Agosto 10, 2026
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Avete presenti quelle immagini di guerra sfocate, di colore grigiastro, mandate in onda nei notiziari televisivi, dove si vedono motoscafi veloci in mare o carri armati che si muovono sul terreno? E avete presente cosa succede pochi secondi dopo?

Boom!!! Esplodono, vanno in briciole tra le scintille. Noi assistiamo a quei video di distruzione e sappiamo che lì dentro ci sono uomini che sono morti all’istante. E’ la nuova guerra cibernetica, gestita con un mouse o un joystick. Terribile. Fredda. Spietata.

Siamo ai “limiti” o già oltre l’accettabile?

Dobbiamo ammettere che c’è qualcosa di profondamente nuovo — e insieme di profondamente inquietante — nelle guerre contemporanee. Non sono più soltanto i soldati a combattersi sul terreno con carri armati, artiglierie o armi leggere. Sempre più spesso la battaglia avviene a distanza, attraverso schermi e visori, dove piccoli oggetti volanti teleguidati inseguono bersagli che appaiono come puntini in movimento.

Sono uomini, ma sembrano quasi figure astratte. Sono soldati, ma appaiono come segni su una mappa elettronica. Sono vivi — e pochi secondi dopo non lo sono più.

L’utilizzo dei droni segna forse più di ogni altra innovazione tecnologica il passaggio dalla guerra combattuta alla guerra osservata. Chi guida un drone può trovarsi a centinaia o anche migliaia di chilometri dal campo di battaglia. Non sente l’odore del fumo, non avverte il fragore delle esplosioni, non percepisce il terreno sotto i piedi. Vede soltanto immagini su uno schermo: veicoli che avanzano, uomini che si muovono, sagome che si disperdono quando si accorgono di essere stati individuati.

E poi preme un comando.

In quel gesto — semplice, quasi neutro — si consuma una frattura profonda nella storia della guerra. Perché la guerra, per quanto terribile, ha sempre comportato una reciprocità del rischio: chi combatteva metteva in gioco la propria vita tanto quanto quella dell’avversario. Anche nelle guerre più spietate esisteva almeno questa simmetria: chi sparava poteva a sua volta essere colpito.

Con i droni questa simmetria si spezza: chi colpisce non è colpito. Chi uccide non rischia. Chi distrugge non viene distrutto.

Armi micidiali difficili da intercettare

Questa non è più soltanto teoria. È la realtà concreta dei conflitti in corso.

Nella guerra tra Ucraina e Russia i droni sono diventati l’arma dominante. Si stima che ogni giorno vengano lanciati centinaia — talvolta migliaia — di piccoli droni esplosivi contro trincee, mezzi blindati e postazioni nemiche. Molti di questi sono droni relativamente economici, adattati da modelli civili e trasformati in bombe volanti. In alcune fasi del conflitto si è calcolato che oltre il 60–70% delle perdite sul campo sia stato causato proprio da droni o da munizioni teleguidate. Il carro armato, simbolo delle guerre del Novecento, è diventato un bersaglio vulnerabile osservato dall’alto.

Anche nella guerra di Gaza i droni sono ormai una presenza costante. Vengono utilizzati per sorvegliare le strade, identificare obiettivi e colpire con missili di precisione. Spesso i combattimenti urbani sono preceduti da lunghe osservazioni dall’alto: prima si guarda, poi si decide, infine si colpisce. Il drone diventa così l’occhio permanente della guerra.

Nel confronto tra Iran e Israele e gli USA, scoppiato nei giorni scorsi,  l’uso di droni e missili teleguidati ha assunto una dimensione ancora più ampia. In alcuni attacchi recenti sono stati lanciati centinaia di droni contemporaneamente, in vere e proprie ondate coordinate con missili balistici e da crociera. Qui il drone non è più soltanto un’arma tattica, ma diventa parte di una strategia su vasta scala.

In questi e vari altri casi di conflitti in corso, l’operatore si trova spesso a centinaia o migliaia di chilometri di distanza dal bersaglio. La guerra diventa un’operazione remota, condotta attraverso sensori e immagini satellitari.

Si potrebbe dire che il drone è diventato l’arma universale delle guerre contemporanee: relativamente economico, preciso, difficile da intercettare e soprattutto capace di colpire senza esporre direttamente chi lo utilizza.

Se la morte perde il suo peso “morale”

È questa distanza che introduce un elemento nuovo di disumanità. Non soltanto perché si muore — si è sempre morti in guerra — ma perché si muore davanti a qualcuno che non è davvero presente.

Non è un caso che molti operatori di droni parlino della loro esperienza con termini che ricordano quelli dei videogiochi. Non per superficialità o cinismo personale, ma perché lo strumento stesso crea una distanza psicologica. Lo schermo protegge. Il visore filtra. La tecnologia attenua.

La guerra diventa così qualcosa di asettico. Non meno reale, non meno tragica — ma più lontana dall’esperienza umana diretta. È una guerra senza contatto, senza sguardo, senza prossimità. Una guerra in cui l’altro non è più un nemico in carne e ossa, ma un bersaglio identificato da coordinate satellitari.

E in questo sta il suo lato più inquietante: la morte inflitta a distanza tende a perdere il suo peso morale immediato. Non perché chi combatte sia privo di coscienza, ma perché la struttura stessa di questo tipo di guerra rende più facile separare l’azione dalle sue conseguenze.

L’esplosione avviene lontano. Il dolore resta invisibile. I corpi non si vedono più.

È ancora guerra, oppure è una inedita barbarie?

Si potrebbe dire che la guerra dei droni realizza il sogno più antico di ogni esercito: colpire senza essere colpiti. Ma proprio per questo solleva una domanda etica radicale: è ancora guerra, o è qualcosa di diverso?

È ancora uno scontro tra uomini, oppure è diventata una forma di eliminazione tecnica del nemico?

Il rischio è che la guerra diventi più facile da iniziare proprio perché è più facile da sostenere. Se nel proprio fronte non ci sono bare che tornano a casa, se non ci sono soldati esposti direttamente al pericolo, la decisione di colpire col drone può sembrare meno grave. La distanza fisica diventa distanza morale.

Eppure, dall’altra parte dello schermo, sul campo, gli uomini continuano a morire come sempre: con paura, con dolore, spesso senza possibilità di difesa. Un drone che scende dall’alto non lascia quasi scampo. Non si può negoziare con una macchina, non si può fermare con il coraggio, non si può affrontare a viso aperto.

È una forma di combattimento profondamente asimmetrica, dove uno vede e l’altro è visto, uno colpisce e l’altro subisce, uno decide e l’altro non può che tentare di fuggire, per lo più senza riuscirci perché il drone è più veloce di lui.

Limiti etici e politici al loro utilizzo

Di fronte a questa evoluzione la domanda inevitabile è: quale alternativa abbiamo?

La tecnologia non può essere fermata. I droni esisteranno comunque, e sempre più sofisticati. Non è realistico immaginare un ritorno alle guerre di un tempo, ammesso che fossero più umane. Ma proprio per questo diventa necessario interrogarsi sui limiti morali e politici del loro impiego.

Se la guerra diventa troppo facile, diventa anche più probabile. Se uccidere diventa un’operazione tecnica, diventa anche più accettabile. Se la distanza cancella la percezione del dolore che si infligge, la violenza rischia di moltiplicarsi.

Forse l’unica alternativa reale non è tecnologica ma politica e morale: ricostruire un senso di responsabilità che la distanza tende a dissolvere. Ricordare che dietro ogni punto sullo schermo c’è una persona. Che ogni bersaglio ha un volto. Che ogni esplosione lascia una storia interrotta.

La guerra dei droni ci mette di fronte a una verità scomoda: l’umanità non è garantita dagli strumenti che usa, ma dallo sguardo con cui li usa. E se quello sguardo si spegne — se il nemico diventa soltanto un’immagine — allora la guerra rischia di diventare qualcosa di ancora più freddo e impersonale di quanto sia mai stata.

Non una lotta tra uomini, ma un’operazione tecnica. Ed è proprio questa, forse, la forma più inquietante di disumanità.

I governanti dovranno rifletterci seriamente. Lo dicono le cifre elevatissime di vittime. Lo dice la responsabilità etica,  che in qualche modo ricade anche sui popoli che li usano.

 

Autore

  • Giornalista professionista, ha lavorato dapprima in Lombardia come direttore scolastico e pubblicista presso diverse testate, passando poi al giornalismo full-time a Roma come redattore esperto alla Agenzia stampa SIR della Conferenza Episcopale Italiana. I suoi interessi principali riguardano la cultura religiosa, l’impatto delle nuove tecnologie sulla vita delle persone, le problematiche geopolitiche nei loro riflessi economici, sociali e anche spirituali.

     

     

     

    Collaboratore esterno


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