La rivolta partirà da una pompa di benzina
Quando il pieno diventa un privilegio, la pazienza collettiva entra in riserva. E un Paese costretto a scegliere tra il carburante, la spesa e le bollette non resta civile per decreto
In Italia il cittadino non va più al distributore per fare benzina. Va a celebrare il funerale del proprio stipendio.
Inserisce la carta, guarda il contatore correre con l’entusiasmo di un funzionario dell’Agenzia delle entrate e assiste alla trasformazione di cinquanta euro in una quantità di carburante sufficiente, forse, per uscire dal piazzale. Se poi desidera anche tornare a casa, deve accendere un finanziamento.
Il pieno, un tempo gesto ordinario della vita quotidiana, è diventato un’esperienza mistica. Il cittadino contempla le cifre, invoca qualche santo protettore degli automobilisti e infine riparte con la lancetta appena sollevata. Non ha riempito il serbatoio. Ha soltanto dato all’automobile una speranza.
Non si tratta più di una sensazione esasperata da qualche automobilista nervoso. I dati pubblicati dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy, aggiornati al 17 agosto 2026, mostrano che il gasolio self supera i due euro al litro in tutto il Paese, oscillando in molte aree tra 2,08 e 2,14 euro. La benzina si colloca intorno ai due euro, superandoli in diverse regioni e province autonome. Nel Lazio il gasolio è indicato a 2,082 euro, in Lombardia a 2,091, in Sicilia a 2,110 e nella provincia di Bolzano a 2,140 euro al litro. Sono medie regionali, non racconti da bar e nemmeno propaganda dell’opposizione. Sono i numeri dello Stato che certificano quanto costa essere cittadini dello Stato.
I dati ufficiali sono consultabili sul sito del MIMIT.
La scena possiede una sua meravigliosa comicità istituzionale. Il Governo pubblica ogni giorno il prezzo medio affinché il cittadino possa conoscere con precisione scientifica quanto sta diventando povero.
È la trasparenza amministrativa applicata alla disperazione.
Lo Stato non impedisce che tu venga spennato. Però ti informa puntualmente sull’avvenuta spennatura. È come se il rapinatore, dopo averti sottratto il portafoglio, ti consegnasse una ricevuta fiscale e ti invitasse a compilare un questionario sulla qualità del servizio.
Il carburante non è un bene voluttuario. Non è caviale, non è champagne e non è una settimana alle Maldive. È ciò che consente a milioni di persone di andare al lavoro, accompagnare i figli a scuola, raggiungere un ospedale, assistere un genitore anziano, consegnare merci, esercitare una professione, tenere aperta un’impresa.
L’automobile, specialmente nei piccoli comuni, nelle periferie e nelle aree interne, non è un capriccio borghese. È spesso l’unica infrastruttura realmente funzionante.
Naturalmente, al cittadino viene consigliato di utilizzare il trasporto pubblico. Il suggerimento è affascinante. Peccato che, in moltissime zone d’Italia, il trasporto pubblico abbia la stessa consistenza materiale dell’unicorno. Tutti ne parlano, compare nei documenti programmatici, viene evocato durante le campagne elettorali, ma nessuno riesce a salirci sopra.
La cosiddetta transizione ecologica rischia così di diventare una forma di arresto domiciliare economico. Non potendo permettersi il carburante, il cittadino resta a casa e contribuisce alla riduzione delle emissioni attraverso la propria immobilità forzata. Una politica ambientale certamente efficace, soprattutto se accompagnata dalla disoccupazione. Chi non lavora non inquina, chi non si sposta non consuma, chi non consuma non disturba il manovratore.
Meraviglioso.
Il problema, tuttavia, non finisce nel serbatoio. Il costo del carburante entra nel prezzo del pane, della frutta, dei medicinali, dei materiali da costruzione e di qualsiasi bene debba essere trasportato. E in Italia quasi tutto deve essere trasportato. Quando aumenta il gasolio non viene colpito soltanto chi possiede un’automobile. Viene colpito anche chi va a piedi, perché le scarpe che indossa sono arrivate in negozio su un camion.
Il carburante è un’imposta indiretta sulla vita quotidiana.
Aumenta il costo dei trasporti e aumentano i prezzi. Aumentano i prezzi e diminuisce il potere d’acquisto. Diminuisce il potere d’acquisto e le famiglie rinunciano alle cure, alla cultura, allo sport dei figli, alla manutenzione della casa e perfino a un’alimentazione dignitosa.
Poi arriva qualche luminare televisivo, comodamente seduto in uno studio climatizzato, e spiega che i consumi stanno rallentando.
Non stanno rallentando. Sono stati investiti.
La Commissione europea pubblica ogni settimana i prezzi dei prodotti petroliferi con e senza imposte, insieme ai dati su IVA, accise e altri tributi indiretti. Questo significa che la struttura del prezzo è perfettamente conosciuta e misurabile. Non siamo di fronte a un fenomeno naturale, simile a un terremoto o a un’eruzione vulcanica. Esiste una componente industriale ed esiste una componente fiscale. Esistono decisioni internazionali, ma esistono anche responsabilità politiche nazionali.
Il Weekly Oil Bulletin europeo lo documenta con aggiornamenti settimanali.
Eppure, ogni volta che il carburante sale, la politica inaugura il tradizionale campionato nazionale dello scaricabarile.
È colpa del petrolio.
È colpa dei mercati.
È colpa delle guerre.
È colpa dell’Europa.
È colpa della speculazione.
È colpa del distributore.
Tra poco sarà colpa dell’automobilista, sospettato di consumare carburante con l’aggravante di aver acquistato un’automobile.
Mai che la responsabilità appartenga a chi governa. I governi italiani sembrano creature spirituali, prive di qualsiasi rapporto con la materia. Non fissano tasse, non approvano bilanci, non scelgono priorità. Passano per Palazzo Chigi come turisti in visita guidata.
Nel frattempo, alle famiglie viene chiesto di comprendere. Devono comprendere la congiuntura internazionale, gli equilibri finanziari, i vincoli europei e la volatilità delle materie prime. Tutti devono comprendere lo Stato. Lo Stato, invece, non è tenuto a comprendere nessuno.
Non deve comprendere il lavoratore che percorre settanta chilometri al giorno.
Non deve comprendere la madre che accompagna i figli in scuole differenti.
Non deve comprendere il piccolo imprenditore.
Non deve comprendere l’artigiano.
Non deve comprendere il pensionato che vive lontano dall’ospedale.
Il cittadino deve essere comprensivo, paziente, resiliente e possibilmente silenzioso. Soprattutto silenzioso.
Ma esiste un limite oltre il quale la povertà smette di essere una statistica e diventa una condizione politica esplosiva.
Le insurrezioni popolari non nascono sempre dai grandi ideali. Molto più spesso nascono dai piccoli bisogni quotidiani diventati insopportabili. Il pane, il lavoro, la casa, il riscaldamento e la possibilità di muoversi. La storia insegna che i popoli sopportano a lungo le ingiustizie astratte, ma reagiscono quando l’ingiustizia entra nella cucina, nel frigorifero e nel serbatoio.
Il primo manifesto della prossima rivolta italiana potrebbe essere uno scontrino del distributore.
Non immaginiamo barricate romantiche, bandiere al vento o rivoluzioni da libro di storia. L’insurrezione del nostro tempo potrebbe assumere forme civili, democratiche e tuttavia devastanti per il sistema politico. Scioperi, proteste diffuse, blocchi produttivi, rifiuto dei consumi, disobbedienza fiscale, astensionismo di massa e un voto punitivo capace di travolgere partiti che continuano a scambiare la pazienza per consenso.
La rabbia sociale possiede una caratteristica che la politica sembra aver dimenticato. Per molto tempo non si vede. Si accumula.
Ogni rifornimento negato aggiunge una goccia.
Ogni spesa rinviata aggiunge una goccia.
Ogni famiglia costretta a scegliere tra il pieno e il frigorifero aggiunge una goccia.
Poi il recipiente trabocca e tutti fingono stupore.
Vedremo ministri affacciarsi sui telegiornali per domandarsi come sia stato possibile. Verranno convocati sociologi, politologi ed esperti di comunicazione. Qualcuno parlerà di populismo, qualcuno di estremismo e qualcuno certamente di pericolosa disinformazione online.
Nessuno avrà il coraggio di pronunciare la parola più semplice.
Fame.
Non necessariamente fame di pane. Fame di dignità, di sicurezza, di futuro. Fame di una vita nella quale lavorare serva ancora a vivere e non soltanto a pagare il viaggio necessario per andare a lavorare.
La vera oscenità non è soltanto il prezzo del carburante. È l’abitudine politica a considerare normale l’impoverimento progressivo delle famiglie. Ogni rincaro viene assorbito, registrato e infine archiviato. Si dà per scontato che gli italiani troveranno un altro punto del proprio bilancio familiare da amputare.
Prima hanno rinunciato alle vacanze.
Poi ai ristoranti.
Poi ai libri.
Poi alle visite mediche.
Adesso rinunciano agli spostamenti.
Alla fine dovranno rinunciare a vivere, ma potranno farlo con grande responsabilità istituzionale.
La politica dovrebbe intervenire con un meccanismo automatico di riduzione della pressione fiscale quando i prezzi superano determinate soglie. Dovrebbe destinare l’eventuale maggiore gettito IVA prodotto dai rincari a una compensazione immediata. Dovrebbe rafforzare i controlli sulle dinamiche speculative, sostenere i pendolari a basso reddito, proteggere gli autotrasportatori e investire seriamente in un trasporto pubblico capillare.
Soprattutto dovrebbe smettere di trattare ogni misura come una concessione misericordiosa del sovrano.
Ridurre il peso fiscale sui carburanti non significa fare un regalo agli automobilisti. Significa restituire una parte di ciò che viene sottratto a cittadini costretti a utilizzare l’automobile perché lo Stato non ha costruito alternative.
Se chi governa non comprenderà la natura basilare di questa emergenza, la protesta sarà inevitabile. Non sarà organizzata da qualche oscuro sovversivo. Sarà organizzata dalla realtà.
La guideranno padri e madri di famiglia, lavoratori, pensionati, artigiani, commercianti e giovani che hanno scoperto di dover spendere una parte crescente del proprio salario soltanto per raggiungere il luogo in cui quel salario viene guadagnato.
Sarà un’insurrezione popolare nata non dall’ideologia, ma dall’esasperazione.
E sarà molto più difficile da fermare, perché non si può arrestare un intero popolo accusandolo di non riuscire più a pagare il pieno.
La benzina non brucia soltanto nei motori.
Brucia il reddito, il risparmio, la fiducia e infine la pazienza.
E anche la pazienza, come ogni carburante, possiede un punto di infiammabilità.
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