Palantir – La guerra autonoma
Peter Thiel, l’Anticristo e la morte della privacy
A marzo 2026, nelle sale di Palazzo Taverna a Roma, Peter Thiel, miliardario della Silicon Valley, fondatore di PayPal e patron di Palantir, ha tenuto una serie di conferenze riservatissime dal titolo “Biblical Antichrist”. Al centro, una tesi provocatoria: il vero “Anticristo” moderno sarebbe chi ostacola l’intelligenza artificiale, la tecnologia e il progresso scientifico. Nel mirino, secondo Thiel, l’Unione Europea, Greta Thunberg, ONG e persino Papa Leone X. Un intervento che ha intrecciato geopolitica, teologia e visioni radicali sul futuro della democrazia occidentale, ritenuta dannosa, che si è concluso con una messa in latino presso la chiesa della Santissima Trinità dei Pellegrini.
Recentemente ho avuto modo di esaminare un’approfondita relazione del dr. Riccardo Benzi Cipelli, medico e grande appassionato di tecnologia, dedicata all’evoluzione della guerra autonoma, al ruolo di Palantir e ai rapporti tra sicurezza, politica e Big Tech. Partendo dalle sue analisi, ho cercato di comprendere insieme a lui di cosa stiamo realmente parlando e quali conseguenze questi processi possano avere sulle nostre vite quotidiane.
Dottor Benzi Cipelli, perché Palantir è diventata centrale nel dibattito sulla guerra tecnologica?
«Perché non sta sviluppando semplici software, ma un ecosistema integrato capace di collegare raccolta dati, analisi, targeting (sistemi in grado di identificare e priorizzare obiettivi in tempo reale. NdA) e risposta operativa. Nei brevetti depositati all’inizio del 2026 emerge un modello di “pipeline a ciclo chiuso”: droni, radar, satelliti e intercettazioni confluiscono in un’unica piattaforma che può analizzare scenari, identificare anomalie e proporre, o in alcuni casi automatizzare, decisioni operative in tempo reale.
Il sistema, secondo le descrizioni brevettuali, integra dati storici e flussi live in un’unica interfaccia. Se un sensore viene compromesso, i dati derivati possono essere rimossi istantaneamente dalla rete. L’obiettivo è accelerare la velocità decisionale fino a livelli macchina, relegando l’operatore umano a una funzione di supervisione finale.»
Quindi si parla di guerra autonoma?
«Si, di una guerra sempre più automatizzata. Uno degli aspetti più discussi riguarda la capacità dei sistemi AI di individuare bersagli correlando comportamenti, segnali elettronici e dati storici. Il tema cruciale è la responsabilità: Palantir punta a creare una sorta di “catena di custodia digitale”, collegando ogni decisione a sensori, algoritmi e regole operative precise.
C’è poi il tema della compartimentazione estrema delle informazioni: due operatori possono vedere lo stesso obiettivo ma con livelli diversi di accesso ai dati di origine. Questo avviene non solo tramite password o autorizzazioni software, ma attraverso architetture progettate per rendere certe informazioni invisibili a chi non è autorizzato.»
Cos’è Palantir oggi?
«Palantir Technologies nasce nel 2003 per iniziativa di Peter Thiel e Alex Karp, con il sostegno iniziale di In-Q-Tel, fondo legato alla CIA. Il nome richiama le “pietre veggenti” del Signore degli Anelli.
Le sue piattaforme principali sono Gotham, usata in ambito difesa e intelligence, Foundry, destinata alle aziende e AIP, che integra intelligenza artificiale e supporto decisionale. Gotham è già stata utilizzata in teatri operativi come Iraq e Ucraina. Foundry, invece, viene impiegata anche in ambito industriale e sanitario.»
Il rapporto con Israele è uno dei temi più controversi.
«Certamente. Palantir collabora con le forze armate israeliane e fornisce tecnologie di analisi e targeting. Organizzazioni internazionali e movimenti pacifisti contestano l’uso di questi strumenti nel conflitto di Gaza, sostenendo che possano contribuire a operazioni ad elevato impatto sui civili.
Negli Stati Uniti e in Europa ci sono state proteste contro i rapporti tra Palantir e l’IDF. In Inghilterra, ad esempio, il consiglio comunale di Coventry ha riesaminato un contratto dopo le pressioni di sindacati e attivisti.»
E in Italia?
«La presenza è concreta. Il Policlinico Gemelli utilizza Foundry per l’analisi di dati clinici. Fedrigoni ha stretto una partnership per la trasformazione digitale. Sul fronte più delicato, quello della Difesa, esistono contatti e contratti risalenti almeno al 2015.
La filiale Palantir Italia Srl ha sede a Roma. Il fatturato è ancora limitato, ma il tema politico è molto acceso: esponenti di opposizione hanno presentato interrogazioni parlamentari chiedendo trasparenza sui rapporti con il governo e sulla gestione dei dati sensibili.»
Nel suo dossier lei collega questi temi al caso Cyberealm e Maurizio Gasparri.
«Il caso Cyberealm nasce dalle inchieste giornalistiche di Report e di altre testate. Cyberealm è una società italiana di cybersecurity fondata dall’imprenditore italo-israeliano Leone Ouazana e collegata a figure provenienti dall’intelligence israeliana. Maurizio Gasparri ne è stato presidente dal 2021 con incarichi di relazioni istituzionali. Le polemiche sono nate perché la carica non sarebbe stata comunicata al Parlamento mentre ricopriva ruoli istituzionali rilevanti, tra cui la Commissione Difesa. Gasparri ha sempre sostenuto la piena legittimità del proprio ruolo e ha contestato le accuse nelle sedi legali.
Le inchieste hanno inoltre evidenziato collegamenti societari con aziende attive in appalti pubblici nei settori Rai, Difesa e Sogei. È un caso che ha riaperto il dibattito sui conflitti di interesse nel settore cyber.»
Quanto conta oggi l’ecosistema cyber israeliano?
«Israele è uno dei poli mondiali della cybersecurity offensiva. Molte aziende sono state fondate da ex membri dell’Unità 8200, l’equivalente israeliano della NSA. Tra i nomi più noti figurano NSO Group, creatrice dello spyware Pegasus, Paragon Solutions con il sistema Graphite, Wiz nel cloud security e altre realtà specializzate in exploit “zero-click”.
Il modello israeliano si basa sul trasferimento di competenze dall’intelligence al settore privato. Questo produce innovazione e influenza geopolitica, ma apre anche enormi questioni etiche sul controllo delle tecnologie di sorveglianza.»
Lei parla spesso di “zero-click” e sorveglianza invisibile. Quanto sono avanzate queste tecnologie?
«Molto più di quanto il pubblico immagini. Gli spyware moderni possono infettare un dispositivo senza che l’utente clicchi nulla. Basta ricevere un messaggio o un file processato automaticamente dal sistema.
Il caso Pegasus ha mostrato come vulnerabilità di iMessage potessero installare spyware senza alcuna interazione. Predator, secondo analisi tecniche recenti, sarebbe persino in grado di attivare microfono e fotocamera senza accendere gli indicatori luminosi di privacy.
La nuova frontiera riguarda gli attacchi “cloudside”. Malware e prompt malevoli che sfruttano agenti AI e servizi cloud per sottrarre dati senza passare dal dispositivo dell’utente. Questo sposta il problema dalla sicurezza del telefono a quella delle infrastrutture AI.»
È possibile difenderci?
«Le aziende di sicurezza parlano ormai di resilienza più che di protezione totale. Per soggetti ad alto rischio, giornalisti, politici, attivisti, strumenti come la Lockdown Mode di Apple riducono la superficie d’attacco. Anche il riavvio frequente dei dispositivi può interrompere spyware non persistenti. Ma la vera sfida è il threat hunting: analizzare log, kernel e processi per trovare indicatori di compromissione invisibili all’utente.»
Lei descrive un intreccio sempre più stretto tra Big Tech, finanza e difesa.
«Sì, ma bisogna evitare letture semplificate o teorie cospirative. Esiste certamente una forte integrazione tra grandi aziende tecnologiche, apparati militari e intelligence. Contratti come Project Nimbus, che coinvolge Google e Amazon in Israele, o il ruolo di Palantir nell’analisi dati militare, mostrano come il confine tra settore civile e sicurezza nazionale sia sempre più sfumato.
Negli Stati Uniti lobby, gruppi industriali e fondi finanziari esercitano una pressione significativa sulle scelte strategiche. Tuttavia parlare di “controllo assoluto” o attribuire dinamiche geopolitiche a un’intera comunità etnica o religiosa sarebbe scorretto e fuorviante.
La questione reale è un’altra: stiamo entrando in un’epoca in cui guerra, cybersicurezza, AI e finanza convergono in sistemi tecnologici sempre più opachi, spesso gestiti da soggetti privati con capacità paragonabili a quelle degli Stati.»

Come possiamo concludere?
«Palantir rappresenta il simbolo di questa trasformazione. La guerra non è più solo condotta con armamenti convenzionali: è analisi dati, sorveglianza, automazione decisionale e controllo delle infrastrutture digitali.
Il punto decisivo sarà capire quanto potere gli Stati democratici intendano delegare a piattaforme private e algoritmi. Perché il rischio non è soltanto tecnologico: è politico, giuridico ed etico.»
Lascio al giudizio del lettore quanto sopra scritto. è bene sapere che tutte le fonti e le informazioni qui contenute sono aperte e verificabili da chiunque.
Le domande che pongo a me stesso e a chiunque sono le seguenti.
Quali possibilità e che futuro possiamo avere come individui senzienti se il controllo è ormai così avanzato?
Come possiamo difendere la privacy, valore che associamo strettamente alla nostra Libertà?
Soprattutto, cos’è oggi la Libertà?
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