Camillo Ruini, il cardinale che non arretrava davanti al relativismo etico dei nostri tempi
È morto martedì sera a Roma, a 95 anni, il cardinale Camillo Ruini. Con lui se ne va una delle figure più influenti della Chiesa italiana degli ultimi decenni, sempre lucido, fulminante nel giudizio politico e gran tessitore di rapporti con figure di primo piano della cultura e del sociale, per contrastare l’avanzata del relativismo etico e per arginare la deriva catto-dem, che dopo di lui si è imposta in molti gangli vitali della cattolicità del nostro paese.
Personalmente – se mi è consentita una digressione di tipo autobiografico – devo molto al cardinale Ruini perché fu l’uomo che, nel settembre del 1989, mi assunse alla neonata agenzia SIR (Servizio informazione religiosa). Si tratta della agenzia stampa della CEI, oggi agensir.it, che ebbe come fondatori Giovanni Fallani e Paolo Bustaffa, e che nacque in un momento in cui la Chiesa italiana stava ridefinendo il proprio ruolo pubblico e aveva bisogno di una voce capace di sostenere e coordinare le oltre 150 testate diocesane della FISC (federazione settimanali cattolici) sparse nel Paese.
La lucidità e lungimiranza di Ruini si manifestò con la creazione di un apparato comunicativo della CEI (Conferenza episcopale italiana) che comprendeva, oltre al SIR, il quotidiano Avvenire, le Radio Inblu e TV2000, il tutto coordinato dall’Ufficio nazionale per le comunicazioni sociali che rispondeva direttamente a Ruini prima come segretario e poi come presidente dei vescovi. La CEI aveva, con questa struttura poliedrica, la possibilità di far giungere notizie e commenti ai molteplici livelli dei mass media dell’epoca, capacità che oggi si è affinata anche con la presenza su internet con siti dedicati.
Per me, giovane giornalista, Ruini fu un maestro esigente e lucidissimo. Solo per ricordare un tratto della sua personalità di vescovo, nei primi anni del mio lavoro al SIR Ruini convocava la redazione una volta al mese per fare il punto sui principali temi ecclesiali e sociopolitici, alla presenza di volta in volta di teologi e testimoni di primissimo piano del panorama politico e culturale italiano. Immaginate cosa possa avere rappresentato questo stile coinvolgente per un giovane giornalista come il sottoscritto: era il balzo nel vivo del dibattito nazionale, con una Chiesa che non stava dietro le quinte, ma diceva “la sua” ed era ascoltata dal sistema politico e dei media. Occorre aggiungere che la “chiesa di Ruini”, il quale aveva avuto carta bianca da Giovanni Paolo II, da taluni anche al suo interno era temuta e contrastata, ma era chiara e limpida nel difendere la dignità del mondo cattolico. Il cardinale aveva un alto senso della dignità propria del corpo ecclesiale e non voleva che nessuno ne approfittasse o lo strumentalizzasse. Al contrario, per tutti gli anni del suo governo della Chiesa italiana, si dette da fare per “far pesare” il voto dei cattolici di fronte a partiti politici che non potevano non tenere conto dei “principi non negoziabili” che Ruini difendeva con forza e senza infingimenti. A mio avviso Ruini è stato per la Chiesa italiana un punto di riferimento che oggi appare quasi irripetibile.
Dalla “Reggio rossa” alla guida della CEI
Nato nel 1931 a Sassuolo e cresciuto nella Reggio Emilia profondamente segnata dal comunismo emiliano, Ruini entrò presto in seminario. Ordinato sacerdote nel 1954, divenne docente di filosofia e teologia, poi vicario generale della diocesi.
Giovanni Paolo II lo notò presto: nel 1983 lo nominò vescovo ausiliare di Reggio Emilia‑Guastalla; nel 1986 lo chiamò a Roma come segretario generale della CEI; nel 1991 lo volle vicario del Papa per la diocesi di Roma e quindi presidente della CEI, incarico che Ruini avrebbe mantenuto fino al 2007, guidando l’episcopato italiano per oltre quindici anni. Una longevità che dice molto della fiducia che Wojtyła riponeva in lui.
Ruini e la politica: amicizie, battaglie, visione
Molto si è scritto della sua influenza politica. È vero: Ruini aveva amicizie profonde e trasversali. Con Silvio Berlusconi mantenne un rapporto personale e riservato, anche nei momenti più difficili delle vicende giudiziarie del Cavaliere. Con Romano Prodi, di cui celebrò le nozze, condivise un tratto di strada, fino alla rottura definitiva quando Prodi scelse la confluenza nel PD. Diversi parlamentari di primo piano, alcuni ancora in carica oggi, devono a lui la loro carriera, nel senso che li incoraggiò a buttarsi nell’agone politico, schierandosi nel centro-destra che nacque con Berlusconi proprio nei suoi anni di reggenza della CEI.
La “frattura” (politica e non umana) con Prodi segnò simbolicamente la divisione del mondo cattolico: da una parte chi riteneva inevitabile l’alleanza con gli ex comunisti; dall’altra chi, come Ruini, vedeva in quella scelta un cedimento culturale e politico e un errore dal punto di vista etico, per l’insieme dei “valori” sostenuti dal partito erede del PCI, che non potevano andare d’accordo con la dottrina sociale della Chiesa e i suoi risvolti morali (aborto, unioni gay, manipolazioni genetiche, scuola libera ecc.).
Ruini non ebbe mai esitazioni: per lui la Chiesa doveva stare dalla parte della democrazia sostanziale, del pluralismo, della libertà da ogni condizionamento ideologico, tentato soprattutto da parte della sinistra politica, culturale e giudiziaria. Non era un conservatore per “nostalgia”, ma per convinzione antropologica e direi anche teologica.
Family Day, Movimento per la Vita, Legge 40
Ruini fu, tra l’altro, tra i promotori dei Family Day, sostenne con forza il Movimento per la Vita di Carlo Casini, difese senza tentennamenti la famiglia naturale fondata su un uomo e una donna, fece quanto in suo potere per convincere la politica a difendere e promuovere la scuola cattolica, che era ed è sì “privata”, ma svolge una funzione totalmente pubblica e quindi ha diritto al pari trattamento per i suoi allievi e le loro famiglie.
La sua battaglia più nota resta quella sulla Legge 40 sulla procreazione assistita: la CEI da lui guidata si schierò con compattezza contro i quattro referendum abrogativi del 12 e 13 giugno 2005. Il quorum non fu raggiunto, e quella fu una delle sue vittorie più nette.
Su aborto, unioni civili, eutanasia e fine vita (caso Eluana Englaro ecc.), Ruini non conobbe ambiguità. Era un uomo che credeva nella forza della verità, che difese sempre la sacralità della vita. Qualcuno lo aveva chiamato il “Richelieu di Giovanni Paolo II” o il “dottor sottile” della Chiesa, per le sue note abilità diplomatiche, ma a mio avviso Ruini non credeva e non praticava la diplomazia delle sfumature. Per lui contava soprattutto la chiarezza del pensiero e delle posizioni. Niente ambiguità, o le cose sono bianche, o sono nere! A questo si ispirava.
Un cardinale contro le derive progressiste
Certi vescovi lo temevano, alcuni lo osteggiavano apertamente. Ruini non si lasciava impressionare.
Sosteneva che la Chiesa italiana doveva evitare “sbandate” culturali e politiche. E in effetti, sotto la sua guida, l’episcopato non conobbe derive progressiste né aperture verso l’agenda LGBT o verso l’ideologia dell’inclusione acritica oggi così diffusa.
Oggi, guardando a certe ambiguità di settori ecclesiali, viene spontaneo pensare che se ci fossero state più figure come la sua, la Chiesa italiana avrebbe forse mantenuto una maggiore coerenza con la visione antropologica espressa in particolare dai due grandi pontefici Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Guarda caso i due papi che lo stimarono e che lui servì fedelmente per oltre trent’anni.
Un ricordo personale
Quando penso a Ruini, non ricordo solo il presidente della CEI, il vicario del Papa, il cardinale che parlava con i potenti. Ricordo l’uomo che, nel mio primo giorno alla SIR, mi disse: «Ricorda che qui si lavora per la Chiesa, non per noi stessi». Era il suo stile: essenziale, diretto, senza retorica. In pratica mi aveva ammonito a non concepire il servizio giornalistico come un qualcosa di narcisistico, bensì come una occasione per crescere nella conoscenza del mistero della Chiesa fatta di gerarchia e fedeli laici, di autorità e di spirito di servizio, di liturgia e di azione nel sociale. In sintesi, mi pare di poterlo ricordare come una persona sempre vigile e responsabile. Credo che quel forte senso di responsabilità — così rara oggi — sia il suo lascito più prezioso.
Una stagione irripetibile per la Chiesa italiana
Con la morte di Camillo Ruini si chiude una stagione a mio avviso irripetibile della Chiesa italiana. Una stagione fatta di coraggio, di idee chiare, di battaglie culturali combattute senza paura di essere impopolari.
Ruini non cercava il consenso: cercava la verità ed era fedelissimo al Vangelo, che al momento opportuno e senza timori reverenziali verso l’interlocutore di turno, citava con pertinenza di linguaggio e forza di messaggio. E per questo, nel bene e nel male, resterà una figura che ha segnato un’epoca.
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1 ha pensato a “Camillo Ruini, il cardinale che non arretrava davanti al relativismo etico dei nostri tempi”