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Il Virus fa paura.
Fanno paura i morti.
Fanno paura i contagiati e persino gli amici che distrattamente ci tendono la mano per salutarci infrangendo i divieti e le regole di sicurezza.

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Il Virus fa paura.

Fanno paura i morti.

Fanno paura i contagiati e persino gli amici che distrattamente ci tendono la mano per salutarci infrangendo i divieti e le regole di sicurezza.

La verità è che siamo di fronte ai nostri peggiori fantasmi quelli evocati, finora, soltanto dalle pellicole di Hollywood.

La Pandemia tocca da vicino la sopravvivenza di ognuno di noi, la sopravvivenza della specie umana.

Dalla fine della seconda guerra mondiale in rarissime occasioni si sono sfiorate catastrofi di dimensione globali e tali da mettere l’intera umanità in pericolo.

In questi giorni, però, assistiamo a rappresentazioni della paura e dell’orgoglio di specie tra le più disparate.

Solidarietà e appelli all’unità nazionale fanno da contraltare al nascere di provocazioni e conflitti tra gli stati nazionali in ambito europeo e mondiale.

Esiste, allora, un naturale “orgoglio di specie” capace di salvare l’intera specie umana quando si approssimano eventi tali da metterne a rischio la stessa esistenza?

Negli ultimi anni i colossal cinematografici hanno prodotto molto materiale sul tema rendendo il filone “disaster” o “doomsday” uno dei più redditizi per l’intera industria.

Grazie a molti film del genere ci siamo confrontati con scenari ritenuti improbabili ma che hanno fornito una chiave di lettura della natura umana alle prese con le più disparate minacce di estinzione di ogni organismo vivente.

Nella pellicola “Io sono Leggenda” del 2007, per la regia di Francis Lawrence, il mondo, nel 2012, viene colpito da una pandemia che uccide il genere umano trasformando tutti in vampiri. L’unico sopravvissuto è il medico Rovert Neville, interpretato da Will Smith.

Rimasto solo in compagnia del suo cane, in una New York, deserta, si prodiga per sopravvivere e scoprire un vaccino per curare la terribile pandemia.

Fanno venire i brividi le sue parole alla ricerca disperata di umani ancora in vita:

“Mi chiamo Robert Neville”.

“Sono un sopravvissuto che vive a New York. Sto diffondendo messaggi radio in modulazione di frequenza. Sarò al molo di South Street Seaport ogni giorno, a mezzogiorno, quando il sole è più alto nel cielo.

Se siete lì fuori, se qualcuno di voi è lì fuori, posso darvi da mangiare, posso darvi un tetto, posso proteggervi.

Se c’è qualcuno lì fuori, qualcuno… per favore. Voi non siete soli.”

Voi non siete soli.

Finisce con queste parole la quotidiana ricerca dei sopravvissuti da parte del protagonista del film.

L’orgoglio di specie che irrompe nelle nostre coscienze, da queste immagini, è forte ed infonde negli animi paura e solitudine.

Paura e solitudine che ci ricordano di essere umani e ci spingono a lottare gli uni con gli altri contro il nemico comune.

Purtroppo, “Io sono Leggenda” non é l’unico film che abbiamo visto sul tema.

Ce ne sono stati molti altri negli ultimi 20 anni.

Nel 2009 esce in tutte le sale il Film dal titolo “2012” per la regia di Roland Emmerich.

La pellicola immagina un Mondo, anche in questo caso siamo nel 2012, destinato a scomparire a causa di tempeste solari che provocheranno disastri naturali fino alla completa estinzione della razza umana.

Nella sceneggiatura, tuttavia, gli scienziati delle superpotenze scoprono il tragico destino dell’umanità con due anni di anticipo ma i politici, al comando dei potentati economici, decidono di tenere segreta la notizia per tutto il tempo necessario a programmare un piano di salvataggio.

Il Piano consisterà nel costruire delle Arche che, in un mondo alle prese con l’innalzamento dei mari, consentiranno di salvare non più di tre milioni di individui selezionati sulla base delle classi sociali di appartenenza e sulla ricchezza personale.

Alla fine solo una piccola parte dell’umanità sembrerà salvarsi, quella a bordo delle Arche, quella appartenente alle classi dominanti o capace di pagare la cifra di un miliardo di dollari per il prezzo del biglietto.

Sul finire del film, il fortunato equipaggio delle Arche si rende conto che, nonostante il mondo abbia una nuova morfologia, ci sono altri sopravvissuti. La razza umana non si estinguerà nonostante gli egoismi e le prevaricazioni dei più forti.

L’approssimarsi della fine del genere umano, nel film, spinge gli uomini gli uni contro gli altri, i ricchi contro i poveri, i potenti contro i deboli.

Ritornano le conclusioni del filosofo Hobbes con la sua teoria su l’istinto di sopraffazione e l’istinto di sopravvivenza per un mondo dominato dalla massima Homo homini lupus, l’Uomo, cioè, è un lupo per l’Uomo.

Il film di Lawrence, ci dà un segno di speranza.

Il dottor Neville parla con le parole di Gesù che ai suoi discepoli dice “come io vi amato, cosi amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13,34) e con quelle del Principe Siddharta, il Buddha che presenta nei Tre Segni dell’Esistenza alla base del buddismo, il concetto del “non sé”, l’idea, cioè di un genere umano composto da miliardi di individui ma da un unico “sé” e da un unico cuore.

In questi giorni la paura, l’isolamento ed il bombardamento mediatico che uniscono in un’unica trama narrativa solidarietà ed egoismi, ci pongono di fronte agli stessi scenari: quegli dell’amore compassionevole e quegli dominati dai peggiori istinti di conservazione.

Non é questa la sede per andare oltre negli oscuri sentieri delle ragioni del bene e del male.

La Politica avrà la responsabilità di non lasciarci soli con le nostre paure e di trovare la strada per uscire da questo momento difficile.

Quando tutto sarà finito, però, ognuno di noi dovrà ricordare che esistiamo da milioni di anni e che all’approssimarsi della fine l’orgoglio di specie ha sempre prevalso sugli egoismi e le prevaricazioni.

Quando tutto sarà finito non dovremo dimenticare il tempo delle mascherine ed impegnarci ad essere migliori.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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