la guerra contro il tiranno
riflessioni su Iran e diritto internazionale
L’uccisione della Guida Suprema iraniana, Ali Khamenei, durante i bombardamenti congiunti di Stati Uniti e Israele nei giorni scorsi rappresenta uno degli eventi più drammatici degli ultimi anni, come portata delle operazioni militari dispiegate e come potenziali effetti destrutturanti sugli assetti geo-politici dell’area medio-orientale. L’operazione, mirata a colpire i vertici della Repubblica islamica, ha eliminato non solo il leader del regime ma anche numerosi dirigenti militari e di sicurezza, con l’obiettivo dichiarato di indebolire la struttura del potere e favorire un possibile cambiamento politico interno (il cosiddetto “regime change”).
Le conseguenze sono state immediate: tensioni internazionali, mercati in difficoltà, aumento del prezzo del petrolio e ritorsioni contro paesi alleati degli Stati Uniti e di Israele, in particolare nelle monarchie del Golfo. Ma al di là degli effetti geopolitici, l’evento solleva una questione più profonda: è lecito usare la forza per abbattere un regime oppressivo?
Il limite del diritto internazionale
Il diritto internazionale si fonda sul principio della sovranità degli Stati e vieta, salvo eccezioni, l’uso unilaterale della forza. Secondo questa impostazione, un intervento militare dovrebbe essere autorizzato da organismi come l’Organizzazione delle Nazioni Unite o giustificato da un’immediata autodifesa.
Tuttavia, proprio in situazioni come questa emerge il limite concreto del diritto internazionale: la sua applicazione dipende da equilibri politici e veti incrociati che spesso rendono impossibile qualsiasi intervento tempestivo. L’attesa di una decisione condivisa, con le lungaggini procedurali tipiche degli organismi sovranazionali, rischia così di trasformarsi in immobilismo, mentre le crisi continuano a produrre vittime.
Per questo motivo, la legalità formale non sempre coincide con la legittimità percepita. Nella storia recente non sono mancati casi in cui l’azione militare è stata ritenuta necessaria pur in assenza di un chiaro mandato internazionale.
Lo “stato canaglia” e la guerra indiretta
Da tempo l’Iran era considerato da Stati Uniti e Israele un attore destabilizzante, accusato di sostenere e finanziare movimenti armati come Hezbollah, Hamas e gli Houthi. In questo contesto, l’intervento si inserisce in una strategia che mira a colpire i vertici del potere dell’islamismo radicale, senza ricorrere a invasioni su larga scala.
La linea seguita dal presidente Donald Trump sembra infatti quella di una leadership esercitata attraverso coalizioni e interventi mirati, evitando il più possibile la presenza diretta di truppe sul terreno. L’obiettivo è ottenere risultati politici riducendo i costi umani e militari delle guerre tradizionali.
Il tiranno e la forza
Il nodo centrale resta però etico. Quando un regime reprime violentemente il proprio popolo (oltre 42 mila morti tra i manifestanti iraniani in due giorni!) e sostiene conflitti all’estero, la sua legittimità viene radicalmente messa in discussione. In questi casi, la caduta del tiranno difficilmente avviene per via spontanea o attraverso la sola pressione diplomatica.
La storia mostra come molti regimi autoritari siano stati abbattuti solo con l’uso della forza. L’idea che un dittatore possa rinunciare al potere volontariamente appartiene più alla speranza che alla realtà. Quando la repressione diventa sistematica, l’intervento esterno finisce per apparire, se non giusto in senso assoluto, almeno necessario in senso pratico.
Una scelta tragica ma talvolta inevitabile
L’eliminazione di Khamenei rappresenta una scelta tragica, perché ogni guerra comporta rischi e sofferenze, oltre che conseguenze di medio-lungo termine del tutto imprevedibili. Tuttavia, anche l’inazione ha un prezzo, spesso pagato dalle popolazioni sottoposte alla violenza del regime.
Il punto decisivo è che il diritto internazionale resta un ideale fondamentale, ma non sempre uno strumento efficace. Quando le istituzioni internazionali si rivelano incapaci di intervenire, la forza diventa talvolta l’unico mezzo concreto per porre fine a un potere tirannico.
Rimane una verità scomoda: se gli uomini fossero sempre disposti al dialogo, la guerra sarebbe inutile. Ma quando il dialogo fallisce e la violenza domina, la scelta non è più tra pace e guerra, bensì tra intervento e rassegnazione. In questi casi, l’uso della forza può apparire non come una soluzione giusta in sé, ma come l’unica possibile.
Può esserci una pace “disarmata e disarmante”?
C’è un’ultima prospettiva da esplorare, che si colloca fuori dal perimetro delle riflessioni geo-politiche e di natura giuridico-strategica: è quella del perseguimento della pace puntando sui valori di umanità e dialogo ad ogni costo. E’ questo il percorso proposto ripetutamente da Papa Leone XIV, con la sua famosa frase della ricerca di una pace “disarmata e disarmante”, basata sul rispetto dell’avversario, del perseguimento ad ogni costo dell’incontro e del dialogo.
Con questa prospettiva, ci troviamo nel campo dell’umanesimo cristiano, dell’etica spirituale che considera ogni uomo “figlio di Dio” e quindi meritevole di ogni attenzione, per percorrere insieme, pur partendo da posizioni diverse, un tratto di strada e magari nel frattempo firmare una tregua. Lungi dal voler apparire irenici, oppure degli ingenui creduloni che anche nel peggiore dei dittatori riposi un’anima sensibile e con tracce di “umanità”, forse il discorso del Papa è orientato a offrire un criterio percorribile, lento, paziente, ma in grado di costruire sentieri nuovi di incontro, dove mettersi a confronto con le posizioni dell’altro.
Pensiamo che questo possa essere possibile anche se – nel nostro caso concreto – l’Iran abbia più volte affermato l’esigenza della distruzione dello stato di Israele e per questo abbia armato le più diverse milizie terroristiche che frequentano il Medio Oriente?
Il Papa osa sperare di sì, contro ogni speranza, come spesso avviene con la logica disarmante del Vangelo. Lasciamo alla storia di oggi, mentre ognuno di noi può vedere a casa propria le immagini degli attacchi e dei bombardamenti in diretta tivu, di mostrarci se questa speranza cristiana sia fondata su un realismo sapienziale; oppure, viceversa, se si rivelerà una “pia illusione”. In ogni caso, appare saggio non scartare questa ipotesi, perlomeno cercando ogni strada per evitare la violenza come prima e unica soluzione.
Scopri di più da Betapress
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.