!

Se patto sociale deve esservi, e peraltro è di per sé già implicito, è che lo Stato operi nell’interesse ESCLUSIVO dei Cittadini, per il loro benessere fisico, psichico e materiale, oggi messi tanto a dura prova: checché possano dirne guitti e soubrettine nel contesto di un’informazione drogata e tossica, parziale e omissiva, menzognera.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Giuseppe Bellantonio

per BetaPress




La semantica della pandemia

A PROPOSITO DI SARS2-COVID:                                                   L’IMPORTANZA DELLE PAROLE. 

Gli avvenimenti susseguitisi in Italia e nel Mondo negli ultimi 10 mesi ca. hanno radicalmente cambiato gli scenari globali: sociali, politici, economici e strategici.

Negli ultimi mesi, però, specialmente in Italia, abbiamo assistito a un balletto di dichiarazioni, dati, decretazioni d’urgenza e quant’altro, all’insegna di una ‘emergenza’ dichiarata e di una ‘pandemia’ non dichiarata esplicitamente da una OMS ondivaga che sostiene tutto e il contrario di tutto.

Una mole di dati così consistente da far sentire smarriti i più, travolti da tesi e antitesi, ma ormai principalmente da dubbi, per giungere a conclusioni in cui le risposte – balbettanti o omissive da parte degli enti preposti, estremamente vaghe e fumose da parte dell’informazione generalizzata e annacquata – vengono ricercate dai Cittadini in un fai-da-te fatto di passaparola, verifiche sul web, scambio di articoli e interventi riportati sempre in rete: quella rete che, peraltro, ha subito forti limitazioni e censure in nome di scelte ‘politicamente corrette’ che si sono trasformate in scelte scorrette nei confronti della libertà di informazione e di quella di espressione.                                

I Cittadini, frastornati, si sono trovati a contatto con terminologie – non di rado anglofone ma spesso di natura clinica e sanitaria – e fraseggi utilizzati pubblicamente con finalità complessive di estremo allarme sociale, monito o indirizzo sanitario.          

Certamente, la cosa che è sotto gli occhi è che pare esserci una strana concertazione: il tizio indossa una mascherina a Berlino, Caio e Sempronio copiano il gesto il giorno successivo a Roma o Madrid; una tesi o una controtesi definita a Parigi trova eco o smentite ad Amsterdam o New York…

Lo stesso dicasi per allarmi o improvvise recrudescenze, e persino per l’utilizzo di precisi termini: ad esempio ‘contagio’ o ‘focolaio’.  

Al riguardo, vocabolario alla mano, vediamone più da vicino i significati reali:   

 EMERGENZA: (coniugabile con ‘emergente’, che emerge, che succede, che si palesa, che deriva o scaturisce) che nasce inaspettatamente, rif. a caso o accidente impreveduto. Ovviamente l’emergenza ha carattere temporaneo, diversamente si tradurrebbe in secca limitazione o violazione della sfera inalienabile di diritti e libertà.               

PREVEDERE: anti vedere, prevenire, prevenire fatti o circostanze.

PREVENIRE: premunirsi attivamente contro danni, disgrazie o altro.

PREMUNIRE/PREMUNIRSI: provvedersi prima adottando idonee tutele.

MALATTIA: qualunque alterazione dello stato di salute, suscettibile di cure.  

MALATO: chi o che ha una malattia; chi sia o si sente male.

INFEZIONE: condizione patologica e quindi malattia prodotta da sostanze microbiche, virali, batteriche o fungine, esterne.   

INFETTO: che, affetto da infezione e quindi malato, spande esalazioni perniciose ovvero che trasmette in modo attivo contagio, così comunicando una malattia.  

INFETTATO: che patisce un’infezione così ammalandosi.                        

CONTAGIO: trasmissione di una malattia per mezzo del contatto: materia impercettibile (es.: alito, saliva) che serve a comunicare patologicamente la malattia.

FOCOLAIO: centro attivo di infezione.                                                      

CASO: malattia particolarmente contagiosa ovvero difficile da curare.                                  

Nella fattispecie qui trattata, quella dell’epidemia da virus in Italia, saltano subito agli occhi almeno quattro situazioni anomale, ossia quelle legate ai termini EMERGENZA, PREVENIRE, CONTAGIO, FOCOLAIO e CASO.   

Ma ciò non prima di aver evidenziato e sottolineato che nel corpo umano – intestino, pelle, vie respiratorie e urinarie, vivono stabilmente e senza creare danni ca. 50 mila miliardi di batteri, virus, funghi e lieviti: solo i virus sono alcune miglia di miliardi.        

Vediamone sinteticamente, ponendoci degli interrogativi, auspicando che qualcuno possa assisterci con delle rispose plausibili, logiche, scientificamente assistite dalla letteratura medica.                                 

È possibile sostenere di aver dovuto sostenere una situazione di emergenza, quando il doversi riferire a una condizione di emergenza era stato già stabilito per tabulas un mese prima dei primissimi casi in Italia, almeno tre mesi dopo i primi casi in Cina, e cinque dopo le strane ‘influenze’ patite anche da atleti in trasferta in Cina?     

In stretta relazione a quanto sopra, perché a livello governativo è stato sostenuto che non esistevano preoccupazioni e che tutto era stato predisposto per prevenire e affrontare ogni situazione, mentre invece nulla era stato fatto a livello di prevenzione, tant’è che le innumerevoli (quanto incerte) vittime, specie tra il personale sanitario, infermieristico e ausiliario (letteralmente, mandato allo sbaraglio) hanno ricevuto terapie inadeguate se non mortali?                                     

Diffondendo e sostenendo l’esistenza di focolai si vuol dire che esistono sacche attive con malati sintomatici, ricoverati, assistiti e curati?               

Dando notizia che ci troviamo di fronte a ‘ondate’ riferite ad alta diffusione di contagi, fors’anche in stretta relazione ai citati ‘focolai’, significa che ci troviamo di fronte a nuovi soggetti cui è stato trasmessa (contagio) la malattia, il virus, e quindi anch’essi ricoverati, curati, assistiti?

Ma le parole hanno anche significati più pregnanti se riferite allo specifico ambito medico.                                                            

È questo il caso di… caso: un altro termine adoperato con una leggerezza ed una superficialità sconcertante: chi lo adopera vuol trasmettere ai cittadini – così contribuendo a mantenere ovvero determinare uno stato di allarme, timore e paura – il concetto che si sono scoperti (ovvero si sono manifestati: ovviamente, con sintomatologia specifica) nuovi soggetti affetti dal virus, inteso quale malattia conclamata e quindi attiva particolarmente contagiosa ovvero difficile da curare.

Ma è davvero così? Decisamente no!

Perché diversamente, i malati sarebbero ammucchiati gli uni sugli altri, a strati: negli ospedali, sui prati, negli stadi… e non basterebbero tutti i medici e gli infermieri del Mondo neanche per dar loro un’aspirina!

Ma allora, di chi e cosa stiamo parlando?

A prescindere da rari casi reali (malati con sintomi palesi, certi e inequivocabili), si fa riferimento ai soggetti ‘positivi’ al tampone (screening adoperato massicciamente, al pari dell’esame sierologico, ma dalle diverse finalità cliniche, data l’originario scopo per entrambi di raccolta dati a fini epidemiologici), ma non certo malati (chiamateli, se volete, ‘portatori sani’ o soggetti che si sono ‘incontrati’ con il virus, producendo idonea immunità: quindi, si tratta di soggetti non contagiosi).                                          

Ecco allora anche l’usato e abusatissimo (per l’improprietà dell’utilizzo) termine contagio, merita chiarezza dovendosi distinguere tra persona contagiata e persona che ha incontrato il virus.                                                                       

Il contagiato è persona che presenta i sintomi della malattia: è quindi malato, e oggetto di adeguate terapie in ambiente ospedaliero. gli altri sono sani come pure ‘protetti’.

Mi spiego ancor meglio: ogni giorno, ciascun essere umano entra in contatto con decine di virus diversi quasi sempre innocui o nei confronti dei quali si siano sviluppate autonomamente difese immunologiche, degli anticorpi; quindi, non per questo siamo contagiati

E le stime ci suggeriscono che oltre 1/3 della popolazione italiana ha ‘incontrato il virus’: ossia almeno 20.000.000 di Italiani ha ‘incontrato il virus’ sviluppando degli anticorpi.

Per questo, secondo il ‘ragionamento’ dei soloni delle costosissime task-forces e quant’altro, devono subire quarantene o altre misure restrittive, anche a carattere prudenziale?

Non credo abbia molto senso, specie sotto il profilo della correttezza clinica.                                

A meno che – e pongo un quesito retorico, in questa sede – vi sia uno strettissimo nesso tra mantenimento dello stato di paura e di obblighi coercitivi, e interessi inconfessabili (ma sempre più evidenti) delle aziende farmaceutiche verso la fissazione ad ogni costo di nuovi obblighi vaccinali.                                              

E sentir correre frasi come il virus continua a circolare’ il virus non è ancora stato sconfitto, eliminato, debellato rappresenta un’offesa all’intelligenza delle persone, alla Scienza medica, agli stessi morti per (causa solo apparente) un virus che è già mutato più di 300 volte: a meno che non sia stato già scoperto un rimedio contro il banalissimo, semplicissimo, virus del raffreddore!              

Quindi, i Cittadini si trovano davanti all’utilizzo di una terminologia menzognera, atta a generare paura e disinformazione, posta in essere da soggetti incompetenti o da una rete di soggetti tra loro connessi da interessi e complicità.                                                                                    

L’establishment ufficiale e quello filogovernativo – che non si danno pensiero di ascoltare e/o verificare con rigore scientifico le argomentazioni di segno opposto alle loro e nettamente in contrasto alle loro azioni, così omettendo di operare in base al principio di prudenza e cautela – etichettano tutto ciò che li critica con il termine fake-news (notizie spazzatura) giungendo persino a definire negazionisti quegli studiosi e quegli scienziati che osano confutare parole e azioni ritenute persino dannose per le persone.

Assurdità lessicale, anche in questo caso, attraverso l’utilizzo di un termine dalle caratteristiche ben definite, con il fine di creare un vero e proprio sfregio verso chi ha semplicemente dato luogo al proprio diritto di espressione e di critica sostenendolo con concreti dati scientifici, sociali e sanitari.

Ma tant’è, poiché simile comportamento – peraltro, tipico di ideologie e di regimi assolutistici e dittatoriali che, a corto di motivazioni, amano criminalizzare chi a loro si opponga o chi semplicemente critiche il loro agire – è quello che gli Italiani devono oggi affrontare.

 

Giuseppe Bellantonio

   per BetaPress

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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