Settembre 14, 2026
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Recensione a Più dell’oro la parola corrompe di Stelio W. Venceslai

C’è un’ambiguità feconda, quasi volutamente provocatoria, nel titolo Più dell’oro la parola corrompe.

A prima vista sembra una condanna della retorica, della seduzione verbale, dell’abilità di piegare le coscienze attraverso il suono, il ritmo, la pausa, l’immagine, la promessa.

In realtà, leggendo la sinossi e intuendo l’impianto complessivo del volume, si comprende che il libro non intende processare la parola, ma restituirle la sua grandezza e insieme la sua pericolosità.

La parola non è colpevole in sé.

È uno strumento umano potentissimo, forse il più politico, il più educativo, il più spirituale tra gli strumenti di cui disponiamo. Può costruire comunità o incendiare folle.

Può consolare, ordinare il pensiero, chiarire il vero, oppure può confondere, trascinare, deformare, corrompere.

Il merito principale del libro è proprio in questa duplice consapevolezza.

Da un lato, esso si presenta come manuale pratico di oratoria, pensato per chi deve parlare in pubblico e desidera farlo meglio.

Dall’altro, però, non si accontenta di offrire consigli tecnici, né si limita a spiegare le figure retoriche o le regole elementari della comunicazione efficace.

Il volume tenta qualcosa di più interessante e più raro.

Colloca l’oratoria dentro una storia lunga, drammatica e viva, che attraversa l’Occidente dai Greci fino alla comunicazione politica contemporanea, mostrando come ogni epoca abbia avuto la propria voce, il proprio gesto, il proprio modo di persuadere, il proprio rapporto tra parola e potere.

Questa impostazione rende il libro più ricco di quanto non apparirebbe se fosse considerato soltanto un manuale.

I manuali di public speaking, oggi, sono numerosissimi.

Spesso promettono sicurezza, leadership, carisma, controllo della scena, gestione dell’ansia, capacità di tenere alta l’attenzione. Sono utili, certamente, ma tendono talvolta a ridurre l’oratoria a tecnica performativa, quasi a una disciplina da palcoscenico, dove il successo del discorso è misurato dalla reazione del pubblico, dall’applauso, dalla capacità di apparire convincenti. Più dell’oro la parola corrompe, invece, sembra voler evitare questa riduzione. Non insegna semplicemente come parlare meglio. Invita a comprendere che parlare in pubblico significa assumersi una responsabilità.

La prefazione, chiarisce bene la postura dell’Autore.

Non vi è l’intenzione di impartire una lezione dall’alto, né di costruire una teoria astratta dell’eloquenza. L’approccio è concreto, esperienziale, legato alla pratica.

Questo è un dato importante. L’oratoria, infatti, non nasce mai soltanto nei libri. Nasce nel respiro, nell’attesa, nell’imbarazzo iniziale, nella necessità di mettere ordine ai pensieri mentre gli altri ascoltano. Nasce nella capacità di reggere il silenzio prima della parola e di accettare che ogni discorso pubblico sia, in fondo, una forma di esposizione personale. Parlare davanti a qualcuno significa sempre accettare una piccola vulnerabilità. Chi parla si offre allo sguardo e al giudizio degli altri. Per questo l’oratoria non è soltanto tecnica, ma disciplina del carattere.

Il libro, dunque, si muove su due piani. Il primo è quello dell’utilità immediata.

Come si affronta un pubblico. Come si ordina un discorso. Come si evita di essere travolti dalla confusione. Come si governa il microfono, oggetto apparentemente banale e invece decisivo nella comunicazione moderna. Come si costruisce una sequenza argomentativa comprensibile. Come si usano le figure retoriche senza trasformarle in ornamenti vuoti.

In questo senso, anche il riferimento alla sineddoche, apparentemente ironico, è significativo.

Le figure della retorica, un tempo patrimonio comune delle grammatiche e della formazione classica, oggi sembrano spesso residui archeologici.

Eppure continuano a operare nel linguaggio quotidiano, nei titoli dei giornali, nei comizi, negli slogan pubblicitari, nelle arringhe, nelle omelie, nei talk show, nei post sui social. Non le nominiamo più, ma le subiamo continuamente.

Il secondo piano, quello forse più originale, è storico e civile.

L’Autore sembra infatti ricordare che l’oratoria non è un accessorio della storia, ma uno dei suoi motori.

La storia dell’Occidente è anche storia di discorsi pronunciati davanti a un’assemblea, a una folla, a un parlamento, a una nazione ferita, a un popolo in guerra, a una comunità in cerca di senso.

Dalla Grecia antica alla Roma repubblicana, dall’oratoria cristiana alle dispute della Riforma e della Controriforma, dall’Illuminismo alle rivoluzioni atlantiche, dalla Rivoluzione francese alle grandi tragedie del Novecento, la parola pubblica ha accompagnato i momenti in cui le società hanno dovuto decidere chi essere.

Qui il libro intercetta un problema molto attuale.

Noi viviamo immersi in parole pubbliche, eppure parliamo pochissimo della qualità della parola pubblica. Ascoltiamo dibattiti televisivi, conferenze stampa, interviste, podcast, dirette, monologhi politici, comunicati istituzionali, video motivazionali, ma raramente ci chiediamo che tipo di oratoria stiamo consumando.

Ci domandiamo se un discorso “funzioni”, se sia virale, se abbia fatto presa, se abbia generato consenso o polemica.

Molto meno ci chiediamo se sia un discorso vero, se sia onesto, se rispetti l’intelligenza di chi ascolta, se renda più chiaro il mondo oppure più oscuro.

È in questo spazio che Più dell’oro la parola corrompe sembra offrire il suo contributo più interessante.

Il libro non si limita a dire che bisogna parlare bene. Suggerisce che bisogna ascoltare storicamente la parola, riconoscere i suoi usi, i suoi abusi, le sue grandezze e le sue cadute. L’oratoria è una forma di libertà, ma la libertà della parola non garantisce automaticamente la nobiltà del suo impiego.

Esistono parole che liberano ed esistono parole che imprigionano. Esistono discorsi che educano il cittadino alla responsabilità ed esistono discorsi che lo trasformano in massa. Esistono oratori che aiutano un popolo a reggere la paura ed esistono oratori che della paura fanno combustibile politico.

Il richiamo ai grandi discorsi del Novecento è, da questo punto di vista, inevitabile. Churchill, De Gaulle, Stalin, Mussolini, Hitler, Gandhi, De Gasperi, Togliatti, Berlinguer, Almirante, Pannella, fino a Obama e alla comunicazione politica americana contemporanea, rappresentano non soltanto figure storiche diverse, ma modelli diversi di rapporto tra parola, corpo, pubblico e potere.

Alcuni parlavano per resistere. Altri per comandare. Alcuni per persuadere moralmente. Altri per mobilitare ideologicamente. Alcuni cercavano di spiegare la complessità. Altri la comprimevano in un mito, in un nemico, in un destino.

La parte dedicata ai totalitarismi, nella prospettiva della recensione, appare centrale.

Non perché si debba indulgere in una fascinazione per i grandi apparati retorici del male, ma perché proprio lì emerge con chiarezza il rischio più radicale della parola pubblica. Mussolini e Hitler non furono soltanto capi politici. Furono anche costruttori di liturgie verbali. Il loro discorso non era fatto solo di contenuti, ma di ritmo, gestualità, scenografia, ripetizione, semplificazione, identificazione emotiva.

Il testo scritto, da solo, non basta a restituire quella potenza. Leggere oggi certi discorsi può apparire persino straniante. Ci si domanda come abbiano potuto convincere folle immense.

Ma questa domanda nasce proprio dal fatto che la parola oratoria non vive soltanto nella pagina. Vive nella voce, nell’attesa collettiva, nella piazza, nella radio, nell’uniforme, nel simbolo, nella paura e nella speranza manipolata.

Il riferimento a Piazza Venezia, alle folle oceaniche, alle “quadrate legioni” e all’imitazione pedissequa dei gerarchi restituisce bene questo punto.

L’oratoria fascista non fu soltanto linguaggio. Fu teatro politico. Fu coreografia dell’obbedienza. Fu costruzione di una comunità apparente attraverso il suono di una voce che pretendeva di incarnare la nazione.

Questo non significa, ovviamente, riconoscerle valore morale. Significa studiarla come documento storico, perché anche le forme peggiori della parola pubblica insegnano qualcosa. Insegnano quanto sia fragile il confine tra persuasione e manipolazione. Insegnano che un popolo privo di educazione retorica può diventare più facilmente preda della retorica altrui.

Accanto a questo lato oscuro, il libro sembra collocare esempi opposti. Gandhi, con la sua eloquenza apparentemente modesta, rappresenta una forma diversa di forza.

Non l’urlo, ma la fermezza. Non l’ipnosi della folla, ma la coerenza morale della parola.

Non la costruzione del nemico come bersaglio, ma la costruzione della coscienza come luogo politico.

Qui l’oratoria non è dominio, ma testimonianza. Non cerca soltanto adesione, cerca conversione interiore. La differenza è enorme. L’oratore manipolatore vuole che il pubblico perda autonomia dentro la sua voce.

L’oratore morale vuole che il pubblico ritrovi autonomia attraverso la sua parola.

Molto significativo è anche il richiamo all’Italia repubblicana.

Dopo la guerra, il Paese non doveva soltanto ricostruire case, ponti, fabbriche e istituzioni. Doveva ricostruire una lingua pubblica.

Dopo anni di retorica imperiale, di enfasi militarizzata, di parole piegate alla propaganda, serviva un’altra voce.

In questo senso la figura di Alcide De Gasperi appare decisiva. La sua oratoria pacata, dimessa, quasi antispettacolare, fu una scelta politica e morale. Nel momento in cui l’Italia doveva chiedere ascolto agli Alleati e recuperare dignità internazionale, non serviva l’enfasi della grandezza perduta.

Serviva la sobrietà della responsabilità. Serviva una parola capace di non promettere più imperi, ma di chiedere fiducia.

La stagione successiva, con Togliatti, Berlinguer, Almirante e Pannella, mostra un’altra dimensione dell’oratoria italiana.

Quei protagonisti, pur collocati in tradizioni politiche profondamente differenti e spesso inconciliabili, possedevano una caratteristica comune: prendevano la parola sul serio.

Non parlavano soltanto per occupare lo spazio mediatico. Parlare significava interpretare una visione del mondo, una parte della società, un conflitto, una speranza, un’identità. La loro oratoria era spesso aspra, ideologica, divisiva, ma raramente era insignificante.

Oggi, invece, molta comunicazione politica sembra temere la complessità e preferire la battuta breve, l’effetto immediato, la frase costruita per essere tagliata in pochi secondi e rilanciata su uno schermo.

Da qui nasce una delle intuizioni più attuali del volume.

L’oratoria moderna è ovunque, ma proprio per questo rischia di non essere più riconosciuta. Il talk show, la conferenza stampa, il video social, il podcast, il comizio digitale, la diretta in streaming sono forme nuove di oralità pubblica.

Non sempre hanno la solennità del discorso parlamentare o della piazza storica, ma producono effetti reali. Orientano opinioni, generano emozioni, costruiscono reputazioni, distruggono avversari, semplificano problemi, selezionano parole ammesse e parole proibite. La modernità non ha abolito l’oratoria.

L’ha moltiplicata, frammentata, accelerata.

Per questo un libro sull’oratoria oggi non è affatto un esercizio antiquario. È, al contrario, un intervento necessario.

In una società che comunica continuamente, ma comprende sempre meno la struttura dei propri discorsi, tornare a studiare la parola pubblica significa recuperare uno strumento di autodifesa democratica.

Chi conosce la retorica non diventa automaticamente un manipolatore. Può diventare, semmai, un ascoltatore più libero. Riconoscere una metafora, una sineddoche, una falsa alternativa, una generalizzazione indebita, una captatio benevolentiae, un appello alla paura, un uso emotivo del nemico, significa non essere completamente disarmati davanti alla parola altrui.

Il libro, dunque, sembra parlare a più pubblici.

Parla a chi deve tenere una conferenza, a chi deve intervenire in una riunione, a chi deve presentare un progetto, a chi deve parlare davanti a una classe, a un’associazione, a un consiglio comunale, a un microfono radiofonico o televisivo.

Ma parla anche a chi ascolta.

E questo è forse il suo valore più civile.

Perché l’oratoria non riguarda soltanto chi pronuncia un discorso. Riguarda anche chi lo riceve. Una democrazia non ha bisogno solo di buoni oratori.

Ha bisogno di cittadini capaci di ascoltare criticamente.

Questo, tuttavia, non intacca il valore dell’impostazione generale.

Anzi, conferma quanto il tema sia delicato e quanto sia necessario studiare l’oratoria non solo come arte del parlare, ma come storia dei mezzi attraverso cui la parola raggiunge il pubblico.

La piazza antica, il foro romano, la cattedrale, il parlamento, la radio, la televisione, il social network non sono semplici contenitori. Modificano la parola. Cambiano il modo in cui il discorso viene costruito, percepito, ricordato, imitato.

La conclusione più forte che sembra emergere dal libro è che l’oratoria sia una delle espressioni più persistenti della libertà di pensiero. Una libertà fragile, perché può essere usata contro se stessa.

Il demagogo parla, il tiranno parla, il propagandista parla. Ma parlano anche il maestro, il testimone, il riformatore, il dissidente, il sindacalista, il presidente che consola una nazione, il cittadino che prende la parola in assemblea.

La parola pubblica è il luogo in cui la libertà si espone al rischio della corruzione, ma anche alla possibilità della verità.

In questo senso Più dell’oro la parola corrompe appare come un libro necessario perché costringe il lettore a una domanda semplice e severa: che cosa facciamo quando parliamo agli altri?

Cerchiamo di chiarire o di sedurre.

Cerchiamo di costruire pensiero o di ottenere adesione. Cerchiamo di servire la verità o di vincere una piccola battaglia di consenso. L’oratoria, nella sua forma più alta, non è l’arte di parlare molto. È l’arte di dare alla parola una direzione, un peso e un limite.

La recensione finale non può che riconoscere al volume un’ambizione importante.

Restituire dignità a una disciplina dimenticata proprio nell’epoca che più ne avrebbe bisogno. In un tempo in cui tutti parlano, tutti commentano, tutti trasmettono, tutti dichiarano, tutti reagiscono, ma pochi sembrano interrogarsi sul valore morale del proprio linguaggio, un libro sull’oratoria diventa molto più di un manuale.

Diventa un invito alla responsabilità della parola.

E forse è proprio qui che il titolo trova il suo significato più profondo. La parola può corrompere più dell’oro perché arriva dove l’oro non arriva sempre: nella coscienza, nell’immaginazione, nella paura, nella speranza, nella memoria collettiva.

Ma per la stessa ragione può anche salvare più dell’oro.

Può restituire forma al pensiero, dignità al confronto, coraggio alla libertà.

La parola è pericolosa perché è viva.

E proprio per questo merita di essere studiata, esercitata, custodita.

Autore

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