Rolling Stones, l’imperfezione che funziona
Il 10 luglio arriva Foreign Tongues: i Rolling Stones tornano con il loro venticinquesimo album
C’è qualcosa nei Rolling Stones che continua a sfuggire alle definizioni troppo ordinate. Forse è questo il punto. Non è solo una questione di talento, e non basta nemmeno parlare di mito. C’è dentro una forma di ostinazione, quasi di cocciutaggine, che negli anni non si è spenta. Sono un’icona, certo, ma fermarsi lì è riduttivo. La verità è che, ancora oggi, danno l’idea di essere una band vera, una di quelle che sul palco ci mette ancora qualcosa di diretto, senza troppi schermi.
Il 6 maggio erano a Brooklyn, al Weylin, per presentare il nuovo album, Foreign Tongues, in uscita il 10 luglio. Non il classico posto gigantesco da leggenda del rock, ma uno spazio più raccolto, più vicino. E forse anche per questo tutto sembrava meno rituale e più vivo. A un certo punto hanno detto: “Ogni cosa che facciamo la vogliamo fare meglio”. Presa da sola, è una frase che potrebbe sembrare quasi scontata. Però detta da loro, dopo tutto quello che hanno passato e attraversato, suona diversa. Meno da slogan, più da principio. Quando aggiungono “Siamo sempre stati ambiziosi”, non viene da alzare gli occhi al cielo. Viene da pensare che sì, probabilmente è andata davvero così.
La loro ambizione, tra l’altro, non è mai stata elegante nel senso pulito del termine. Negli Stones c’è sempre stato qualcosa di storto, di sporco, di poco accomodante. Ed è proprio lì che sta la loro forza. Non ti chiedono il permesso di piacerti. Ti arrivano addosso e basta.
Anche per questo i concerti continuano a funzionare. Hanno funzionato in epoche diverse, con modi diversi di ascoltare la musica: prima i dischi, poi la radio, oggi lo streaming e tutto il resto. Ma quando salgono su un palco, quella parte lì resta centrale. In un momento in cui tantissima musica nasce già perfettamente confezionata, loro restano più esposti. A volte anche più imperfetti. Ma è un’imperfezione che serve, perché ti ricorda che sei davanti a delle persone, non a un prodotto chiuso e questo al giorno d’oggi non è così scontato.
Forse è questa la loro qualità più rara: non sembrare mai del tutto arrivati. Né musicalmente né come presenza. Continuano a portarsi dietro un’energia che non è mai stata davvero disciplinata, e forse non dovrebbe esserlo. Essere ancora lì, tra le ultime grandi band globali nate negli anni Sessanta, significa anche questo: trascinarsi dietro un pezzo di storia che oggi non esiste più nello stesso modo.
Eppure gli anni Sessanta, in un modo o nell’altro, tornano sempre. Anche per chi non li ha vissuti. Non tanto per ciò che sono stati davvero, quanto per l’idea che continuano a rappresentare: libertà, possibilità, confusione, errori e tentativi di esprimere voci nuove e alternative. Una stagione in cui tutto sembrava potersi ancora rompere e reinventare.
Per questo, quando risenti frasi come “Turn on, tune in, drop out”, oggi l’effetto è diverso. Non sembrano più semplici slogan. Sembrano domande lasciate lì. Domande che riguardano anche noi: quanto siamo davvero dentro quello che viviamo, quanto ci lasciamo coinvolgere, quanto rischiamo.
Alla fine, è anche questo che succede ai loro concerti. Non ti riportano indietro e basta, non sono un museo del passato. Ti fanno sentire, per un momento, che certe possibilità non sono del tutto sparite. E quando tutto finisce, ti resta addosso quella sensazione un po’ irrisolta, ma viva. Forse è anche per questo che, dopo tutti questi anni, continuano a dire qualcosa.
Scopri di più da Betapress
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.